La Lingua Latina nella Liturgia: Oltre la Semplice Comunicazione
La lingua, nella liturgia, non è soltanto uno strumento per comunicare fatti in modo semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiose. Questa prospettiva evidenzia come la lingua, per l'utilizzo che se ne fa nella liturgia, non abbia come unico obiettivo la mera comprensibilità immediata. In questo contesto, si riduce l'elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo.
È importante sottolineare che questa riduzione non significa un'annullamento della comprensibilità. Se un testo, ad esempio cantato, è in latino anziché in italiano, la sua comprensione non è più immediata, ma non va dimenticato che l'italiano, tra le lingue moderne, è quella che ha più affinità con le sue radici latine. Così, se invece di cantare "I cieli e la terra sono pieni della tua gloria" si canta "Pleni sunt coeli et terra gloria tua", oppure al posto di "Agnello di Dio che togli i peccati del mondo" si canta "Agnus Dei qui tollis peccata mundi", la comprensione, sebbene ridotta, è pressoché immediata per la maggior parte delle parti dell'ordinario della Messa in latino.
Se il latino comportasse solo una riduzione della comprensibilità, il bilancio risulterebbe svantaggioso. Tuttavia, a fronte di una modica riduzione della comprensione, con il latino si guadagna in altri elementi, specie in quello espressivo. Questi effetti dell'utilizzo del latino, non solo nel canto ma anche nelle parti recitate, sono quelli propri di una lingua sacra, che conferiscono una certa solemnitas. Tale solennità, secondo san Tommaso d'Aquino, è utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono (Summa Theologiae III, 64, 2; cf. 83, 4). Devozione e rispetto sono caratteristiche proprie dell'arte sacra, che si manifestano nell'architettura delle chiese, nei paramenti e negli arredi sacri, nella musica sacra e, appunto, nella lingua.
Il Canto Liturgico Latino: Esempio del "Tantum Ergo"
Un esempio calzante delle sfide e dei benefici dell'uso del latino nel canto liturgico è l'inno eucaristico del Pange Lingua, in particolare nella sua parte finale, il Tantum ergo. Una traduzione di un testo destinato al canto deve conciliare aspetti diversi: la fedeltà all'originale, il mantenimento del carattere poetico e l'adesione alla melodia. Per coloro che si sono cimentati nella traduzione di tale canto, è evidente come non sia possibile soddisfare tutte queste richieste contemporaneamente.
Un confronto tra il testo originale latino, una traduzione fedele e una versione adattata per il canto illustra bene la questione:
- Tantum ergo Sacramentum
veneremur cernui:
et antiquum documentum
novo cedat ritui:
praestet fides supplementum
sensuum defectui. - Traduzione abbastanza fedele:
Dunque tale Sacramento
veneriamo, prostrati
e l'antico rito
si muti nel nuovo;
presti aiuto la fede
quando i sensi tacciono. - Versione adattata (es. "Adoriamo il Sacramento"):
Adoriamo il Sacramento
che Dio Padre ci donò.
Nuovo patto, nuovo rito
nella fede si compì.
Al mistero è fondamento
la parola di Gesù.
Come si osserva, la traduzione fedele all'originale dà il senso vero di ciò che il Tantum ergo vuole esprimere, ma non si presta ad un adattamento alle melodie esistenti e perde la forma poetica del componimento latino. La versione adattata, pur essendo fedele alla melodia, dice tutt'altro e non è il Tantum ergo tradotto in lingua italiana, perdendo anche la struttura poetica e talvolta suonando come una "cantilena infantile".
Questo non significa che la versione adattata non sia liturgica, ma piuttosto che sostituire l'originale latino con essa significa cantare un altro testo. In sostanza, solo la lingua latina unita alla melodia gregoriana possiede un senso di completezza insostituibile: rinunciando in parte all'immediatezza della comprensibilità, si guadagna in stile, espressione, musicalità e devozione.
Per affrontare la questione della comprensione, è possibile realizzare sussidi dove, accanto al testo latino, è posta la traduzione. Così, all'ascolto (o prima di esso) di questi brani cantati o recitati, si può affiancare una completa comprensione.

