La missione, dal latino "invio", è un concetto cristiano che abbraccia sia la convinzione del credente cristiano della validità universale del Vangelo e del suo dovere di rendere ovunque testimonianza nel mondo a Gesù Cristo, sia la pratica di questa testimonianza. In un senso più ristretto, può anche designare la fondazione di nuove Chiese e la vivificazione di Chiese morte da tempo (ri-evangelizzazione).
La convinzione storica della necessità della missione si fondava sulla preoccupazione religiosa per la salvezza eterna degli uomini che non erano stati raggiunti dal Vangelo, nel caso che Dio avesse fatto dell'accettazione dell'Evangelo una condizione assoluta per concedere la sua salvezza. Questa preoccupazione non deve portare, necessariamente, a una teologia e a una pratica della missione che non tenga conto di altre prospettive bibliche e teologiche.
La Missione nell'Antico Testamento
L'Antico Testamento testimonia certamente l'elezione, unica nel suo genere, d'Israele a popolo proprietà di JHWH e a partner dell'alleanza, non nega però in generale le possibilità di salvezza per i non giudei. L'alleanza di Dio con Noè e le promesse fatte ad Abramo abbracciano l'umanità intera. Le promesse profetiche per il tempo escatologico prospettano la salvezza dei popoli («pagani»), il pellegrinaggio dei popoli a Sion, il riconoscimento e l'adorazione di JHWH da parte loro. L'elezione d'Israele può essere vista, così, come testimonianza dell'esistenza e della potenza del Dio uno e unico, anche come servizio in favore dei non credenti.

La Missione nel Ministero di Gesù
Nel suo ministero terreno, Gesù non fu missionario nel senso di voler personalmente compiere la sua missione fra le nazioni pagane; il suo obiettivo primario era la "casa di Israele" (Mt 15,24). Nonostante ciò, il suo modo di agire era molto dinamico e divenne presto un polo di attrazione, ma non si trasformò in un centro religioso.
L'Annuncio del Regno di Dio
L'annuncio fondamentale di Gesù è la vicinanza del Regno di Dio. Egli andava dove viveva la gente, predicando e annunciando il regno di Dio, curando ogni malattia e infermità (Mt 9,35). La sua predicazione ruotava attorno all'invito: "Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15). I segni dell'irruzione del Regno sono la liberazione dal male e dalle malattie, un chiaro riferimento a profezie come Isaia 35,5-6.
La sua iniziativa mirava a cambiare mentalità, a fidarsi della sua parola e ad accoglierla con entusiasmo. La sua accoglienza era ottenuta con la sola forza dell'amore, rivolta a tutte le genti, inclusi stranieri e persone di cattiva reputazione. Questo si riflette nell'antica profezia di Isaia (Is 42,1-4 e 53,4) che Matteo riprende (Mt 12,15-21), sottolineando la dolcezza e la delicatezza del suo approccio: non spezzava una canna incrinata o uno stoppino che sta per spegnersi.
La Scelta dei Dodici e la Prima Missione dei Discepoli
Un'iniziativa di Gesù che costituì una preparazione complementare fu la scelta e la costituzione del gruppo dei Dodici (Mc 3,13-19). Questo fu un evento fondamentale, un gesto creatore che indicava che la vocazione, nel pensiero di Gesù, era destinata a durare. Dal loro "essere-con" Gesù nasceva l'impegno missionario. Gesù stesso diede loro il nome di "apostoli" (Lc 6,13), indicando la finalità che aveva pensato per loro: essere "missionari" per eccellenza, un termine di primaria importanza nel vocabolario del Nuovo Testamento.
La missione dei Dodici fu attuata da Gesù in diverse circostanze, divenendo quasi un metodo pastorale. Il ministero dei discepoli iniziò con una missione in Galilea che fu il fondamento e l'immagine della missione cristiana, una preparazione alla missione universale (Mc 6,13; Mt 10,1-16). Gli elementi comuni di questa tradizione includono la partenza, l'arrivo in una località e poi la partenza da essa, con il gesto di scuotere via la polvere in caso di accoglienza negativa. Queste istruzioni dovevano essere rispettate alla lettera, in quanto le condizioni della missione di Gesù erano praticabili.
