La Suora Stalker: Analisi del Caso Mariangela Farè e il Contesto dei Crimini Ecclesiastici

Il fenomeno dello stalking e degli abusi all'interno delle istituzioni religiose è un tema complesso e doloroso, che spesso emerge dalle cronache giudiziarie. Uno dei casi più noti in Italia riguarda l'ex-suora Mariangela Farè, accusata di gravi reati nei confronti di una parrocchiana, una vicenda che ha sollevato interrogativi sulle dinamiche di potere, la fragilità delle vittime e la risposta delle gerarchie ecclesiastiche.

Foto in bianco e nero di una giovane donna con sguardo intenso

Il Processo alla Ex-Suora Mariangela Farè: Accuse e Testimonianze

La Relazione tra Eva Sacconago e Suor Mariangela Farè

La vicenda al centro del processo ha riguardato l'ex-suora Mariangela Farè, accusata di stalking, violenza privata e abusi sessuali nei confronti di Eva Sacconago, una giovane parrocchiana tragicamente morta suicida nel giugno del 2011 all'età di 26 anni. Il caso sembrava un semplice suicidio, ma immediatamente si scoprì che le forze dell'ordine erano a conoscenza di uno strano rapporto tra la ragazza e la suora della Chiesa di Sant'Edoardo.

La relazione tra Eva, che aveva quindici anni, e suor Mariangela Farè, allora trentottenne, era iniziata all'oratorio di Sant'Edoardo, dove la suora era sua educatrice. Questa relazione "malata" fu svelata dai diari di Eva, che contenevano scritti a lei indirizzati da suor Mariangela Farè. Dopo la scoperta, la suora fu allontanata dall'oratorio e inviata in un convento di Catania con la scusa di terminare gli studi di teologia. Tuttavia, suor Farè ritornò al nord quando Eva era ormai maggiorenne, e la relazione riprese regolarmente.

Eva era una persona viva, dinamica, coinvolgente e partecipativa, amorevole e allegra, ma anche fragile e debole di fronte a una figura di donna che avrebbe segnato la sua vita sin da quando aveva 15 anni e fino alla fine. Secondo le ricostruzioni, la suora entrò nella sua vita prima come madre spirituale, poi come madre surrogata in sostituzione di mancanze che Eva riteneva ci fossero state da parte dei suoi genitori e, infine, come schiava dei desideri della suora.

Le Gravi Accuse di Violenza Sessuale e Stalking

Nel processo, il teste principale fu don Alessandro Bonura, il prete confidente di Eva. Il parroco fu chiamato a ricostruire il complesso rapporto che definì “come tra fratello e sorella”, costruito con la giovane oratoriana dal 2004 fino all’ultimo giorno della sua tormentata vita. La sua testimonianza era talmente importante nella ricostruzione della vicenda che la stessa presidente del collegio giudicante, Renata Peragallo, intervenne più volte per chiarire alcuni aspetti.

«Eva mi raccontò almeno tre episodi di violenza sessuale subiti dalla suora», dichiarò don Alessandro al pm Cristina Ria, specificando che risalivano tutti al 2011. Queste parole hanno rivelato una vera e propria sottomissione da parte della ragazza nei confronti della suora, la quale avrebbe imposto rapporti violenti. Tra gli episodi descritti: una volta con un cuscino in faccia, un’altra volta con l’uso di manette alle caviglie e un’altra ancora con i polsi legati. «Mi fece vedere i segni più volte», raccontò il parroco, «una volta mi disse: suor Mariangela ha voluto provare un nuovo giochino, riferendosi alle manette alle caviglie».

L’accusa trattò anche il tema dei fax che giornalmente Eva inviava a don Bonura, centinaia di fax contenenti confidenze alternate a strisce di fumetti dei Peanuts che per Eva avevano un senso profondo. «In alcuni casi traspariva la restrizione della sua libertà personale da parte della suora», aggiunse il parroco, «mi scriveva che Mariangela Farè si presentava a casa sua anche a sorpresa e soprattutto di notte. Erano notti insonni che lasciavano il segno sul viso di Eva».

Negli ultimi anni, don Alessandro dormiva a casa della giovane quasi tutti i venerdì sera. «Era il nostro rito del venerdì», raccontò, «mangiavo con lei, parlavamo, un po’ di tv e poi dormivamo». Un rito che aveva sottoposto i due al chiacchiericcio di alcuni frequentatori dell’oratorio, come sottolineato dalla difesa della suora. La difesa incalzò il prete chiedendo se Eva non sopportava più questa situazione negli ultimi giorni prima del suicidio e se poco prima di quel terribile gesto, lui le avesse detto che stava valutando di trasferirsi. Don Alessandro confermò entrambe le circostanze: «Dissi ad Eva che non dovevamo più frequentarci per mettere a tacere quelle voci e le dissi anche che stavo valutando il trasferimento».

