Sebastiano Isaia: Profilo, Pensiero e Critica Radicale del Capitalismo

Introduzione: Lo Studioso e il Polemista

Sebastiano Isaia è uno studioso del pensiero critico economico e sociale, descritto dalla giornalista Alessandra Di Pietro. Egli è profondamente devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ma al contempo ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, ponendosi come acerrimo nemico di ogni marxismo dogmatico, inclusi stalinismo e maoismo. Influenzato da pensatori come Adorno e Horkheimer, Isaia detesta Toni Negri e i teorici del "capitalismo cognitivo". Egli si definisce un polemista di vocazione e preferisce ricusare ogni etichetta tradizionale (marxista, comunista, ecc.) per non essere associato alla sinistra italiana contemporanea. La sua posizione si riassume nella frase: «Non voglio partecipare all’inflazione di parole svuotate di qualsiasi contenuto autentico. Pratico la lontananza dal nome delle cose, per meglio penetrarne e sviscerarne i concetti».

Influenze Intellettuali e Rifiuto delle Correnti Dominanti

Fin da giovanissimo, Isaia ha attinto al pensiero e alla storia della Sinistra Comunista europea, studiando autori come Amadeo Bordiga, Karl Korsch, Anton Pannekoek e Herman Gorter. La sua prospettiva è fortemente modellata dalla Teoria Critica di Adorno e Horkheimer, che gli permette di analizzare la società capitalistica con una lente disincantata. Questa impostazione lo porta a distanziarsi criticamente da molte figure e correnti contemporanee, come i teorici del "capitalismo cognitivo" e persino Naomi Klein, che, come scherzosamente notato nel testo, non sa chi sia.

La Teoria Critico-Radicale e l'Espansione Sociale del Capitale

Il fulcro del pensiero di Sebastiano Isaia è la sua teoria critico-radicale, un approccio che egli definisce come "pensiero-prassi" capace di cogliere la società capitalistica nella sua essenza storica e sociale. Secondo Isaia, le radici del vigente regime sociale mondiale affondano nel rapporto di dominio e di sfruttamento tra Capitale e lavoro salariato. Sebbene il luogo di sfruttamento immediato della capacità lavorativa sia la fabbrica, la reale dimensione del Dominio Capitalistico è la società colta nella sua complessa e sempre più compatta totalità.

Isaia teorizza che, ancor prima che espandersi geograficamente, il Capitale si espande socialmente, penetrando in ogni sfera dell’esistenza “umana”, fino a conquistare gli stessi corpi degli individui, ridotti a merci che producono, consumano e sognano merci. Questa prospettiva sociale, costruita anche con elementi tratti dalla psicoanalisi di Freud, lo porta a elaborare il concetto filosofico del «non-ancora-uomo».

Il Concetto di "Non-Ancora-Uomo" e il Totalitarismo Sociale

Per Isaia, dove non c’è autentica libertà, non può esservi reale umanità. Egli osserva che gli individui contemporanei non controllano nulla, ma sono controllati e dominati da potenze sociali oggettive che prendono corpo dal processo di creazione e distribuzione della ricchezza sociale in forma capitalistica. Per questo motivo, Isaia preferisce la categoria di «totalitarismo sociale» a quella di «totalitarismo politico», ponendo al centro le crescenti necessità legate alla sfera economica.

In questo contesto, Isaia teorizza «l’eutanasia del Dominio in tutte le sue manifestazioni sociali». L’attualità del Dominio e la possibilità della Liberazione creano una straordinaria tensione storico-sociale che egli chiama «tragedia dei nostri tempi», sottolineando la sua problematicità e paradossalità: «Siamo sempre più immersi nel Dominio a un passo dalla Liberazione!». Di qui, Isaia conclude sull’urgenza di «spalancare gli occhi della coscienza sull’orrore di una realtà che pure è feconda di straordinarie possibilità».

Critica all'Economia della Condivisione (Sharing Economy) e al Capitalismo Cognitivo

Sebastiano Isaia analizza criticamente l'ascesa della sharing economy e il capitalismo cognitivo, definendola una classe di attività economiche che sfruttano la tecnologia informatica per creare mercati virtuali dove lo scambio di informazioni permette lo sfruttamento di beni e risorse sottoutilizzate. Secondo la sua analisi, aziende come Uber e Airbnb, pur presentandosi come innovative e disruptive, celano una realtà di sfruttamento del lavoro, elusione delle regole e creazione di un "Turco Meccanico" digitale che distribuisce "certificati di eccellenza" a fronte di retribuzioni minime.