Durante questa missione, i discepoli avrebbero svolto un'opera evangelizzatrice, annunciando il Regno e compiendo segni, senza portare con sé beni materiali, affinché la diffusione del Vangelo fosse un "segno" della sua origine "soprannaturale". Questa fase pre-pasquale era una prefigurazione dell'apertura futura a tutte le genti e della mietitura finale (Gl 4,13; Ap 14,14-16; Gv 4,35-38).

La Missione Dopo la Risurrezione
L'universalismo della missione divenne pienamente possibile ed effettiva solo dopo la morte e risurrezione di Gesù. La novità essenziale è il dono pasquale dell'incontro reale con Dio. Gesù, il "Colui che mi ha mandato", rivela il volto di Dio, e chi vede lui, vede il Padre (Gv 14,7-9). Egli opera il dono della sua stessa Vita a ogni uomo, con un'estensione universale.
L'Universalismo nel Vangelo di Giovanni
Il Vangelo di Giovanni mette in chiara luce l'apertura cosmica dell'evento messianico, come evidenziato dal ministero di Gesù fra i "eretici" samaritani (Gv 4) e dall'affermazione che Gesù è il "salvatore del mondo" (Gv 4,42). Egli attrae "chiunque" crede in lui (Gv 3,16), senza distinzione fra giudei o pagani, e radunerà tutte le pecore sotto un solo pastore (Gv 10,16). L'idea che Gesù non abbia predicato fuori di Israele per convertire i pagani è senza fondamento, poiché la sua morte, come il chicco di grano che muore per portare molto frutto (Gv 12,24), e la sua elevazione ("Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me" - Gv 12,32), sono i mezzi per la realizzazione del suo regno messianico universale.
Il Dono dello Spirito e il Mandato Missionario
Il dono della vita, che consiste nella consegna dello Spirito (Gv 19,30), è fondamentale. Gesù stesso affermò che "lo Spirito non era stato ancora glorificato" (Gv 7,37-39). La missione di Gesù è dunque mandare lo Spirito ("lo manderò" - Gv 16,7; "Ricevete lo Spirito Santo" - Gv 20,22), affinché gli uomini entrino in reale comunione di vita con Dio. Solo con lo Spirito può iniziare la missione degli apostoli (Gv 20,21). Questa è una mirabile sintesi di teologia missionaria, dove la potenza dello Spirito permette l'accoglienza dei pagani e la diffusione del Vangelo.
I credenti in Gesù, immediatamente dopo l'esperienza che il giustiziato era vivo, entrarono nella missione di Gesù in vista dell'annuncio, ponendo al centro della loro predicazione l'Evangelo dei prodigi compiuti in lui da parte di Dio. La maggior parte dei testi del Nuovo Testamento è segnata dalla separazione già avvenuta della Chiesa primitiva da Israele e dall'apertura ai «pagani».

I Comandi Missionari
I cosiddetti "comandi missionari" sono di primaria importanza per comprendere l'apertura universale della missione post-pasquale. In Matteo 28,16-20, tutti i «popoli» (il concetto biblico per i non giudei) devono essere fatti discepoli mediante il battesimo e l'accoglimento delle istruzioni del maestro Gesù. Similmente, in Luca 24,44-49, i «popoli» sono i destinatari della missione. In Marco 16,15-18 (conclusione non autentica), la missione deve dirigersi a «tutte le creature». Giovanni 20,21 nomina un invio da parte del Risorto, senza menzione esplicita dei destinatari, ma in un contesto di missione universale.
L'apostolo Paolo, pur non dubitando della salvezza di tutto Israele grazie alla fedeltà di Dio all'alleanza (Rm 9-11), si focalizza sulla predicazione ai «pagani», convinto che essi, empi e moralmente depravati, siano perduti sotto l'ira di Dio (Rm 1,18-2,16) e che solo l'accoglienza dell'Evangelo e la riconciliazione con Dio (2Cor 5,18-21) possano salvarli. Altri testi del NT dimostrano che nella Chiesa primitiva questa prospettiva non era l'unica; i temi tradizionali della salvezza dei popoli e la validità delle promesse fatte a Noè e ad Abramo mantenevano la loro importanza.
