Scopriamo i segreti e la ricchezza del Vangelo scritto dall'evangelista Marco. È il Vangelo più corto e il più antico, caratterizzato da una grande vivacità narrativa.
L'Autore e il Contesto Storico
Quello di Marco è il più breve dei Vangeli ed è il primo ad essere stato messo per iscritto, probabilmente verso il 65-70 D.C. o anche prima. Una tradizione antica afferma che Marco redasse il testo di questo Vangelo a Roma, mettendo per iscritto la storia di Gesù così come l’aveva udita direttamente dalle labbra di Pietro. Questo spiegherebbe la straordinaria vivacità del suo racconto, l’attenzione sui luoghi in cui si è recato Gesù e la meraviglia suscitata dai segni da lui compiuti. L'autore del Vangelo è Giovanni Marco (Giovanni era il nome ebraico, mentre Marco era quello latino). Marco era anche cugino di Barnaba, che fu il compagno di Paolo. Siccome Marco decise di tornare a casa a metà del primo viaggio missionario, perse un po’ di stima agli occhi di Paolo, ma poi Barnaba gli offrì una seconda possibilità ed egli finì per riguadagnarsi l’amore e il rispetto di Pietro e di Paolo.
Secondo quanto attestano gli Atti, la prima lettera di Pietro e le più antiche tradizioni, Marco divenne discepolo di Pietro, probabilmente suo segretario. Marco ha scritto il suo Vangelo verso gli anni 70, non essendo uno dei Dodici; il suo non è quindi un racconto di chi ha visto e udito direttamente.
Caratteristiche Letterarie Uniche
I Vangeli nascono poco a poco, raccogliendo testi che sono serviti per celebrazioni liturgiche, per la predicazione, come strumenti di catechesi, e si sono arricchiti durante una lunga gestazione. Sono come spugne che hanno assorbito 40 anni di storia della Chiesa, di una Chiesa che è partita da Gerusalemme e si è diffusa in tutto il mondo. La fonte più antica dei Vangeli è senza dubbio il racconto della passione, che occupa due capitoli in Marco, in Matteo, in Luca e anche in Giovanni. Il linguaggio del racconto della passione è più arcaico, e lo schema è profondamente unitario in tutti i Vangeli, in quanto questo racconto - sino all’annuncio dell’Angelo: «È risorto, non è qui» - costituì il primo Vangelo cristiano.
Una seconda fonte, a noi non pervenuta, è quella dei «lòghia» di Gesù (lòghia è una parola greca che significa piccole frasi). Marco non usa questa fonte, sebbene sembri impossibile che non la conoscesse, essendo ormai i lòghia divenuti patrimonio comune delle comunità. È logico pensare che non li abbia utilizzati perché ha fatto una scelta: non ripetere tutto ciò che si diceva su Gesù o quello che Gesù aveva detto, ma raccontare alcuni fatti per degli scopi ben precisi. Una fonte sulla quale invece si basa Marco è una raccolta di fatti della vita di Gesù più tardiva dei lòghia, ma anteriore agli anni ’60, e non nata a Gerusalemme, ma in Galilea. Di questa fonte si serve Marco quando inizia a scomparire la seconda generazione cristiana, quella che aveva conosciuto i testimoni oculari, e quando diviene quindi molto importante codificare i ricordi sui fatti della vita di Gesù. Marco la sfrutta liberamente per comporre il suo Vangelo, che è il più antico di tutti, sebbene non sfrutti né i documenti più antichi, né la terza fonte degli altri Vangeli sinottici: quella che riguarda l’infanzia e le apparizioni pasquali di Gesù.
Il Vangelo di Marco è un po’ particolare: ci sono racconti tratti dai ricordi sulla vita di Gesù, ma non la sua infanzia, né i suoi discorsi, e neppure le apparizioni pasquali, ma solo l’annuncio della risurrezione. I versetti finali infatti, dove vengono riassunte tutta una serie di apparizioni, sono un’aggiunta tardiva, non di Marco. Marco ha voluto comporre un’opera con dei fini precisi, quando ha inventato il Vangelo (la parola Vangelo, che è ripetuta più volte da Marco, non si trova ad esempio in Luca). Marco non racconta la vita di uno che fu, non fatti del passato, ma parla del presente. Gesù Cristo è un personaggio che vive adesso. Il Vangelo di Marco parla del risorto in cammino verso la croce.

