Il canto, in diverse forme e contesti, ha sempre accompagnato l'esperienza di fede, fungendo da veicolo per la trasmissione di contenuti cristiani, l'espressione di lode e la partecipazione alla missione evangelica. Comprendere il suo significato in relazione alla chiamata degli apostoli richiede di esplorare le sue radici nella storia della Chiesa, nella Sacra Scrittura e nella liturgia.
Il Contesto della Chiamata e della Missione Apostolica
La chiamata degli apostoli non si esaurisce in un singolo evento, ma si estende alla loro missione di annunciare il Vangelo a tutte le genti. Il canto diventa uno strumento privilegiato in questa opera di evangelizzazione e di accoglienza.
L'Accoglienza delle Genti nella Chiesa Primitiva (Atti degli Apostoli)

In un momento cruciale per la Chiesa primitiva, sorta una grande discussione, Pietro si alzò e disse ai fratelli: «Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro».
Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Bàrnaba e Paolo che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro. Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: «Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: “Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, perché cerchino il Signore anche gli altri uomini e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome”, dice il Signore, che fa queste cose, note da sempre. Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue».
In questo brano degli Atti degli Apostoli, Luca riporta gli interventi di Pietro e Giacomo circa la questione delle condizioni per accogliere nella Chiesa coloro che chiedevano il battesimo provenendo dal paganesimo. Questo problema interroga oggi sullo stile di accoglienza di coloro ai quali la parola del Vangelo ha acceso la fede e la speranza di essere aiutati da Dio per diventare persone migliori e felici. I rigoristi pretendevano di imporre la legge di Mosè, un giogo che essi stessi, da ebrei praticanti, non erano riusciti a portare del tutto. Il grave errore era quello di mettere la morale prima della fede. La fede è un cammino di maturazione e un dono gratuito di Dio, non dato ai perfetti, ma offerto e accolto solo da chi riconosce di aver bisogno di convertirsi. L’unica condizione richiesta è la fiducia nella bontà di Dio Padre che ama tutti i suoi figli. Giacomo non pone delle condizioni, ma evidenzia le esigenze di un cammino di fede che sia un’esperienza di cambiamento del cuore. L’umiltà è la password per accedere al tesoro della salvezza.
L'Annuncio Universale della Salvezza (Salmo 95/96)

Un annuncio senza confini risuona nel Salmo 95 (96), appartenente al genere degli inni regali e missionari, nei quali la lode a Dio si apre a una dimensione universale. Inserito nel blocco dei salmi della regalità divina (Sal 93-100), esso proclama che Dio regna e che il suo regno si manifesta nella storia come salvezza, stabilità e giustizia per tutti i popoli.
Il cuore del salmo è l’imperativo missionario: «Annunciate… narrate… dite». La lode si trasforma in proclamazione: ciò che Dio ha compiuto deve essere condiviso con tutte le genti. Il «canto nuovo» nasce proprio da questa esperienza di salvezza sempre attuale, che rinnova il cuore e apre alla comunione universale. In questo senso, il salmo rivela una tensione dinamica: dalla celebrazione alla missione, dalla contemplazione all’annuncio. Pietro e Giacomo riconoscono che Dio stesso ha già operato tra i pagani, donando loro lo Spirito Santo senza distinzione; l’annuncio della salvezza è destinato a tutti, senza barriere culturali o religiose. Il comando del salmo - “annunciate a tutti i popoli” - trova così la sua realizzazione concreta nella decisione di non imporre un giogo inutile, ma di aprire la porta della fede alle nazioni. La Chiesa è chiamata a essere spazio aperto, dove la signoria di Dio viene proclamata non come imposizione, ma come dono. L’universalità dell’annuncio nasce dall’esperienza della grazia, che precede ogni merito e rende possibile un cammino di conversione autentico.
Fondamento Teologico della Missione: Rimanere nell'Amore (Gv 15)
Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore». Dall’immagine della vite e dei tralci, Gesù passa a parlare esplicitamente della relazione che lo unisce ai discepoli. Non si tratta di un legame funzionale, ma di una relazione che mira ad essere stabile e duratura nel tempo.