Don Alessandro parlò a lungo anche del primo tentativo di denunciare la suora alla Polizia nel 2009, inizialmente attraverso un colloquio con un’agente del commissariato di Busto Arsizio. «Eva inizialmente collaborò a far emergere sia gli abusi di quando era minorenne, risalenti al ’98-’99, di cui mi aveva parlato, sia gli atti persecutori più recenti ma poi si spaventò. Era preoccupata delle conseguenze sulla suora e su di lei, perché avrebbe dovuto riaprire ferite di cui faceva fatica a parlare». Voleva aiutarla, ma questa volontà si scontrava con il comportamento definito “ambivalente” da parte di Eva che da un lato voleva uscire dal giogo che la suora gli avrebbe imposto e dall’altro la proteggeva, con tutte le conseguenze che ne derivavano. È proprio su questa sottile linea psicologica che si è giocato il processo: l'accusa ritiene che, sebbene Eva fosse maggiorenne, si possa e si debba parlare di violenza sessuale continuata, in quanto la ragazza si trovava in una condizione di inferiorità psichica, aggravata dalle incursioni sempre più insistenti e soffocanti di suor Farè nella sua vita.

Disegno dettagliato di un'aula di tribunale durante una testimonianza emotiva

L'Esito Giudiziario e le Controversie

La Sentenza d'Appello e il Risarcimento

La Corte d'Appello di Milano ha confermato i tre anni e mezzo di carcere inflitti in primo grado a Maria Angela Farè, ex suora accusata di violenza sessuale e stalking ai danni di Eva Sacconago. I giudici, ritoccando la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, hanno però stabilito un risarcimento di 50 mila euro, a carico della congregazione di cui faceva parte l'imputata, le Figlie di Maria Ausiliatrice, nei confronti dei genitori della ragazza. Il pg Maria Vittoria Mazza aveva chiesto sette anni di reclusione, proponendo la continuazione tra l'episodio di violenza sessuale di otto anni prima e altri contestati dall'accusa ma non riconosciuti in secondo grado, che sarebbero cominciati nel 2006.

La Difesa e la Capacità di Intendere di Eva Sacconago

Dopo la sentenza, i difensori di Farè, gli avvocati Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio, hanno annunciato ricorso in Cassazione, commentando: «Non ci fermeremo fino a quando non si arriverà alla verità». Secondo i legali, «Eva Sacconago era perfettamente capace di intendere e di volere» ai tempi della sua relazione con Farè, che sarebbe andata avanti dal 2002 (quando era ancora minorenne) al 2010. I difensori hanno inoltre aggiunto: «Questa sentenza smentisce categoricamente che Eva fosse affetta da un disturbo psichico» e fosse, dunque, in una situazione di inferiorità psichica rispetto alla religiosa. Già una perizia psichiatrica disposta dalla Corte d'Appello di Milano ed effettuata dallo psichiatra e criminologo Franco Martelli, aveva accertato che la giovane «non era affetta da una patologia psichiatrica o da un disturbo di personalità».

L'Approccio "Avvolgente, Ambiguo e Perverso" dell'Imputata

Dall'analisi degli appunti, dei diari e dei messaggi (anche audio) ricevuti da Eva, era emerso però che Farè aveva avuto un approccio con Sacconago caratterizzato da una «modalità avvolgente, ambigua e 'perversa'». Anche il sostituto pg Mazza ha parlato di un atteggiamento dell'imputata «di avvolgente sovrapposizione, sin da quando da piccola l'ha conosciuta all'oratorio». Fino a che, secondo il pg Mazza, si è passati «dall'affetto agli abusi». Tiberio Massironi, il legale che assiste i genitori della ragazza, costituitisi parte civile, ha espresso «soddisfazione» per la sentenza, «soprattutto perché è stata riconosciuta la responsabilità dell'ente religioso» di cui faceva parte l'imputata.

Il Fenomeno dello Stalking nel Contesto Ecclesiastico: Casi Diversi

Suore Vittime di Stalking a Monza

Lo stalking può manifestarsi in molteplici forme e colpire anche le figure religiose. Un caso a Monza ha visto due consorelle di un istituto religioso molestate per quasi due anni, dal 2018. Le suore speravano in una redenzione dell'uomo, ma a settembre la situazione era diventata insostenibile, spingendole a denunciare. L'uomo si recava quasi tutte le sere sotto le finestre del convento o in chiesa e pronunciava volgarità di vario genere a sfondo sessuale, fingendo di essere al telefono. Lo stalker, in più occasioni, aveva persino monitorato gli spostamenti e le abitudini delle due religiose, presentandosi in chiesa negli stessi orari delle funzioni a cui partecipavano anche le vittime. I militari, appostati all'interno del convento, hanno sorpreso l'uomo in azione.

