Antichi Codici Latini di Virgilio: Caratteristiche e Storia della Trasmissione

Tra i preziosi tesori della tradizione letteraria latina, spiccano sette manoscritti tardo-antichi di Virgilio. Di questi, quattro sono quasi integri e tre frammentari, databili tra il IV e il VI secolo. A questi testimoni si aggiungono un codice frammentario databile al V secolo, il Palinsesto Ambrosiano (B), e due manoscritti molto lacunosi, che costituiscono gli unici testimoni dell’VIII secolo.

Panoramica sui Codici Virgilianti Tardo-Antichi

I principali codici latini antichi di Virgilio presi in esame includono:

  • M: cod. Mediceus Laurentianus lat. XXXIX,1 (saec. V ex.)
  • P: cod. Vaticanus Palatinus lat. 1631 (saec. V ex./VI in.)
  • R: cod. Vaticanus lat. 3867, dictus “Romanus” (saec. V ex.)
  • A: cod. Vaticanus lat. 3256 et Berolinensis lat. fol. 2,416, dictus “Augusteus” (saec. V ex./VI in.)
  • F: cod. Vaticanus lat. 3225, “Fulvii Ursini schedae Vaticanae” (saec. IV ex.)
  • G: cod. Sangallensis 1394 (saec. V)
  • V: cod. Veronensis XL (saec. V)
  • B: Palimps. Ambrosianus L 120 sup., olim Cimel. Ms. 3 (saec. V)
  • m: Monacensis lat. 29216/7, olim 29005/18 (saec. VIII)
  • p: Parisinus lat. 7906 (saec. VIII)

Il Virgilio Veronese (V)

Di formato poco più grande è il Virgilio Veronese (V), alto 28 cm. È un famoso codice palinsesto in capitale rustica, dotato di ampi margini, forse destinati ad accogliere un commento scolastico. Il codice V appare come un esemplare di pregio, pensato per l'uso di un notabile erudito.

Rappresentazione del Virgilio Veronese aperto, con evidenza del formato, degli ampi margini e della scrittura in capitale rustica

Il Virgilio Augusteo (A)

Un dibattito assai articolato si è sviluppato intorno alla datazione dell’Augusteus (A). Secondo Petrucci, a cui si deve un fondamentale articolo sull’argomento, il codice va collocato nella prima metà del VI secolo. I 75 fogli superstiti del codice Vat. lat. 3256 insieme al Berolinensis lat. fol. 2,416, provengono probabilmente dal monastero di St. Denis, dove, secondo Bischoff, giunsero intorno all’VIII secolo.

Il Virgilio Vaticano (F)

Il Virgilio Vaticano (F), anche noto come “Fulvii Ursini schedae Vaticanae”, giunse probabilmente a Tours. Ciò si ricava da cospicue integrazioni eseguite da una mano carolingia e da possibili influssi delle sue miniature sugli artisti attivi nello scrittorio turonense. Anche l'Augusteus (A) presenta elementi che ne provano la provenienza dal monastero di St. Denis.

Il Virgilio Romano (R)

Il Vergilius Romanus (R) (Vat. lat. 3867) ha conosciuto una complessa storia e alterne vicende di trasmissione.

Le Miniature del Romano

Nel Virgilio Romano si conservano 19 miniature sulle sue pagine. Le illustrazioni delle Bucoliche sono integrate nel corpo del testo; di formato rettangolare e relativamente piccolo (con varie altezze), sono tutte (eccetto la prima) inserite in una cornice e alternano soggetti non strettamente inerenti al testo. Queste includono scene pastorali, che rimandano a modelli bucolici generici (ecl. 1, 3, 5, 7), e tre ritratti “tipici” del poeta nei componimenti privi di impostazione dialogica (ecl. 2, 4, 6).

Nel caso delle Georgiche, si rappresentano motivi generici non connessi ad episodi del testo, con l’eccezione del combattimento di tori che illustra Georgiche 3.215-41. I frontespizi dell’Eneide, invece, in origine uno per ciascuno dei dodici libri, si riferivano a momenti specifici della vicenda.