Il verbo amare, sulla bocca di Gesù, assume il significato di donarsi all’altro. Il Padre si dona totalmente al Figlio e Gesù dona tutto sé stesso agli uomini. In questo senso, la gioia supera in intensità di gran lunga la semplice sensazione dell’appagamento e della gratificazione, essendo frutto dell’amore vero. Gesù non indica solo la meta, ma anche la via per raggiungerla, che egli stesso ha aperto e attraverso cui ci conduce al Padre. Con il battesimo siamo messi sulla strada dell’amore, ma solo con l’obbedienza rimaniamo su di essa, senza deviare verso scorciatoie illusorie che portano lontano dalla felicità. L’obbedienza s’impara esercitando la fede con la pazienza. Rimanere non significa essere fermi, ma progredire nella direzione giusta. I comandamenti non sono una forma di controllo della nostra libertà, ma ciò che ci permette di viverla nel grado più alto, che è l’amore inteso come dono di sé all’altro. Questa profonda relazione di amore e obbedienza è la base spirituale su cui si fonda la missione degli apostoli e di tutta la Chiesa.
Il Canto come Espressione della Fede e della Missione
La Storia del Canto Liturgico
Il canto ha sempre accompagnato l’Eucaristia fin dalla sua istituzione. Alla conclusione della Cena pasquale, Gesù e gli apostoli, prima di uscire per andare verso il monte degli Ulivi, cantarono la seconda parte dell’inno di lode del piccolo Hallel (cf Mc 14,26). Plinio il Giovane, nella sua Lettera a Traiano, presenta i cristiani come un gruppo particolare che «ha la consuetudine di riunirsi… per cantare a cori alterni un inno a Cristo, come a Dio». La testimonianza di Plinio ci tramanda il modo e il contenuto della preghiera liturgica dei primi cristiani. Essi si riunivano per celebrare il Cristo di Dio con il canto degli inni eseguito in forma antifonica.
Dalla Parola, fonte e forza originaria, fiorisce il melos, cioè il canto che esprime il dialogo tra Dio e l’uomo, all’interno della celebrazione liturgica. Nella divina Liturgia, la bellezza dell’arte musicale non ha soltanto lo scopo di mostrare le belle forme sonore, ma, attraverso di esse, far percepire il Mistero attraverso l’incanto estetico. I nostri classici canti eucaristici li dobbiamo in buona parte a san Tommaso d’Aquino, che, nel 1264, su incarico di papa Urbano IV, compose testi che furono adattati a melodie precedenti per la nuova festa del Corpus Domini, creando capolavori letterari e teologici come il Sacris solemniis (con il Panis angelicus), il Verbum supernum prodiens (con l'O salutaris hostia) e il diffusissimo Pange lingua gloriosi (con il Tantum ergo sacramentum). Questi inni celebrano il Mistero del Corpo e Sangue di Cristo, donato per la redenzione del mondo, proclamando l'annuncio evangelico attraverso il canto.
La (vera) NASCITA del CANTO GREGORIANO (Storia della Musica ep.20)
Principi per un Canto Liturgico Autentico
Il canto liturgico è parte integrante della liturgia solenne (SC 112) perché favorisce la partecipazione di tutta l’assemblea dei fedeli. L’arte del celebrare si apprende “in ginocchio”, frutto e riflesso di una intensa vita spirituale, di un rapporto intimo col Signore, di comprensione teologica e orante di ciò che si sta compiendo nella celebrazione col popolo.
