Sant'Agostino, le Confessioni e la Lotta contro il Pelagianesimo

La figura di Sant'Agostino d'Ippona continua a essere un punto di riferimento cruciale per la riflessione teologica e filosofica, la cui riscoperta e attualità sono state evidenziate anche in tempi recenti. Un brano di Sant'Agostino, divenuto simbolo nella controversia contro il nuovo pelagianesimo nella Chiesa, sottolinea un concetto fondamentale:

"La fede è anzitutto risposta a uno sguardo d’amore, e il più grande errore che possiamo fare come cristiani è, secondo le parole di sant'Agostino, di far consistere la grazia di Cristo nel suo esempio e non nel dono della sua persona" (Contra Iulianum opus imperfectum, II, 146).

Questa citazione evidenzia il nucleo della polemica pelagiana, un tema che ha attraversato la storia del cristianesimo e che, come vedremo, è tornato di grande attualità, ispirando anche importanti figure contemporanee.

Ritratto di Sant'Agostino d'Ippona: figura di uomo e teologo

Don Giacomo Tantardini e la Riscoperta della Controversia Pelagiana

In Italia, un gran merito nell’aver diffuso le riflessioni di Agostino a un pubblico più ampio di quello dei soli specialisti va ascritto a don Giacomo Tantardini, sacerdote nativo di Barzio (Lecco) nel 1946, che dal 1972 al 2012 visse il suo apostolato sacerdotale a Roma. Discepolo spirituale di don Giussani, Tantardini fu per molti anni responsabile del movimento di “Comunione e liberazione” nella città eterna e vulcanico ispiratore del settimanale Il Sabato e del mensile 30Giorni. Don Giacomo non si occupò degli studi agostiniani per fare sfoggio di eruditismo; egli trovò piuttosto nelle opere di Agostino una sorprendente attualità, fonte di intelligente consapevolezza cristiana.

Una delle più accese controversie teologiche di Agostino, quella contro l’errore pelagiano, ispirò una ormai leggendaria battaglia di don Giacomo contro la riduzione del cristianesimo a somma di principi e regole etiche, con lo svuotamento dell’opera della Grazia circa la salvezza dell’uomo. Come giovane giornalista di 30Giorni, si ricorda il giorno in cui, alla fine degli anni '80, si presentò in redazione con una citazione fulminante di Sant'Agostino, presa dall’opera Contro Iulianum, che presto ispirò un editoriale della rivista e che nel 1990 don Giussani volle inserire nel Volantone di Pasqua del movimento da lui iniziato:

"Questo è l’orrendo e occulto veleno del vostro errore: che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel Suo esempio e non nel dono della Sua persona."

La polemica anti-pelagiana animò anche Il Sabato, suscitando infuocate critiche infracattoliche insieme a curiosità e interesse nella stampa laica. Nel settembre 1990, il cardinal Joseph Ratzinger, intervenendo al Meeting di Rimini, si schierò dalla parte del settimanale, riconoscendo l’attualità della “tentazione pelagiana”, cioè il rischio della “riduzione del cristianesimo ad una morale”, dimenticando la sua origine soprannaturale: un “avvenimento”, l’incontro stupefacente con la persona di Cristo. Non fu solo Ratzinger a cogliere l’attualità della controversia agostiniana contro il monaco Pelagio. Sotto il pontificato di Francesco, l’errore neo-pelagiano divenne oggetto di diversi richiami da parte del Papa argentino e finanche di un documento ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Placuit Deo, del 2018.

A don Giacomo non interessava tanto una disquisizione concettuale. Mosso da passione missionaria, sentiva che i giovani, sempre più lontani dalla tradizione cristiana, non potevano essere persuasi alla vita di fede da prediche moralistiche, ma solo da una potente attrattiva esistenziale. In questo orizzonte recuperava il primato della Grazia in Sant'Agostino e la sua riflessione sulla delectatio e la dilectio che attirano l’anima verso Cristo. “La fede - affermava don Giacomo - nasce per l'attrattiva di grazia, non in quanto termine di una dimostrazione. In questo, Agostino è profondamente attuale. In un mondo in cui il cristianesimo per i giovani, e non solo per i giovani, è un passato che non li riguarda, nessuna dimostrazione può di per sé destare un interesse per il cristianesimo. Solo un'attrattiva può destare l'interesse” (Il cuore e la grazia in Sant’Agostino, ed. Città nuova, 2006, pp. 137-38).

