Carlo Maria Martini: Riflessioni per la Terza Domenica di Quaresima – Anno C

I versetti che precedono l’ampia pericope della terza domenica di Quaresima sono utili per comprendere il passaggio di Gesù per la Samaria. L’evangelista spiega la partenza di Gesù dalla Giudea, dove stava battezzando, con il fatto che si ritira davanti ai Farisei. Quando apprende che questi sono giunti a conoscenza dei suoi successi apostolici, Gesù interrompe la sua attività e lascia quei luoghi. Si nota una certa fretta nel lasciare quel posto, infatti, chi voleva far presto doveva prendere la strada della Samaria, che dalla Galilea consentiva di raggiungere Gerusalemme in tre giorni. Lungo questa strada, Gesù giunse al famoso pozzo di Giacobbe.

Questo tempo forte della Quaresima che viviamo diventi l’occasione di questo incontro, di questa sosta con Gesù. Egli si fa trovare, se lo vogliamo; basta uscire “dalle nostre abitudini”, “sedersi vicino al pozzo della sua parola e della preghiera” e poi… lasciare che lui ci ami. Senza alcuna paura di essere sanati.

Mappa del viaggio di Gesù dalla Giudea alla Galilea attraverso la Samaria

L'Incontro al Pozzo di Giacobbe: Gesù e la Samaritana (Gv 4,5-42)

Il Pozzo, l'Acqua e la Sete Profonda (vv. 6-9)

Il primo segno posto in questi versetti è dato dal pozzo e dall’acqua. Il narratore non si interessa alla città di Sicar, ma al pozzo. La donna dirà che questo pozzo era stato donato da Giacobbe ai samaritani; l’Antico Testamento ricorda espressamente solo il dono fatto dal patriarca morente della città di Sichem a suo figlio Giuseppe. L’acqua è per un orientale non solo purificazione, refrigerio, ma fecondità, vita. Il racconto giovanneo riporta un contatto con Genesi 24: appena lo straniero ha finito di parlare, Rebecca rientra a casa di corsa e dice ai suoi: “ecco quest’uomo mi ha parlato”. Lo stesso farà la samaritana.

Gesù è rappresentato seduto sull’orlo del pozzo, permettendoci di cogliere ancora una continuità: presso il pozzo la donna scoprirà Colui che è la sorgente che zampilla per la vita eterna. Nel racconto di Giuseppe Flavio, presso un pozzo Mosè, in fuga dopo l’uccisione di un egiziano, giunto presso la città di Madianis, si era seduto vicino a un pozzo a causa della stanchezza e della calura del giorno; era l’ora di mezzogiorno, non lontano dalla città. Gesù, come Mosè, è stanco, è affaticato dal caldo di mezzogiorno, ed entrambi non hanno da mangiare.

Questa Samaritana giunge al pozzo ad attingere acqua nell’ora più calda della giornata. L’evangelista non si sofferma su questa esperienza, ma sull’incontro e il colloquio che ne è seguito. È Gesù che dà la possibilità alla donna di instaurare una relazione con lui, chiedendo un sorso d’acqua. Lei viene ad attingere acqua, ma dentro ha un’attesa più profonda, una sete più vera. Gesù offre la possibilità di un dialogo, offre la possibilità alla donna di far venire fuori le domande che porta in cuore: l’acqua e il culto (dal v.7 al v.15 e dal v.16 al v.26). La donna è qui come la rappresentante dei samaritani e Gesù, chi è? Forse il Nuovo Israele, che nel deserto sperimenta la sete del popolo, una sete profonda, non solo fisica, ma “non sete di acqua, ma di ascoltare la Parola” (Am 8,11). Ma Gesù, di cosa ha sete?

Illustrazione di Gesù e la Samaritana al pozzo di Giacobbe

L'Offerta dell'Acqua Viva (vv. 10-15)

Se la donna conoscesse chi è lo straniero che le chiede da bere, le parti sarebbero invertite. Dunque non è Gesù che ha bisogno di un sorso d’acqua, ma la donna che in fondo è andata con una brocca, che non sarà mai piena abbastanza da dissetare. “Dammi da bere”, Gesù ha chiesto da bere alla Samaritana, ma ciò di cui lui ha sete è della sete di lei. Gesù ha in sé un’acqua viva, non perché il pozzo di Giacobbe ha un’acqua stagnante, non è una cisterna.

Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva?». Gesù non risponde, spinge la donna ad andare oltre il fatto: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». La donna è affascinata dalle parole di Gesù, ma forse non è ancora entrata nello spessore e nella profondità del suo discorso.

