La Sacra Scrittura, pilastro della fede cristiana, non è semplicemente un testo da leggere, ma un cammino da percorrere con mente e cuore aperti. Per comprendere il suo messaggio profondo, è essenziale andare oltre la superficie e abbracciare un approccio che valorizzi l'esperienza personale, il dialogo e una fede viva, rifuggendo da un mero ritualismo.
Le Origini e lo Scopo degli Scritti Evangelici
Il passaggio dalla predicazione orale di Gesù alla forma scritta dei Vangeli fu un processo graduale e significativo. Gesù predicava e, successivamente, gli apostoli continuarono a diffondere la sua Parola. In vari ambienti, ebbe inizio la raccolta di scritti, costituiti da liste indipendenti di parabole, miracoli, insegnamenti morali, detti diversi e sentenze su varie circostanze. Tutto ciò era finalizzato a usi diversi come la memorizzazione, la catechesi in occasione di circostanze differenti della vita e il confronto della vita dei primi cristiani con la vita del Signore. In questo contesto, era fondamentale porsi la domanda: il Maestro durante la sua vita terrena, in analoghe situazioni come la persecuzione, il martirio o la prova, come si comportava? Quando fu tradotto davanti ai tribunali, sia giudaico che romano, quale fu il suo atteggiamento? La risposta era chiara: bisognava imparare da lui e comportarsi come lui.

Il Conflitto tra Profezia e Ritualismo nella Parola di Dio
La dodicesima domenica del tempo ordinario ci pone di fronte a un aspetto importante della vita cristiana: il rapporto tra profezia e storia. Da una parte c’è il profeta Geremìa, uomo dall’animo sensibile, che Dio chiama per un compito contro natura, come è annunciare disastri e castighi al popolo infedele; egli, infatti, deve fare violenza a se stesso per essere fedele a un Dio esigente. Ancora una volta, il profeta si distacca, differenziandosi, dalla funzione del sacerdote. Il popolo, infatti, non vuole profeti, ma sacerdoti disposti a sfornare riti propiziatori e atti di culto con cui dominare comportamenti e coscienze.
Le due figure emblematiche di questo conflitto sono Mosè e il fratello Arònne. Il primo porta la Parola sulle tavole di pietra, che non esita a rompere di fronte all’adulterazione della fede (cfr Es 19-20 e Es 32,19-20). Il secondo, dopo averlo provocato, rafforza senza contrastarlo il processo di idolatria del popolo che giunge a sostituire la non visibilità del Dio della Parola con un’immagine fisica, palpabile e sperimentabile: un vitello d’oro, espressione della volontà del popolo, compromessa dal sacerdote, di possedere Dio (cfr Es 32,7-10.15-20). Il popolo religioso che si è fatto un «dio a propria immagine e somiglianza» non ha bisogno di profeti; anzi, li percepisce come ostacolo e cerca, quindi, di ucciderli, come accade a Geremìa nella prima lettura.
La visita di Papa Francesco, il giorno 26 giugno 2017, alle tombe di don Primo Mazzolari a Bozzolo (MN) e di don Lorenzo Milani a Barbiana (FI), ne è una prova esplicita. Per sua stessa ammissione il Papa restituì onore e dignità a due preti che additò come modelli di ecclesialità, «preti non clericali», incarnati secondo il vangelo nel loro tempo, e che furono massacrati dalla gerarchia del loro tempo. Sulla tomba di don Lorenzo Milani, davanti agli antichi ragazzi superstiti della Scuola di Barbiana, disse: «Pregate per me perché anche io sappia prendere esempio da questo bravo prete». Alla gerarchia del tempo che li torturò sistematicamente in nome dell’opportunismo, Papa Francesco concede un’attenuante presa in prestito da Paolo VI, il quale, da arcivescovo di Milano, contro il parere di tutti i vescovi lombardi, volle don Primo Mazzolari predicatore ufficiale della Missione cittadina del 1957 a Milano. Lo stesso arcivescovo Montini, successivamente, gli proibì di predicare fuori i confini della sua parrocchia, salvo, dopo morto, dire di lui: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi.»