La "Ministerialità" nei Testi Biblici: Una Pluralità Semantica
Il sostantivo astratto “ministerialità” non compare nei testi sacri, ma il nostro approccio alla missione deve basarsi sulla pluralità semantica del termine "ministro". Le varie esperienze di ministerialità riportate nei testi sacri interessano agli agiografi per presentare un Dio che suscita ministeri per il servizio della Sua casa. Nel NT, casa di Dio (OIKOS TOU THEOU) indica, in senso stretto, la Chiesa di Cristo (1 Tm 3,15; Eb 3,6) e, in un senso più ampio, tutto l’universo (At 7,44-50).
La ricchezza semantica dei termini biblici non è una mera ricercatezza linguistica, bensì una prova evidente della diversità di esperienze di ministerialità presso il popolo di Israele e nelle prime comunità cristiane. La casa di Dio è talmente complessa che non è possibile amministrarla senza una vasta gamma di ministeri. Urge, pertanto, stimolare la nascita di nuovi ministeri dentro e fuori dalla Chiesa.
Termini Ebraici nel Vecchio Testamento
MESHARET: Questa radice ebraica designa qualsiasi servizio. Nel contesto missionario, merita di essere sottolineato il servizio di Giosuè a Mosè (Es 24,13; 33,11; Nm 11,28; Gs 1,1). In questi testi, MESHARET significa ministro, ausiliare diretto, discepolo. Il ministero di Giosuè consisteva nell’aiutare Mosè a comprendere il messaggio di Dio per poi trasmetterlo al popolo. L’essere ministro è una fase di preparazione per essere una guida, un vero e proprio discepolato. Perciò, MESHARET rinvia al tema del rapporto discepolo-maestro, del saper apprendere per continuare una missione o un ministero. In questo rapporto, il discepolo non apprende solo dal maestro, ma anche dalla realtà, che diventa maestra.
EBED: Questo termine indica non solo il comune servizio di qualsiasi persona subordinata a un padrone (come nel caso di Nàaman in 2 Re 5,6), ma anche la subordinazione ai piani divini, come nel caso del servo di Dio (EBED ADONAI o EBED HA-ELOHIM) in Isaia 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-15; 53,1-12.
Termini Greci nel Nuovo Testamento
PAIS: Nell’accezione comune, PAIS significa bambino. In Matteo 12,18, tuttavia, si cita la versione greca di Isaia 42,1 nella quale il termine PAIS traduce il significato ebraico di EBED (servo), per indicare che Gesù è Servo di Dio. Con la stessa intuizione, Pietro dichiara per la prima volta che Gesù è il Servo di Dio (At 3,13). Pietro rimase così segnato dall’immagine di Gesù-servo che questa divenne punto di riferimento delle sue prime predicazioni dopo la Pentecoste, presentandola come paradigma di qualsiasi tipo di servizio nella Chiesa nascente.
DOULOS: Il Nuovo Testamento opera una trasposizione semantica fra i termini PAIS (bambino, servo) e DOULOS (schiavo, servo). Sebbene Gesù qualifichi il suo rapporto con gli apostoli come amicizia e non servitù (Gv 15,15), il termine DOULOS continuerà a caratterizzare la missione dei discepoli. Gesù raccomanda che i rapporti interpersonali siano contrassegnati dagli atteggiamenti e sentimenti del servo, che devono essere adottati da chiunque voglia essere grande nel Regno dei Cieli (Mt 20,27; Mc 10,44). Alcuni cristiani sono chiamati servi (DOULOI) in Colossesi 4,12; 2 Timoteo 2,14; Giacomo 1,1. Anche Pietro, Giuda e tutta la Chiesa sono servi (DOULOI) di Cristo (2 Pt 1,1; Gd 1,1; Ap 1,1).
