Madre Teresa di Calcutta, una figura che ha affascinato e continua ad affascinare, ha rivelato aspetti prima sconosciuti della sua vita interiore grazie alla pubblicazione, nel settembre del 2007, del libro “Madre Teresa: Vieni e sii la mia luce” (Mother Teresa: Come be my light), curato dal Padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della sua causa di canonizzazione. Questo libro, basato sulla sua corrispondenza con direttori spirituali e superiori per circa sessant’anni, ha portato alla ribalta una profonda dimensione della sua spiritualità: una costante “oscurità” interiore, una vera e propria notte oscura dello spirito.

La Rivelazione della "Notte Oscura"
La vita interiore di Madre Teresa fu segnata dall'esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, che ella stessa definì "l'oscurità". Visse per anni questa "oscurità", sentendosi abbandonata da Dio, ma rimanendo decisa ad “amarLo come non era mai stato amato prima”. La sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità e costituiscono un esempio per tutti. Il libro rivela anche la sua profonda identificazione con i più poveri dei poveri, che ella servì, e la sua comprensione che l’“oscurità” era il “lato spirituale del suo lavoro”.
L'eroicità di questa donna minuta e fragile è venuta alla luce solo dopo la sua morte. La dolorosa notte dell’anima, che iniziò più o meno quando cominciò il suo lavoro con i poveri e che continuò sino alla fine della sua vita, condusse Madre Teresa ad una sempre più profonda unione con Dio. Di quell’oscurità interiore che ella sperimentava, mentre tutto il mondo ammirava la sua raggiante gioia, Madre Teresa diede conto solamente ai suoi direttori spirituali, ordinando che poi distruggessero le sue lettere. Grazie a Dio, molte di queste lettere si salvarono perché un direttore spirituale, con il suo permesso, ne aveva fatto una copia per l’Arcivescovo e futuro Cardinale Trevor Lawrence Picachy, tra le cui carte furono poi ritrovate dopo la sua morte.
Questi scritti intimi, lungi dal diminuire la statura di Madre Teresa di Calcutta, la ingigantiscono, ponendola al fianco dei grandi mistici della cristianità. Come ha rimarcato Benedetto XVI, si tratta di un aspetto eroico di questa grande donna di cui si è venuto a conoscenza solo dopo la sua morte.
La Chiamata Divina e l'Inizio dell'Oscurità
Nel 1942, cinque anni dopo i suoi voti perpetui nell’ordine di Loreto, Madre Teresa fece il voto di “non negare mai nulla a Dio”, sotto pena di peccato mortale. Quattro anni dopo, nel treno da Calcutta a Darjeeling, ricevette l’ispirazione di iniziare la sua opera con i più poveri tra i poveri. Secondo quanto si deduce dalle sue lettere, tutto iniziò il 10 settembre, quando Gesù le parlò per mezzo di una locuzione interiore. Le chiese di uscire dall’ordine di Loreto e di iniziare il suo lavoro con i più poveri, facendole le prime parole che si riferivano al voto fatto anni prima: “Non mi negherai questo? Te lo sto chiedendo... non ti rifiuterai di fare questo per Me”.
Gesù continuò a parlare a Madre Teresa per vari mesi, con le ultime parole nell’agosto del 1947, in cui le disse: “Vieni, sii la mia luce, non posso andare da solo, essi (i poveri) non mi conoscono, e pertanto non mi amano. Tu, portaMi a loro. Quanto desidero entrare nei loro tuguri, nelle loro case oscure ed infelici!”. A 36 anni, Madre Teresa sperimentò per vari mesi una profonda unione mistica.
Curiosamente, nel 1949, proprio cominciando l’opera che Gesù le aveva chiesto, iniziò un periodo di profonda oscurità nella sua anima. Sembra che con l’inizio del servizio ai poveri sia calata su di lei un’oscurità opprimente, una grande prova interiore che l'avrebbe accompagnata per il resto della vita.