Don Giacomo espresse compiutamente la sua visione agostiniana in diversi cicli di seminari, prima a Roma presso l’università privata San Pio V, poi nella prestigiosa sede universitaria di Padova. Queste lezioni, sempre affollatissime, divennero la base di alcuni fortunati volumi, pubblicati il primo dall’Associazione San Gabriele e successivamente dalla casa editrice Città nuova. Alla presentazione di un libro che raccoglieva articoli usciti su 30Giorni (Il potere e la grazia. Attualità di sant’Agostino), nel 1998, presso la Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, intervenne il cardinale Ratzinger con parole che coglievano il tentativo della rivista di togliere la polvere all’opera di Agostino e svelarne tutta l’attualità: “Arreca realmente gioia - affermava l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio - il fatto che una rivista di informazione come 30Giorni abbia presentato per mesi al grande pubblico questa figura in un dialogo col nostro tempo.”

L’attualità agostiniana si manifestava anche nei lucidi giudizi storici, ispirati alla Città di Dio e ad altre opere di Agostino, che don Giacomo esprimeva sulle guerre “imperiali” dei Bush in Medio Oriente e sul rapporto fra la Chiesa e gli “altri” dopo il catastrofico 11 settembre e il conseguente “scontro di civiltà”. Un destino paradossale, quello di don Giacomo Tantardini: amatissimo dai giovani, non sempre compreso da certa nomenclatura ecclesiastica, riscoperto e valorizzato sorprendentemente da personalità del calibro dei cardinali Ratzinger e Bergoglio, entrambi destinati a diventare papi. Ed è proprio il futuro papa Francesco a firmare la prefazione de Il tempo della Chiesa secondo Agostino (ed. Città nuova), volume che raccoglie le lezioni all’Università di Padova dal 2005 al 2008: “Nelle sue lezioni agostiniane, con i testi letti e commentati in presa diretta - scrive Bergoglio - don Giacomo ha individuato e seguito un’altra filigrana. Se Agostino è attuale, se ci è contemporaneo, come questo libro documenta, lo è soprattutto perché descrive semplicemente come si diventa e si rimane cristiani nel tempo della Chiesa. Quel tempo che è il suo, così come è il nostro.”

L’opera di don Giacomo non passò inosservata all’interno dell’ordine agostiniano. Padre Nello Cipriani, uno dei maggiori studiosi contemporanei del vescovo di Ippona, fu un grande estimatore di don Giacomo. Fu anche tra i primi a scorgere il filo rosso che nel pensiero del sacerdote di Barzio univa Agostino a don Giussani. Nell'esordio del volume di Tantardini Il cuore e la grazia in sant'Agostino, scriveva: “L'idea che si diventa e si rimane cristiani perché si prova un piacere nell'aderire a Gesù Cristo non è solo di Agostino ma anche di don Giussani, autore di un libro intitolato L'attrattiva Gesù. Io credo che don Giacomo abbia colto la profonda consonanza esistente tra l'esperienza cristiana vissuta e proposta tanti secoli fa da sant'Agostino e quella proposta oggi da don Giussani e per questo motivo abbia scelto i testi agostiniani come guida delle sue lezioni.”

Foto di Don Giacomo Tantardini o copertina di una sua opera

Sant'Agostino d'Ippona: Biografia e Percorso Spirituale

Sant'Agostino Vescovo e dottore della Chiesa nacque a Tagaste, nella Numidia (oggi Souk-Ahras in Algeria), il 13 novembre 354. Figlio di un decurione pagano, Patrizio, e della cristiana Monica, ricevette dalla madre un'educazione religiosa.

Infanzia e Giovinezza: La Ricerca Inquieta

Agostino compì i suoi primi studi in patria, a Tagaste, poi a Madaura e a Cartagine. Questo periodo fu da lui stesso descritto come di abbandono alle passioni amorose. Da una concubina ebbe nel 372 un figlio, Adeodato. Diciannovenne, la lettura dell'Hortensius di Cicerone lo attrasse alla filosofia, e aderì presto al manicheismo, presentatogli come spiegazione scientifica dell'universo. Se ne fece anzi propagandista a Tagaste e a Cartagine, ove ottenne qualche successo come retore e scrisse il suo primo libro, De pulchro et apto (perduto), nel quale pare si sforzasse a dare veste filosofica al manicheismo. Rimase però un semplice uditore all'interno del movimento.