La Rivelazione della Verità e la Nuova Adorazione (vv. 16-26)

Gesù conduce il colloquio verso una svolta, per ritornare al significato profondo del suo discorso. Invita la donna a chiamare suo marito. Gesù conduce per questa strada la donna non per rilevare il suo comportamento peccaminoso, ma offre una mano per poter avere un cuore libero ad accogliere e ricevere la rivelazione. Egli vuole portare la donna alla fede in Lui. Come accade a ciascuno di noi dinanzi a domande profonde e intime, anche la donna risponde in modo evasivo, ma Gesù le svela la conoscenza che ha della sua vita: cinque mariti e quello che ha ora non è suo marito.

Lui, il Signore, che scruta e conosce i segreti dei cuori, si è avvicinato a questa donna che ha dimenticato il nome del suo vero Dio e ha teso le mani a un dio straniero. Ora la donna è sotto lo sguardo infinitamente buono di Dio, sotto la sua luce, in totale trasparenza, senza più schemi e difese, senza opacità e veli, senza più finzioni e doppiezze.

Gesù risponde con delle parole rivolte al futuro: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Viene l’ora in cui ambedue i luoghi perderanno la loro importanza. Quest’ora comincia con Gesù, in lui inizia un nuovo modo di adorazione di Dio. Anche i Samaritani pregheranno il Padre, cioè Dio, quale Gesù lo rivela, perciò i luoghi di preghiera e di sacrificio perdono il loro significato. Ora con Gesù il vero culto di Dio comincia. Il Padre cerca tali adoratori, quindi è importante per la donna lasciarsi trovare da Dio attraverso Colui che le sta parlando. Dopo aver messo allo scoperto la sua vita, Gesù vuole portare ad accettare da lui il perdono di Dio e servire il Padre con cuore puro, in spirito e verità.

La samaritana, Gesù e il "marketing" del Vangelo

La Testimonianza e la Fede Esemplare (vv. 27-42)

Il colloquio con la donna è interrotto dall’arrivo dei discepoli, i quali restano meravigliati che lui parlasse con una donna, ma nessuno di loro osa chiedere: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». Intanto la donna va in fretta a chiamare i suoi conterranei, lasciando la brocca, per correre più velocemente. Nel frattempo i discepoli invitano Gesù a mangiare, dopo tutto non era stato lui a mandarli a comprare qualcosa da mangiare?

Gesù usa l’immagine del mangiare per esprimere un’intenzione interiore. Anche agli uomini è chiesto un mangiare e un bere in senso traslato, che consiste nel venire a Gesù, nel credere nel “pane del cielo”. Ma essi non comprendono. Gesù vive interamente nell’intima unione con il Padre, riceve da Lui l’incarico di operare e si inchina sulla sua volontà.

Già in base alla testimonianza della donna molti abitanti di quella località avevano creduto in Gesù, ma questo resta solo lo spunto, la donna è solo un’intermediaria, come già Giovanni Battista aveva indirizzato i suoi discepoli all’Unico maestro, a Gesù. I samaritani diventano i rappresentanti di una fede esemplare, anche perché non hanno bisogno di segni e di miracoli, credono già per la semplice parola di Gesù. Una particolare attenzione va posta alla confessione dei samaritani: «Questi è veramente il Salvatore del mondo».

La conversazione di Gesù con la Samaritana si svolge sul tema dell’“acqua viva”. Quest’acqua è indispensabile alla vita, e non è sorprendente che, nelle regioni del Medio Oriente dove regna la siccità, essa sia semplicemente il simbolo della vita e, anche, della salvezza dell’uomo in un senso più generale. Questa vita, questa salvezza, si possono ricevere solo aprendosi per accogliere il dono di Dio. È questa la convinzione dell’antico Israele come della giovane comunità cristiana. E l’autore dei Salmi parla così al suo Dio: «È in te la sorgente della vita» (Sal 36,10). Ecco la sua professione di fede: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,2).

La salvezza che Dio porta viene espressa con l’immagine della sorgente che zampilla sotto l’entrata del tempio e diventa un grande fiume che trasforma in giardino il deserto della Giudea e fa del mar Morto un mare pieno di vita (Ez 47,1-12). Gesù vuole offrire a noi uomini questa salvezza e questa vita, per calmare definitivamente la nostra sete di vita e di salvezza.

