Chi è tuo Padre? Il Significato Evangelico della Relazione con Dio

La domanda «Chi è tuo padre?», nel contesto evangelico, trascende la semplice genealogia biologica per indagare le profonde radici della nostra identità spirituale e la relazione con il Divino. Gesù stesso, con le sue parole e la sua vita, ha rivelato la natura di Dio come Padre e ha invitato i suoi discepoli a entrare in questa filiazione.

L'Amore Assoluto e la Chiamata al Discepolato

Una delle frasi più note di Gesù, e talvolta controversa, riguarda l'amore richiesto ai suoi discepoli. Una precedente traduzione italiana (1974) della CEI riportava: «se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Questa formulazione, con il termine "odia", appare molto dura.

Nella traduzione del 2008, utilizzata nella liturgia, la stessa frase (Lc 14,26) suona invece così: «se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Gesù osa collocarsi nella prospettiva divina di chi chiede un amore assoluto, che tuttavia non si pone in opposizione e in concorrenza all’amore per il prossimo. Come Benedetto da Norcia scrive nella sua regola: «Nulla anteporre all’amore di Cristo» (capitolo 4, 21), e l'apostolo Giovanni nella sua lettera chiarisce: «se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo».

Questo richiamo all'amore assoluto è indissolubilmente legato alla sequela di Gesù. Sia in Luca che in Matteo, segue il detto: «colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27; cf. Mt 10,38). Questo implica un calcolo della spesa, un'esame dei mezzi, come metaforicamente descritto per chi vuole costruire una torre o affrontare una guerra. Matteo, in una maniera diversa, esprime lo stesso concetto sul "portare la croce": «chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39).

Gesù Rivelatore del Padre: Unità e Immagine Divina

Il Vangelo di Giovanni rivela profondamente la relazione tra Gesù e il Padre. Gesù afferma: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre» (Gv 16,28). I discepoli, sorpresi nel sentire quel "nel mio nome", comprendono che in Gesù c'è il Figlio di Dio in piena comunione con Dio Padre, come insegnato da Paolo a Timoteo: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5).

Cristo è la vera «immagine (perfetta) dell’invisibile Dio» (Colossesi 1:15; 2 Corinzi 4:4), partecipando alla stessa natura del Padre e portando a compimento il proposito divino di rendere i credenti a immagine e somiglianza di Dio, immagine persa e corrotta col peccato. Paolo definisce Cristo «il primogenito di ogni creatura, poiché in lui sono state create tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili: troni, signorie, principati e potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui» (Colossesi 1:15-17). Cristo è la sorgente che ha dato origine ad ogni cosa, e lo scopo ultimo del creato è rendere tributo a Lui come suo creatore. Ogni cosa è sostenuta in virtù della Sua eterna potenza divina. Il Padre si rivela ai suoi figli attraverso Cristo.

Numerosi passaggi biblici attestano questa rivelazione del Padre attraverso il Figlio:

  • Scrivendo a Timoteo, Paolo afferma che l'Eterno Padre «abita una luce inaccessibile (e) che nessun uomo ha mai visto né può vedere», ma che è il Figlio che «manifesterà il beato e unico sovrano, il Re dei re e il Signore dei signori» (1 Timoteo 6:15-16).
  • Giovanni dirà: «Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere» (Giovanni 1:18).
  • Cristo disse a Filippo: «Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre; fin da ora lo conoscete e l’avete visto». Alla richiesta di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», Gesù rispose: «Da tanto tempo io sono con voi e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai dici: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me?» (Giovanni 14:7-10b). Gesù rivela che la sua natura divina è la stessa del Padre. Le parole e le opere di Gesù provenivano dal cuore del Padre.
  • Quando Cristo dice: «io vado a prepararvi un posto. E quando sarò andato e vi avrò preparato il posto, ritornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi» (Giovanni 14:2-3), manifesta la volontà del Padre di preparare un posto per il Suo popolo. Cristo può disporre di ogni angolo del cielo solo in quanto Dio il Figlio, della stessa sostanza del Padre.

Padre e Figlio hanno una unità di vita, di sostanza, uno stesso nome e sono degni dello stesso onore. Solo il Figlio può dire: «Io e il Padre siamo UNO» (Giovanni 10:30), e come tali hanno la stessa mente e lo stesso cuore. Assumendo un corpo d'uomo, Gesù ha espresso pienamente il cuore di Dio nel perdonare i peccati, come riconoscevano anche i suoi denigratori: «Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?» (Marco 2:7).