Tuttavia, tra i manichei, Agostino non trovò mai la risposta certa al suo desiderio di verità. Le contraddizioni di questo sistema si accumularono lentamente, e l'incontro con il celebrato maestro Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, segnò la fine di questa illusione. Agostino iniziò ad allontanarsi dal manicheismo. Dopo aver abbandonato la madre per un periodo, passò a Roma e quindi, su raccomandazione di Simmaco, come professore ufficiale di retorica (autunno 384) a Milano.

La Conversione e il Battesimo

A Milano, maturò la crisi spirituale. Qui ebbe l’opportunità di ascoltare i sermoni di Sant'Ambrogio che teneva regolarmente in cattedrale. Fu la frequentazione con un anziano sacerdote, San Simpliciano, a indirizzarlo a leggere i neoplatonici, i cui scritti suggerivano “in tutti i modi l’idea di Dio e del suo Verbo”. Dopo una lunga inquietudine, nell'estate del 386, Agostino si appartò nel giardino, dando sfogo a un pianto angosciato. Avvertì una voce che gli diceva “Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi). Aprendo a caso il libro delle Lettere di San Paolo, lesse un brano decisivo: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom. 13, 13-14).

Dimessa la concubina e rinunciando al matrimonio vantaggioso per cui insisteva Monica, si decise ad abbracciare il cristianesimo, che gli si palesava in accordo con la filosofia neoplatonica e la predicazione di Sant'Ambrogio. A Cassiciacum (probabilmente Cassago, in Brianza), dimessosi dalla cattedra, scrisse le prime opere pervenuteci (i dialoghi Contra academicos, De vita beata, De ordine e Soliloquia). Fu battezzato da Sant'Ambrogio la notte del sabato santo (24-25 aprile) del 387. Trascorse a Roma l'inverno, e Monica morì ad Ostia nel novembre. Successivamente tornò a Tagaste, continuando, nella vita monastica, la sua attività di scrittore.

L'Episcopato a Ippona e la Morte

Nel 391 fu ordinato sacerdote a Ippona. Tra la fine del 395 e il 396, fu consacrato vescovo coadiutore dal vescovo Valerio, già prossimo alla morte, a cui successe come titolare nel 397. Nei 34 anni di episcopato, oltre alle cure costanti dedicate alla sua chiesa, lo tennero occupato la copiosa corrispondenza (218 lettere di Agostino e 53 dirette a lui), la predicazione (più di 500 sermoni conservati) e i concili. La sua opera fu fecondissima, e la sua fama di vescovo illuminato si diffuse in tutte le Chiese Africane. Agostino gettò le basi per il rinnovamento dei costumi del clero, fondando un monastero che divenne un seminario fonte di preti e vescovi africani. Scrisse anche una Regola, che poi nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici Regolari o Agostiniani.

Agostino si ammalò gravemente nel 429, mentre Ippona era assediata dai Vandali comandati da Genserico. Morì il 28 agosto del 430 all'età di 76 anni. Il suo corpo, sottratto ai Vandali, venne trasportato a Cagliari e poi a Pavia, dove gli fu eretto un monumento. Per il suo vasto pensiero, racchiuso in testi come le Confessioni o la Città di Dio, ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa.

Mappa del percorso di vita di Sant'Agostino dall'Africa all'Italia

Il Cuore della Teologia Agostiniana: La Controversia Pelagiana

Le polemiche, insieme alla conversione, all'ordinazione e alla consacrazione, contrassegnano i periodi dello svolgimento del pensiero di Agostino. Con la conversione comincia la polemica contro i manichei, già accennata nei "Dialoghi di Cassiciaco" e continuata in una serie di scritti per lo più filosofico-religiosi (per esempio De quantitate animae, De libero arbitrio, De vera religione). L'ordinazione sacerdotale lo obbligò a spiegare al popolo i libri sacri e lo portò a confrontarsi con lo scisma donatista, con opere come Contra epistolam Parmeniani, De baptismo.

Il Pelagianesimo: Una Sfida alla Grazia

Dal monaco bretone Pelagio (di origine irlandese, giunto a Roma intorno al 390 d.C.) prese nome l'eresia che Agostino combatté negli ultimi vent'anni della sua vita. Punto focale di questa eresia è la convinzione che l'uomo, in quanto dotato di libero arbitrio, può scegliere liberamente tra bene e male. Pertanto Pelagio e tutti coloro che a lui si richiamano, sostenevano l'inesistenza del peccato originale come un male ereditario, considerandolo come un "cattivo esempio" di Adamo, le cui conseguenze non intaccano la natura umana. La salvezza, per i pelagiani, deriverebbe principalmente dal merito delle azioni umane, considerando la grazia di Cristo non come una necessità intrinseca per fare il bene, ma piuttosto come un esempio e un'illuminazione per la volontà umana, basandosi su una cultura di rigorismo stoico.