L'Umanità di Gesù in Marco
È vero che Marco non sa l’ordine esatto con cui è stata vissuta la vita di Gesù, ma sa che Gesù ha vissuto una storia da uomo, al centro della storia umana. Vi è quindi una narrazione realistica della vita di Gesù, mentre Luca e Matteo la idealizzano un po’. Solo in Marco Gesù è scattante, nervoso, si adira, si turba. Il Gesù di Marco è talmente autentico come uomo che affronta l’esistenza come un imprevisto, come capita a noi. Gesù fa delle domande, che non sono solo domande retoriche. Mentre Matteo presenta la dignità sovrumana di Gesù, maestro divino che insegna, e Luca presenta la mansuetudine di Gesù, amore di Dio che perdona, a Marco interessa presentare Gesù uomo, la cui umanità è vera. Gesù è in mezzo a noi, è uno di noi, vive la nostra stessa vita, ha gli stessi nostri problemi. È veramente il Figlio di Dio, eppure come uomo Gesù non è idealizzato: è un personaggio autentico che sbuca dall’esistente in un modo realmente concreto.
L'umanità di Gesù emerge anche in espressioni particolari. Al v. 3,5 troviamo: «Guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori» in reazione al silenzio seguito alla sua domanda. Qui l'indignazione e la tristezza sono proprio lo sdegno di Dio che traspare nel volto umano di Gesù. Al v. 3,21, i parenti del Signore dicevano: «È fuori di sé», mostrando la crudezza del resoconto marciano. Nell'episodio della tempesta sedata (Mc 4,38), solo Marco riporta: «Egli se ne stava a poppa sul cuscino e dormiva». Dormire non è un atto anti-spirituale, ma manifesta l'umanità di Gesù. Marco è anche l'unico a testimoniarci del mestiere di Gesù, al v. 6,3: «il carpentiere (tektòn), il figlio di Maria». Infine, al v. 6,6, troviamo: «Si meravigliava della loro incredulità», e al v. 8,12, «Traendo un profondo sospiro disse: Perché questa generazione chiede un segno?». L'umanità appare anche nell'espressione della compiacenza divina di Gesù; Marco è l'unico a ricordare, nell'incontro con il ricco (Mc 10,21): «Fissatolo, lo amò».
I Fili Rossi del Vangelo: Identità di Gesù e Fede degli Apostoli
Il Vangelo di Marco è attraversato da due fili rossi che si incrociano continuamente: da un lato la rivelazione dell'identità della persona di Gesù, dall'altro la risposta di fede degli apostoli. Trascurare uno dei due ha per risultato l'incomprensione del testo stesso di Marco. Una cesura è evidente nel testo marciano in relazione al cammino dei discepoli. Se vediamo crescere nella prima parte la domanda "Chi è costui?", dal momento in cui Gesù stesso pone la domanda "Ma voi chi dite che io sia?" e Pietro risponde "Tu sei il Cristo", le domande cambiano a sottolineare le conseguenze della sequela per gli apostoli e per ogni discepolo futuro del Cristo. Questo è importantissimo, ma non deve far dimenticare che il primo filo rosso ha un altro svolgimento. Infatti l'identità di Gesù è al centro fin dal primo versetto del Vangelo dove Gesù è dichiarato Cristo e Figlio di Dio. Tale identità è subito affermata dal Padre che, nel battesimo, proclama la figliolanza del "suo" Gesù; è al centro delle affermazioni dei demoni che conoscono l'identità del Figlio; è centrale, subito dopo la professione di fede di Pietro, nella proclamazione che Gesù è il Figlio dell'Uomo, nelle istruzioni sulla passione, e che è il Figlio di Dio, nella Trasfigurazione; eccola poi nelle parole decisive pronunciate nei cortili del Tempio, e nel processo dove Gesù dichiara chiaramente di essere il Figlio del Dio altissimo.

Il Significato del "Vangelo di Gesù Cristo"
La questione più importante del primo versetto è il valore del genitivo «di Gesù Cristo». La grammatica conosce varie forme di genitivo. Nel caso dell'intestazione del Vangelo di Marco, si tratta di un genitivo epesegetico, dove c'è identità fra il primo termine ed il secondo. Il Vangelo non è solamente detto da Gesù e non ha neanche solamente Gesù per oggetto, ma è Gesù in persona. La sua persona è il Vangelo, la lieta notizia recata al mondo. Non dobbiamo mai dimenticare che il Vangelo di Marco è il più antico e, quindi, il primo che ci racconti, nel suo dispiegarsi di vita quotidiana, questo dono oggettivo, dono per tutti: il Figlio.
Marco è il primo che mette per iscritto tutto ciò che viene a conoscere della vita del Signore, perché sa ed annuncia che tutta la vita del Cristo è Vangelo. Non ci sono, da questo punto di vista, fatti più importanti e meno importanti, essendo ogni istante della vita di Gesù espressione del dono del Messia e del Figlio di Dio in terra agli uomini. Marco, inventando per primo il genere letterario "Vangelo", mostra come esso sia il perfetto corrispettivo della realtà dell'Incarnazione. Questo Vangelo ci ricorda che, nella coscienza cristiana che "la fede è dono di Dio", la prima attenzione non si rivolge tanto al moto del soggetto che si affida a Dio, ma, prima ancora, al dono oggettivo che Dio fa di sé donando il Figlio ed il Messia al mondo.
