Il Profondo Significato della Povertà nella Tradizione Cristiana e nei Canti Liturgici

Il concetto di povertà nel cristianesimo è ricco di sfaccettature, trascendendo la mera mancanza di risorse materiali per assumere una connotazione profondamente spirituale. Questo principio è intessuto nel tessuto della fede, influenzando la dottrina, l'etica e l'espressione liturgica, in particolare attraverso canti e preghiere.

La Povertà Evangelica e gli "Anawim"

Giovanni Paolo II ha insegnato che «della povertà evangelica i Padri sinodali hanno dato una descrizione quanto mai concisa e profonda, presentandola come - sottomissione di tutti i beni al bene supremo di Dio e del suo Regno» (Pastores Dabo vobis n. 30). L'esempio supremo è offerto da Cristo stesso: «Cristo Gesù, da ricco che era, si fece povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9).

Scrive Antonio Fuentes, docente di esegesi biblica, che in Israele i "poveri di Iahvé" erano denominati con l'appellativo ebraico di ANAWIM. Questi ‘poveri di Iahvè’ sanno che la comunione con Lui (cfr Sal 73, 26-28) è il bene più prezioso nel quale l'uomo trova la vera libertà (cfr Sal 16; 62; 84). Per essi il male più tragico è la perdita di tale comunione. Gli ANAWIM, o poveri di Iahvè, non sono solamente gli indigenti e gli invalidi, che in quanto tali reclamano da Dio una ricompensa; sono soprattutto e principalmente coloro che cercano Dio e adempiono i suoi precetti (cfr Sof 2,3).

Modelli di Povertà e Umiltà nella Tradizione Biblica

  • Nel libro di Giobbe troviamo un modello compiuto del ‘povero di Iahvè’. Tutto il racconto è un canto alla fiducia in Dio, una splendida lezione di umiltà.
  • Nell’imminente attesa del Messia, il Vangelo pone in risalto, per la loro umiltà e fiducia in Dio, l'anziano Simeone (cfr Lc 2, 25) e la profetessa Anna (cfr Lc 2,36-37).
  • Si erge anche l'austera figura di Giovanni il Battista (cfr Mt 3,1 ss).
Illustrazione biblica di Giobbe in preghiera

Maria e il Magnificat: Un Canto di Umiltà e Fiducia

Al di sopra di essi, tuttavia, si erge nei Vangeli la figura unica e singolare di Maria, la giovane di Nazaret: è il modello compiuto di povertà, vale a dire di umiltà, distacco e fiducia in Dio. Quando l’Angelo le spiega che diverrà madre senza cessare di essere vergine, cioè quando le annuncia il mistero dell’Incarnazione, si dona interamente alla volontà divina, non indugia nella risposta né pone alcuna condizione alla propria donazione.

Il suo canto, il Magnificat (Luca 1,46-55), si espande, tenendo in filigrana la voce di un'altra donna, Anna, che ringraziava Dio per il dono del suo figlio, il profeta Samuele (1Samuele 2,1-10). La liturgia dell'Assunzione propone questo inno come lettura evangelica della solennità ed è ancor oggi intonato nella liturgia cattolica dei Vesperi, avendo ricevuto un'immensa serie di riprese musicali in tutti i secoli.

La Spiritualità degli "Anawîm" nel Magnificat

Il Magnificat tematicamente riflette la spiritualità dei cosiddetti ‘anawîm, i “poveri” del Signore, cioè coloro che erano dediti pienamente a seguire la volontà divina, distaccandosi dal potere e dalla ricchezza ma anche aderendo alla Parola di Dio con fedeltà e amore.