Egli contesta la concezione di Jeremy Rifkin, che nei suoi lavori ha sostenuto come i nuovi fenomeni cambieranno il ruolo delle multinazionali e renderanno il mercato più democratico. Isaia osserva che Rifkin, con la sua concezione "triviale", non comprende che il Capitalismo è sempre stato una questione di tempo di lavoro. Il grande parlare intorno alla «economia della condivisione» lo fa sorridere, poiché i sociologi e gli economisti più alla moda sembrano "scoprire l'acqua calda", presentando come grandi scoperte scientifiche ciò che in realtà è la razionalizzazione e l'economizzazione dell'impiego dei fattori di produzione, finalizzata all'esaltazione della produttività del lavoro e del saggio del profitto.

Per Isaia, questo processo non indebolisce, ma rafforza la proprietà borghese, che si manifesta come appropriazione di lavoro altrui non retribuito. Il «capitale sociale» o il General Intellect, contrariamente a quanto credono i "postmarxisti", non è un'antitesi al Capitale, ma una sua tipica fenomenologia nel contesto del Capitalismo mondiale del XXI secolo. La sua visione sul cosiddetto Capitalismo cognitivo è ulteriormente approfondita nel suo studio "Dacci oggi il nostro pane quotidiano".

infografica: evoluzione del lavoro e della produzione nell'era digitale

Il Concetto di Sussunzione Reale e Totale del Lavoro sotto il Capitale

Per Isaia, lo studio dell'Industrial Smart Working e della Fabbrica Intelligente (o Industria 4.0) è stata l'occasione per tornare a riflettere su un fondamentale concetto marxiano: la sussunzione reale del lavoro sotto il capitale, con la dialettica tra sussunzione formale e reale. Egli estende questa dialettica come chiave interpretativa per molti fenomeni sociali che esulano dalla sfera immediata della produzione di valore, toccando aspetti della vita apparentemente non economici.

Sviluppando il concetto di sussunzione reale sulla base della società capitalistica del XXI secolo, Isaia giunge all'elaborazione del concetto di sussunzione totale, ovvero una piena integrazione del lavoro vivo nella prassi del capitale, che lascia ai lavoratori solo "residuali brandelli di autonomia esistenziale". Questo concetto si applica anche alla vita quotidiana degli individui, sempre più asservita, fin nei minimi dettagli, alle esigenze del "Moloch sociale".

È a questo livello "esistenziale" che Isaia trova una puntuale applicazione del concetto adorniano di composizione organica dell’individuo, in analogia (o più) con il concetto marxiano di composizione organica del capitale. Egli sottolinea che il lavoro salariato ha plasmato le masse dell'età moderna, riducendo l'individuo a un mero agente del valore. La "deformazione" dell'uomo non è una malattia che colpisce l'individuo, ma la malattia della società stessa, che produce i suoi membri come proiezioni di tare ereditarie sociali. La mercificazione della vita umana, a partire dalla capacità lavorativa venduta e acquistata come merce, evoca un mondo radicalmente disumano e disumanizzante, con cui l'anticapitalista deve fare i conti.

Isaia afferma che dall'organizzazione scientifica della produzione (taylorista, fordista e toyotista) si è passati all'organizzazione scientifica della vita di tutti e in tutto il mondo, poiché la scienza e la tecnologia sono potenti espressioni del capitale. La scienza della natura di questa epoca storica è una scienza capitalistica non tanto per il suo oggetto, quanto per i rapporti sociali dominanti che la rendono possibile e per la potenza sociale (il Capitale) che la usa come strumento di dominio e sfruttamento.

schema: la fabbrica intelligente e l'integrazione del lavoro nel capitale

Lavoro Produttivo e Improduttivo nella Teoria Marxiana di Isaia

Richiamandosi al Capitale di Marx, Isaia analizza la distinzione tra plusvalore relativo e plusvalore assoluto, e in particolare il concetto di lavoro produttivo e improduttivo. Per Marx, «la produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore», e dunque «è produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista». Isaia riprende questo punto, affermando che "esser operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia", sottolineando il significato specificamente sociale e storico di questi concetti.

Il concetto di lavoro salariato come maledizione sociale è al cuore della teoria marxiana del valore per Isaia, che in questo senso concorda con i critici borghesi di Marx che lo vedono più come un "coscienza rivoluzionaria" che come uno scienziato economico puro. Critica l'idea che la cattiva condizione dei nullatenenti generi spontaneamente una coscienza rivoluzionaria o crei soggetti "ontologicamente" anticapitalisti, come credono gli intellettuali che cercano nuovi "soggetti rivoluzionari" (ad esempio, "operaio sociale" o "proletariato cognitivo").