Oggi vediamo Gesù che si rimette in cammino: lascia la Giudea e si dirige verso la Galilea, ma per arrivarci deve attraversare la Samaria. La Palestina ai tempi di Gesù si suddivideva in tre regioni principali: la Galilea a Nord, la Samaria, zona intermedia e la Giudea a Sud. L’ostilità tra Giudei e Samaritani durava da tanto tempo: risaliva addirittura al 700 a.C. I Samaritani erano considerati dai Giudei nientemeno che scismatici, eretici e pagani. A causa di questa ostilità, il viandante che doveva recarsi in Galilea, preferiva aggirare la Samaria e passare per la Transgiordania; la strada era più lunga, ma molto più sicura. Anche Gesù, nella maggior parte dei casi, faceva così, ma questa volta decide di attraversare la Samaria e giunge alla città di Sicar dove c’era il famoso pozzo di Giacobbe. Vi arriva verso mezzogiorno e, stanco del viaggio, si siede presso il pozzo.

Perché Gesù decide di attraversare la Samaria, terra maledetta e odiata dai Giudei? Per dirci che è venuto anzitutto per riacciuffarci quando ci siamo perduti. Attraversando la Samaria vuole dirci che è venuto ad attraversare le nostre strade sbagliate, quando vaghiamo errabondi ed abbiamo smarrito la giusta direzione; viene ad incrociare i nostri passi, quando non sappiamo più che senso ha il nostro andare, o quando siamo finiti in fondo al pozzo. E perché Gesù è stanco?

Mentre la Samaritana abbandona addirittura la brocca (l’unico mezzo per procurarsi l’acqua, che, in quel frangente, nessuno usò, ma tutti si dissetarono… con un’altra acqua) dopo che Gesù la incontra al pozzo. Lui stanco morto, lei arrivata lì alla chetichella per timore di incontrare qualcuno che la riconoscesse. Ma incontra proprio Colui che non solo la conosce, ma ne sa più di tutti su di lei e nonostante ciò chiede da bere proprio a lei, l’esclusa, l’emarginata, non solo perché Samaritana, ma anche per la sua situazione poco edificante che Gesù le rivela senza minimamente giudicarla. Allora la Samaritana dimentica tutto: l’acqua, la brocca, la paura di essere riconosciuta, per andare ad annunciare a tutti chi ha incontrato.

Ecco che Gesù vede sempre oltre. Non è certamente il peccato la prima cosa che vede in lei e in noi, ma la nuova creatura che possiamo diventare una volta che abbiamo ricevuto l’acqua viva della grazia. Non si lascia per niente impressionare dal nostro poco edificante passato, né si ritrae per questo - come non si è allontanato dalla Samaritana - ma vede in anticipo il nostro glorioso futuro e quale meraviglia possiamo diventare sotto l’azione della Sua grazia. Ogni uomo, ogni donna è un terreno sacro: il peccato lo può solo deturpare, mai distruggere. Il Vangelo di oggi ci riguarda tutti: siamo tutti Samaritane alla ricerca di un pozzo. Ma quale pozzo? E quale acqua andiamo ad attingervi? Con quale brocca? A volte ci accontentiamo di cisterne screpolate che si svuotano ancor prima di immergervi la brocca e siamo eternamente alla ricerca di altre cisterne, illudendoci che non siano screpolate e che riescano a placare la nostra sete. Quale sete? Sete di Dio, acqua viva, o sete di chissà cosa? Ci bastano le acque torbide e stagnanti? Non accontentiamoci delle pozzanghere quando Gesù vuole darci molto di più! Vuole portarci alla sorgente!

L'Appello alla Conversione e la Misericordia di Dio (Lc 13,1-9)

Tragedie e Reazioni Umane

Si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Disse: «Credete che fossero più peccatori di tutti i Galilei per aver subito tale sorte? Se non vi convertite, perirete allo stesso modo. Nella III domenica di Quaresima ci troviamo tra la gente, di fronte a fatti tragici: Pilato ha fatto uccidere alcuni Galilei mentre offrivano sacrifici al Signore; una disgrazia ha visto perire diciotto persone per il crollo della torre di Siloe. Quanti fatti come questi costellano le nostre cronache! La terra è insanguinata da guerre sferrate in nome di interessi economici, politici o religiosi; terremoti, pandemie, fenomeni atmosferici provocano la morte di tanta gente. E siamo tentati di dire: «Dov’è Dio? Perché permette tutto questo e non interviene?». O anche: «Se lo sono meritato, il Signore ha voluto punirli, ma per me, che mi comporto bene, la vita prosegue serena». A queste reazioni, tipiche di ogni epoca e cultura, risponde la liturgia di oggi, una guida per comprendere il disegno di Dio sulla storia e per capire cosa sia la vera conversione.

