Analisi de "La Pentecoste" di Alessandro Manzoni

L'inno "La Pentecoste" di Alessandro Manzoni è l'ultimo dei suoi Inni Sacri, un'opera che rappresenta un punto cruciale nella sua produzione letteraria e nella sua evoluzione spirituale. Composto in forma definitiva nel 1822, dopo una lunga gestazione iniziata nel 1817 e ripresa nel 1819, questo componimento celebra la discesa miracolosa dello Spirito Santo sugli Apostoli, avvenuta cinquanta giorni dopo la Resurrezione di Cristo.

Ritratto di Alessandro Manzoni con sfondo religioso

Contesto e Genesi degli Inni Sacri

Il Progetto Innografico Manzoniano

Con gli Inni Sacri, Manzoni si pose l'obiettivo di rinnovare le forme della lirica italiana. Egli abbandonò la tradizione petrarchistica, caratterizzata da un linguaggio incentrato sull'io e sulla ricerca di forme equilibrate e armoniche, che spesso sfociavano in una compiaciuta esibizione dell'individualità. A questo Manzoni sostituì un bisogno di comunicazione totale e universale, spostando il termine di riferimento dall'io al noi. Il progetto manzoniano era originariamente diretto alla stesura di dodici inni.

L'innografia non era estranea al mondo classico, né al mondo letterario in generale, esistendo già inni omerici, callimachei e quello a Venere di Lucrezio. Questo genere, già presente nella letteratura greca e latina, trovò il suo trionfo nella letteratura italiana attraverso la produzione manzoniana.

La Composizione de "La Pentecoste"

"La Pentecoste" si distacca dai primi quattro componimenti degli Inni Sacri, apparendo a sé stante e più vicino, sia tematicamente che stilisticamente, ai canti civili e politici del 1821, in particolare a "Il Cinque Maggio". Questa vicinanza è dovuta all'insistere sull'unitarietà e sul rivolgimento portato dallo Spirito Santo nella sua discesa nel mondo, culminando in un'invocazione affinché esso scenda ancora sull'umanità.

La composizione avvenne in un periodo in cui Manzoni si trovava in una situazione di sfiducia personale, legata in parte al disappunto per le scelte politiche della Chiesa schierata a favore della Restaurazione. La stesura del nuovo inno fu, in questo senso, una risposta religiosa alla situazione in cui si trovava la Chiesa. Quest'opera ebbe un'importanza significativa anche per Manzoni stesso: l'autore la iniziò nel 1817, la interruppe, poi la riprese nel 1819 e infine la concluse nel 1822 dopo aver recuperato la fede che aveva smarrito. Forse proprio per queste ragioni l'inno, nonostante si chiuda con un'invocazione simile a una preghiera, non assume toni cattedratici o evangelizzatori, ma si propone come un canto profondamente umano. La spiritualità manzoniana emerge soprattutto attraverso questa produzione, dove il tema centrale è la discesa dello Spirito Santo tra gli uomini e il rapporto tra il divino e il terreno.

La Metrica

"La Pentecoste" si compone di 18 strofe di otto settenari, unite a due a due dall'identità dell'ultimo verso. In ogni strofa, il primo, il terzo e il quinto verso sono sdruccioli; il secondo e il quarto sono piani e rimano tra loro; il sesto e il settimo, piani, sono uniti dalla rima baciata; l'ultimo verso, infine, è tronco e rima con il corrispondente della strofa successiva.

La Chiesa Prima della Pentecoste: Sbandamento e Attesa

L'Apostrofe Iniziale e la Domanda "Dov'eri mai?"

L'inizio dell'inno è drammatico e prende subito il tono di un'invocazione corale. Manzoni si rivolge alla Chiesa con un'apostrofe intensa, presentandola come:

Madre de’ Santi, immagine
Della città superna,
Del sangue incorruttibile
Conservatrice eterna.

Già dai primi versi, gli aggettivi come "superna" e "incorruttibile" mirano all'astrattezza e alla sublimazione, mentre i verbi "soffri, combatti e preghi" e le immagini come "le tue tende spieghi" sono concreti ed energici. Il "tu" al verso 5 evidenzia l'apostrofe rivolta alla Chiesa, colei che da tanti secoli soffre, combatte e prega. Viene presentata come colei che rappresenta la città di Dio in terra e che è l'eterna conservatrice del sangue immortale di Cristo.

Manzoni rivolge insistentemente alla Chiesa la domanda "Dov'eri mai?" (vv. 11, 28). Al verso 11 egli chiede: "Dov’eri mai? qual angolo / Ti raccogliea nascente, / Quando il tuo Re, dai perfidi / Tratto a morir sul colle, / Imporporò le zolle". La domanda vuole sottolineare ciò che la Chiesa inizialmente non era: chiusa, timorosa e spaventata, nascondendosi nel cenacolo. I "perfidi" sono i "perfidi iudeis", coloro che hanno acconsentito alla crocifissione di Dio. Al verso 23, il termine "polve" rimanda all'idea della terra come luogo di passaggio, un'idea che ritroviamo anche nel "Cinque Maggio", dove il passaggio in terra è un passaggio in polvere per arrivare al regno dei cieli.

