La tematica della Chiesa del silenzio e della diplomazia pontificia negli anni 1945-1965 è un argomento articolato e di grande rilievo storico. Questa espressione evoca una stagione di sofferenze e divisioni implacabili per chi ha vissuto quel periodo.
Questa raccolta di studi offre un contributo significativo all'approfondimento di tale tematica. Un volume in edizione bilingue, italiano e slovacco, pubblicato dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche e dalla Facoltà di diritto canonico San Pio X di Venezia, in collaborazione con la diocesi di Spis, in Slovacchia, intitolato "Chiesa del silenzio e diplomazia pontificia 1945-1965/Umlcaná Cirkev a pápežská diplomacia 1945-1965", a cura di Emilia Hrabovec, Giuliano Brugnotto e Peter Jurcaga, è un'importante risorsa. La pubblicazione di questo lussuoso volume bilingue è stata salutata con favore, patrocinata dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche in collaborazione con la Facoltà di Diritto Canonico San Pio X di Venezia e presentato da padre Bernard Ardura O.Praem., direttore del Pontificio Comitato.
La Facoltà di Diritto canonico S. Pio X di Venezia ha organizzato una giornata di studi per affrontare il tema “Chiesa del silenzio e diplomazia pontificia 1945 -1965” e approfondire la realtà delle relazioni della Chiesa cattolica in quegli anni con i Paesi dell’Est europeo. L'iniziativa mirava anche a far emergere testimonianze di persecuzione e martirio vissute dai cristiani nel tempo dei regimi comunisti che governavano allora quelle aree. L’iniziativa è stata svolta in collaborazione con altre importanti istituzioni culturali ed ecclesiastiche quali la Facoltà di Teologia Romano-Cattolica dei SS. Cirillo e Metodio dell’Università «Comenio» di Bratislava, la Diocesi di Spiš (Slovacchia), il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, l’Università degli Studi di Padova e l’Istituto Storico Slovacco di Roma. Tra i numerosi ed illustri ospiti intervenuti come relatori vi erano anche il card. Jozef Tomko (Prefetto emerito della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli), il prof. Bernard Ardura O. Praem (Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche) e mons. Stefan Secka (Vescovo di Spiš). Ha portato il suo saluto, all’inizio della giornata di studi, anche il Patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia.

Contesto storico: La repressione del Cattolicesimo nell'Europa dell'Est
La stagione del dialogo e dell’Ostpolitik verso i regimi comunisti, coincisa con il periodo postconciliare, ha steso molti veli sulla spietata repressione che negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale il cattolicesimo aveva subito nei paesi sovietizzati dell’Est europeo. Tuttavia, ora che il comunismo in quei paesi e in Russia non c’è più, non ci sono ragioni per tacere su quanto avvenne: le incarcerazioni, le torture, i processi e la selvaggia repressione miravano a distruggere le Chiese cristiane, in particolare la Chiesa cattolica.
La Chiesa cattolica, infatti, disponeva di un potere e di un'audience che le altre Chiese non avevano, potendo fare riferimento al Vaticano, la “centrale internazionale della reazione”, come la propaganda comunista di allora martellava di continuo in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Romania. In questi quattro paesi la Chiesa cattolica godeva di un profondo radicamento, sia nella sua versione latina che in quella di rito greco-cattolico. Facevano parzialmente eccezione solo la Boemia e la Moravia, allora facenti parte della Cecoslovacchia, dove pesava la tradizione antiromana risalente al movimento hussita.
La guerra al cattolicesimo divenne implacabile da parte di regimi comunisti che miravano al controllo totale dello Stato e delle coscienze. Inoltre, il cattolicesimo era una realtà universale, guidata da un governo autonomo e indipendente - la Santa Sede - che operava fuori dai paesi a guida comunista. Questo governo era rappresentato in ciascuna capitale dalle nunziature, che fungevano da canale di collegamento fra i due mondi contrapposti attraverso il quale passavano denaro, informazioni e stampati.