Il Gloria in excelsis Deo: Inno Angelico e Maggiore Dossologia
Il Gloria in excelsis Deo, detto anche inno angelico o dossologia maggiore, è una delle preghiere più antiche e solenni della liturgia cattolica. L'espressione indica l'inno usato nel rito latino dell'Eucaristia tra l'Atto penitenziale e l'orazione colletta. Contrariamente a quanto il carattere natalizio delle sue prime parole potrebbe suggerire, è un testo di carattere prevalentemente pasquale, una lode a Cristo, acclamato come Signore, Agnello di Dio, Figlio del Padre e Santo. È interessante notare come la Vergine Maria non venga mai menzionata direttamente in questa preghiera.
Il testo contiene una professione di fede che riecheggia alcuni punti fondamentali del Credo Niceno, come l'affermazione di Gesù Cristo come "unigenito Figlio di Dio". Il Gloria e il Te Deum sono definiti "salmi idiomatici" per la loro struttura metrica e musicale, simile a quella del Salterio biblico. La loro funzione primaria è quella di innalzare lode e ringraziamento a Dio, celebrandone la grandezza e la santità.
Testo del Gloria in excelsis Deo
Gloria in excelsis Deo
Et in terra pax hominibus bonae voluntatis.
Laudamus te.
Benedicimus te.
Adoramus te.
Glorificamus te.
Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam.
Domine Deus rex celestis Deus pater omnipotens.
Domine Fili unigenite Iesu Christe.
Domine Deus Agnus Dei Filius Patris.
Qui tollis peccata mundi miserere nobis.
Qui tollis peccata mundi suscipe deprecationem nostram.
Qui sedes ad dexteram Patris miserere nobis.
Quoniam Tu solus Sanctus.
Tu solus Dominus.
Tu solus altissimus Iesu Christe.
Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris. Amen.
Storia ed Evoluzione Liturgica del Gloria
Le parole del Gloria affondano le loro radici nei primi secoli del cristianesimo. Già Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto il Giovane, scrivendo all’imperatore Traiano nella seconda metà del I secolo d.C., descriveva i cristiani come persone che "erano soliti radunarsi ogni giorno prima dell’alba e dire un inno a Cristo quasi - fosse - un dio" (Litterae X, 97).
Il testo originale greco di questo Inno ci è tramandato dal Codex Alexandrinus dell’inizio del quinto secolo. Questo codice raccoglie i testi dell'Antico Testamento, nella versione greca dei Settanta, e quelli del Nuovo Testamento nel loro originale greco. Al termine del Libro dei Salmi, il Codex raccoglie quindici Odi o Inni, di cui il Gloria in excelsis Deo è l’ultimo. A differenza di altri cantici e inni, il testo del Gloria non è direttamente derivato dagli scritti neotestamentari, eppure lo troviamo trasmesso proprio insieme al corpo dei testi biblici.
La prima versione latina dello stesso Inno ci è tramandata dall’Antifonario di Bangor del settimo secolo e dal Liber Sacramentorum Augustodunensis dell’ottavo secolo. Queste prime versioni latine convergono specularmente con il testo greco del Codex Alexandrinus e lo riproducono letteralmente. La versione latina, la più diffusa, inizia con "Gloria in excelsis Deo", dove "excelsis" indica una qualità superiore, a differenza di un ipotetico "altissimis" inteso in senso geografico.

La tradizione vuole che fu tradotto in latino da sant'Ilario di Poitiers (morto nel 366), che lo avrebbe imparato durante il suo esilio in Oriente (360). Tuttavia, la versione latina è diversa dalla versione greca attuale, corrispondendosi fin verso il fondo del testo latino, che tuttavia aggiunge "Tu solus altissimus" e "Cum sancto Spiritu".