Il primo versetto di Marco ci annuncia subito che l'uomo Gesù è il Cristo. Sarà affermato da Pietro, che, alla domanda del Signore «Ma voi chi dite che io sia?» risponderà: «Tu sei il Cristo», al versetto 8,27. Lo affermerà Gesù stesso, rispondendo alla domanda del sommo sacerdote: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? Io lo sono», ai versetti 14,61-62. Con tale titolo, evidentemente accolto da Gesù, sarà anche irriso sulla croce: «Il Cristo, il re d'Israele scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo», al versetto 15,32.
Il Capitolo 9: La Trasfigurazione di Gesù
Nel capitolo 9 del Vangelo di Marco si narra l’episodio della Trasfigurazione di Gesù, un brano rinomato per la sua profonda portata teologica e simbolica. Il testo completo del Vangelo di Marco si può trovare anche online ed è composto da 16 capitoli.
Contesto e Portata Apocalittica
Il capitolo 9 inizia con le parole: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse soli sopra un alto monte, in un luogo appartato. E si trasfigurò davanti a loro». Il racconto rivela la portata apocalittica dell'evento, che mira a evidenziare la rivelazione dell’essere misterioso di Gesù. Egli è il Figlio dell’Uomo avvolto di gloria divina, il Signore a cui tutto è sottomesso, il nuovo Mosè che annuncia la parola definitiva e ultima di Dio all’umanità, il Figlio amatissimo di Dio. L’originalità del brano, oltre alla scenografia tipicamente apocalittica, proviene dal contesto. Il tutto sta significando che al di là della passione esiste per Gesù un futuro di gloria divina, che il crocifisso è il Figlio dell’Uomo che verrà alla fine nello splendore della sua divinità. I «Sei giorni dopo» (Mc 9,2) non si possono intendere in senso letterale soltanto; costruiscono un ponte con la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo e il primo annuncio della passione, richiamando probabilmente quanto accadde sul monte Sinai (Es 24,12-18), dove Mosè salì sul monte e rimase avvolto per sei giorni da una nube, vale a dire dalla gloria di Dio.
Perché i vangeli raccontano la Trasfigurazione? (Mc 9, 2-10)
Similitudini con Mosè sul Sinai
«Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni» (Mc 9,2). Come Mosè salì sul monte accompagnato da altri tre, così anche il nuovo Mosè, Gesù, sale il monte con tre dei suoi discepoli, i quali, peraltro, saranno gli stessi che accompagneranno Gesù nell’Orto degli Ulivi e saranno testimoni della sofferenza del Messia, come qui lo sono della Gloria. Gesù li porta per pregare e all’interno della preghiera egli è trasfigurato. Egli subisce una trasformazione, una spiritualizzazione del suo corpo; spiritualizzazione che diventerà permanente in lui dopo la sua risurrezione. L’attuale Trasfigurazione, quindi, è solo un anticipo di quanto avverrà in maniera continua in futuro. Marco concentra tutta la sua attenzione su Gesù, vestiti compresi, evidenziando la somiglianza con Mosè che scendendo dal monte Sinai «aveva la pelle del volto raggiante, per il fatto di aver conversato con Dio» (Es 34,29).
La Nube e la Voce Divina
«E apparve loro Elia con Mosè, e stavano conversando con Gesù» (Mc 9,4). Marco introduce l’avvenimento con una sua tipica espressione: "apparve loro", che richiama l’attenzione su qualcosa di grandioso, di divino. Marco dice che il qualcosa d’importante è l’apparire di Mosè e di Elia chinati verso Gesù nella Gloria e poi conversano. Pietro afferma: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!» (Mc 9,5). Non sapeva cosa dire, «poiché erano stati presi dallo spavento» (Mc 9,6). L'espressione di Pietro «farò qui tre tende» può essere compresa attraverso la parola greca «skené», che contiene le consonanti S-K-N, presenti anche nella parola ebraica «shekinà», che significa presenza di Dio, gloria di Dio tra gli uomini.
Il centro del racconto è dove si dice che «venne una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: Questi è il Figlio mio, il diletto; ascoltatelo!» (Mc 9,7). La nube nasconde il volto di Dio; ma essa non oscura la sua voce che si sente nitidamente. Questa frase è un concentrato d’alta teologia, già presente nell’Antico Testamento, poiché in Gesù si concentrano tutte le attese e le speranze del popolo ebraico. «Questi è il mio Figlio» rimanda al Salmo 2,7; l’aggettivo «diletto» ci porta al racconto d’Isacco figlio prediletto di Abramo (Gn 22,2); ed infine, «Ascoltatelo!» ci fa riudire la voce di Mosè che in Dt 18,15 profetizza che un nuovo profeta occuperà il suo posto dopo la sua morte.
