L'Arte Sacra Biblica: Linguaggio, Storia e Teologia

I capolavori artistici che adornano le nostre chiese sono espressione di una civiltà, quella cristiana, che da sempre ha avuto origine dal sentimento religioso che permeava gli uomini e la società. L'arte ha sviluppato tutti gli aspetti tipici del sacro e del mistero, rispondendo alle esigenze dell'annuncio e della formazione cristiana. Spesso ha tratto spunto dalle figure e dagli episodi contenuti nelle Sacre Scritture per adempiere a questo compito.

Definizione e Ambiti dell'Arte Sacra nel Cristianesimo

L'Arte Sacra, nel Cristianesimo, assume diverse sfumature. Per alcuni, include opere con figure angeliche che toccano i credenti. Altri la identificano in opere come quelle di Rembrandt, che pur non essendo esplicitamente religiose, sollevano questioni esistenziali. La Chiesa Cattolica la definisce attraverso l'interazione umana. Nel Cristianesimo primitivo, si riferiva a pratiche di culto e rituali dedicati alle divinità. In questo contesto, l'arte sacra comprende opere e pratiche dedicate al culto e all'espressione della fede.

  • L'arte sacra è molto più di una semplice rappresentazione religiosa: è un linguaggio visivo sacro che ha accompagnato, ispirato e guidato la spiritualità cattolica per secoli.
  • Arte sacra non è sinonimo di “arte religiosa”.
  • Uno degli aspetti centrali dell’arte sacra è la sua iconografia, cioè l’insieme dei simboli e dei soggetti che compaiono nelle opere.
  • Le opere sacre hanno contribuito a plasmare l’identità collettiva di popoli e civiltà.

La Bibbia: "Grande Codice" della Cultura e dell'Arte Cristiana

Nella sua Lettera agli artisti (1999), Giovanni Paolo II ricordava che «la S. Scrittura è diventata una sorta di “immenso vocabolario” (Paul Claudel) e di “atlante iconografico” (Marc Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l’arte cristiana» (n. 5). Goethe era convinto che il Vangelo fosse la «lingua materna dell’Europa». La Bibbia, come ormai si è soliti dire, è «il grande codice» della cultura universale.

Gli artisti hanno idealmente intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato di storie, simboli, figure che sono le pagine bibliche. I musicisti è attorno ai testi sacri, soprattutto salmici, che hanno intessuto le loro armonie. Gli scrittori hanno per secoli ripreso quelle antiche narrazioni che divenivano parabole esistenziali. I poeti si sono interrogati sul mistero dello spirito, sull’infinito, sul male, sull’amore, sulla morte e sulla vita spesso raccogliendo i fremiti poetici che animavano le pagine bibliche. I pensatori, gli uomini di scienza e la stessa società avevano non di rado come riferimento, sia pure per contrasto, le concezioni spirituali ed etiche (si pensi al Decalogo) della Parola di Dio.

È per questo che la Bibbia - la quale ci insegna anche la via pulchritudinis, cioè il percorso della bellezza per comprendere e raggiungere Dio («cantate a Dio con arte!», ci invita il Sal 47, 8) - è necessaria non solo al credente, ma a tutti per riscoprire i significati autentici delle varie espressioni culturali e soprattutto per ritrovare la nostra stessa identità storica, civile, umana e spirituale. È in essa la radice della nostra grandezza ed è attraverso essa che noi possiamo presentarci con un nobile patrimonio alle altre civiltà e culture, senza nessun complesso di inferiorità. La Bibbia dovrebbe, quindi, essere da tutti conosciuta e studiata, sotto questo straordinario profilo di bellezza e di fecondità umana e culturale.

Con queste parole, si esprimevano i Vescovi nel Messaggio finale del Sinodo del 2008 sulla Parola di Dio. Questo testo autorevole ci ricorda che la Bibbia ha assunto lungo i secoli il volto della bellezza dell’arte e che, parallelamente, essa ha raggiunto gli uomini e le donne di questo mondo con una ricchezza di linguaggi, tra i quali quello artistico è certamente uno dei più alti e significativi.

rappresentazione della Bibbia come

Il Paradosso delle Immagini: Proibizione e Comando Biblico

La questione della rappresentazione divina è complessa e affonda le radici nelle Sacre Scritture stesse. Il secondo comandamento del Decalogo, infatti, recita: «Non ti farai scultura né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non le servirai. Io sono un Dio geloso» (Esodo 20,4).