Esempio di miniatura dalle Bucoliche del Virgilio Romano, con cornice e soggetto pastorale, mostrando l'integrazione nel testo

Datazione e Localizzazione del Romano

Un ulteriore confronto per la datazione alla fine del V secolo è offerto, secondo Wright, dai dittici consolari eburnei di Basilio (480) e Boezio (487). Contraria è l’opinione di Cameron, che postdata il dittico di Basilio al 541 circa. Una datazione “bassa” del Romano era già stata proposta da Cavallo e Pratesi, sulla base di considerazioni storico-artistiche (affinità con i mosaici ravennati), ma soprattutto per ragioni paleografiche (presenza dei nomina sacra) e filologiche (interpolazione a Aen. 6.602).

È stata ormai accantonata l’ipotesi che attribuiva al Romano origini provinciali, che sarebbero inverosimili, fra V e VI secolo, per un prodotto così grande e lussuoso. Vari studiosi hanno quindi sostenuto la localizzazione del codice a Ravenna, incrociando dati paleografici e caratteristiche figurative (come indicato da Rosenthal, Cameron, Pratesi).

Storia della Trasmissione del Romanus

A Saint-Denis probabilmente il Romanus si trovava già nel IX secolo: nella Vita S. Germani di Héric d’Auxerre (composta intorno agli anni 864-5) viene riprodotto un errore singolare di R (Aen. 6.14: minoeia per Minoia), assente in tutti gli altri manoscritti. Sembra plausibile, come è stato ipotizzato da Traube, che intorno alla metà del IX secolo il codice fosse consultabile nella biblioteca di Saint-Denis.

Un altro indizio a favore della presenza del Romanus a Saint-Denis nel IX secolo è la presenza di una miniatura in un manoscritto copiato intorno all’870 in Francia settentrionale (Par. lat. 8093-V, f. 68v), che raffigura Titiro e Melibeo secondo l’iconografia (peraltro tradizionale) testimoniata nella prima miniatura che figura nel Romanus (f. 1r). Considerata la rarità di illustrazioni relative alle opere virgiliane testimoniate in età carolingia, appare molto probabile che il ricordo del venerando codice tardoantico abbia esercitato sull’illustratore del Par. lat. 8093-V un forte influsso.

Inoltre, due manoscritti virgiliani copiati in Francia settentrionale intorno alla metà del IX secolo mostrano forti analogie con il testo di Virgilio tràdito dal Romanus: il Bern. 172 + Par. Lat. 7929 (a), relativamente alle Bucoliche e parte dell’Eneide, è considerato addirittura un descriptus di R (o di una copia di R), e il Bruxellens. 10617-20.

D’altra parte, il Romanus doveva trovarsi in Francia già dall'VIII secolo (forse anche VII), perché reca traccia di una mano di età merovingica, come ha mostrato Wright. Anche se sembra molto difficile capire cosa sia successo fino all’arrivo a Saint-Denis, si può immaginare che in questo arco temporale siano state tratte delle copie di R che si diffusero in Francia settentrionale, servendo da modelli per le copie d’età carolingia.

Da Saint-Denis il manoscritto si allontanò intorno al 1445: Jean Courtoy (abate di Saint-Denis) lo ritirò dalla biblioteca e probabilmente ne fece dono a un’alta personalità romana. Infatti, a partire dal 1475 il Romanus compare negli inventari della Biblioteca Vaticana.

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Il Virgilio Mediceo (M)

Il Mediceo (M) è uno dei codici più significativi. I codices antiquiores contengono numerose correzioni antiche: nel caso del Mediceo, ad esempio, sappiamo che il codice fu emendato da Turcio Rufo Aproniano Asterio, durante il suo consolato del 494, per il frater Macharius, senatore e primo possessore del libro. L’autorità del Mediceo è stata a lungo preponderante nella tradizione virgiliana: nel Quattrocento il codice era addirittura considerato autografo di Virgilio.