🔴 ☭ Apocalypse Stalin Documentario completo
Strategie di repressione comunista
La chiusura delle nunziature e l’espulsione dei nunzi fu un provvedimento adottato in tutti questi paesi non appena i comunisti presero il potere. Seguirono misure legali o poliziesche che estinsero seminari, case religiose, parrocchie e scuole. L’obiettivo era zittire il cattolicesimo, ridurlo al silenzio, spegnerlo fuori e, se possibile, anche dentro il cuore della popolazione.
Parallelamente, furono create associazioni nazionali allineate al regime, nelle quali veniva intruppata quella parte del clero e del laicato che, per paura o convenienza, era disponibile a collaborare. I dati riferiti nel libro ci dicono, con particolare riferimento alla Polonia e alla Cecoslovacchia, che solo piccole minoranze aderirono a queste associazioni. Ma l’ostacolo maggiore erano i vescovi, alcuni noti anche all’estero. Molti di essi furono incarcerati, sottoposti a vessazioni di ogni tipo e processati in pubblico.
Accuse e martirio
Le accuse erano tutte politiche: spionaggio, traffico di valuta estera, tradimento dello Stato, collaborazionismo. Il più tristemente celebre di tali processi, talmente pretestuosi da essere bollati con l’espressione di processi-farsa, è quello intentato in Ungheria contro il primate il cardinale József Mindszenty, che si concluse nel 1949 con la condanna all’ergastolo.
In queste pagine si ricordano altre figure, non meno eroiche, benché meno conosciute, come lo slovacco Ján Vojtassák, che all’età di 74 anni fu condannato a 24 anni di detenzione, subendo brutali maltrattamenti. Sconterà 11 anni, fino alla liberazione, ottenuta nel 1963 grazie alle pressioni della Santa Sede. Quando uscì dal carcere, aveva 85 anni. Ne visse altri due, prima di spegnersi a Praga, dove era stato comunque internato.
Ancora più selvaggia fu la repressione in Romania a danno della chiesa greco-cattolica, forzatamente accorpata nel 1948 alla chiesa ortodossa locale, come era già accaduto due anni prima in Ucraina, il cui metropolita, il vescovo Josyp Slipyj, poi cardinale, sconterà 18 anni di gulag in Siberia. I sette vescovi greco-cattolici romeni morirono tutti in carcere, alcuni a causa di torture fisiche che ricordano le più feroci persecuzioni dell’Impero romano. Dopo la fine del comunismo, gran parte di questi processi sono stati annullati, con piena riabilitazione anche sul piano civile dei condannati. Le sofferenze fisiche e morali inflitte a persone inermi, molte oggi in via di canonizzazione, rimangono e ci obbligano ad aggiornare il concetto di martirio.
Tuttavia, è necessario precisare che questo libro - dovuto al lavoro di storici conosciuti come Emilia Hrabovec, Roberto Scagno, Miroslaw Lenart, András Fejérdy, Somorjai Ádám - non concede nulla all’agiografia. Della figura di Mindszenty non si tacciono i legami psicologici e culturali con la vecchia Chiesa di Stato austro-ungarica, cioè con un mondo ormai tramontato, che non diminuiscono il valore della sua testimonianza morale (fu quasi il simbolo della Chiesa martire di quegli anni), ma ne riducono inevitabilmente l’importanza storica.

La risposta della Chiesa alle persecuzioni
L’azzeramento della gerarchia ecclesiastica portò alla decisione di dar vita a una Chiesa clandestina, in grado di operare quando fossero stati impediti i vescovi ufficiali. Dove e fino a che punto sia arrivato questo esperimento (certamente avviato in Ungheria e in Slovacchia, probabilmente anche in Romania) rimane nel dubbio, dato che la clandestinità e la necessità di eludere ogni controllo di polizia imponevano di tenere tutto segreto, di affidarsi solo all’oralità, senza lasciare nulla di scritto.
