La Cattedrale Metropolitana di Modena, dedicata a Santa Maria Assunta in Cielo e San Geminiano, è un magnifico esempio di architettura romanica. L'edificio sacro fu concepito per essere ammirato e contemplato, diventando luogo di conoscenza, preghiera e misericordia. Dio si rivelava al popolo attraverso la pietra: come in un libro illustrato, l'uomo medievale leggeva le Sacre Scritture nelle sculture e nei fregi.

La costruzione del Duomo e i suoi maestri
La storia della costruzione del Duomo di Modena è narrata in una cronaca contemporanea, la Relatio de innovatione Ecclesie Sancti Geminiani ac de translatione eius beatissimi corporis del canonico Aimone. Questo manoscritto racconta gli eventi accaduti tra il 1099 e il 1106, quando i modenesi decisero di "rinnovare, ricostruire e innalzare" un nuovo duomo. L'iniziativa provenne direttamente dal popolo in un periodo di sede vescovile vacante, poiché il vescovo Eriberto era stato scomunicato.
Lanfranco: l'architetto straordinario
I lavori furono affidati all'architetto lombardo Lanfranco, definito "artista straordinario e costruttore eccezionale", alfiere di uno stile romanico maturo e consapevole. Lanfranco introdusse a Modena un nuovo modo di concepire l'architettura, per mezzo di un linguaggio geometrico e razionale, ma al contempo stupefacente e monumentale. La Cattedrale ostenta proporzioni equilibrate, e gli spazi sono caratterizzati da un grande senso di ordine e armonia, dove ogni elemento svolge una funzione chiara e leggibile. La luce, mistica e solenne, contribuisce a delineare forme e volumi, rivelando dall'ombra le colonne e i pilastri che separano le tre navate, gli archi trasversi a tutto sesto e i finti matronei, sormontati da un alto cleristorio.

Come era consuetudine per l'epoca, Lanfranco iniziò i lavori dall'area absidale. Le tre absidi semicircolari del Duomo, una per ciascuna navata, sono le parti dell'edificio che ne rivelano i modi più puri, privi di orpelli e di decorazioni superflue. Un susseguirsi elegante di loggette a trifora, racchiuse entro arcate cieche, di mensole e di peducci, scandisce il perimetro esterno di tutto l'edificio, attraverso un pregevole gioco di chiaroscuri.
Il progetto di Lanfranco prese forma grazie alle abili mani di scalpellini e muratori lombardi, i cosiddetti Maestri Comacini, che lo seguirono a Modena. Questi maestri contribuirono alla diffusione dello stile romanico in tutta l'Italia settentrionale, grazie a un sapere costruttivo raffinato e interprete della tradizione. A essi si devono i pregevoli capitelli della cripta, ricchi di simboli e messaggi, custodi di una conoscenza antica, da cui emergono figure mostruose di sfingi, leoni, montoni e aquile con le ali spiegate. Su di un capitello, alcune sirene bicaudate sono immagine della lussuria, su di un altro ancora appaiono gli esseri del Tetramorfo.
Wiligelmo: lo scultore rivoluzionario
Proprio a partire dalla realizzazione della facciata, l'architetto Lanfranco venne presto affiancato da un altro grande maestro del suo tempo, Wiligelmo, che, insieme ai suoi seguaci, curò la decorazione plastica della Cattedrale. Wiligelmo fu uno straordinario innovatore e uno dei pochi scultori del Medioevo di cui ci è giunto il nome. Il suo contributo a Modena è ricordato dall'iscrizione murata a sinistra del portale maggiore, nella quale i profeti Enoch ed Elia reggono un cartiglio con la dedicazione e la data di fondazione del Duomo, ovvero il 9 giugno 1099.
L'opera di Wiligelmo nella Cattedrale di Modena segnò una svolta straordinaria nel modo di concepire la scultura, non più considerata soltanto un'appendice architettonica, ma dotata di una propria dignità artistica e figurativa. Con Wiligelmo, la scultura assumeva una plasticità inedita, incominciando a emergere dalla struttura, non più rigida e statica, ma come fosse in movimento. Le figure acquisivano massa e gravità, e la luce modellava spazi e volumi, come non accadeva dai tempi antichi. Tale opera non aveva solo un valore ornamentale, ma costituiva anche una grande fonte di conoscenza e contemplazione per i fedeli, poiché i fregi e i rilievi della Cattedrale, vera e propria "Bibbia di pietra", aiutavano gli analfabeti a comprendere le Sacre Scritture.
Wiligelmo: Storie della Genesi nel Duomo di Modena
Le porte della Cattedrale e i loro stipiti
Delle sei porte d'accesso all'edificio di culto, due meritano una particolare attenzione per la ricchezza delle loro decorazioni scolpite: la Porta dei Principi e la Porta della Pescheria.
La Porta dei Principi
La Porta dei Principi, introdotta da un protiro con leoni stilofori, riprende la decorazione del portale maggiore. Qui è presente un rigoglioso tralcio di vite che avvolge uomini intenti in varie attività lavorative, come contadini, fabbri e scultori. Il tema centrale della composizione scultorea sono gli Episodi della vita di San Geminiano, abilmente scolpiti sull'architrave da un anonimo "Maestro di San Geminiano" e ispirati alle agiografie medievali del santo.
Nei bassorilievi si vede San Geminiano galoppare a cavallo verso l'Oriente, attraversare il mare a bordo di una nave, guarire la figlia indemoniata dell'imperatore di Costantinopoli, e infine fare ritorno a Modena, dove, dopo la sua morte, viene sepolto nel luogo in cui sorgerà la Cattedrale.
La Porta della Pescheria: un calendario scolpito
Intorno al 1110, un altro allievo di Wiligelmo, noto come "Maestro di Artù", iniziò a lavorare per adornare la Porta della Pescheria. Questo ingresso, destinato al popolo e ai pellegrini, si apriva sul lato nord della cattedrale, in corrispondenza del tracciato della Via Emilia. È probabile che nelle vicinanze, in passato, si trovassero i banconi dei venditori di pesce, da cui il nome con cui il portale è conosciuto.
Caso eccezionale, la Porta della Pescheria non ospita temi iconografici sacri, ma scene della mitologia classica, racconti della tradizione popolare e fiabe. Lungo i suoi stipiti esterni, avvolti da girali vegetali, si animano, ad esempio, immagini scolpite de La volpe e l'aquila di Esopo, di una mostruosa manticora o di un uomo senza vestiti che si copre la bocca con una mano.
Le Allegorie dei Dodici Mesi
Gli stipiti interni della Porta della Pescheria ospitano le Allegorie dei dodici mesi. Partendo dallo stipite destro, dal basso verso l'alto, sono "narrati" i mesi da Gennaio a Giugno, indicando i tempi e le attività stagionali da svolgere durante l'anno. Lo stipite di sinistra riprende, sempre dal basso, da Luglio. Si tratta di una sorta di calendario dell'epoca, scolpito con un'accurata precisione di dettagli:
- Stipite destro (dal basso verso l'alto):
- Gennaio: un uomo incappucciato brandisce una zampa di maiale, simbolo della concia.
- Febbraio: un uomo avvolto in una coperta si scalda al fuoco.
- Marzo: un contadino pota le viti.
- Aprile: un uomo ben vestito reca in mano mazzolini di fiori.
- Maggio: un uomo conduce un cavallo, riferimento all'inizio delle guerre.
- Giugno: un contadino taglia l'erba con la falce, con un largo cappello a proteggerlo dal sole.
- Stipite sinistro (dal basso verso l'alto):
- Luglio: un contadino falcia le spighe di grano e prepara i covoni.
- Agosto: un contadino batte il grano, con le spighe distese sul terreno.
- Settembre: un contadino pigia l'uva all'interno di un tino.
- Ottobre: un contadino travasa il vino nelle botti.
- Novembre: un contadino semina il grano.
- Dicembre: un uomo spacca un grosso ceppo con un'ascia per preparare la legna per l'inverno.