Dal punto di vista formale, l'inno è come se fosse per solista e coro. Il primo movimento è tutto “personale”, intonato dall’“io” di Maria che si proclama «serva del Signore». Il secondo movimento è, invece, una celebrazione corale dell’opera del Signore. Egli privilegia il debole e l'ultimo; le sue scelte sono estrose agli occhi umani perché scartano chi gode di grande credito per potere, successo e ricchezza. Questa opzione divina è espressa attraverso sette verbi che in greco hanno la forma dell’aoristo, cioè di un’azione permanente e definitiva del Signore:

  • «Ha spiegato la potenza...»
  • «ha disperso i superbi...»
  • «ha rovesciato i potenti...»
  • «ha innalzato gli umili...»
  • «ha ricolmato gli affamati...»
  • «ha rimandato i ricchi...»
  • «ha soccorso Israele»

Nel cantico di Maria non c'è solo l'esaltazione della povertà nel senso sopra specificato. C'è anche una forte speranza nell'azione del Signore onnipotente che ribalterà le sorti di questa sghemba e ingiusta storia umana: significativi sono, infatti, i contrasti tra potenti e umili, ricchi e affamati, superbi e fedeli. Come nella parabola, esclusiva di Luca, del ricco egoista e del povero Lazzaro (16,19-31), avverrà uno stravolgimento per cui chi è nella polvere salirà nella gloria riservata da Dio ai giusti.

I Salmi: Il Grido e il Canto del Povero

I Salmi rappresentano una parte fondamentale della preghiera e della liturgia, riscoperti come il grido e il canto del povero, come il suo discorso di saggezza e il suo orizzonte di speranza. Essi esprimono una radice così abbarbicata alla terra e una fede così sospesa alla Parola. Ritrovare questa spiritualità dei salmi, che è l'intenzionalità religiosa da cui sono portati, significa anche scoprire la loro attualità e la possibilità di essere ancora pregati da tutti coloro che si ritrovano in situazioni di morte e di vita, di passione e di risurrezione. Significa anche scoprire quella seconda dimensione di spiritualità che consiste nel recitarli non per se stessi ma in persona pauperum: a nome loro, con loro, quasi mettendosi dentro la loro pelle.

Analisi Strutturale e Teologica dei Salmi

Lo studio dei salmi è stato rinnovato dalla scoperta dei "generi letterari" e permette una penetrazione teologica profonda nella preghiera, facendo emergere le linee fondamentali dell'uomo biblico e del suo Dio. In nessun altro libro dell'Antico Testamento queste linee sono così marcate e ricche da formare un disegno completo. Sgorgati spontaneamente dall'esperienza, vengono elaborati per la liturgia di Israele, e da qui rifluiscono sull'esperienza.

Lode e Ringraziamento

È essenziale distinguere tra lode e ringraziamento. Ringraziare è esprimere gratitudine per un bene ricevuto; lodare è riconoscere il valore di un bene in se stesso. Tuttavia, sia la lode che il ringraziamento hanno come oggetto la relazione tra Dio e l'uomo. L'oggetto della lode non è Dio in sé, nella sua "essenza", ma nel suo amore per l'uomo; l'oggetto del ringraziamento non è il benessere dell'uomo in sé, ma il suo derivare da Dio. La differenza non è dunque di sostanza ma di ampiezza: la lode ha un carattere più generale, il ringraziamento più puntuale.

Il non poter lodare Dio è, per il salmista, il massimo dei mali, perché la morte è lo spazio dove non si sperimentano più le opere di Dio, i doni del suo amore (cfr Sal 6, 6; 30, 10; 88, 11; 115, 17; Is 38, 18). La lode non è soltanto la risposta umana ai beni di Dio, ma è essa stessa un bene, il bene più prezioso.

La Struttura dei Salmi di Lode

Un salmo di lode è spesso caratterizzato da un'introduzione, che è un invito alla lode, e un corpus che ne enuncia la ragione. L'elemento più vistoso di alcuni salmi, come il Salmo 136, è il ritornello: «perché eterno è il suo amore». Questo ritornello offre la chiave di lettura: l'amore di Dio è causa delle sue azioni e della lode dell'uomo. La ripetizione, che può sembrare monotona, afferma in realtà che l'amore di Dio si rivela in ogni intervento, sempre lo stesso ma sempre nuovo, una libera donazione che si rinnova continuamente. Questa unione di continuità e di novità, di tenuta e di libertà, è la fedeltà (il termine ebraico hsd), l'amore che Dio ha giurato e che sempre mantiene.