Gesù in preghiera, che rivela il volto del Padre

La Libertà di Gesù nel Vivere la Volontà del Padre

L'errore più diffuso oggi è affermare l'umanità di Gesù e negarne la divinità, ma anche il contrario non è meno grave. La divinità di Gesù si è manifestata proprio attraverso la sua umanità. «Chi ha visto me ha visto il Padre», dice Gesù a Filippo (Gv 14,9). Filippo vede un uomo in carne ed ossa, ma è in quell'uomo che egli deve scorgere la presenza del Padre. Conoscere Gesù nella sua umanità significa conoscere un progetto di umanità: come l'uomo deve essere per corrispondere al piano di Dio. Gesù è la verità di Dio e dell’uomo.

La folla si interrogava sull'identità di Gesù fin dall'inizio del suo ministero (Mc 1,21-28), notando che insegnava con autorità, non come gli scribi, e che il suo insegnamento era nuovo. La novità di Gesù non è solo cronologica, ma qualitativa: qualcosa che rigenera e rinnova. Gesù era diverso dagli altri.

Gesù mostra una profonda libertà, non lasciandosi condizionare dai luoghi comuni sociali o religiosi. Interrogato sul riposo nel giorno di sabato (Mc 2,23-28), risponde: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!». Questo fa comprendere un'altra immagine di Dio e del comportamento morale. Nei dibattiti a Gerusalemme, Gesù conduce i suoi interlocutori a una visione nuova dei problemi, mostrando che c’è qualcosa di più profondo da recuperare.

Questa libertà di Gesù si estende al fascino del denaro, del potere, persino dalla sua stessa famiglia e dagli amici. A chi dice: «Ti seguirò dovunque tu vada», Gesù risponde: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,57-58). La vita di Gesù è povera e nomade, radicata in una incondizionata fiducia nel Padre e nella volontà di dedicarsi completamente alla sua missione.

Gesù assume un certo distacco di fronte alle persone che detengono il potere (Mt 11,8 Lc 13,32; 22,25), non si lascia incantare dalla loro potenza, né confida in loro né li teme. Soprattutto, non imbocca la via del potere, ma la respinge come una tentazione (Mt 4,1-11).

Anche nei confronti della sua famiglia e dei parenti, Gesù afferma la propria libertà. Due episodi sono significativi:

  1. Nel racconto dell'infanzia, Gesù ritrovato nel tempio (Lc 2,41-52), alla madre che dice: «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Qui Gesù afferma il primato della sua appartenenza a Dio e la priorità della sua vocazione su ogni altro legame.
  2. Mentre Gesù sta parlando alla folla, avvisato che sua madre e i parenti lo cercano (Mc 3,31-35), egli guarda coloro che gli stanno attorno ed esclama: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». Così afferma che la sua famiglia è più ampia della parentela, e che la sua missione non concede privilegi a nessuno.

La radice della libertà di Gesù risiede nella sua profonda religiosità: egli è costantemente «davanti a Dio», e trae dalla propria esperienza religiosa i criteri per agire e giudicare. In tutto ciò che fa, Gesù intende unicamente rivelare il vero volto del Padre, il suo atteggiamento verso l'uomo, il suo amore per tutti.

L'Obbedienza e la Dedizione come Espressione della Vera Libertà

Gesù, pur essendo libero, è al tempo stesso totalmente obbediente a Dio. Per lui, questo è il solo modo di essere veramente liberi. Libero non è chi trasgredisce, ma chi ha il coraggio di scegliere per la verità e di vivere una fedeltà. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34). Non è venuto a dire parole proprie, ma unicamente le parole del Padre, cercando la gloria che viene da Lui (Gv 5,41-44).

L'obbedienza ci permette di intravedere l'identità di Gesù, non solo nel suo essere uomo, ma Figlio. L'esperienza di Gesù mostra una tensione, ma non lacerazione, tra obbedienza e libertà, che egli unifica nella categoria della verità e dell'amore (Gv 8,32). Obbedendo, Gesù manifesta la sua identità di Figlio in ascolto, di immagine perfetta del Padre. La vera libertà è estroversa, la sua misura non è il proprio interesse ma il dono di sé. Lo spazio della libertà è il servizio.

Volendo rendere visibile la sua identità di Figlio, Gesù ha scelto di vivere un'esistenza in dono, costantemente proiettata al di là di sé. La donazione di Gesù trova il suo vertice nella morte in croce, ma è stata la legge di tutta la sua esistenza. Egli dice che «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per le moltitudini» (Mc 10,45). La parola "riscatto" evoca la solidarietà radicale, l'atteggiamento di chi si sostituisce al parente caduto in schiavitù.