La Fede nella Risurrezione: L'Esperienza Personale dell'Incontro
La fede nella risurrezione non ha come fondamento un annuncio, ma l’esperienza dell’incontro con il Risorto. Gesù è il figlio amato, la realizzazione del progetto del Padre sull’umanità, un uomo con la condizione divina. Gesù è il capolavoro del Creatore, «immagine del Dio invisibile. Primogenito di tutta la creazione» (Col 1,15). Ed egli comprende il suo destino, non si sottrae, non fugge, non si mette in salvo, ma va incontro ad esso, dicendo: «Alzatevi, andiamo!» (Mc 14,42). Dall’esperienza di Gesù, l’evangelista comprende che Dio non muta il corso degli eventi, ma comunica agli uomini la sua stessa forza per viverli, affrontarli e superarli.
Nonostante i momenti di profonda crisi e oscurità, la luce di Gesù, e in lui (Gv 8,12), non si è mai spenta. Il coraggio che i discepoli hanno dimostrato di non avere, è visibile nella scelta di tre donne: Maria di Magdala, Maria madre di Joses e Salome. Esse furono le sole testimoni degli eventi (Mc 14,40.47). Sono queste le discepole che, passato il sabato, vanno al sepolcro «al levare del sole» (Mc 16,2). Una grave preoccupazione, però, le accomuna e le angoscia: chi rotolerà via la pesantissima pietra posta all’ingresso del sepolcro? (Mc 15,3). E le sorprese non sono finite: Gesù non è nella tomba. Il luogo della morte non può trattenere colui che è il Vivente. Non aveva forse egli detto che Dio «non è Dio dei morti, ma dei viventi»? (Mc 12,27), un Dio che non risuscita i morti, ma concede ai vivi la sua stessa vita, una vita che non viene interrotta dalla morte.
La tomba di Gesù non è neanche il luogo per i suoi discepoli, e le donne sono "cacciate" dal misterioso giovane con la veste bianca, con un ordine imperativo: «Andate!» (Mc 16,7). Ora che le discepole hanno fatto l’esperienza che Gesù è vivo, non possono più restare nel sepolcro, ma andare dai vivi. Il giovane comanda, infatti, alle donne di andare dai discepoli, ma non le incarica di annunciare quel che hanno visto, bensì di salire in Galilea: «là lo vedrete» (Mc 16,7). La fede nella risurrezione non ha come fondamento un annuncio, ma l’esperienza dell’incontro con il Risorto. E il vangelo di Marco termina con l’assicurazione che «Il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20).

Oltre il Sacro Istituzionale: Il Dialogo di Cristo e la Fine del Tempio
Un esempio stupendo e incantevole di come approcciare la Sacra Scrittura e la fede è il dialogo tra Gesù e la samaritana, una donna bella e spigliata che, più laica di così, non si poteva pensare, eppure Gesù mostra verso di lei un pathos sorprendente. Punto di partenza è l’acqua del pozzo e la sete per la calura del mezzogiorno, poi ci si eleva a quell’acqua che nel cuore diventa fonte zampillante per la vita eterna, mentre lo sconosciuto di altra etnia rivela cosa c’è nella vita della donna. Il richiamo vago del messia provoca la risposta accorata e confidente: «Sono io che ti parlo».
Questo tipo di interazione, oggi come allora, scatenerebbe una grande polemica di togati conservatori, e, seppur si è capovolto il tono del linguaggio, ben poco è mutato nella prassi. Il dialogo tra Gesù e la Samaritana annuncia un problema più alto e grande, tanto che diventa l’orizzonte in cui il dialogo si colloca e acquista senso: la fine della religione del tempio. I veri adoratori adoreranno il Padre, non su questo monte, né a Gerusalemme, ma in spirito e verità.