Questo divieto ha storicamente generato una certa diffidenza verso le immagini, specialmente dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C., per evitare il rischio di idolatria. Tuttavia, la Bibbia stessa presenta un paradosso, poiché in altri passi Dio ordina esplicitamente la creazione di immagini:

  • I Cherubini sull'Arca dell'Alleanza: Nell'Esodo, Dio comanda a Mosè di fare due cherubini d'oro battuto, uno all'una e uno all'altra estremità del coperchio dell'Arca (Esodo 25, 18-20; 36,35). Questi non erano oggetti di idolatria, ma simboli della presenza divina.
  • Il Serpente di Bronzo: Nel libro dei Numeri (capitolo 21), durante il cammino nel deserto, il popolo d'Israele è afflitto da serpenti velenosi. Dio istruisce Mosè: «Fatti un serpente e mettilo su un'asta; chiunque sarà morso, guardandolo, resterà in vita» (Nm 21,8). Questo serpente di bronzo fu conservato per secoli, ma quando il popolo cominciò ad adorarlo bruciandovi incenso, il re Ezechia lo distrusse, chiamandolo "Necustan" (2 Re 18, 4), riconoscendo il pericolo dell'idolatria.

Questi episodi dimostrano che la proibizione non era assoluta, ma mirava a prevenire l'idolatria. La rappresentazione era lecita se non diventava oggetto di culto in sé, ma fungeva da segno o richiamo alla presenza e all'azione divina. I primi cristiani si trovarono ad affrontare questo dilemma. Le catacombe, con le loro decorazioni, testimoniano come l'arte sacra sia nata spesso in contesti di persecuzione e clandestinità, utilizzando simboli cristiani.

Nascita e Sviluppo dell'Arte Sacra Cristiana

L’arte sacra nasce nei primi secoli del Cristianesimo, spesso in contesti di persecuzione e clandestinità. Inizialmente, il Cristianesimo evitò immagini esplicite per distinguersi dalle pratiche pagane. Tuttavia, l'impulso a creare immagini, anche a fini didattici, era forte. Nonostante alcuni scrittori cristiani del II e III secolo (Tertulliano, Cipriano, Ireneo) mostrassero diffidenza verso l'arte profana, le prime testimonianze di arte cristiana, come quelle trovate nella casa-chiesa di Dura Europos, in Siria, dimostrano un impiego delle pitture a scopo cultuale e funerario.

Con l’Editto di Milano (313 d.C.), il Cristianesimo ottiene libertà di culto, e l'arte sacra inizia la sua espansione nelle basiliche e nei nuovi luoghi pubblici. È noto a tutti che il Cristianesimo ha sviluppato una “sua” arte a partire dalle esigenze del culto, prima ancora che dell’annuncio: dalle arti maggiori (pittura, scultura) a quelle minori (tessuti, vasi, suppellettili liturgiche). La nascita dell'espressione artistica cristiana si deve dunque non tanto alla catechesi, quanto piuttosto alla liturgia.

Mosaico paleocristiano o affresco delle catacombe

Evoluzione Teologica e Storica: Dall'Invisibile al Visibile

La svolta nella legittimazione delle immagini avviene a partire dal V secolo con una teologia che pone Cristo al centro. Il Concilio di Nicea del 325 segna un passo importante, e gradualmente il rifiuto delle immagini si placa. La chiave di questa accettazione è il mistero dell'Incarnazione: Gesù Cristo è l'immagine del Dio invisibile. La Parola di Dio è risuonata nel mondo con una “parola umana che ha implicato l’impiego del linguaggio umano e quindi dell’immagine mentale (rappresentazioni), narrativa (il linguaggio è simbolico), plastica (materiale).