Non sarebbe né autentico né vero liturgicamente se fosse contaminato da motivazioni ambigue e fuorvianti, come certe pretese per celebrazioni particolari di repertori suggeriti dal cattivo gusto; o avesse connotazioni che vanno dal festaiolo leggero al solenne lordo e pesante. Tutte queste precisazioni non intendono certo suggerire una liturgia compassata o seriosa. Al riguardo, François Varillon diceva: «L’eucaristia deve essere una festa, ma non sarà mai un musical». Il clima di festa sarà frutto di uno svolgimento sereno e di interventi canori del celebrante in dialogo cantato con l’assemblea e canti propri dell’assemblea. Già il canto all’ingresso segna l’inizio della celebrazione, e per l’assemblea serve da “camera di decompressione” per introdurre gli animi nella celebrazione che prevede il canto del Kyrie e del Gloria, che non siano riservati al solo coro. È opportuno cantare almeno il ritornello del salmo responsoriale, l’acclamazione al Vangelo sia prima che dopo. Il Santo, non essendo classificato tra i canti, ma tra le acclamazioni, deve essere eseguito da tutti. L’Agnello di Dio dev’essere cantato interamente dall’assemblea, così pure il canto che accompagna la processione per la comunione eucaristica. Anche i riti di conclusione prevedono il canto di tutte le parti. Tutti i linguaggi e i sensi sono coinvolti: parole, canti, gesti, colori, luci, odori, sapori, movimenti.
Gli interventi e il dialogo canoro, se condotti con semplicità e naturalezza che sanno evitare toni stentorei, surreali ed enfatici, non metteranno tra parentesi la cruda realtà di chi soffre. La liturgia non diventa «trasgressiva» (A. Grillo) nella misura in cui non perde di vista la concretezza dell’evento che celebriamo nel mistero: Cristo capofila degli emarginati. Il repertorio dei canti sia prima di tutto appropriato al momento liturgico che si sta vivendo; si eviti perciò la genericità e la banalità. Fonti sicure sono il Repertorio nazionale e La famiglia cristiana nella Casa del Padre. Amelio Cimini fa notare che «un canto va calato realisticamente nel momento rituale; oltre che avere una corrispondenza interna ad esso, deve anche permettere di partecipare alla coralità dell’azione liturgica. La veloce usura di certi canti deriva proprio dal loro impiego ossessivo e indiscriminato». I canti saranno scelti tenendo presenti le possibilità dell’assemblea, il contenuto con riferimenti biblici e in linea con la grammatica e la sintassi. Siano tali da rasserenare gli animi, favorendo la calma e la preghiera interiore che scaturisce dal rito stesso, e senza che l’assemblea venga ferita con lagne o, al contrario, con toni troppo esaltati. F. Rainoldi consiglia l’acquisizione di materiali agili come dialoghi-risposte, acclamazioni, ritornelli di benedizione o di supplica, litanie, affermando che «una messa parrocchiale di una comunità volenterosa e fedele ai valori profondi, benché povera di possibilità musicali, può essere più solenne di celebrazioni spettacolari».
Nelle celebrazioni con prevalenza di fanciulli si utilizzeranno canti adatti per loro e all’estensione vocale dell’età. Tuttavia, Giuliano Zanchi osserva che la questione dei bambini nella liturgia è emblematica, criticando l'eccesso di strategie additive e integrazioni ludiche che hanno perseguito la strada di espedienti al ribasso, più vicini alla logica dell’intrattenimento che ai processi della mistagogia. Per questo è fondamentale la competenza musicale degli animatori del canto liturgico, i quali dovrebbero essere capaci di una corretta interpretazione della partitura, rispettando il solfeggio e tenendo presente la regola d’oro: cantare come si parla.
La Liturgia delle Ore: La Preghiera Continua della Chiesa Apostolica
La Liturgia delle Ore è antica quanto la Chiesa stessa, derivando dalla preghiera che Gesù e gli Apostoli hanno praticato e insegnato (cf. At 2, 42). È la preghiera che Cristo, con il suo Corpo, la Chiesa, rivolge al Padre, santificando il tempo e l'uomo.
Origine e Sviluppo
Sull'esempio di Gesù e degli Apostoli, la Chiesa ha imparato a riunirsi per innalzare insieme le lodi del Signore e celebrare la sua Pasqua. Questa preghiera si è sviluppata nel corso dei secoli, organizzando la giornata secondo alcuni punti di riferimento. Già nei primi secoli si definirono sia le formule della preghiera sia le ore in cui pregare. Inizialmente comunitaria, celebrata nelle città attorno al Vescovo, la Liturgia delle Ore si diffuse in tutto il continente.