È sicuro che da Roma furono concessi ai vescovi poteri straordinari ed è probabile che, grazie a tali facoltà, sacerdoti e anche qualche vescovo (probabilmente due in Ungheria) siano stati consacrati nell’anonimato più assoluto. Forse i documenti vaticani al riguardo, al momento inaccessibili, potranno dare qualche indicazione più precisa. L’unico paese in cui la repressione dovette venire a patti con una Chiesa che si rivelò un ostacolo indigeribile anche per il carro armato comunista fu la Polonia, grazie soprattutto alla fermezza, non disgiunta da duttilità, del primate Stefan Wyszynski.

La diplomazia pontificia e la "NEP religiosa" sovietica
Nonostante la brutalità della repressione, fino al 1947-48 a Roma si sperò di poter stabilire un qualche modus vivendi con i regimi comunisti. Johan Ickx, sulla base di documenti vaticani, rivela che Pio XII autorizzò alcuni gesuiti ungheresi a contattare esponenti comunisti, anche sovietici, per cercare un’intesa. Il tentativo non riuscì e dal 1948 fu rottura totale. È allora che si inizia a parlare e a scrivere di Chiesa del silenzio. Silenzio anche perché a Roma giungevano notizie frammentarie e imprecise, spesso tramite il canale delle ambasciate o di diplomatici di paesi terzi, che costringevano a muoversi quasi alla cieca e rendevano difficile trovare una linea di condotta condivisa.
Il tema della diplomazia vaticana verso la Russia e l’Est europeo, affrontato da diversi eminenti studiosi, viene qui indagato in relazione ad alcuni Paesi dell’Europa Orientale: Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria e Romania.
Il cambiamento della politica ecclesiastica sovietica
A seguito dell’incontro di Iosif Vissarionovič Džugašvili «Stalin» (1878-1953) con il metropolita Sergij (Ivan Nikolaevič Stragorodskij, 1867-1944), il futuro patriarca Aleksij (Sergej Vladimirovič Simanskij, 1877-1970) e il metropolita di Kiev e della Galizia Nikolaj (Jaruševič, 1892-1961), avvenuto la sera del 4 settembre 1943 alla presenza di Vjačeslav Michajlovič «Molotov» (1890-1986) e di Georgij Grigor’evič Karpov (1898-1967), incaricato dei rapporti con la Chiesa, muta radicalmente la politica ecclesiastica sovietica a seguito dell’impegno del mondo ortodosso di collaborare per la sconfitta degli invasori nazionalsocialisti.
Prende avvio la cosiddetta «NEP religiosa» staliniana - così chiamata per analogia con la liberalizzazione economica degli anni 1920, la cosiddetta NEP (Nuova Politica Economica) -, che porta alla riapertura di migliaia di chiese, il cui numero si era ridotto a due-trecento in un territorio in cui prima del colpo di Stato bolscevico del 1917 ve ne erano in attività oltre cinquantamila. Si ricrea così esteriormente un clima «sinfonico» nei rapporti fra lo Stato e la Chiesa ortodossa, la quale, del tutto assoggettata al governo bolscevico, in cambio della riapertura di edifici di culto e di monasteri e di un allentamento della repressione, si pone al suo servizio sia nella politica interna, invitando i fedeli a votare per il blocco comunista, sia nella politica estera, dedicandosi anch’essa al culto smaccato della personalità di Stalin.
Gli incontri fra il patriarca e le massime autorità sovietiche incaricate di sorvegliare l’attività della Chiesa sono frequentissimi: nel corso del 1946 Aleksij viene ricevuto al Soviet per gli Affari della Chiesa Ortodossa Russa ben ventotto volte, mentre i membri del Sinodo e gli altri rappresentanti dell’episcopato hanno 210 incontri con i funzionari statali; nel 1947 le visite del patriarca sono ancora ventotto e quelle dei vescovi 143. Il patriarca, in segno di riconoscenza verso il governo, si adopera con il massimo zelo per evitare che la Chiesa svolga attività esorbitanti dalle mere funzioni liturgiche e richiama all’ordine i vescovi più attivi, ordinando loro di «non oltrepassare i confini dei nostri diritti».