Il Salmo 136, ad esempio, si snoda in due sezioni: la creazione (vv. 4-9), che ha disegnato lo spazio e il tempo cosmici, e la storia (vv. 10-24), concentrata nella storia di Israele e negli interventi liberatori di Dio. Il salmo non si chiude sulla liberazione di Israele, ma si dilata nel v. 25 a cantare la sollecitudine universale di Dio: "dà il pane a ogni uomo" ("ogni carne"). Il "pane" è la concrezione quotidiana dell'amore di Dio, l'attestato della fedeltà divina.

Simbolismo dell'Esodo e del pane nel deserto

La Chiesa e la Risposta al Grido dei Poveri

Giovanni Paolo II ha insegnato che «Non è carità nutrire i poveri o visitare i malati portando loro risorse umane e tacendo loro la Parola che salva». L'esclusione di Dio produce la morte dell'uomo e provoca la divisione tra i fratelli, come mostrato dalla Bibbia con Caino e Abele, e la distruzione della società stessa nell'episodio di Babele (cfr Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia n. 15).

Chi non ama i fratelli non ama Dio, ma è impossibile amare veramente i fratelli senza amare prima Dio, anzi, è impossibile amare se stessi senza amare Dio al di sopra di se stessi. Il primo comandamento è: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente». Il secondo comandamento è quello dell’amore del prossimo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,39). Amare il prossimo significa desiderare per il prossimo il suo vero bene, cioè i comandamenti, e fra i comandamenti il primo, cioè l'amore di Dio.

La Dottrina Sociale della Chiesa e le Ideologie

Preferire Gesù a tutto e a tutti significa anche preferire alle ideologie politiche i princìpi della dottrina sociale della sua Chiesa. La Chiesa, a somiglianza di Cristo, passa attraverso i secoli facendo del bene a tutti. Se coloro che governano i popoli non avessero disprezzato gli insegnamenti e i materni avvertimenti della Chiesa non vi sarebbero né capitalismo selvaggio, né socialismo, né comunismo. Gli uomini hanno voluto fabbricare edifici sociali basati su principi contrari a quelli indicati dalla Chiesa, edifici che, sulle prime, parevano potenti e grandiosi, ma che hanno portato conflitti e miseria.

La Giornata Mondiale dei Poveri: Ascoltare, Rispondere, Liberare

La II Giornata Mondiale dei Poveri (18 novembre 2018), dal titolo «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7), ha richiamato l'attenzione sulla condizione di sofferenza ed emarginazione dei "poveri". Le parole del Salmista diventano anche le nostre quando siamo chiamati a incontrarli. Il Papa, in questa Giornata, invita a mettere in pratica tre verbi:

Gridare: Il Silenzio dell'Ascolto

La condizione di povertà non si esaurisce in una parola, ma diventa un grido che attraversa i cieli e raggiunge Dio. Questo grido esprime sofferenza e solitudine, delusione e speranza. Ci viene detto che il Signore ascolta i poveri che gridano a Lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in Lui con il cuore spezzato dalla tristezza, dalla solitudine e dall'esclusione. Ascolta quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l'alto per ricevere luce e conforto. Ascolta coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza; eppure sanno di avere in Dio il loro Salvatore. Ciò che emerge da questa preghiera è anzitutto il sentimento di abbandono e fiducia in un Padre che ascolta e accoglie. Il problema spesso è che il grido, che sale fino al cospetto di Dio, non riesce ad arrivare alle nostre orecchie e ci lascia indifferenti e impassibili. Per questo, è il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce.