Nel corso del tempo, specialmente nel Medioevo, l'ufficio si accrebbe e divenne una lunga officiatura che si soleva fare nel monastero o nella cattedrale. Verso il XII secolo, presso il clero e i monaci, si cominciò ad abbreviarlo, portando alla creazione del «Breviario», un libro liturgico più maneggevole. Il Concilio di Trento ratificò solo la celebrazione «privata» o individuale da parte del clero. Il Concilio Vaticano II, invece, ha promosso una riforma che ha voluto prendere le distanze dal precedente «Breviario», intesa a rendere la Liturgia delle Ore accessibile a tutti i membri della Chiesa, non solo a quelli insigniti dall'Ordine sacro, ma anche a quelli dal Battesimo, e a riportarla alla sua dimensione «comunitaria» piuttosto che «privata».
Significato Teologico: "Opus Dei" e Santificazione del Tempo

Al tempo di san Benedetto, la Liturgia delle Ore era considerata un «opus Dei», cioè un’opera divina, un avvenimento, qualcosa che si fa e si porta a compimento. Essa rende contemporanea la Pasqua, cioè l’opera di morte e risurrezione di nostro Signore, affinché Dio trovi spazio e compimento anche nell’opera di ogni uomo. Per questo, sebbene umana, questa preghiera è «divina», è di Dio, perché Cristo stesso la innalza al Padre. Sant'Agostino, nell'esortare a lodare Dio, diceva: «C’è nella lode il grido di chi confessa, nel cantico c’è l’affetto di chi ama».
La finalità della Liturgia delle Ore è la santificazione della giornata e del tempo, che non deve essere visto come una fatalità, ma come un kairós, un tempo favorevole per l'attuazione del disegno salvifico di Dio. Con Cristo ha avuto inizio la «pienezza dei tempi» (Ef 1,10; Gal 4,4), e il cristiano è chiamato a vivere «adesso, in questo momento», accogliendo la salvezza. La Liturgia delle Ore intende consacrare alla gloria di Dio ogni attimo dell'esistenza umana, anticipando la lode eterna nella casa del Padre. Come diceva Sant'Agostino, «cantiamo da viandanti. Canta, ma cammina. Canta e cammina».
La Liturgia delle Ore e le opere di apostolato sono strettamente uniti alla celebrazione dell'Eucaristia. Essa rende presente l'«efficacia dell'Eucaristia» a tutte le ore del giorno e della notte. Dalla Pasqua-Eucaristia scaturisce la salvezza dell’uomo e da essa la Liturgia delle Ore riceve nuova spinta ed energia. Sebbene i Salmi non siano canti eucaristici in senso proprio, hanno spesso un tono laudativo e di rendimento di grazie, che li rende affini ai sentimenti dell'Eucaristia.
Il tempo da santificare è sacramentale. La sua santificazione trae origine necessariamente dalla Pasqua del Signore. Santificare il tempo significa renderlo partecipe della Pasqua del Signore, rendendola contemporanea a noi e noi contemporanei ad essa.
La Struttura e i Salmi
La Liturgia delle Ore è composta da diverse "Ore" (Lodi mattutine, Ora media, Vespri, Compieta e Ufficio delle Letture). Le Lodi e i Vespri sono le Ore principali e sono consuetudine anche per altre solennità come il Natale e la Pentecoste, o in occasione di ritiri spirituali.
I Salmi sono il cuore della Liturgia delle Ore. Sono stati creati non a tavolino, ma dalla fede e dalla vita comune di tutto un popolo, sgorgati da un cuore che crede e ama Dio. Originariamente chiamati dagli ebrei «cantici di lode» da pregare cantando, sono poemi di lode che esprimono la grandezza e l'amore di Dio manifestatisi in Cristo. Il Salterio, il libro dei Salmi, è stato la preghiera di ogni pio Israelita, tanto da suscitare la testimonianza di San Girolamo: «Ovunque tu ti volga, in ogni parte della Bibbia, ancora Davide è primo e ultimo e in mezzo».