Le leggende arturiane sull'archivolto
Il tema iconografico più importante del portale si trova sull'archivolto, dove è scolpito un episodio narrativo tratto dalle leggende arturiane. Alcune didascalie, incise sul bordo più esterno, rivelano i protagonisti della scena: sei cavalieri, tra cui Artus de Bretania (Re Artù), stanno assediando il castello dove Mardoc (Meleagant) ha imprigionato la principessa Winlogee (Ginevra). Questa raffigurazione è di grande importanza, in quanto risale a qualche decennio prima della stesura dell'Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, il primo romanzo del ciclo arturiano, pubblicato nel 1136.
La Ghirlandina: torre civica e campanile
La Ghirlandina è la torre che svolgeva la doppia funzione di Torre Civica e Campanile della Cattedrale. È alta 89.32 metri. L'origine del nome è legata alle balaustre in marmo della guglia, leggiadre come ghirlande.

All'interno della Ghirlandina, nella cosiddetta Sacrestia del Comune, è esposta la celebre trecentesca Secchia rapita. L'oggetto è lì a ricordare la contesa tra modenesi e bolognesi della storica battaglia di Zappolino del 1325. Al quinto piano della torre si trova una stanza dove sono presenti otto colonne con interessanti capitelli: il Capitello di David, il Capitello dei Giudici, il Capitello dei leoni e i capitelli a motivo vegetale. L'ambiente è chiamato la Stanza dei Torresani perché in passato vi abitavano le guardie a servizio del comune, dette appunto Torresani. Il compito dei custodi era quello di vigilare sulla città, dare il segnale di apertura e chiusura delle porte della cinta muraria e scandire le ore suonando le campane.
La cripta e il sepolcro di San Geminiano
Il presbiterio è sopraelevato perché al piano inferiore si trova la cripta, una vera e propria chiesa sotterranea a nove navate e quattro campate. Nella cripta è custodito il sepolcro di San Geminiano. Le reliquie di San Geminiano vennero solennemente traslate nella cripta della Cattedrale il 30 aprile 1106. Nell'ottobre dello stesso anno, alla presenza della contessa Matilde di Canossa e di una gran folla, papa Pasquale II consacrò l'altare maggiore.
Da non perdere, nella cripta, La Madonna della pappa, il gruppo in terracotta policroma di Guido Mazzoni, capolavoro del Rinascimento. Questa scultura è detta anche "Madonna della Pappa" per il gesto compiuto dalla serva che soffia sulla ciotola per raffreddare la pappa prima di darla al bambino, rendendo particolarmente originale il tema trattato.
Patrimonio dell'Umanità UNESCO
Piazza Grande, il Duomo e la Ghirlandina fanno parte della lista del Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO dal 1997. Questo riconoscimento sottolinea l'importanza storica e artistica di questo complesso architettonico, testimonianza più antica e completa di stile romanico conservatosi fino ai giorni nostri.
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