Quando Gesù muore, il velo del tempio si squarcia in due da cima a fondo: è finita la religione del tempio e del sistema del sacro in generale, i riti, le gerarchie, l’etica della sottomissione, i pesanti fardelli sulle spalle della gente. Non è pensabile che il profano si sottragga al potere della casta sacerdotale; deve essere ricondotto alla sottomissione. Il tempio, come ogni sacro, impone molti divieti e richiede dei doveri: nel tempio non si può svolgere nessuna attività umana, al tempio l’uomo deve portare i suoi doni. Il Dio del tempio esige dei riti e promulga leggi da osservare. Al contrario, il cristianesimo non è una religione costituita dalle strutture, ma è fede in Cristo, Dio fatto uomo. La sua persona e la sua parola sono il punto di riferimento per dare senso alla vita. Con una persona si dialoga e si cresce assieme, ci si apre a un orizzonte infinito. Nella quotidianità della Chiesa c’è, a volte, un’inflazione del sacro, aggettivo qualitativo di ogni cosa, ma manca quel sacro infinito che solo l'incontro personale con Cristo può offrire.

Un Invito al Rinnovamento e alla Consapevolezza
Per affrontare i tempi attuali, è necessaria una Chiesa profondamente rinnovata, quale mai era stata pensata dopo il tempo delle origini. A compiere quest’opera doveva essere il pontificato e la Chiesa di Francesco, in continuità con il Concilio. Papa Francesco, mentre realizzava la riforma più radicale - la riscoperta trasfigurante della persona del Padre - ha spiegato da Santa Marta che, dentro questa crisi, non era possibile fare i cambiamenti che pure si vorrebbero. Come dice un proverbio della sua Argentina: «quando passi un fiume non cambiare cavallo»: in tempi di pace si possono fare miracoli, ma quando c’è la crisi non bisogna sfidarla con la necessaria discontinuità.
Ma chi doveva e poteva farsi protagonista dell’avvento del tempo nuovo? È il vasto popolo del mondo che non ha un suo nome che lo distingua, come è dei Greci o degli Spagnoli, perché il suo nome sarebbe quello di Dio, ma il nome di Dio non è esprimibile in termini umani. Perciò non si può nominare il nome di Dio invano, perché nessuno possa appropriarsene per distinguersi gli uni dagli altri. Non si può spartire. Si può essere buddisti, confuciani, animisti, maomettani, anche cristiani, ma col nome di Dio nessuno si può far differenziare. Papa Bergoglio predica il Vangelo di Gesù, ossia il Vangelo sul Padre; vorrebbe dire le parole corse sulla strada di Emmaus, quando era Gesù a spiegare le Scritture ai discepoli.
Una prima richiesta fondamentale per un approccio autentico alla Sacra Scrittura è quella di donarci lo stupore per la Sua venuta, il desiderio di fiondarci tra pecore e pastori, di bramare un posto che - oggi come duemila e passa anni fa, purtroppo - pare interessi a pochi: quello dinnanzi a una grotta senza viste panoramiche, Jacuzzi né pavimento riscaldato, ma con, dentro, una Grande Luce. Fondamentale è anche la voglia di tornare a pregare, di farlo con intensità, fermi e in ginocchio, cosa oggi non facile. Le nostre giornate sono ricche di doni che il Signore ci fa; se sapessimo esaminarli e farne l'inventario, alla sera saremmo sorpresi e raggianti per tanti beni ricevuti. Saremmo allora riconoscenti dinanzi a Dio, fiduciosi perché ci dona tutto, gioiosi perché sappiamo che ogni giorno rinnova i suoi doni. Tutto è dono di Dio, anche le più piccole cose, ed è l'insieme di questi doni che forma una vita, bella o cupa, secondo il modo in cui uno se ne serve. Per leggere la Sacra Scrittura è necessario un atteggiamento di