La Risposta Agostiniana: Necessità della Grazia e Conseguenze del Peccato Originale

Agostino, dedicandosi con maggiore intensità allo studio della Bibbia, specialmente della Genesi e di San Paolo, cogliò un momento importantissimo nello svolgimento del suo pensiero teologico. Egli si sforzò inizialmente di mantenere la giustizia di Dio che premia i buoni e punisce i malvagi. Ma, dopo un lungo sforzo, Agostino giunse a riconoscere che il momento iniziale dell'atto di fede, l'initium fidei che è initium salutis, non è opera dell'uomo ma viene da Dio. A Dio non si può tuttavia rimproverare alcuna ingiustizia, se, gratuitamente, fa grazia ad alcuni; mentre tutti gli uomini, in cui sopravvive il peccato originale, non meritano se non la condanna. Questi concetti apparvero per la prima volta con tutta chiarezza nel primo scritto posteriore all'episcopato di Agostino, il De diversis quaestionibus ad Simplicianum.

Agostino prese le mosse dalla condizione di Adamo, creato esente dalla morte (posse non mori) e dalla concupiscenza, capace quindi di non peccare (il posse non peccare), e nella piena libertà di optare per il bene. Avendo Adamo peccato, la sua colpa si trasmise all'intero genere umano, divenuto così massa damnata. Il peccato di origine, che Agostino dimostrò anche in base all'uso della Chiesa di amministrare agli infanti il battesimo (che annulla la concupiscenza in quanto reato, ma la lascia sopravvivere actu), fa sì che l'uomo, pur conservando il libero arbitrio, sia privato di quella libertas... quae in Paradiso fuit (Enchir. 26-27). Per poter resistere cioè alla concupiscenza, occorre ora un aiuto divino maggiore di quello dato ad Adamo: la grazia è dunque necessaria per avere la fede, e questa perché vi sia quell'amore di Dio, in quanto sommo bene, senza di che non esiste né beatitudine né vera moralità.

La dottrina agostiniana del peccato originale, della grazia e della predestinazione, precisatasi ma anche irrigiditasi e spinta alle estreme conseguenze nell'ardore della polemica, si è prestata a varie e contrastanti interpretazioni. Agostino, accusato dai pelagiani di manicheismo, non considerava come malvagia la stessa natura umana, e non condannava la procreazione. Nel matrimonio, il male è la concupiscentia carnis; e anche questo può essere rivolto a un fine buono, la generazione dei figli congiunta alla volontà della loro rigenerazione attraverso il battesimo. Tuttavia, i bambini morti senza battesimo, secondo Agostino, non si sottraevano alla pena eterna. Riguardo alla trasmissione del peccato originale mediante la teoria secondo cui l'anima è generata spiritualmente da quella dei genitori (traducianismo) o creata da Dio (creazionismo), Agostino rimase incerto fino all'ultimo (De anima et eius origine, 419-20).

La concezione agostiniana della predestinazione, poiché è ignoto chi siano gli eletti, coincideva con quella della Chiesa come corpus permixtum. Agostino sosteneva che nessuno crede se non di libera volontà, ma al contempo non ci sarebbe volontà libera se la grazia non la prevenisse. Se la grazia è data in cambio di meriti, allora non è grazia; se non è gratuita, non è grazia. La grazia divina non è un premio dovuto, ma un dono gratuito, che rende l'uomo capace di volere e fare il bene, altrimenti destinato a perdersi. Dio, nel suo imperscrutabile giudizio, elargisce la grazia ad alcuni, senza che ciò implichi ingiustizia per coloro ai quali non viene concessa, poiché tutti meritano la dannazione a causa del peccato originale. Di conseguenza, nessuno sarà giustamente condannato se non per la sua iniquità, e senza la grazia salvifica di Cristo, tutti gli uomini sono schiavi del peccato e meritano una giusta vendetta.

Sintesi concettuale delle differenze tra pelagianesimo e dottrina agostiniana

Le Opere Maggiori di Sant'Agostino: Confessioni, De Civitate Dei e De Trinitate

Accanto alle intense polemiche, Agostino produsse un vastissimo corpus di opere che hanno plasmato profondamente il pensiero teologico e filosofico occidentale, mantenendo una straordinaria attualità.