L'arte cristiana si mette al servizio della fede e della spiritualità cercando di rendere visibile «Colui che era fin da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che noi abbiamo contemplato e quello che le nostre mani hanno toccato, il Verbo della vita».

Il IX secolo è segnato dalla crisi dell'iconoclastia, un periodo di distruzione insensata delle immagini religiose. I sostenitori delle icone, detti iconoduli, furono perseguitati. La dottrina della Chiesa, tuttavia, si sviluppò riconoscendo che l'onore reso all'immagine si trasmette al prototipo, e il Secondo Concilio di Nicea (787 d.C.) stabilì la liceità e l'utilità delle immagini sacre, pur distinguendo tra adorazione (latria), riservata solo a Dio, e venerazione (dulia).

Tra i Padri della Chiesa che difesero le immagini troviamo Paolino di Nola (fine IV-inizi V secolo), che vedeva nelle pitture uno strumento per la catechesi degli analfabeti, e Nilo di Ancira (V secolo), che affermava l'arte essere come un libro per gli illetterati. Grazie a queste argomentazioni, le immagini trionfarono e riempirono le aule di culto e le basiliche.

Icona bizantina o mosaico absidale con Cristo in maestà

Iconografia Sacra: Simboli, Figure e Narrazioni

L'iconografia, l'insieme dei simboli e dei soggetti che compaiono nelle opere, è un linguaggio universale nell'arte sacra. Già nel Cristianesimo primitivo, il Cristo veniva raffigurato simbolicamente con immagini come l'agnello, il pastore, la nave, il delfino e l'ancora. Il simbolo del pesce (Ichthys) è uno dei più antichi del Cristianesimo.

Gli eventi biblici, in particolare quelli che esprimevano con maggiore immediatezza un significato salvifico, hanno costituito per gli artisti un impulso straordinario per esprimere il loro talento. Essi, con le loro opere, rendendoci partecipi del vissuto interiore del loro ambiente e del loro tempo, ci hanno anche contemporaneamente “attualizzato” le Scritture. Tra i personaggi biblici citati e raffigurati troviamo Adamo ed Eva, Davide, Mosè, gli arcangeli Michele e Gabriele, la Vergine Maria e gli apostoli.

L'arte romanica e gotica, in particolare, sviluppò cicli narrativi dettagliati. Le immagini dei Santi, in particolare i martiri, apparvero già verso la fine del IV secolo. La rappresentazione iconografica di Cristo, in trono, in mandorla iridata e circondato da simboli degli evangelisti (leoni, buoi, uomini e aquile), ebbe ampia diffusione nell'arte Romanica e Gotica.

Fin dagli inizi del cristianesimo l’arte è stata come un quinto Vangelo non scritto, una fonte a cui tutti, anche chi non sapeva leggere, poteva attingere con lo sguardo e con il cuore. Anche un bambino poteva incantarsi davanti a quelle immagini affrescate sui muri e chiedersi chi fossero i personaggi e che senso avessero le storie che Giotto, per esempio, ha creato sulle pareti della cappella Scrovegni.

illustrazione medievale della Genesi o ciclo di Davide

La "Biblia Pauperum": L'Arte come Catechesi Visiva

Si parla di Bibbia dei poveri - Biblia pauperum - o degli illetterati, ma in realtà dietro quelle immagini, all’apparenza così semplici, esiste, in filigrana, un copione ben preciso e complesso che il pittore ha seguito. Questo approccio immaginifico, spirituale e simbolico apre così all’arte e ai suoi protagonisti una strada privilegiata: quella della visione. Una visione fortemente poetica, in cui tipo e antitipo si rimandano l’uno all’altro, facendo dei personaggi e delle scene bibliche una vera e propria koiné visiva. Questo tipo di esegesi biblica è suggerita e ispirata da Gesù stesso nei Vangeli, ad esempio: «E come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Matteo 12,39).