Il Liber Pontificalis riporta che Papa Telesforo (127-137 d.C.) ordinò che il giorno della nascita del Signore si celebrassero Messe di notte e che si recitasse l'inno angelico prima del sacrificio. Successivamente, Papa Simmaco (498-514) ordinò che l'inno Gloria in excelsis fosse recitato ogni domenica e nelle feste natalizie dei martiri. Inizialmente, il Gloria si recitava dopo l'introito e il Kyrie, ma solo da parte del vescovo.
L'inno entrò nella liturgia natalizia, sua festa propria, estendendosi poi alle domeniche e a certe grandi feste, ma sempre con un privilegio per i vescovi. L'Ordo Romanus I (VII-VIII secolo) indica che il pontefice iniziava il Gloria "se è il tempo appropriato" (si tempus fuerit), e che i presbiteri potevano recitarlo solo a Pasqua. Il Sacramentario Gregoriano e il Liber de exordiis di Walafrid Strabo ribadiscono lo stesso. Verso la fine dello stesso secolo, tuttavia, il Gloria era recitato dai presbiteri così come dai vescovi. Il Micrologus di Berno di Costanza (1048) attesta che "in tutte le feste che hanno un ufficio completo, eccetto in Avvento e in Settuagesima e nella festa dei Santi Innocenti sia il presbitero che il vescovo recitano il Gloria in excelsis".
Al tempo di Amalario di Metz (IX secolo), era recitato in Avvento "in qualche posto", applicandosi alle Messe celebrate dal vescovo nelle domeniche e nelle feste. Similmente, Onorio di Autun (1145) nel XII secolo osservava che nella Roma della fine di quel secolo, in avvento si usavano paramenti bianchi e si recitava il Gloria. In seguito, l'Avvento venne gradualmente considerato un tempo di penitenza, a imitazione della Quaresima, portando all'omissione del Gloria.
A seguito delle deliberazioni del Concilio di Trento, l'uso del Missale Romanum, contenente il rituale di origine apostolica riordinato dalla Riforma Gregoriana, fu esteso a tutta la Chiesa Cattolica. Nel 1570, una nuova normativa liturgica rese obbligatorio l'uso del Gloria in tutte le domeniche (ad eccezione di quelle di Avvento, Settuagesima e Quaresima), nella Messa in Coena Domini del Giovedì Santo, nelle Solennità e nelle Feste, eliminando il privilegio riservato fino ad allora alla liturgia pontificale.
La prima Istituzione Generale del Messale Romano (IGMR) del 1969 conferma questo uso, sottolineando che: "Il Gloria è un antichissimo e venerabile inno col quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello" (IGMR, 1969, n. 31). La terza edizione del 2003 aggiunge che: "Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro" (IGMR, 2003, n. 53).
Nella liturgia cattolica, il Gloria viene recitato o cantato nelle domeniche, nelle feste e nelle solennità, tradizionalmente intonato dal sacerdote o dal cantore all'inizio della Messa, dopo l'Atto Penitenziale, ma prima della Liturgia della Parola. L'esecuzione può avvenire da tutti i partecipanti, dal popolo in alternanza con la schola, o dalla sola schola. Durante la recita dell'inizio, il sacerdote compie gesti specifici come stendere le mani e chinare il capo. Nel rito ambrosiano, il Gloria viene recitato o cantato dopo l'Atto Penitenziale. Esteso ulteriormente e senza più tracce di subordinazionismo, viene cantato nel rito bizantino nella preghiera dell'Orthros (mattutino).
La Questione della Traduzione: "Hominibus Bonae Voluntatis"
Una delle questioni più dibattute relative al Gloria riguarda la traduzione dell'espressione "in terra pax hominibus bonae voluntatis". La nuova traduzione italiana recita: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore”. Il genitivo greco eudokias è stato reso con “amati dal Signore”. Con più fedeltà al costrutto letterale, si sarebbe dovuto tradurre “agli uomini della benevolenza/del compiacimento” o “agli uomini [oggetto] del [suo] compiacimento”.