Rispondere: L'Intervento di Salvezza

Il Signore non solo ascolta il grido del povero, ma risponde. La sua risposta, attestata in tutta la storia della salvezza (da Abramo a Mosè), è una partecipazione piena d’amore alla condizione del povero, un intervento di salvezza per curare le ferite dell’anima e del corpo, per restituire giustizia e per aiutare a riprendere la vita con dignità. La Giornata Mondiale dei Poveri intende essere una piccola risposta che dalla Chiesa intera si rivolge ai poveri di ogni tipo e di ogni terra, affinché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto. Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido. La sollecitudine dei credenti non può limitarsi a una forma di assistenza, ma richiede quella «attenzione d’amore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 199).

Liberare: Spezzare la Prigionia della Povertà

Il povero della Bibbia vive con la certezza che Dio interviene a suo favore per restituirgli dignità. La povertà non è cercata, ma creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia. L’azione con la quale il Signore libera è un atto di salvezza per quanti hanno manifestato a Lui la propria tristezza e angoscia. La prigionia della povertà viene spezzata dalla potenza dell’intervento di Dio. Tanti Salmi narrano e celebrano questa storia della salvezza: «Egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto» (Sal 22,25).

Poter contemplare il volto di Dio è segno della sua amicizia, della sua vicinanza, della sua salvezza. Offrire al povero un “luogo spazioso” equivale a liberarlo dal “laccio del predatore” (cfr Sal 91,3). «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187).

Mano tesa che aiuta una persona in difficoltà, simbolo di liberazione

I Poveri come Evangelizzatori

È motivo di commozione sapere che tanti poveri si sono identificati con Bartimeo (cfr Mc 10,46-52), il cieco che «sedeva lungo la strada a mendicare» e, sentendo che passava Gesù, «cominciò a gridare» e a invocare il «Figlio di Davide» perché avesse pietà di lui. Gesù ascoltò il suo grido e lo guarì. Quanti poveri oggi sono al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione, attendendo che qualcuno si avvicini loro e dica: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (v. 49).

Purtroppo, spesso le voci che si sentono sono quelle del rimprovero e dell’invito a tacere, determinate da una fobia per i poveri. Si tende a creare distanza, non rendendosi conto che in questo modo ci si rende distanti dal Signore Gesù, che non li respinge ma li chiama a sé e li consola. Le parole del profeta Isaia risuonano appropriate: «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo […] dividere il pane con l’affamato, […] introdurre in casa i miseri, senza tetto, […] vestire uno che vedi nudo» (Is 58,6-7). Questo modo di agire permette che il peccato sia perdonato e che la giustizia percorra la sua strada.

I poveri sono i primi abilitati a riconoscere la presenza di Dio e a dare testimonianza della sua vicinanza nella loro vita. Per superare l’opprimente condizione di povertà, è necessario che essi percepiscano la presenza dei fratelli e delle sorelle che si preoccupano di loro e che, aprendo la porta del cuore e della vita, li fanno sentire amici e famigliari. Solo in questo modo possiamo scoprire «la forza salvifica delle loro esistenze» e «porle al centro della vita della Chiesa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198).

Nella Giornata Mondiale dei Poveri siamo invitati a dare concretezza alle parole del Salmo: «I poveri mangeranno e saranno saziati» (Sal 22,27). Molti hanno trovato il calore di una casa, la gioia di un pasto festivo e la solidarietà di quanti hanno voluto condividere la mensa in maniera semplice e fraterna. Questa esperienza ci riporta alla prima comunità cristiana, che l'evangelista Luca descrive in tutta la sua originalità e semplicità: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42).

Siamo mossi dalla fede e dall’imperativo della carità, ma riconosciamo altre forme di aiuto e solidarietà che si prefiggono in parte gli stessi obiettivi, purché non trascuriamo ciò che ci è proprio, cioè condurre tutti a Dio e alla santità. Non si tratta di giocare per avere il primato di intervento, ma di riconoscere umilmente che è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri. Chi si pone al servizio è strumento nelle mani di Dio per far riconoscere la sua presenza e la sua salvezza.