I primi esemplari di queste raccolte di incisioni, veri e propri libri, risalgono alla metà del XIII secolo ed ebbero larga fortuna nel Cinquecento con l’avvento della stampa. Un esemplare di Biblia pauperum olandese del 1470, conservata alla Biblioteca Estense di Modena, propone 40 tavole incise che illustrano altrettanti passi evangelici, dall’annuncio alla gloria, comparandole con 80 scene veterotestamentarie in un gioco visivo di nessi e rimandi. Ogni tavola è occupata da una xilografia a piena pagina a forma di trittico che mostra due immagini dell’Antico Testamento nei riquadri laterali, mentre al centro si trova un episodio del Vangelo.

Esempi di collegamenti tipologici includono:

  • Cristo risorto che schiaccia le porte degli Inferi affiancato da Gedeone che divelle le porte di Gaza e Giona che esce dal ventre della balena.
  • Elia che sale in cielo sul carro di fuoco che precede l’Ascensione.
  • Mosè che fa scaturire acqua dalla roccia in rapporto al miracolo delle nozze di Cana.

Questi schemi sono stati ripresi e sviluppati da grandi artisti:

  • Giotto nella Cappella degli Scrovegni (1306) prevede grandi scene evangeliche precedute da piccoli riquadri con storie dell’Antico Testamento.
  • Nel Cinquecento, artisti come Bernardino Luini e i fratelli Campi (Cremona) affiancano o sovrappongono scene dei due Testamenti con la stessa dimensione, dando all'Antico Testamento pari importanza del Nuovo.
  • Nel Seicento, artisti come Rembrandt cercano in una sola immagine la sintesi visiva tra Antico e Nuovo, come nel suo Sacrificio di Abramo (1635), dove l’anziano patriarca, pur apparendo nelle vesti del padre che sacrifica il figlio, nasconde le fattezze di Dio Padre che sacrifica il Figlio sulla croce. Isacco è infatti immagine di Gesù innocente che sale portando sulle spalle la legna, simbolo della croce.
xilografia di una Biblia Pauperum con trittico tipologico

Sfide e Discernimento nell'Interpretazione dell'Arte Sacra

Dobbiamo renderci conto che nessuna opera d’arte interpreta in modo esaustivo un testo biblico, così come nessuna omelia o testo catechistico. Un autore che in tempi recenti ha posto la questione delle rappresentazioni artistiche e della loro fedeltà alla Scrittura è Francois Boespflug, che intitolava una sua conferenza in modo provocatorio: «Il Dio dell’arte è il Dio della Bibbia?». La sua riflessione prende avvio da domande fondamentali: quando noi accostiamo le opere d’arte cristiana, esse servono e rispettano davvero questo Dio, oppure ne alterano il volto, lo tradiscono e ne danno una rappresentazione sfalsata?

Il pensiero di Boespflug si sviluppa ricordando il paradosso e la tensione esistente tra il Dio biblico, assolutamente trascendente e quindi non raffigurabile, e la produzione e la legittimazione delle immagini religiose attuata dal Cristianesimo in nome del principio fondamentale dell’Incarnazione del Figlio. Questo processo venne progressivamente regolarizzato dalle Chiese, anche se con modalità diverse tra Oriente ed Occidente, fino a giungere alla formulazione del criterio fondamentale della necessaria fedeltà al testo biblico per le rappresentazioni religiose.

Tuttavia, fin dalle origini, si è assistito all’elaborazione di soggetti iconografici in cui le Scritture non sono rispettate proprio alla lettera, e in cui gli artisti hanno invece inserito elementi della cultura estranei ai testi canonici per comunicare più efficacemente il messaggio:

  • I miracoli dipinti nelle catacombe o scolpiti nei sarcofagi paleocristiani in cui Gesù è presentato con toga e bacchetta come un guaritore ellenistico, motivi non citati nei Vangeli.
  • Le scene dell’Infanzia di Gesù ispirate ai Vangeli Apocrifi.
  • L’assunzione di schemi e simboli di ascendenza pagana (imperiale o riferita a Giove) per raffigurare il Cristo in gloria con troni e scettri.
  • La presenza della figura di Dio Padre nelle scene dell’Annunciazione, o la rappresentazione della Trinità, che non hanno dietro alcun testo biblico diretto, se non in senso allusivo e indiretto (cfr. l’Ospitalità di Abramo in Genesi 18).