Il Virgilio Palatino (P)

All’inizio del secolo successivo, lo stesso valore di autografo fu attribuito al Palatino (P) (Vat. lat. 1631) da Sebastiano Münzer. Una possibile conferma della presenza del manoscritto a Lorsch si ricava dalla testimonianza di Sebastian Münster, che nella sua Cosmographia (1544) affermava di aver visto in quel monastero un esemplare di Virgilio scritto dall’autore stesso (anche il Mediceo veniva scambiato nel XV secolo con un autografo).

In effetti, il Palatino compare nell’inventario dei libri del monastero di Lorsch compilato intorno al principio del IX secolo. A ciò si aggiunge che uno studio recente di McCormick ha evidenziato la presenza nel Palatino di ben 740 annotazioni a punta secca, fra cui si annoverano più di 600 glosse in latino, antico tedesco e note tironiane, databili alla metà o seconda metà del IX secolo e non riconducibili a Lorsch. Anzi, due nomi citati nelle annotazioni («Mudinus» e «Framiarius») potrebbero essere identificati con l’abate e il canonico dell’abbazia di St. Georges a Lione intorno all’830. A Lione probabilmente fu prodotto un codice carolingio (Guelf. Gud. lat. 79) che riproduceva il testo virgiliano.

La Tradizione Testuale e le Miniature

La tradizione sulla quale si basano i nostri manoscritti tardo-antichi e alla quale appartenevano i loro antigrafi, è caratterizzata dalla presenza di una nutrita quantità di varianti, alcune molto antiche. Alle varianti si aggiungono una serie di errori che, accumulati nei passaggi successivi, accompagnano la trasmissione. È stato notato che “i bei codici tardo-antichi in capitale sono prodotti di lusso, non prodotti filologicamente accurati.” Al contrario, alcuni codici si distinguono per correttezza ortografica, come il caso di F, G e V.

Alcuni studiosi sostengono che le miniature derivino da cicli illustrativi precedenti, contenuti in edizioni di Virgilio di vario formato. A sostegno di tale ipotesi si adduce la presenza, per ben 32 volte, di spazi bianchi alla fine delle pagine che precedono quelle arricchite, nella parte alta, da una miniatura: tale disposizione del materiale denota un certo imbarazzo nel raccordare testo e immagini nel formato del codex. Si è pensato, pertanto, che le illustrazioni del Vaticano derivassero da un modello librario precedente: un altro codice miniato, di poco anteriore ma di formato differente (De Nolhac), o un insieme di rotoli papiracei illustrati (Wright, Ruysschaert).

A un modello su rotolo sembrano rimandare le tracce di un medaglione con ritratto dell’autore rinvenute tramite analisi con ultravioletti sul foglio che contiene la fine di Aen. 6: nel libro in più rotoli, tale tipologia illustrativa compariva all’inizio di ciascun rotolo; nel codice, invece, si sviluppò la consuetudine di inserire un unico ritratto del poeta in apertura dell’opera. Almeno in un caso, però, la miniatura appare concepita per adattarsi al formato del codice: in apertura di Georgiche 1. Alcuni studiosi, invece, hanno ritenuto le miniature del Vaticano creazioni originali degli artisti che le realizzarono. Secondo De Wit, ad esempio, i miniatori componevano liberamente, traendo da repertori di tipi figurativi tradizionali alcuni motivi ricorrenti, riconducibili alla lingua franca iconografica di area occidentale: l’ipotesi è stata, in seguito, ripresa da Stevenson.

Secondo De Nolhac, responsabile dello studio più accurato in merito, è possibile distinguere tra una prima mano (Georgiche, pitture 1-9) appartenente ad un artista elegante e meticoloso, una seconda mano (Aen. 1-4.583, pitture 10-25) che mostra un’attitudine frettolosa e poco senso della prospettiva, e un terzo miniatore (Aen. 4.584-6, pitture 26-50).

La Trasmissione in Età Umanistica e la Collocazione Attuale

Intorno al XV secolo si colloca in genere il passaggio di questi codici alle biblioteche di principi e signori o nella sede papale, dove tuttora si trova la maggior parte dei codices antiquiores (R, P, F, A).

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