Le Confessioni: L'Autobiografia Spirituale e la Riflessione sulla Memoria

Le Confessioni (scritte tra il 397 e il 400) sono una delle opere più celebri di Agostino, un'autobiografia spirituale e un dialogo intimo con Dio. In esse, Agostino è sensibile ai pericoli della cultura tradizionale pagana, ma vuole salvarne il buono che va assunto e fatto proprio dal cristianesimo. Il problema della memoria, in essa la misura del tempo, trascina con sé quello della creazione. Agostino la ritiene avvenuta nel tempo, anzi con il tempo, dal nulla, e per tutte le cose simultaneamente, ma non allo stesso modo: alcune furono create da Dio non in atto e nella loro forma perfetta, ma solo in potenza, o in germe (rationes seminales, energie latenti destinate a svilupparsi nel tempo e a produrre, al momento opportuno per ciascuno, i diversi esseri).

IPPOLITO NIEVO. Vita e opere

De Civitate Dei: La Storia Salvezza e le Due Città

La scossa profonda data a tutto il mondo romano dall'incursione di Alarico e le querimonie dei pagani che additavano nel cristianesimo la causa di tutti i mali del mondo, indussero Agostino a meditare sulla storia e a scrivere l'altra delle sue opere maggiori e più celebri dopo le Confessioni: il De civitate Dei (tra il 413 e il 426). Nel corso della storia procedono unite le due città (Civitas Dei e Civitas terrena), nate l'una dall'amor Dei usque ad contemptum sui, l'altra dall'amor sui usque ad contemptum Dei e predestinate, la prima a regnare in eterno con Dio, l'altra a subire l'eterno supplizio. Quest'opera non è, in fondo, davvero sistematica; cosciente dello sviluppo del proprio pensiero, Agostino sembra invitare i lettori a imitarlo nello sforzo di progredire.

De Trinitate: Le Vestigia Divine nell'Anima

Il motivo della memoria, che appare nelle Confessioni, diventa importantissimo in un altro trattato su cui Agostino si affaticò a lungo (400-416 circa): il De Trinitate. In esso, l'anima è un pensiero (mens) da cui nasce una conoscenza (notitia), e nel suo rapportarsi a questa conoscenza nasce l'amore che essa si porta (amor). Nell'anima o, meglio, nella memoria, nell'intelletto e nella volontà, Agostino scorge le "vestigia" della Trinità divina. Egli mette in rilievo l'unità di sostanza, insistendo sull'uguaglianza delle tre Persone: le operazioni ad extra sono l'opera indistinta di tutte, ciò che si dice di ciascuna quanto alla sostanza è comune, uguale, identico e numericamente uno in tutte; mentre esse si distinguono e si oppongono secondo le loro relazioni reciproche. Questa teoria, chiarendo la processione dello Spirito Santo principaliter dal Padre, ma anche dal Figlio (il cosiddetto Filioque), divenne importantissima per lo svolgimento della teologia occidentale, cui Agostino ha legato il carattere "cristocentrico", conforme alla tendenza fondamentale del suo pensiero, aggirantesi intorno alla persona e all'opera del Cristo e alla redenzione dell'uomo dal peccato, mercé la grazia.

L'Eredità e l'Influenza di Agostino

Va menzionato ancora, come breve e bellissimo compendio della dottrina cristiana, l'Enchiridium ad Laurentium (De fide, spe, charitate, 421). Agostino volle egli stesso correggere i suoi errori e dimostrare la sua fondamentale coerenza in quella originalissima rassegna dei suoi scritti che sono le Retractationes (426-427). L'interesse educativo di Agostino si connette a un tema filosofico fondamentale nella sua speculazione: quello della "verità interiore" e quindi con la dottrina dell'illuminazione (Christus intus docet). Il processo educativo consiste nel trarre alla luce la verità, nel ritrovare Dio-maestro nel profondo dell'anima. Il maestro vero è quindi solo Cristo, e i maestri terreni non possono far altro che stimolare la riscoperta della verità stessa che è in noi come segno della presenza di Dio. Dal punto di vista didattico, Agostino accoglie la necessaria propedeutica delle "arti liberali", ma la cultura per sé non è indispensabile, poiché le virtù cristiane si realizzano anche al di fuori di esse.

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