LEITOURGOS: Indica i servitori e gli amministratori pubblici che vengono chiamati servi di Dio perché svolgono con zelo il loro incarico (Rm 13,6). Il termine viene applicato anche a Gesù per indicare il suo ministero di mediatore fra Dio e gli uomini (Eb 8,2). Nel NT, con questo termine, si equipara il ministero del servitore pubblico a quello dell’evangelizzatore, perché entrambi, ispirandosi a Gesù mediatore, servono lo stesso Dio. Ispirarsi a Gesù-mediatore significa assumere e svolgere, dentro e fuori dalla Chiesa, la dimensione sacerdotale dei ministeri.
HYPĒRETES: Troviamo questo termine nel significato di “ministro della Parola” (Lc 1,2; At 26,16). In questi testi, l’esperienza di Cristo appare come una condizione necessaria per l’esercizio del ministero. I “servitori della Parola” menzionati in Luca 1,2 sono testimoni oculari. Saulo, in Atti 26,16, è costituito servo e testimone di quanto aveva appena visto e di ciò che il Signore doveva ancora mostrargli.
DIAKONOS: Un termine ampiamente usato nel NT, ma in contesti e con significati diversi. Fondamentalmente, DIAKONOS è la persona che riceve la missione di servire la Chiesa. Stefano e i suoi amici lo sono perché si occupano delle opere caritatevoli della comunità (At 6,1-6). Paolo e Apollo, pur lavorando instancabilmente nell’evangelizzazione, preferiscono essere considerati semplicemente dei diaconi (DIAKONOI) della Chiesa (1 Cor 3,5-15). Tichico (Ef 6,21), Epafra (Col 1,7) e Timoteo (1 Ts 3,2) sono DIAKONOI perché collaborano più direttamente nell’evangelizzazione. Anche Gesù Cristo è DIAKONOS perché non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto di molti (Mt 28,28; Mc 10,45; Rm 15,8). L’assistenza ai più bisognosi è considerata non solo una DIAKONIA (ministero, servizio) ma una condizione necessaria per avere un posto nel Regno dei cieli (Mt 25,31-46). I testi sull’inferiorità del DIAKONOS (Lc 12,37 e 22,26-27) evidenziano che il DIAKONOS è inferiore a Dio e al popolo che gli è affidato.
OIKONOMOS (Amministratore della casa): Il simbolismo dell’amministratore della casa è evocativo, perché insiste sul dovere di ogni cristiano di avere un ministero.
La Contestualizzazione dei Ministeri
Le varie esperienze di ministerialità nella Bibbia sono accompagnate da un processo di contestualizzazione, cioè di adeguamento dei ministeri a un determinato contesto. Questo processo comporta un aspetto ad intra, che richiede di ripensare i ministeri e gli impegni missionari alla luce della realtà interna della comunità (numero di membri, formazione, situazione economica), e un aspetto ad extra, che sfida a identificare, nel contesto in cui si opera, persone, mezzi e metodi per favorire il sorgere di nuovi ministeri o l’attualizzazione di quelli già esistenti. Entrambi i processi richiedono realismo, coraggio e ottimismo. La lettura contestualizzata della Sacra Scrittura svolge un ruolo insostituibile in questo processo, rendendo fondamentale reimparare a leggere la Bibbia a partire dal contesto del destinatario contemporaneo.

La Chiesa come Comunità Missionaria e le Sfide Contemporanee
I padri conciliari del Vaticano II presentano la Chiesa di Cristo come comunità missionaria. Essa lo è per dono dall’alto e non per un’iniziativa dal basso; la fede entra in gioco prima di ogni altra attitudine personale o comunitaria. Infatti, "Il Signore Gesù fin dall’inizio chiamò a sé quelli che volle… fondò la Chiesa come sacramento di salvezza e inviò gli apostoli nel mondo".
Secondo l’insegnamento conciliare, nessuno nella Chiesa deve considerarsi "sistemato", ma tutti devono avere piena consapevolezza di essere inviati. Questo non dà solo rilievo a ciò che dobbiamo fare, ma caratterizza l’essere della Chiesa in quanto comunità di salvezza e l’essere di ogni battezzato. La missione della Chiesa si realizza attraverso un’azione tale per cui essa, obbedendo all’ordine di Cristo e mossa dalla grazia e dalla carità dello Spirito Santo, si fa pienamente e attualmente presente a tutti gli uomini e popoli. La Chiesa, sotto l’influsso dello Spirito di Cristo, deve procedere per la stessa strada seguita dal Cristo, la strada della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio di se stesso.