Il Caso del Sindacalista Accusato di Stalking a Torino

Un altro esempio di stalking, non necessariamente a sfondo sentimentale o sessuale, è emerso in un processo a Torino. L'imputato, un preside di un ITIS, nella veste di sindacalista Ugl per gli Enti religiosi, denunciava ripetutamente presunte irregolarità nei sistemi di sicurezza e nell'inquadramento contrattuale di chi lavorava in una struttura religiosa. «Mi hanno procurato un senso di prostrazione», ha dichiarato in aula la suora, costituitasi parte civile, aggiungendo che la situazione era sfociata in depressione. Le sue denunce erano state inviate anche al vescovo, al sindaco di Susa e al direttore di un giornale locale, accompagnate da volantinaggio «con frasi denigratorie» di fronte alla chiesa del fondatore dell'ordine. Le denunce dell'imputato, secondo il capo di imputazione, erano «prive di fondamento» e «inesistenti». Il difensore del preside ha ribattuto che non «esiste alcuna vendetta né ritorsione», ma solo «richieste legittime», convinto dell'assenza di responsabilità a carico del suo assistito.

Storie di Stalking

"Giustizia Divina": Uno Sguardo più Ampio sui Crimini nella Chiesa

Le Verità Nascoste e la Rete di "Assistenza per Ecclesiastici in Difficoltà"

Il libro "Giustizia divina", edito da Chiarelettere e scritto a quattro mani dall’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e dal giornalista di Left Federico Tulli, raccoglie un’inchiesta rigorosa e documentata sui reati commessi da preti e suore, per lo più coperti dal silenzio imposto dalle gerarchie ecclesiastiche. «Silenzio e preghiera. È la pena», scrivono gli autori, «comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne». Questa è la modalità con cui di norma la Chiesa ‘reagisce’ pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti in diverse parti del mondo.

Gli autori hanno cercato risposte a domande scottanti: quanti sono gli ecclesiastici detenuti nelle carceri? Quanti i preti, quante le suore? E che genere di crimini hanno commesso? Le risposte ottenute dalle autorità competenti sono state vaghe e incomplete. L'inchiesta ha intercettato diverse storie: «C’è la suora stalker, c’è il parroco omicida, c’è quello che scappa dopo aver provocato un incidente, c’è il monsignore che spende per sé il denaro ricevuto tramite l’8 per mille». La violenza su minori non è l'unico reato commesso da ecclesiastici, e i dati emersi sono inquietanti. Dal 2000, almeno trecento sacerdoti sono stati denunciati, e almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati, alcuni in via definitiva. Eppure, «molto pochi sono in carcere o ci sono passati. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative? La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una ‘madre amorevole’».

Provera e Tulli hanno scoperto l'esistenza in Italia di una «efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’ (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei rei, tramite la cura, laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, l’espiazione e la penitenza». A fronte di questo, gli autori suggeriscono che, al silenzio e alla preghiera, si aggiungerebbero anche connivenza e omertà. Nelle strutture per sacerdoti in difficoltà non ci sono solo pedofili: la Chiesa si prende cura anche dei disagi interiori della popolazione ecclesiastica italiana (la più estesa al mondo con oltre trentamila persone), includendo depressione, alcolismo, ludopatia e altre dipendenze, oltre all'omosessualità che, sebbene non sia un reato laicamente parlando, per la Chiesa è un peccato da espiare e una malattia da curare lontano da occhi indiscreti.

Copertina del libro

Critica al Clericalismo e al "Sistema parallelo"

"Giustizia divina" è stato allegato alla denuncia contro lo Stato italiano presentata dall'associazione internazionale Ending Clergy Abuses riguardo la presunta violazione della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Secondo l'associazione, lo Stato italiano attuerebbe politiche omissive riguardo il contrasto della pedofilia di matrice clericale, producendo un favoreggiamento e un incremento del fenomeno. Il libro di Provera e Tulli fornisce, secondo l'Associazione delle vittime, una serie di elementi inediti che ruotano intorno alla mappa italiana dei siti “segreti” in cui la Chiesa “assiste e cura” i preti pedofili.

Papa Francesco, nella sua recente lettera ai credenti di tutto il mondo sulla pedofilia del clero, ha puntato il dito contro il clericalismo. Per Bergoglio, infatti, «dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo». Provera e Tulli evidenziano come «il clericalismo finisce per trasformare la carità in indulgenza, la misericordia divina diventa l’alibi che genera distinzioni di trattamento tra i cittadini». Questa situazione è aggravata, in Italia, dal dettato costituzionale che recepisce i Patti Lateranensi, portando all'esistenza e all'operatività «alla luce del sole, uno Stato nello Stato, con una giustizia parallela alla nostra, esercitata nei tribunali penali ecclesiastici e riconosciuta dalla legge in virtù del Concordato». Ciò comporta evidenti privilegi per gli ecclesiastici, che nessun altro cittadino ha né può avere. Il libro denuncia questa «stortura ignota all’opinione pubblica», una stortura che, nel caso della pedofilia, finisce per ledere gravemente i diritti delle vittime dei sacerdoti.

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