L'Incomprensione dei Discepoli e la Promessa della Resurrezione
I discepoli, sollevando gli occhi, «non videro più nessuno, salvo Gesù solo con loro» (Mc 9,8). Gesù è il nuovo Mosè, il nuovo Elia: Ascoltatelo! Tuttavia il versetto fa emergere la solitudine di Gesù nell’andare a Gerusalemme. Sa che dovrà affrontare la passione, la morte e la resurrezione, di cui la Trasfigurazione è stata solo un anticipo. «Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti» (Mc 9,9). Questo ordine di tacere risente dello stile e delle preoccupazioni di Marco. Solo alla luce della risurrezione essi comprenderanno a fondo chi era Gesù e il senso della sua morte tragica. La crocifissione non appare più un fallimento ma una tappa necessaria verso la gloria e soprattutto l’espressione della sua obbedienza di servo sofferente glorificato da Dio. Il racconto della trasfigurazione, originato da questa fede pasquale, intende anticipare nella trama del Vangelo il significato dell’evento di Pasqua. La Trasfigurazione è una viva esortazione ad ascoltare Gesù quando parla delle sue sofferenze e della sua morte, senza cessare di riconoscerlo come Messia definitivo, come il Servo fedele di Dio.
Il Ragazzo Epilettico: Fede e Guarigione (Mc 9,14-29)
Subito dopo la Trasfigurazione, nel capitolo 9 di Marco, si narra l'episodio del ragazzo epilettico. «Ritornati dai discepoli, videro una grande folla intorno ad essi e alcuni scribi che discutevano con loro» (Mc 9,14). L'episodio del ragazzo epilettico è la causa per la quale i discepoli non sono riusciti a guarire quel ragazzo. Gesù si lamenta con la folla, e anche con i suoi discepoli, della poca fiducia dimostrata nell’onnipotenza di Dio che agiva in lui, espressa anche dalla mancanza di preghiera. Di fronte al popolo ammalato d’incredulità, Gesù esalta con forza l’onnipotenza risanatrice della fede e della preghiera.
Il padre del fanciullo dice: «Ho chiesto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non hanno potuto» (Mc 9,18). Gesù rispose: «O generazione incredula, fino a quando dovrò stare con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo da me» (Mc 9,19). Questa esclamazione di Gesù non è semplicemente uno sfogo emotivo, ma è un’affermazione di più vasta risonanza, richiamando il lamento che la Bibbia pone sulle labbra del Signore nei confronti del popolo del deserto. Gesù dice al padre: «Se puoi! Ogni cosa è possibile a chi crede» (Mc 9,23). Il padre del fanciullo subito gli gridò: «Io credo, soccorri la mia poca fede!» (Mc 9,24). L'unica condizione richiesta per l’intervento salvifico di Dio è la fede, vale a dire la totale apertura dell’uomo alla sua azione.
Gesù, vedendo accorrere la gente, comandò allo spirito impuro: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da costui e non entrarvi mai più» (Mc 9,25). «Lo spirito, dopo aver gridato e averlo molto straziato, uscì, e il fanciullo rimase tramortito, tanto che molti dicevano: È morto. Ma Gesù, prendendogli la mano, lo rialzò; e quello si mise in piedi» (Mc 9,26-27). Tenendo conto di queste allusioni alla risurrezione, l’episodio del ragazzo guarito o liberato da Gesù lega molto bene con la scena precedente della Trasfigurazione, nella quale è stata annunciata la risurrezione di Gesù.

Chi è il Più Grande?: L'Insegnamento sul Servizio (Mc 9,30-37)
Proseguendo nel capitolo 9, Gesù e i suoi discepoli si muovono per la Galilea: «Infatti egli ammaestrava i suoi discepoli dicendo: Il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani degli uomini, e lo uccideranno; e, ucciso, dopo tre giorni risorgerà. Ma essi non compresero quella parola e temevano di interrogarlo» (Mc 9,31-32). Questa è la seconda volta che Gesù preannuncia la sua passione.
«Giunsero a Cafarnao, ed entrati in casa, chiese loro: Di che discorrevate per via? Ma essi tacevano, perché per via avevano discusso tra loro chi fosse il più grande» (Mc 9,33-34). Con questo secondo annuncio di passione, Gesù presenta ancora una volta ai suoi discepoli il suo modello messianico di dedizione e servizio fino alla morte. I Dodici invece lasciano cadere tale discorso per loro incomprensibile e al contrario discutono animatamente fra loro chi sia il più grande! Gesù allora si siede (a modo di maestro) per inculcare una verità nuova: «Se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). E deve accogliere con amore e abbracciare il bambino, in altre parole il povero, l’impotente e il disgraziato, come se fosse lui e il Padre.