Il Concilio Vaticano II in breve
Evoluzione del Metodo Missionario e Nuove Prospettive
Il modo di fare missione è sensibilmente cambiato dai tempi che hanno preceduto il Concilio. Prima si andava in paesi lontani quasi esportando l’esperienza di vita cristiana del proprio paese. Dal nuovo modo di pensare la missione nasce un metodo che il Vaticano II afferma e ribadisce: discernere, purificare, assumere. Questo metodo era già stato praticato da pionieri della missione come i padri gesuiti Matteo Ricci e Roberto Nobili.
Il compito dell’ordine episcopale, presieduto dal successore di Pietro, deve essere realizzato con la preghiera e la collaborazione di tutta la Chiesa. Nella sua azione, tendente alla realizzazione del piano divino, la Chiesa conosce inizi e gradi, raggiungendoli e penetrandoli gradualmente per assumerli nella pienezza cattolica. Viene richiamata, così, l'unità e la cattolicità della Chiesa, non per opporle ma per comporle in superiore armonia.
L'importanza salvifica e universale di Gesù Cristo è chiarita a fondo. La Chiesa è chiamata a rispondere a grandi sfide, anzitutto sul proprio ruolo nel mondo e nella storia, ripensandosi pur mantenendo fede alla tradizione e dialogando con gli uomini e le donne del proprio tempo. È necessario rilanciare con coraggio la missione “ad gentes”, partendo dall’annuncio di Cristo, Redentore di ogni umana creatura, e suscitare una corale presa di coscienza missionaria intorno alla Mensa del Corpo e del Sangue di Cristo. Raccolta intorno all’altare, la Chiesa comprende meglio la sua origine e il suo mandato missionario. Gesù è stato mandato dal Padre a salvare tutti gli uomini, e la Chiesa continua nel tempo la missione del Maestro, affinché tutti arrivino alla conoscenza della verità di Cristo e si aprano alla salvezza.
Oggi c’è bisogno di cristiani che rendano visibile agli uomini la misericordia di Dio, la sua tenerezza per ogni creatura. Vivere l'Eucaristia è lasciarsi afferrare dall'onda di Gesù Cristo e seguirla. L'Eucaristia educa alla Testimonianza, al Servizio, alla Carità. Il vero discepolo di Cristo non è solo uditore della Parola, ma anche un inviato. Gesù manda i suoi discepoli ad evangelizzare e conferisce loro il potere di compiere i miracoli e i segni del Regno che annunciano.
L’amore è dono di sé, e Gesù Cristo l’ha rivelato nella sua passione. Durante tutta la sua vita, nella sua missione, il cristiano deve seguire la stessa via del suo Maestro. Si tratta anche per noi di accogliere questo volto di Dio, di un Dio crocifisso, anche se sembra deludere i nostri schemi e le nostre attese. È proprio perché siamo figli di Dio «come Gesù» che anche noi siamo chiamati ad essere segni del suo amore, mettendo in pratica quelle opere che ci fanno assomigliare di più al Signore.
Il Ruolo di Ogni Cristiano nella Missione
Ogni figlio di Dio è interessato all’opera che Egli sta portando avanti sull’intero pianeta. Anche se non si sente la chiamata ad andare fino alle estremità della terra, si può svolgere un compito nel grande mandato dell’evangelizzazione mondiale. Ad esempio, ci si può unire a un gruppo di credenti che si prende cura dei missionari, una forza che cresce sempre di più. L’apostolo Paolo definì "collaboratori nel Vangelo" i membri del suo gruppo di sostegno a Filippi. A ogni missionario, ancora oggi, servirebbe una squadra di persone che si considerino parte integrante della sua missione. Come dice la Scrittura: "E come annunceranno se non sono mandati?" (Rm 10,15). Essere parte di un team che supporta la missione è un compito cruciale e biblicamente fondato.
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