San Paolo ricorda ai cristiani di Corinto: «Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; oppure la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1 Cor 12,21). Le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie, e quelle che «riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno» (vv. 23-24). Lungi dai discepoli di Cristo sentimenti di disprezzo e di pietismo; piuttosto sono chiamati a rendere onore ai poveri, a dare loro la precedenza, convinti che sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi. Qui si comprende quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda e insegue potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna.

Come esorta San Paolo ai Romani: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile» (12,15-16). La povertà è anche un grido di speranza che manifesta la certezza di essere liberati dall'amore di Dio (cfr Rm 8,31-39). Scriveva santa Teresa d’Avila nel suo Cammino di perfezione: «La povertà è un bene che racchiude in sé tutti i beni del mondo; ci assicura un gran dominio, intendo dire che ci rende padroni di tutti i beni terreni, dal momento che ce li fa disprezzare» (2, 5). È nella misura in cui siamo capaci di discernere il vero bene che diventiamo ricchi davanti a Dio e saggi davanti a noi stessi e agli altri.

I vescovi, i sacerdoti, i diaconi, le persone consacrate e i tanti laici e laiche che nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti rendono tangibile la risposta della Chiesa al grido dei poveri, sono invitati a vivere questa Giornata Mondiale come un momento privilegiato di nuova evangelizzazione. I poveri ci evangelizzano, aiutandoci a scoprire ogni giorno la bellezza del Vangelo.

Il Termine "Povero" nella Letteratura e nel Linguaggio Cristiano

Il termine "Povero" nel Cristianesimo si riferisce non solo a individui in difficoltà economica e sociale, ma assume anche un significato più profondo e spirituale. Nel senso proprio di "indigente", ad esempio, nel Purgatorio, è ricordata la Vergine: Povera fosti tanto, / quanto veder si può per quello ospizio / dove sponesti il tuo portato santo (Pg XX 22).

Nel caso di Romeo di Villanova, che dalla corte di Raimondo Beringhieri partissi povero e vetusto (Pd VI 139), l'aggettivo acquista un significato più intenso, indicando una persona che consumò la sua età presso l'ingrato signore senza premio. Analogamente per San Francesco, il "poverello di Dio" (Pd XIII 33).

Nel Fiore, si trovano espressioni come "pover e tristo" per chi vive di lealtà (CXVII 3) o la contrapposizione a "ricco" (LXXXV 9). I consigli della Vecchia a Bellaccoglienza sconsigliano di riporre amore in "pover uom" (CLXIX 1-2). Si discute anche del precetto evangelico di dare ogni ricchezza ai poveri (Fiore CXIV 5, CXV 3 e 10).

L'umile condizione di Drittura è manifestata nella sciatteria dell'abbigliamento dimesso, dichiarandosi povera... a panni ed a cintura (Rime CIV 36). Il termine "poverello" esprime uno stato d'animo di compassione per il mendicante (If XXI 68) o di commossa ammirazione per la "poverella" cui si accomunò Pietro Lombardo (Pd X 107).

In un passo della Vita Nuova, l'aggettivo assume valore figurato alludendo a uno stato d'animo depresso, privo di gioia: Or ho perduta tutta mia baldanza, / che si movea d'amoroso tesoro; / ond'io pover dimoro (Vn VII 5 7). In ambito decisamente metaforico, coloro che sanno porgono della loro buona ricchezza a "li veri poveri", cioè a coloro che sono affamati del cibo del sapere (Cv I I 9).

Detto di cosa, l'aggettivo allude a scarsezza di mezzi, come in Oh sicura facultà de la povera vita! (CV IV XIII 12), o a un calle "povero" per poca acqua. Il "pover cielo" di Purgatorio XVI 2 è interpretato come un cielo "pauperatum" quando appare privo dei suoi preziosissimi ornamenti (le stelle) o un tratto di cielo limitato. L'aggettivo può anche indicare inadeguatezza, come quando un servizio appare "povero e nudo" per una persona gloriosa (Vn XXXIII 1) o quando la mente umana è "povera" a comprendere l'ineffabile sapienza divina (Cv III V 22).

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