Isaia evidenzia come le attività che per il capitale industriale sono mero costo, spese improduttive, vengono esternalizzate, creando nuove attività per i capitali in cerca di profitti. Questa complessità confonde la distinzione tra attività produttive e improduttive. A suo avviso, non tutti i lavori sottomessi al rapporto capitalistico sono produttivi nel senso marxiano, ma solo quelli che producono plusvalore, non "semplice" profitto. Il profitto, infatti, è una forma derivata e una decurtazione del plusvalore, che, sebbene valorizzi il capitale che lo sfrutta, non crea nuovo valore sociale, ma attinge a plusvalore già esistente. Questa dialettica tra plusvalore e profitto è cruciale per comprendere la natura "storicamente vecchia e decrepita" del capitale, che si rivela nelle crisi economiche, quando il "gigantesco castello di carta" crolla.

L'Analisi dell'Imperialismo Moderno

La Guerra del Golfo e la Sinistra Italiana (1990)

Sebastiano Isaia, insieme ad alcuni compagni, ha firmato l'opuscolo "Guerra alla guerra. Crisi del Golfo e ruolo dei comunisti" nel 1990, in occasione della Prima guerra del Golfo. In questo lavoro, esprime una forte critica alle posizioni della sinistra italiana, in particolare de Il Manifesto e dell'ala ingraiana del PCI. Egli contesta la loro "simpatia" per il governo francese e il servilismo nei confronti dell'Unione Sovietica di Gorbaciov, smascherando la natura imperialista di entrambe le potenze.

Isaia ridicolizza l'illusione che l'ONU possa essere un organismo neutrale per la pace, definendolo alla stregua di "covi di briganti" (richiamando Lenin) e sottolineando che il diritto di veto è prerogativa delle potenze imperialiste vincitrici della Seconda guerra mondiale. Rifiuta l'idea che l'embargo economico sia uno strumento non-violento, considerandolo una misura violenta e parte integrante del conflitto armato. Per i comunisti "autentici", l'aggressione imperialista dell'Iraq al Kuwait doveva essere contrastata non dagli altri Stati imperialisti o dall'ONU, ma dal proletariato iracheno e internazionale, contro tutti gli imperialismi. Conclude criticando le "illusioni pacifiste" e l'idea che la guerra non sia mai necessaria, affermando che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, come insegnava Clausewitz.

L'Imperialismo Americano nel XXI Secolo: Critica di un Impero "Mio Malgrado"

Isaia dedica attenzione anche all'analisi dell'imperialismo americano, basandosi su una monografia di Limes. Egli contesta la retorica nazionalista che vorrebbe un'America in declino o ritirata, affermando che la superpotenza è passata da una fase imperialista a una "compiutamente imperiale", sempre nel solco del concetto "classico" di imperialismo. Sostiene che l'America è imperiale, inquieta e "contro tutti", costretta dalla sua condizione egemonica a essere universalistica e aggressiva, nonostante la "fatica percepita dalla cittadinanza" che vorrebbe un ritorno alla nazione.

Critica la narrazione di un isolazionismo o ritiro statunitense, dimostrando con dati che l'impero americano si è rafforzato ed ha esteso la sua presenza globale. Per Isaia, "dall’impero non ci si può dimettere", perché l'imperialismo americano è "costretto" a difendere, consolidare ed espandere i suoi interessi sistemici (economici, finanziari, tecno-scientifici, militari, ideologici) con tutti i mezzi necessari. Egli evidenzia l'imperialismo spaziale con la creazione delle forze spaziali statunitensi, e la vastissima rete di basi militari americane nel mondo (almeno ottocento), che rappresentano l'impronta della postura imperiale. Questa strategia, immutata dalla Seconda guerra mondiale, mira a impedire la nascita di un rivale o una coalizione di rivali in Eurasia che possano minacciare l'egemonia mondiale americana e il controllo dei mari.

Il limite fondamentale del pensiero geopolitico, a suo avviso, è quello di non considerare il concetto e la realtà del dominio di classe e del rapporto sociale capitalistico, ragionando in termini di "Nazioni, Stati e Popoli" che occultano la loro natura classista. Per Isaia, è la classe dominante di un Paese (o una sua frazione) a decidere la politica estera, orientando le scelte dello Stato.

mappa: basi militari statunitensi nel mondo e rotte commerciali

Critica all'Impostazione di Thomas Piketty

Sebastiano Isaia rivolge una critica acuta anche alle teorie di Thomas Piketty, in particolare all'impostazione che pretende che il funzionamento del modo di produzione capitalistico possa essere sottomesso alla "politica". Questa visione, secondo Isaia, è problematica poiché presuppone una primazia del politico sull'economico, come se la sovrastruttura potesse governare la struttura e non viceversa.

Egli definisce l'«interesse generale» evocato da Piketty come "il più classico dei concetti borghesi", utilizzato per nascondere il dominio degli interessi delle classi al potere e per depotenziare l'antagonismo tra le classi, attraverso l'individuazione di supposti valori comuni che cancellano la divisione classista degli individui.

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