Ricostruzione storica della Torre di Siloe a Gerusalemme

Dio Agisce Attraverso l'Uomo: L'Esempio di Mosè

Il Signore si serve di noi, delle nostre mani, del nostro cuore, della nostra intelligenza, per trasformare il mondo ed estirpare il male. Nel passo dell’Esodo Dio si manifesta a Mosè mentre pascola il gregge del suocero: il Signore entra nella sua quotidianità per manifestarsi come il Dio della vita, si rivela a lui («Io sono il Dio di Abramo») e lo invia ad agire nel Suo Nome («Dirai agli Israeliti: “Io-Sono” mi ha mandato a voi») per salvare il popolo dall’oppressione e condurlo alla libertà. Mosè è il braccio di Dio: attraverso lui agisce il Signore, misericordioso e pietoso, come ricorda il Salmo responsoriale.

Anche oggi Dio agisce attraverso noi. La domanda non è dunque «Dov’è Dio?», ma: «Dove siamo noi, uomini e donne fatti a sua immagine? Quante e quali sono le nostre responsabilità concrete? Continuiamo a pascolare quietamente il nostro gregge o percepiamo come Mosè la presenza di Dio, lo adoriamo e ci mettiamo in ascolto per capire cosa concretamente vuole da noi?». Paolo nella seconda Lettura avverte: quelli che erano con Mosè nel deserto erano tutti pii, ma «non furono graditi a Dio» e «furono sterminati», «desideravano cose cattive» e «mormoravano »! Gesù ci ammonisce: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo!».

La Parabola del Fico Sterile e la Pazienza di Dio

Noi siamo le sue mani. Convertirsi significa anche passare da una percezione di Dio secondo cui Egli interviene e cambia le cose in modo magico (per esempio fa tacere le armi) alla comprensione del suo disegno di vita eterna: Lui, il padrone della vigna, ci chiama all’esistenza, ci mette gli uni accanto agli altri e, anche se tardiamo a realizzare quanto ha pensato per noi a beneficio di tutti, ci dà tempo, potandoci come il fico, piuttosto che tagliarci. Noi siamo le sue mani: attende con pazienza che assumiamo con maturità la nostra missione, qualunque sia, e portiamo frutti buoni. Le sofferenze di questa vita, in tanti casi prodotte dal peccato dell’uomo, che ritarda o impedisce la realizzazione del Bene, sono anche l’occasione per riconoscere l’impronta della misericordia senza fine di Dio, che nel corso degli eventi terreni ci richiama alla vera gioia. Allora comprendiamo il senso dell’invito quaresimale: «Convertiamoci, il tempo si è fatto breve». È sempre troppo breve il tempo che abbiamo per rispondere una buona volta alla tenerezza di Dio che con noi ricomincia sempre da capo!

Il padrone raffigura Dio Padre e il vignaiolo è immagine di Gesù, mentre il fico è simbolo dell’umanità indifferente e arida (Lc 13,1-9). Questa pagina contiene due messaggi: il primo sulla conversione, il secondo sulla misericordia di Dio. Che colpa avevano i diciotto morti sotto il crollo della torre di Siloe? La malattia è forse un castigo da Dio? Le sventure? Queste domande mostrano un Dio che non vuole il male contro l'uomo, ma è mano viva che fa ripartire la vita in politica, nell'economia, nell'ecologia. Questo appello accorato di Gesù è attuale: tutto nel Creato è in stretta connessione tra perdizione e salvezza. Noi siamo chiamati ad accogliere il bene.

La Quaresima come Cammino di Misericordia e Trasformazione

Dove fissare allora lo sguardo lungo il cammino della Quaresima? Semplice: sul Crocifisso. Esso orienta al Cielo. Insegna la vita semplice, libera dai troppi affanni per le cose. Insegna il coraggio forte della rinuncia, poiché con i pesi ingombranti non andremo mai avanti. Ci mostra una vita che brucia di carità e non si spegne nella mediocrità. Vivere come Lui chiede? Sì, è difficile, ma conduce alla meta. Questo mostra la Quaresima: la carne di Gesù non diventa cenere, ma risorge gloriosa. Se prendiamo la via dell’amore, abbracceremo la vita che non tramonta, dedicando a Dio la maggior parte delle energie che ciascuno possiede.

La Quaresima parte da noi. Il mondo migliora se io combatto il male ad iniziare dal mio cuore. Questo tempo di grazia serve a liberare il cuore dalle vanità, a guarire dalle dipendenze che ci seducono. È un tempo di conversione, lento, paziente, fatto di umiltà, di amore, di compunzione, per lasciare sempre più spazio a Dio e praticare la carità verso i fratelli.

La samaritana, Gesù e il "marketing" del Vangelo

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