Gesù è un uomo libero da tutto e da tutti, eppure profondamente solidale e totalmente per gli altri, fino al completo dono di sé. Trova il coraggio di esserlo nella comunione con il Padre. Alla fine dei discorsi dell'ultima cena, i discepoli dicono: «Ora conosciamo che sai tutto... Per questo crediamo che sei uscito da Dio» (Gv 16,30). Ma Gesù ribatte: «Adesso credete? Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete, ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16,31-32). Se Gesù trova la forza di donarsi totalmente, è perché sa di non essere solo: il Padre è con lui.

Mani che si stringono, simbolo di fiducia e obbedienza nel contesto della fede

La Paternità di Dio: Amore Incondizionato e Dono

Il battesimo di Gesù è un momento chiave per comprendere la paternità di Dio. La voce di Dio Padre proclama: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Queste parole esprimono una tenerezza e una soddisfazione paterna. L'amore paterno non si improvvisa, ma è un compito concreto che si impara in famiglia, basato su amore e servizio incondizionati. Non è un amore calcolato, ma uno che sa accogliere la persona reale, non ideale, senza condizioni o aspettative di gratificazione.

Mentre gli uomini puntano il dito, Dio Padre custodisce; noi accusiamo, il Padre difende; noi critichiamo, il Padre comprende; noi disapproviamo, il Padre consola, incoraggia e salva. Da imparare dall'amore divino è che a dare origine a tutto - vita, Scrittura, Chiesa, salvezza - non è l'amore per Dio, ma l'amore di Dio. Non siamo stati creati per fare, ma per ricevere. Come il Battista riconosce: «Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». La Buona Notizia è che Dio non è Colui che domanda o che comanda, ma è il Dio che dona. Solo imparando a ricevere si è in grado di dare.

Gesù s'immerge nel Giordano, impregnando le acque di Spirito Santo, come farà sulla croce: «chinato il capo, emise [effuse] lo Spirito» (Gv 19,30). Questo simboleggia il "battesimo di fuoco" da cui la Chiesa, nuova Eva, viene rigenerata. Così «si adempie ogni giustizia», non per merito di opere, ma per la giustificazione mediante la fede (Ef 2,8-9). Essere giustificati significa essere «resi giusti» da Cristo, morto e risorto per noi. La salvezza non si compra, ma si riceve senza alcun merito.

L'Identità Spirituale: Quale Padre Scegliamo?

La domanda scomoda sull'identità, «chi è veramente tuo padre?», non si riferisce al DNA biologico, ma a quella «voce interiore» a cui diamo il potere di definire chi siamo. Una prima paternità è quella che Gesù chiama «il padre della menzogna» (Giovanni 8,44). Non è un mostro con le corna, ma una voce sottile che semina sfiducia e genera pensieri come: «Vali solo se produci, se sei perfetto», «Non fidarti di nessuno», «Dio è un giudice pronto a punirti». Questa è la «paternità del peccato».

Dall'altra parte c'è la paternità di Abramo, il «padre della fede». Avere Abramo come padre significa sapere che il futuro non è una minaccia, ma una terra promessa; significa che non dobbiamo guadagnarci l'amore di Dio, perché lo abbiamo già. In ogni momento, decidiamo a quale padre somigliare. Quando si difende un compagno isolato, quando si trova il coraggio di dire un "grazie" o un "scusa" difficile, si sta attivando il DNA di Abramo. Gesù nel Vangelo di Giovanni (8,58) dice: «Prima che Abramo fosse, Io Sono», indicando di essere la sorgente stessa di quella fiducia. La Quaresima, per esempio, è un periodo di allenamento per cambiare paternità.

La Preghiera di Gesù: Un Dialogo Filiale con il Padre

La vita di Gesù di Nazareth nei vangeli è descritta come un'esistenza eminentemente teologale e dialogica. Teologale perché centrata in Dio e nella realizzazione della sua missione; dialogica perché totalmente impregnata di relazioni con il Padre e con gli uomini. In Gesù, tutto è rivelazione di Dio, trasparenza del suo amore, epifania del volto del Padre. La tensione che permea la sua vita è rivelare e raccontare la tenerezza del Padre a tutti.

Gesù ama la preghiera frequente e prolungata. Prega al mattino presto o alla sera tardi, quando si appresta a guarire o prende decisioni importanti. Luca, attento all'attitudine di Gesù alla preghiera, sottolinea i momenti significativi del suo ministero come vissuti in clima di orazione:

  • È in preghiera al momento del Battesimo (Lc 3,21).
  • Prima di eleggere i Dodici, trascorre una notte intera in orazione (Lc 6,12).
  • Al ritorno dei Settantadue discepoli dalla missione, esulta nello Spirito e rende grazie al Padre (Lc 10,21).
  • Nel Cenacolo, rivolge al Padre la «Grande preghiera sacerdotale» (Gv 17,1-26).
  • Al Getsemani, vive l'agonia in una preghiera accorata e incessante (Lc 22,40-45).
  • Chiude la sua giornata terrena pregando con le parole del Salmo 31: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).