Questa traduzione si allontana dalla tradizione esegetica della Chiesa latina. Nel libro di Ratzinger sull’infanzia di Gesù, si fa notare come l’uomo del compiacimento sia anzitutto Gesù (il verbo utilizzato dai Sinottici nel racconto del Battesimo nel Giordano è proprio eudokesa). Dunque, chi è in comunione con il Figlio, entra in questo compiacimento. La comunione è data dall’identificazione della nostra volontà con quella divina: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc. 3, 35).
La traduzione letterale, “gli uomini del compiacimento”, avrebbe il pregio di indicare sia l’iniziativa gratuita di Dio, sia la risposta dell’uomo, chiamato ad entrare in questo compiacimento attraverso la buona volontà, cioè una volontà conforme a quella divina. Questa traduzione avrebbe "rispettato al meglio questo mistero, senza scioglierlo in senso unilaterale". Il genitivo latino bonae voluntatis lascia aperta questa duplice interpretazione: nella funzione dichiarativa o epesegetica, specifica il sostantivo che lo precede (uomini che sono oggetto della buona volontà di Dio), mentre come genitivo di qualità, indica una qualità morale di tali uomini. Il calco italiano “di buona volontà” è maggiormente limitante, ma semmai una correzione si sarebbe dovuta fare nel senso di “suo compiacimento”, “sua benevolenza”, senza introdurre il verbo amare, troppo generico in questo caso.
L’Istruzione Liturgiam Authenticam (LA) del 2001, che fornisce i criteri per una corretta traduzione dei testi liturgici, richiede che “alla varietà di vocaboli esistente nel testo originale corrisponda, per quanto è possibile, una varietà nelle traduzioni” (n. 51). Il n. 24 richiede che le traduzioni siano fatte “direttamente dai testi originali, cioè dal latino, per quanto attiene a testi liturgici di composizione ecclesiastica”. Nel caso dell’inizio del Gloria, il testo di riferimento è "et in terra pax hominibus bonae voluntatis", che appartiene sia al testo liturgico latino che alla Neo-Vulgata.
Una maggiore aderenza al testo latino avrebbe anche permesso di osservare il n. 41 di LA: “Ci si impegni affinché le traduzioni siano conformi all'interpretazione dei passi biblici trasmessa dall'uso liturgico e dalla tradizione dei padri della Chiesa”. San Leone Magno, nel suo IX Discorso sul Natale, commentava il canto degli angeli in questo modo: “Viene concessa in terra quella pace che rende gli uomini di buona volontà”, intendendo l'espressione come genitivo di qualità. Analogamente Sant’Agostino, nel Discorso 193 sul Natale, insiste sulla necessità di una buona volontà per ricevere la pace. Inoltre, l’espressione “agli uomini di buona volontà” è ormai entrata nell’uso comune, rendendo opportuna l'attenzione al n. 40 di LA, che chiede di mantenere “la formulazione dei passi biblici comunemente usata nella catechesi e nelle orazioni della devozione popolare”.
Il sostantivo greco eudokìa (εὐδοκία) deriva da eu (bene/buono) e dal verbo dokeo (avere un’opinione, un’intenzione, una volontà). Come il termine Doxa (Δόξα) riecheggia il verbo dokeo, l'evangelista Luca, di madrelingua greca, si premura di specificare che questa dokia deve intendersi ben orientata, premettendo il suffisso eu. Alcuni esegeti suggeriscono che la eudokìa non sia da considerarsi come una risposta degli uomini alla doxa di Dio, ma solo un riferimento a Dio stesso e al suo compiacersi degli uomini. La nuova traduzione della CEI ha introdotto una proposizione relativa ("che egli ama") e ha sostituito tutte le precedenti scelte esegetiche con un verbo, amare, che non è presente nel testo originale di Luca 2, 14, dove è alla base della modifica del Gloria liturgico.
Il "Padre Nostro" come Caso Parallelo
Simili problematiche sono emerse nella traduzione del "Padre Nostro". La traduzione "non ci indurre in tentazione" riproduce precisamente il latino "et ne nos inducas in tentationem", che a sua volta traduce correttamente il greco eisenenkai (da eisferein), che significa portare/condurre dentro. Questo verbo di movimento, sia in greco che in latino e nell'italiano antico, ha un senso causativo/fattitivo o permissivo. Quindi, "non ci indurre in tentazione" significa correttamente "non lasciare, non permettere che entriamo dentro la tentazione".