Al di là dei soggetti, dobbiamo riconoscere che anche gli stili hanno influenzato decisamente la rappresentazione dei protagonisti della Storia della Salvezza sovraccaricandoli non di rado di una serie di dettagli che rischiano di deformarne i tratti. Basti pensare a Dio Padre, spesso diventato un nonno, o alla figura di Maria, generalmente ritratta come un’europea bionda dagli occhi azzurri, e trasformata in una dea. Eclatante è il caso dell’Occhio di Dio che, mentre nel significato biblico originario esprimeva la sollecitudine materna e la cura amorosa del Signore per i suoi figli, si è invece trasformato nel simbolo dello sguardo del padrone, minaccioso ed onnipresente che si affaccia dal triangolo, accompagnato dalla scritta “Dio ti vede!”. Questa rappresentazione di Dio come “il Grande Fratello” di orwelliana memoria, pone il credente in modo del tutto diverso di fronte a lui rispetto alle parole dei salmi.

La tradizione artistica cristiana si è permessa di rappresentare il Dio della Bibbia facendolo uscire dall’invisibilità. Se facendo questo, in nome di una legittima istanza di inculturazione, ha attinto anche da elementi iconografici segnati dalla politica, dalla psicologia, dalla sociologia di un certo mondo e di una certa epoca, bisogna rendersi conto che alcuni di questi elementi hanno rischiato di oscurare o di rendere ambiguo il messaggio della Rivelazione. Si tratta di attivare dei seri processi ermeneutici (analoghi a quelli dell’esegesi) per cogliere l’originaria Parola di Dio che può risuonare anche attraverso le immagini d’arte. L’arte non è neutra e le rappresentazioni pittoriche o scultoree non sono da porre tutte sullo stesso piano: possiamo imparare a riconoscere che alcune opere risultano davvero ispirate, perché si avvicinano e ci avvicinano al cuore del messaggio cristiano, mentre altre ne sono una ben povera traduzione.

Rilevanza Contemporanea e Futuro dell'Arte Sacra Biblica

La civiltà delle immagini in cui viviamo oggi deve senz’altro molto del proprio dinamismo e della propria legittimità al carattere profondamente iconofilo del Cristianesimo. Riscoprire l’iconografia cristiana significa anche riscoprire le radici di una cultura occidentale che si caratterizza per il ricorso alle immagini. Oggi, riscoprire la "Bibbia dei poveri" significa far sì che le pitture, gli affreschi e le opere d’arte custodite nelle nostre chiese e parrocchie si trasformino in straordinarie catechesi su Dio, la Salvezza, la creazione, Gesù Cristo, quanto mai adatte e anelate dall’uomo contemporaneo.

L'arte sacra continua a essere uno strumento adatto per la catechesi, capace di parlare un linguaggio comprensibile in tutti i tempi e a tutte le menti. Nel Novecento l’arte si libera da ogni schema, non solo ideologico ma anche formale. Eppure, proprio in questa libertà, avviene il miracolo. Se la più grande Bibbia medievale affrescata è quella di Giotto, il Messaggio biblico (Nizza) di Chagall, la sua Bibbia illustrata, rappresenta un punto d’arrivo insuperato che parla a credenti e non credenti. Chagall, ebreo fuggito dalle persecuzioni, ha saputo interpretare in chiave antica e moderna insieme la Bibbia, unendo i due grandi spezzoni della Storia Sacra, la religione ebraica e la cristiana, dipingendo un crocifisso con uno scialle di preghiera ebraico (tiallin).

L’autentica opera d’arte sacra (non certo quella realizzata per mero interesse di mercato) testimonierà sempre ciò che Dio ha fatto e continua a fare per incontrare l’uomo e ciò che l’uomo porta in sé, ciò a cui aspira, cosa lo supera. Si tratta delle profondità dello spirito umano a cui ciascuno, credente o non credente può aprirsi. L'arte, infatti, si è assunta anche gli stili e le forme della bellezza estetica già elaborate dalle diverse culture per tradurre il Vangelo in immagini, continuando un processo di inculturazione della Parola di Dio che è avvenuto continuamente lungo la storia.

tags: #arte #sacra #biblica