Il Ruolo del Friulano nella Pastorale e l'Eredità degli Arcivescovi Storici

La cultura etnografica europea è concorde nel riconoscere al Friulano la fisionomia di popolo originale, ben distinto dal popolo italiano e da classificarsi nell'ambito del gruppo ladino. Questa peculiarità linguistica ha giocato un ruolo cruciale anche nella sfera religiosa e pastorale, con diversi tentativi di integrare la lingua autoctona nelle pratiche ecclesiastiche e nell'istruzione.

La Lingua Friulana nella Cura Pastorale: Un Contesto Storico

L'Impegno dell'Arcivescovo Carlo Michele d'Attems (1752-1774)

Già nel Settecento avanzato, il primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele d'Attems (1752-1774), sentiva il bisogno di esprimersi in friulano. Questo è testimoniato da alcune sue prediche e dalla grande quantità di sermoni in friulano che sono rimaste in numerose parrocchie dell'epoca, sollevando il quesito sul grado di conoscenza dell'italiano tra la popolazione, soprattutto al di fuori dei centri urbani.

Si deve infatti considerare che, se la scolarizzazione era discreta a Gorizia alla fine del '600, grazie anche a ordini religiosi come i Gesuiti e, per la parte femminile, le Orsoline, lo stesso non poteva dirsi per il resto del territorio. È ben vero che la riforma scolastica teresiana, attuata dall'abate Johann Ignaz von Felbiger, risale al 1774, ma assai più tardi si ebbero tentativi riusciti per diffondere capillarmente la scuola popolare. Un successo parziale si ottenne durante l'occupazione francese, in età napoleonica. Più ricca di successi fu la spinta venuta dal Governo austriaco negli anni Quaranta dell'Ottocento, nell'arcidiocesi di Gorizia, accompagnata da un corale impegno del clero, guidato dall'arcivescovo Luschin. In quel periodo, i pulpiti di campagna, per direttiva dell'Ordinariato Goriziano, intervennero con prediche in friulano (ma anche nelle altre lingue) per prospettare, soprattutto ai genitori, i vantaggi materiali e spirituali dell'istruzione.

Mappa storica del Friuli con evidenza della diocesi di Gorizia nel XVIII secolo

Il Libretto di Preghiere del 1820: "Per uso del Popul Furlan della so Diocesi"

Nel rapporto fra pastorale e lingua friulana, una data e una “opericciuola” hanno importanza notevole. È il 1820, quando esce a Udine, per opera dell'editore Vendrame, un libretto di preghiere intitolato: “Per uso del Popul Furlan della so Diocesi”. Questo modesto volumetto di 88 pagine, semplice nella forma, rappresentò una legittimazione all'esistenza di un popolo friulano, con dignità pari a quelli di lingua tedesca e slovena.

Il frontespizio ne indicava il contenuto in dettaglio: “Traduzion in dialèt Gurizzan-Friulan dellis Litaniis di dug i Sanz, cui Salmos 69. 146. 66. 147. 22. 6. 45. 78. 90, e cullis rispettivis prejèris, e orazions par impetrà la ploja, la serenità t dell'aria; par allontanà il chiattif timp, la chieristìa, e la fan, lis mortalitaz, e la pesta, la uerra, e qualunque tribulazion. Da recitassi in Glesia sot l'esposizion del SS. Sagrament e nell'incotro dellis Processions; dut second l'ordin del Ritual Roman. Seguitin lis Litaniis, della Madonna cull'Antifona: Dio ti salvi Regina, i Az di Fede, Speranza, Caritat, e Contrizion. Infin l'inno: Te Dio Laudìn. Fatta par ordin di Monsignor Jusef Vescul di Guizza, e par uso del Popul Friulan della so Diocesi”.

Nell'indicazione del contenuto, emergeva, nitido, il riferimento non tanto a un ambito geografico politico, quanto a una circoscrizione ecclesiastica (la diocesi di Gorizia), e il riconoscimento etnico linguistico ad un popolo di cui Walland era pastore. L'aspetto era ulteriormente sottolineato dall'appello diretto del vescovo: “Al Popul Friulan. Bon e chiar Popul! I Todescs, i Cragnolins, han lis lors prejèris nel lor lengaz, parcè non varessis di velis anchia Vò? E Parcè Vò dovaressis preà in un lengaz, che o no capiso affat, o non capiso tant quant la uestra propria lenga. Prèait, o bon Popul, nella destra lenga. Lis prejèris in chista fattis us laran plui di cur; saran plui devotis, plui affettuosis; e par chist anchia plui utilis, e plui vantazzosis. Non vi dismenteait, preà nt, del uestri Vescul”. La lingua affatto incomprensibile cui si riferiva era probabilmente il latino; quella forse malamente conosciuta era l'italiano.

Frontespizio o pagina interna di un antico libretto di preghiere in friulano

Il Contributo di Antonio Leonardis e le Osservazioni di Stephan Kociančič

L'intervento del Walland avveniva in un momento cruciale per l'affermazione del friulano quale lingua d'uso anche nelle chiese. Il decano lucinichese Antonio Leonardis, che aveva tradotto il libretto per ordine del Walland, venne successivamente nominato vescovo di Trieste, impedendo così la piena realizzazione della sua intenzione di propagare il friulano nelle funzioni.

Tale intenzione non deve sembrare una forzatura: è un'esplicita dichiarazione, seppur venata di non tanto nascosta ironia, dell'erudito e storico Stephan Kociančič. Egli spiegò che il parroco decano di Lucinico aveva pubblicato un libro di preghiere tradotto in friulano affinché tutti i curati, dove questa lingua era in vigore, potessero adottarlo. Kociančič concluse però: “...Quod vero aliter contigit, quam cogitaverat, et huc usque unica ecclesia parochialis Lucinicensis lingua furlana in ecclesia utitur”, cioè “Capitò in maniera diversa da come aveva pensato, e fino ad ora nella sola chiesa parrocchiale di Lucinico si adopera la lingua friulana”.

L'osservazione del Kociančič è di notevole importanza: prova che la stampa del libro di preghiere, voluta dal Walland, non era un tentativo estemporaneo, ma entrava nella sua ampia visione pastorale riguardo i popoli e le lingue all'interno della Chiesa. Questa iniziativa era concordata tra lui, sloveno che aveva già operato in questa direzione a Lubiana, e Leonardis, che aveva introdotto il friulano nella sua non piccola parrocchia (la quale comprendeva la friulana San Lorenzo, la mista Podgora e la compattamente slovena San Floriano, per un numero complessivo di circa 6.000 anime).

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