Il problema sorge dal fatto che, nel linguaggio comune moderno, "indurre" può avere il senso di "istigare". Tuttavia, la traduzione esatta è stata sostituita con una che non trova corrispondenza nel testo greco o latino, perdendo il senso di "finire dentro" il pericolo della tentazione. Non si chiede di non essere tentati, ma di non cadere nella tentazione, come Gesù stesso fu tentato ma non vi cadde, lottando.
Il Te Deum: Un Inno di Ringraziamento e Lode
Il Te Deum laudamus, comunemente noto come Te Deum, è un altro inno antico e solenne, strettamente legato al Gloria per la sua importanza liturgica. Viene intonato in circostanze particolari come ringraziamento, ad esempio all'elezione di un Pontefice, alla fine di un Conclave, al termine dei Concili e, significativamente, nell'ultimo giorno dell'anno civile. Viene concordemente attribuito a Niceta, vescovo di Remesiana (fine IV secolo).
La sua ragione d'essere è il ringraziamento per qualcosa che si è compiuto e che sta per ricominciare, sottolineando responsabilità e impegno. È un inno proteso verso l'alto, rivolto a Dio Padre, con invocazioni ad angeli, apostoli, profeti e all'intera umanità. Descrive una liturgia celeste alla quale partecipano anche gli uomini, esprimendo un ringraziamento umile e un'accettazione paziente delle prove della vita terrena, riconoscendo la necessità della misericordia divina.
Struttura e Contenuto del Te Deum
Il testo del Te Deum si articola in diverse sezioni:
- Lode a Dio Padre: "Noi ti lodiamo, Dio, ti proclamiamo Signore. O eterno Padre, tutta la terra ti adora."
- Inno delle potenze celesti: "A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli: Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell'universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria." (Il triplice "Sanctus" richiama il "Santo, Santo, Santo" pronunciato dopo il Prefazio nella Messa.)
- Lode dei santi e della Chiesa: Si menzionano il coro degli apostoli, la schiera dei martiri, le voci dei profeti e la santa Chiesa che proclama la gloria di Dio, adora il Figlio e lo Spirito Santo.
- Invocazione a Cristo: Viene acclamato come re della gloria, eterno Figlio del Padre, nato dalla Vergine Madre, vincitore della morte, seduto alla destra di Dio.
- Supplica: Si chiede soccorso, accoglienza nella gloria e salvezza per il popolo di Dio.
- Benedizione e speranza: Si benedice il nome di Dio per sempre e si esprime la speranza in Lui.
Il canto del Te Deum avviene a cori alterni, tra celebrante e assemblea.
Il Gloria e il Te Deum nella Musica Sacra
Entrambi gli inni, il Gloria e il Te Deum, hanno ispirato innumerevoli compositori nel corso dei secoli, dando vita a capolavori musicali di grande valore. Dal canto gregoriano, che ne enfatizza la dolcezza e il ritmo sommesso, alle elaborate composizioni polifoniche del Rinascimento (Palestrina, Victoria), fino alle interpretazioni barocche (Lully, Charpentier, Händel) e classiche (Haydn, Mozart). Ogni epoca ha reinterpretato questi testi sacri, riflettendo le proprie sensibilità musicali e artistiche.
Compositori come Bruckner, Verdi e persino Mahler, hanno lasciato testimonianze della profonda spiritualità e della potenza espressiva di questi inni. Il Preludio del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier, in particolare, è diventato celebre come sigla di apertura di importanti programmi, associato a un senso di vittoria ed energia. Anche compositori più recenti come Ennio Morricone hanno esplorato queste forme musicali. L'Inno Angelico esprime con precisa potenza teologica e letteraria ciò che i Padri Conciliari al Vaticano II intendevano essere la liturgia cattolica: "Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste... insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria" (Sacrosantum Concilium, 8).