Illustrazione degli Apostoli nascosti nel cenacolo

Una Comunità Nascosta e Timida

La piccola comunità cristiana, impaurita dopo la morte di Cristo, era costretta a vivere nascosta e non aveva il coraggio di presentarsi agli altri, senza possibilità e capacità di comunicare. Manzoni descrive questa situazione iniziale di sbandamento della Chiesa delle origini, chiusa in un angolo. Essa era stata compagna della sofferenza del Salvatore, ma ciononostante "Stavi in riposte mura, / In tuo terror sol vigile, / Sol nell’obblio secura" (vv. 29-31). Si sentiva sicura solamente quando nessuno si ricordava di lei, attenta unicamente a proteggersi dalle sue paure.

L'autore, decidendo di parlare della Chiesa e di Dio, scelse di usare le parole delle Scritture e di Dio stesso, manifestando una vera e propria adesione al cattolicesimo. Manzoni mise da parte la soggettività, non parlando in prima persona ma lasciando parlare i testi sacri. La poesia religiosa che dà inizio all'inno si caratterizza per il tono solenne, apparendo come un canto liturgico corale ricco di immagini e meditazioni profonde, espresso in un linguaggio elevato.

Il Miracolo della Pentecoste: La Nascita della Chiesa Militante

La Discesa dello Spirito Rinnovatore

Al verso 33, il termine "Quando" sottolinea l'insistenza del tempo che passa, e alla paura e al silenzio dei versi precedenti si sostituisce la fede. La lirica prosegue descrivendo la discesa dello Spirito Santo: "Quando su te lo Spirito / Rinnovator discese, / E l’inconsunta fiaccola / Nella tua destra accese" (vv. 33-36). La fiaccola è metafora della passione e dell'ardore religioso, e allo stesso tempo della luce di Dio, una fiamma "mai consumata".

Riprendendo il "quando" del verso 33, Manzoni continua: "Quando, segnal de’ popoli, / Ti collocò sul monte, / E ne’ tuoi labbri il fonte / Della parola aprì" (vv. 37-40). Questa immagine della Chiesa come faro posto sulla cima di un monte perché la sua luce sia visibile a tutte le genti è tratta dal Vangelo secondo Matteo (V, 14): "Voi siete la luce del mondo". Le labbra della Chiesa si aprono e lasciano sgorgare "l’acqua dissetante della verità".

CHE COS'È la PENTECOSTE? || Breve Spiegazione

La Nuova Comunicazione Universale

Il "come" al verso 41 introduce una similitudine particolarmente significativa, che collega la Pentecoste, aldilà della sua centralità nella storia sacra, alla comunicazione umana e alle relazioni interpersonali tra gli uomini. Essa è realmente significativa perché paragona la capacità degli Apostoli di attuare una predicazione comprensibile a tutti, indipendentemente dall'idioma parlato, a un fenomeno per cui la luce, piovendo, dà colore alle cose:

Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.

Manzoni sa che il colore non appartiene agli oggetti, ma è un effetto ottico, quasi a dire che la possibilità di instaurare una comunicazione effettiva e profonda degli insegnamenti cristiani è il frutto di un atto d'amore dello Spirito Santo. Lo Spirito si qualifica come una forza che elimina la separazione tra umano e divino. La discesa dello Spirito Santo istituisce la Chiesa, la ecclesia, cioè la comunità dei fedeli, che vengono messi in grado dallo Spirito Santo di comprendere la predicazione apostolica e il messaggio evangelico, e di comunicare senza problemi fra di loro. Gli uomini sono così messi in grado di comprendere il messaggio di Dio e di comprendersi fra di loro, ritrovandosi in un'autentica comunità proprio perché un atto d'amore di Dio colma quella separazione tra piano divino e piano umano che, senza l'intervento dello Spirito Santo, non sarebbe possibile. Manzoni vuole far parte di questa comunità, perché solo nella collettività dei fedeli si può trovare una vera armonia e una piena realizzazione dell'individuo, che in questo modo è posto in condizione di opporsi alla frammentazione che altrimenti la storia presenta.

Gli Effetti della Discesa dello Spirito: Rinnovamento e Uguaglianza Sociale

L'Esordio di una Nuova Era

La seconda parte dell'inno prosegue illustrando le conseguenze che l'avvenimento della Pentecoste ha avuto sugli uomini e sul rinnovamento che ne è derivato per tutti i popoli. In questi versi, Manzoni esorta i pagani, sparsi per tutta la terra, a volgere lo sguardo a Gerusalemme e ad ascoltare il grido dello Spirito Santo:

Adorator degl’idoli,
Sparso per ogni lido,
Volgi lo sguardo a Solima,
Odi quel santo grido.