I Salmi sono «Parola di Dio», e per questo non possiamo né ignorarli né dimenticarli, perché la nostra bocca, se non proclama la lode del Signore, non può cantare. San Cipriano afferma che non si può pregare «se non è il Cristo stesso che prega in noi». Infatti, Cristo stesso continua la sua lode perenne al Padre. I Salmi sono stati citati da Gesù e dagli Apostoli più di ogni altro libro dell’Antico Testamento, e in essi i Padri della Chiesa ascoltavano il Canto dello Spirito Santo, vedendovi i misteri della vita di Cristo e il significato più profondo della preghiera della Chiesa.
Le Tipologie dei Salmi

Per comprendere appieno i Salmi, è utile considerarne le diverse tipologie:
- Le Suppliche: I Salmi di supplica sono numerosi e riflettono le diverse necessità dell'uomo, dalla richiesta di aiuto per la propria vita o per la vita del popolo. Un supplicante nell'antichità si trovava in una condizione di dipendenza e chiedeva clemenza di fronte a un potere che poteva punire.
- Gli Inni: Caratterizzati da un tono innico e laudativo, gli inni celebrano la grandezza di Dio manifestatasi nell'alleanza con il suo popolo, spesso culminando con l'«alleluja».
- I Ringraziamenti: Espressione di gratitudine per una grazia ricevuta, questi Salmi invitano amici e parenti ad associarsi all'azione di grazie del fedele.
- I Salmi Regali: Questi Salmi glorificano la regalità di Jahvé. Si canta l'intronizzazione simbolica di Jahvé, un Re invisibile, e risuona il grido «Jahvé regna!». Il suo regno è eterno, dalla creazione del mondo, e l'universo intero lo acclama.
- I Salmi «graduali»: Noti anche come "canti delle ascensioni", sono quindici Salmi (dal Sal 120 al 134) che accompagnano i pellegrini nel loro viaggio verso il Tempio del Signore, dal suo annuncio fino ai ringraziamenti al momento del ritorno.
Numerazione dei Salmi
È importante notare che la numerazione dei Salmi nella Bibbia non sempre corrisponde tra le diverse tradizioni. La versione ebraica dei Massoreti, che è il testo originale, differisce dalle versioni greca (Septuaginta) e latina (Vulgata), che spesso uniscono o dividono alcuni Salmi, portando a una numerazione diversa ma a identici contenuti.
Canti Didattici e Tradizionali (Contesto Popolare)
Accanto al canto liturgico ufficiale, esistono altre forme di canto che, con musiche allegre e gestualità, hanno lo scopo di trasmettere contenuti cristiani, anche in un clima gioioso. Questo orientamento si ritrova in più aree del mondo e in diverse religioni.
Insegnare i Contenuti Cristiani
Con filastrocche e musiche allegre, si cerca di non dimenticare dei dati significativi. Questo tipo di canto trova diffusione in area mediterranea e in quella europea, almeno dal XV secolo circa, spesso con un intento più ludico. Ad esempio, la filastrocca «Uno, chi lo sa?» è una composizione abbastanza articolata, usata per trasmettere parole di verità e conoscenze religiose, come il fatto che «chi ha creato il mondo è stato il Signor». I «canti di numeri» menzionano concetti cristiani come i sette Sacramenti, le otto Beatitudini, i nove cori angelici, i dodici Apostoli.
L’opera “Bambino nella culla”, pubblicata nel 1839, con le sue diverse versioni, ne è un esempio lampante di canto natalizio che mira a evidenziare un fatto cristiano. Un’altra interessante composizione, sempre in questo ambito, è “Non si va in Cielo”, che veicola un messaggio morale e didattico, dimostrando come il canto popolare possa essere un efficace percorso per la conoscenza e l'insegnamento in un clima gioioso, rendendo i contenuti accessibili e globali.