In una lettera del febbraio del 1947, Aleksij rimprovera l’arcivescovo Luka (Vojno-Jaseneckij, 1877-1961) per il tentativo di organizzare scuole domenicali per l’insegnamento del catechismo: «È una vergogna di fronte a un potere che concede alla Chiesa tali ampi diritti […]. Darebbe adito a chissà quali accuse di diversionismo controrivoluzionario e attività antisovietiche! Quante nuove vittime ci sarebbero!». Il governo sovietico, mentre assegna all’Ortodossia russa un ruolo di guida delle varie Chiese autocefale, opera per screditare il prestigio del Papato e della Chiesa cattolica nel mondo e segnatamente nell’Unione Sovietica e nelle nuove aree di influenza ad essa assegnate a seguito degli accordi di Jalta, nel 1945.
Il programma di lotta contro la Chiesa cattolica
Il programma di lotta contro la Chiesa cattolica viene avviato già durante il Concilio locale della Chiesa Ortodossa Russa, riunito nei giorni 31 gennaio-2 febbraio 1945 per l’elezione del nuovo patriarca dopo la morte di Sergij, avvenuta il 15 maggio 1944. Una Direttiva assolutamente segreta di Ivan Vasil’evič Poljanskij (1898-1956), presidente del Soviet per gli Affari dei Culti Religiosi, scritta prima del 14 maggio 1945 e indirizzata ai funzionari locali del Soviet, illustra la politica da adottare nei confronti della Chiesa cattolica romana.
In essa si afferma: «In base all’indicazione degli organi direttivi della chiesa ortodossa si prospetta una serie di possibilità per una più ampia attività in alcune regioni delle RSS di Ucraina, di Bielorussia e nelle Repubbliche sovietiche baltiche, nelle quali il cattolicesimo è largamente diffuso. In queste località (Riga, Vil’njus, Grodno, Luc’k, L’vov, Černovcy) saranno organizzate delle confraternite ortodosse. Il compito fondamentale e principale di queste confraternite sarà il rafforzamento dell’ortodossia e la sua contrapposizione al cattolicesimo. Queste confraternite svolgeranno un’attività missionaria e di beneficenza, organizzeranno la lettura di scritti di carattere religioso-patriottico, eccetera. La loro attività missionaria sarà indirizzata contro il cattolicesimo […]. Durante il 1945 saranno inviate all’estero delegazioni ecclesiastiche, allo scopo di rafforzare l’influenza della chiesa ortodossa russa all’estero. In tempi brevissimi si pensa di accogliere nella giurisdizione del patriarcato di Mosca una serie di chiese ortodosse autocefale (Polonia, Transcarpazia, Ucraina e altre) […]. A titolo informativo si comunica a Voi che la chiesa greco-cattolica (uniate) nella persona del metropolita ha assunto posizioni politicamente inammissibili e ha imboccato la strada della guerra contro il potere sovietico, sostenendo attivamente il movimento nazionalista antisovietico. In relazione a ciò, si stanno adottando misure volte alla liquidazione totale dell’influenza del clero ucraino cattolicizzato e al passaggio dei fedeli all’ortodossia».
Nel Rapporto di Karpov a Stalin del 15 marzo 1945, noto come Istruzione n. 58, il presidente del Soviet per gli Affari della Chiesa Ortodossa Russa esprime le sue considerazioni sul rapporto tra Ortodossia e Cattolicesimo: «La chiesa cattolica romana nella sua aspirazione al dominio mondiale conduce una lotta tenace e sistematica per fare divorare (za pogloščenie) l’ortodossia dai cattolici», da cui l’affermazione che «la chiesa ortodossa russa, la quale non ha condotto una lotta sistematica organizzata contro il cattolicesimo all’interno del paese, nell’attuale momento può e deve svolgere un ruolo significativo nella lotta contro la chiesa cattolica-romana (e contro l’uniatismo), giacché questa si è posta sulla via della difesa del fascismo ed è riuscita ad estendere la sua influenza nell’ordine postbellico del mondo».