La capacità sensoriale è sottolineata dai termini "sguardo" e "odi". Manzoni non è interessato a scrivere un'opera dal carattere dogmatico, ma a celebrare la Chiesa come comunità di fedeli. La Chiesa è un'istituzione che opera nella storia, e da questo punto di vista gli inni sono considerati inni civili. La religiosità manzoniana è racchiusa nel valore che la Chiesa ricopre all'interno della società: la religione non è separazione dalla vita, ma sublimazione della vita stessa. La religiosità viene presentata come il collante per la società che si sta formando, garantendo ciò che la politica non è ancora in grado di assicurare. La Pentecoste è il momento in cui sacro e divino si incontrano, e il messaggio di Manzoni è la speranza che l'uomo possa essere riscattato dal peccato grazie all'intervento di Dio in Terra.

Uguaglianza e Nuova Libertà

La discesa dello Spirito Santo comporta un rinnovamento profondo della società, che si esprime innanzitutto in una dimensione di reale ed effettiva uguaglianza. Nella seconda parte dell'inno, Manzoni pone una domanda cruciale:

Perché, baciando i pargoli,
La schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
Invidïando mira?
Non sa che al regno i miseri
Seco il Signor solleva?

Manzoni fa un'apostrofe alle madri e alle spose, chiedendosi perché la schiava sospiri ancora baciando i propri figlioli e guardi con invidia la madre che nutre i figli liberi. Non sa forse che il Signore eleva con sé al suo regno proprio i poveri e gli umili? Lo Spirito Santo, infatti, inaugura una vera ed autentica dimensione democratica, perché l'amore di Dio pone tutti gli uomini su un piano di vera ed autentica uguaglianza. Questo ha comportato un rinnovamento profondo della condizione dell'uomo.

Nella strofa successiva, l'aggettivo "novo" ricorre in una specie di rincorsa anaforica e chiastica:

Nova franchigia annunziano
I cieli, e genti nove;
Nove conquiste, e gloria
Vinta in più belle prove;
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide,
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non può.

Lo Spirito comporta il rinnovamento totale della dimensione umana, che promuove non solo uguaglianza ma anche una nuova libertà, una "nova franchigia" annunciata dai cieli e nuove genti. Questo rinnovamento porta a nuove conquiste e a una "gloria vinta in più belle prove", una gloria insensibile alle minacce e alle lusinghe. La parola chiave "nova" (vv. 73, 75, 77, 74) risulta particolarmente espressiva.

Confronto Tematico e Strutturale con "Il Cinque Maggio"

Il Fallimento della Grandezza Umana vs. l'Eroismo Quotidiano

Per essere compreso a fondo, l'inno "La Pentecoste" va confrontato con un altro testo manzoniano del 1821, "Il Cinque Maggio". In quest'ultimo componimento, l'autore aveva tematizzato il massimo della grandezza umana e il suo fallimento, colto nel suo apice con la figura di Napoleone, un nome che aveva saputo unire "due secoli l'un contro l'altro armato". Nonostante avesse plasmato la storia con la sua grandezza, Napoleone aveva fallito, poiché la grandezza umana da sola non basta e la morte comporta il fallimento di ogni dimensione umana se questa non è rapportata alla dimensione dell'eterno. "La Pentecoste", invece, fa giustizia, rimuovendola, della falsità dell'ideale eroico.

La "gloria vinta in più belle prove" non è la gloria delle conquiste terrene, ma sono le vittorie che nascono dalla lotta per il trionfo del messaggio cristiano, dalla lotta che porta alle vittorie spirituali con cui si vince la struttura errata del mondo, le frammentazioni della storia e quella perversione che Manzoni aveva focalizzato in più di un'occasione tra il piano dell'essere e il piano del dover essere. Questo comporta il dono di una pace "nuova, straordinaria", che "il mondo irride, ma che non può rapire", qualificandosi come una vittoria sul mondo.

Confronto tra i testi de

La Dualità del Movimento

Un altro elemento che avvicina "La Pentecoste" a "Il Cinque Maggio" è la questione del movimento. Tutta "La Pentecoste" è caratterizzata dalla presenza di un duplice movimento:

  • Verticale: collega il piano divino al piano della storia.
  • Orizzontale: la Chiesa militante, che soffre, combatte e prega, e attraverso questa lotta riesce a unificare e ad abbracciare in sé tutti gli uomini.