La preghiera di Gesù è anzitutto filiale. Egli usa l'appellativo "Abbà" (Padre) per invocare Dio, cosa inedita nella tradizione ebraica, svelando la profondità della sua confidenza. I Vangeli sono sobri sui contenuti della sua preghiera, ma una testimonianza di Matteo rivela: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).

Questa è una preghiera di benedizione (berakah), di riconoscimento e ammirazione. Gesù loda e ringrazia il Padre perché i "piccoli" (népioi), gente umile e senza presunzione, accolgono il suo annuncio, mentre i sapienti e i dotti chiudono la mente e il cuore. Gesù esclama: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,27). Il verbo "conoscere" nella Bibbia indica una relazione intima, piena sintonia e comunione vitale. I segreti nascosti sono comunicati dal Figlio a coloro che lo accolgono con semplicità e fiducia.

Un'altra preghiera di benedizione è quella davanti alla tomba di Lazzaro: «Padre, ti benedico perché mi hai ascoltato» (Gv 11,41), con un tono di incondizionata sicurezza e fiducia. La preghiera sacerdotale nell'Ultima Cena (Gv 17,1-26) è un compendio della sua esistenza di Figlio, rivelando il nome (il mistero) di Dio come Padre e l'intima comunione d'amore trinitario.

La preghiera del Getsemani (Mc 14,32-42) è drammatica e colma di fiducia. Nella notte del tradimento, Gesù confessa la sua tristezza e angoscia ai discepoli: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Rivive il disorientamento di chi sperimenta il silenzio di Dio, ma la sua implorazione «Abbà, Padre! allontana da me questo calice» si conclude con una fiducia senza riserve. La sua lotta interiore è così intensa che «il suo sudore diventò come gocce di sangue» (Lc 22,44). Dopo l'agonia, l'ordine ai discepoli: «Alzatevi, andiamo!» (Mc 14,42), con il verbo eghèiro (risurrezione), indica la consegna al progetto del Padre per la salvezza.

Le ultime preghiere di Gesù dalla croce includono l'intercessione per i crocifissori: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Il suo grido «Eloì, Eloì, lemà sabàctani?» («Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?») (Mc 15,34) è un lamento salmico, seguito da un grido di fiducia e consegna filiale: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).

Per Gesù, la preghiera è coltivare la relazione filiale con il Padre, discernere gli avvenimenti e la vita. Egli è Maestro di preghiera, impegnato a introdurre i discepoli nella sua intimità con Dio. Alla richiesta «Signore, insegnami, insegnaci a pregare», Gesù risponde: «Quando pregate dite: Padre, Abbà» (Lc 11,2). La paternità di Dio è anche fondamento della nostra fraternità: pregando il Padre comune, ci impegniamo a costruire fraternità con tutti, proprio perché tutti siamo amati dal Padre.

"Il Padre è Maggiore di Me": Comprendere la Relazione Padre-Figlio

Un passaggio apparentemente complesso è in Giovanni 14:28: «Il Padre è maggiore di me». Questo può sembrare contraddire l'insegnamento che Gesù è uguale a Dio (Gv 1:1,18; 5:16-18; 10:30; 20:28), pur affermando che Gesù obbedisce e dipende dal Padre (Gv 4:34; 5:19-30; 8:29; 14:48-49). È fondamentale esaminare il contesto per capire il senso preciso di queste affermazioni.

La parola chiave è «perché». Il fatto che il Padre è maggiore di Gesù è il motivo per cui i discepoli devono rallegrarsi del suo ritorno al Padre. Questo ritorno è un ritorno al posto «naturale» di Gesù, alla gloria che aveva presso il Padre da prima della creazione (Gv 17:5). Questo posto era migliore dello stato di Gesù a quel tempo, quando era un uomo. In altre parole, il Padre nella sua eterna gloria era maggiore di Gesù nel suo stato incarnato.

Un'interpretazione alternativa suggerisce che il motivo della gioia era che Gesù ritornava a colui che lo aveva mandato, che era maggiore nella sua autorità. Ciò implica che il Padre era maggiore di Gesù nella sua funzione o nel suo compito, ma non nella sua natura. Ad esempio, un presidente è maggiore di un cittadino in autorità, ma non per questo meno umano. Nello stesso modo, Gesù è subordinato nella sua funzione al Padre (una sottomissione volontaria, non per natura inferiore) senza essere inferiore a lui nella sua essenza o natura. Questa distinzione è cruciale per comprendere l'unità e la relazione tra Padre e Figlio nel Nuovo Testamento.

tags: #chi #e #tuo #padre #vangelo