Il 15 marzo 1946 il metropolita Nikolaj (Jaruševič) avanza l’idea di convocare a Mosca l’VIII Concilio ecumenico, dimenticando che il diritto alla convocazione di un Concilio di tutte le Chiese ortodosse spetta soltanto al patriarca di Costantinopoli, primus inter pares. Secondo Georgij Karpov, responsabile del Soviet per gli Affari della Chiesa ortodossa e fedele esecutore degli ordini del Cremlino, l’urgenza della lotta è determinata dal fatto che il Vaticano continuerebbe a estendere la sua influenza su alcune Chiese ortodosse. Nel suo rapporto del 14 febbraio 1947 afferma: «il Vaticano negli ultimi tempi si è trasformato in una organizzazione antidemocratica e politica».
Karpov sottolinea che durante il Concilio locale della Chiesa Ortodossa Russa del 1945 e a seguito degli incontri avuti dalla delegazione del Patriarcato di Mosca «il problema della necessità di unire le chiese ortodosse per la lotta contro il Vaticano ha incontrato l’approvazione di quasi tutte le chiese autocefale ortodosse». Si deve, peraltro, sottolineare che negli anni della «NEP religiosa» non si era mai fermata l’attività antiecclesiastica della macchina giudiziaria: nel 1943 degli oltre mille sacerdoti arrestati la metà viene fucilata e nel 1944-1946 i religiosi condannati a morte sono oltre cento all’anno.
🔴 ☭ Apocalypse Stalin Documentario completo
L'Ortodossia al servizio del regime
La funzione ancillare assegnata dalla «NEP religiosa» alla Chiesa ortodossa appare evidente dal fondamentale contributo da questa dato alla liquidazione della Chiesa greco-cattolica in Slovacchia e in Romania e al tentativo di eliminarla negli altri Paesi dell’Europa Orientale. Si deve ricordare in proposito che il patriarca romeno Justinian (Marina) si è rallegrato per il ritorno coatto dei greco-cattolici all’Ortodossia affermando: «con il vostro ritorno in seno alla Chiesa ortodossa si pone un nuovo fondamento non solo al rafforzamento della nostra ortodossia, ma anche al rafforzamento della nostra cara Patria», riconoscendo così, come sottolinea Cristian Vasile, che l’unificazione ecclesiale rispondeva agli interessi delle autorità comuniste.
Non ha, dunque, torto l’ex padre Simon - dal 2014 è sacerdote ortodosso - quando afferma che la gerarchia ortodossa guidata da Justinian e dai suoi successori Iustin (Moisescu) e Teoctist (Arăpașu) «con poche eccezioni ha risposto con docilità e panegirici alle sfide di uno Stato a volte antagonista». A riprova della collaborazione dell’Ortodossia romena con la politica comunista, realizzata grazie anche al fattivo contributo dato dall’Unione dei Sacerdoti Democratici Romeni (Uniunea Preoţilor Democraţi din România, UPDR), resta il fatto che la Chiesa Ortodossa Romena non è stata colpita da provvedimenti punitivi, come la chiusura delle chiese e dei monasteri, oggetto questi ultimi solo di un processo di accorpamento, con l’eccezione delle misure repressive adottate unicamente nei confronti del movimento mistico denominato Il roveto ardente (Rugul aprins).
La cerimonia di riunione dei greco-cattolici all’Ortodossia viene celebrata solennemente ad Alba Iulia il 21 ottobre 1948 e a nulla valgono le proteste dei greco-cattolici e del nunzio, respinte il 24 ottobre dal governo come «atto provocatorio contro lo Stato e il popolo romeno». La Chiesa fedele a Roma sopravvivrà nella clandestinità, pagando un altissimo tributo di sangue.
tags: #chiesa #del #silenzio #e #diplomazia #pontificia