È significativo invece che nel "Cinque Maggio" il movimento sia solo orizzontale. Il "correre dall'uno all'altro mare" è un verso che torna identico in entrambi i componimenti (in "La Pentecoste" al verso 8: "che le tue tende spieghi / dall’uno all’altro mar", e nel "Cinque Maggio" al verso 30), ma la sua estensione è ben diversa. L'azione di Napoleone finisce nel fallimento, priva di qualsiasi significato umano legato alla sua antica dimensione eroica. "La Pentecoste" invece sancisce che il vero eroismo è l'eroismo quotidiano, l'eroismo delle imprese della Chiesa, che è l'insieme delle persone.

L'Invocazione Finale: Una Preghiera Corale per l'Umanità

La Supplica allo Spirito Santo

La terza e ultima parte dell'inno è una lunga invocazione allo Spirito Santo affinché torni sulla terra, così come fece nel giorno di Pentecoste. Manzoni trasforma la discesa dello Spirito Santo sulla terra in una cerimonia collettiva. L'inno si rivolge a un destinatario plurale, un esplicitato Noi, ovvero a tutta l'umanità, ricordando l'unione sacrale tra divino e terreno. Il tono è di supplica accorata:

O Spirto! supplichevoli
A’ tuoi solenni altari;
Soli per selve inospite;
Vaghi in deserti mari;
Dall’Ande algenti al Libano,
D’Erina all’irta Haiti,
Sparsi per tutti i liti,
Noi T’imploriam!

È la preghiera di una comunità di fedeli, una lirica corale di un'umanità che non conosce differenziazioni di stirpe, lingua o costume. L'autore si appella allo Spirito perché discenda di nuovo sulla terra, purificando gli animi, liberando dai peccati e facendo comprendere a tutti il valore della dimensione umana. Egli chiede che lo Spirito, "Placabile / Spirto, discendi ancora, / A’ tuoi cultor propizio, / Propizio a chi T’ignora" (vv. 89-92), scendendo nuovamente verso i fedeli ma anche verso chi lo ignora, poiché il messaggio cristiano è utile ai credenti ma ancor di più a chi non crede affinché si avvicini alla religione. Lo Spirito deve "Scendi e ricrea; rianima / I cor nel dubbio estinti" (vv. 93-94), per dare nuova vita ai cuori uccisi dal dubbio. Al verso 97, "Amore" è un attributo dello Spirito Santo, a differenza della sapienza che è del Figlio e della virtù che è del Padre. Manzoni chiede anche: "Dona i pensier che il memore / Ultimo dì non muta" (vv. 99-100). Il concetto chiave della strofa contenuta nei versi 125-126, dove "Donato" e "doni" hanno la stessa radice, è che "colui che ha avuto doni come la vita, la verità, deve donare".

L'Immanenza del Divino nell'Umano

Manzoni non insiste sull'evento storico, ma ne sottolinea il significato mistico in cui l'intera umanità diventa una, riunita nel corpo della Chiesa, unita nella supplica allo Spirito Santo di perpetuare la sua presenza sull'umanità con una ininterrotta Pentecoste. Le ultime due strofe sono incentrate sull'immagine poetica della confluenza del divino nell'umano, sull'immanenza dello Spirito Santo in ogni età e condizione di vita umana. Si apre una richiesta per gli infelici: "Ne’ languidi / Pensier dell’infelice / Scendi piacevol alito, / Aura consolatrice" (vv. 113-116), e per i violenti: "Scendi bufera ai tumidi / Pensier del violento" (vv. 117-118). Per mezzo dello Spirito, il povero "sollevi [...] Al ciel, ch’è suo, le ciglia, / Volga i lamenti in giubilo, / Pensando a Cui somiglia" (vv. 121-124), ricordandosi a chi somiglia, trasformando i suoi lamenti in gioia.

Le ultime due strofe sono organizzate in distici, coppie di versi ciascuno dei quali è aperto da un verbo, conferendo una regolarità strutturale consona a un aspetto liturgico. Lo Spirito è implorato a infondere il suo soffio "de’ nostri bamboli / Nell’ineffabil riso", a spargere "la casta porpora / Alle donzelle in viso", a mandare "alle ascose vergini / Le pure gioie ascose", a consacrare "delle spose / Le vere gioie spose". Egli deve "Tempra de’ baldi giovani / Il confidente ingegno", "Reggi il viril proposito / Ad infallibil segno" (dove "reggi" è un latinismo da rego, governare) e "Adorna le canizie / Di liete voglie sante". La lirica si conclude con il pathos che raggiunge il suo vertice negli ultimi due versi, con la visione dell'eterno in colui che muore.

"La Pentecoste" esprime la religiosità matura di Manzoni, dopo la conversione, incentrata sulla fusione del divino e dell'umano, in cui Dio è tra gli uomini per assicurare la giustizia e l'uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Non vi è storicizzazione: la Chiesa è una, eterna (v. 4), immortale (v. 28).

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