La Natura della "Notte Oscura" di Madre Teresa
Le parole di Madre Teresa rivelano la profondità del suo tormento: “C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo... Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto!”.
Ella sperimentò la "terribile pena del dannato", giungendo a dire: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio... Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del dannato, di Dio che non mi ama, di Dio che non sembra Dio, di Dio che sembra in realtà esistere. Gesù, ti prego, perdona le mie bestemmie”.
Sentiva la vertigine nella tentazione di poter negare Dio: “Sono stata a punto di dire no... Mi sento come se qualcosa stesse per rompersi in me in qualsiasi momento”. E ancora: “Prega per me, che non rifiuti Dio in quest’ora”. Questa solitudine impressionante sembrava far vacillare persino la sua fede: “Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? [...]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio”.
Il gesuita Joseph Neuner, che le fu vicino, scrisse: "Con l'inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri, una opprimente oscurità venne su di lei". Questa esperienza è stata riconosciuta come un caso classico di quella che gli studiosi di mistica, seguendo San Giovanni della Croce, chiamano la notte oscura dello spirito. Taulero, a sua volta, fa una descrizione impressionante di questo stato: "Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima."
Dalle lettere si deduce che quest’oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere piena di giubilo: “Oggi la mia anima è colma d’amore, di gioia indicibile e da un’ininterrotta unione d’amore”. Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più, non è perché la notte sia terminata, ma perché si è ormai adattata a vivere in essa, non solo accettandola ma riconoscendo la grazia straordinaria che racchiudeva per lei.
Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura che, parlandone, potesse richiamare l’attenzione su di sé. Persino le persone più vicine a lei non sospettarono nulla di questo tormento interiore della Madre sino alla fine. Con la Grazia di Dio riuscì a nascondere tutto questo tormento sotto un sorriso perenne. "Lei sorride sempre, le suore dicono di me alla gente. Pensano che la parte più intima di me sia piena di fede, di fiducia, d’amore... Se giungessero a sapere che il mio essere gioiosa non è altro che un manto con cui copro il mio vuoto e la mia miseria!". Un detto dei Padri del deserto recita: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio”. Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.
La “Notte oscura” di Madre Teresa di Calcutta
Madre Teresa e Altri Mistici: Compagni nella Desolazione
Madre Teresa è in "buona compagnia" nella sua desolazione spirituale. Anche Paolo della Croce, dopo aver avviato la fondazione dei Passionisti e aver sperimentato l’ebbrezza dell’unione con Dio, entrò in una notte dello spirito che durò per quarant’anni, fino alla fine della vita, venendo definito “il principe dei grandi desolati”.
Il tratto che più avvicina Madre Teresa a Padre Pio è forse proprio la lunga notte oscura in cui hanno vissuto per tutta la vita. “Vivo in una perpetua notte”, scriveva Padre Pio in una delle sue lettere al confessore. Egli era convinto, e questa convinzione lo accompagnò fino alla morte, che le stimmate non fossero un segno di predilezione e di accettazione da parte di Dio, ma, al contrario, del giusto castigo divino per i suoi peccati. Per spandere luce, tutte e due queste anime hanno dovuto trascorrere la vita al buio, convinti, per giunta, di “ingannare” la gente.
San Gregorio Magno dice che il contrassegno degli uomini superiori è che “nel dolore della propria tribolazione, non trascurano l’utilità altrui; e mentre sopportano con pazienza le avversità che li colpiscono, pensano a insegnare agli altri ciò che è necessario”. Questo segno risplende in grado eminente nella vita di Madre Teresa e di Padre Pio. Lungi dal dimostrare una mancanza di fede, la notte dello spirito, per Madre Teresa e i suoi compagni di viaggio mistici, ne rappresenta il grado supremo.
Il Senso Profondo della Notte dello Spirito
La notte dello spirito di Madre Teresa, che dura praticamente tutta la vita, va oltre la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta “via purgativa” che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva. Questa notte interviene dopo che queste anime hanno già toccato vertici di altissima contemplazione e unione mistica con Dio.
Esiste una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: la “partecipazione alle sofferenze di Cristo” (Fil 3,10) per la redenzione del mondo. Madre Teresa è giunta a vedere sempre più chiaramente la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il grido "Ho sete" di Gesù sulla croce, affermando: “Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi… Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore… Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me.”
Sarebbe un grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. Il documento Novo millennio ineunte parla di un “paradossale intreccio di beatitudine e di dolore”. Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. Santa Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio, ma con una "grandissima contentezza" simile a quella dei santi in Paradiso. La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima.
La interminabile notte di alcuni santi moderni ha, a mio parere, anche uno scopo “protettivo”. È il mezzo inventato da Dio per i santi di oggi che, come Padre Pio e Madre Teresa, vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. San Paolo diceva: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne” (2 Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. “Il dolore interiore che sento - diceva - è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente”.

Madre Teresa come Guida per il Mondo Moderno
I mistici sono i più moderni tra i santi. Il mondo d’oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede, coloro che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l’angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch’essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito. Nel suo romanzo La peste, Albert Camus li chiamava “i santi senza Dio”. I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa, come Gesù che “si è assiso alla mensa dei peccatori e ha mangiato con loro”.
La parola “ateo” può avere un senso attivo (chi rifiuta Dio) e un senso passivo (chi si sente rifiutato da Dio). In quest’ultimo senso, possiamo dire che i mistici, nella notte dello spirito, sono degli a-tei, dei senza Dio. Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’Inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena… di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego perdona la mia bestemmia”. Tuttavia, si rende conto della natura diversa, di solidarietà e di espiazione, di questo suo “a-teismo”: “Se mai un giorno arriverò a essere santa, sarò certamente una santa dell’oscurità. Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza”. I mistici sono giunti a un passo dal mondo dove vivono i senza Dio, sperimentando la vertigine di buttarsi giù: “Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me”.
Per questo i mistici sono gli ideali evangelizzatori nel mondo postmoderno, dove si vive “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Essi ricordano agli atei onesti che non sono “lontani dal regno di Dio”. Aveva ragione Karl Rahner di dire: “Il cristianesimo del futuro, o sarà mistico, o non sarà”. Padre Pio e Madre Teresa sono la risposta a questo segno dei tempi.
L'esperienza della notte oscura di Madre Teresa e dei mistici in genere contiene un messaggio importante anche per coloro che vivono nel matrimonio. Madre Teresa, parlando alle donne, una volta esortò a sorridere spesso al proprio marito. Quando una delle presenti le fece osservare: “Madre, lei dice così perché non è sposata e non conosce mio marito”, la Madre ribatté: “Sono sposata anch’io, a Gesù, e ti assicuro che a volte non è facile neppure per me sorridere al mio sposo”. Il cammino con la persona amata nel matrimonio, come quello dei santi con Dio, conosce le “grazie iniziali” - consolazioni, dolcezze - che non durano per sempre. Arriva per gli uni e per gli altri “la notte dei sensi”, uno stato in cui non si prova alcun sentimento, ma si fa tutto a forza di volontà e con fatica, solo per dovere. Ma in entrambi i casi, questo non è la fine, bensì il preludio a un amore più puro, meno egoistico.
La Sua Visione del Servizio e l'Amore per i Poveri
Nonostante la sua desolazione interiore, Madre Teresa non si scoraggiò mai nelle sue attività, scrivendo alle sue sorelle: “Mie care figlie, senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo lavoro sociale, molto buono ed utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non parteciperebbe alla redenzione. A noi è permesso fare lo stesso: tutta la desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale ma anche la loro profonda miseria spirituale devono essere redente e dobbiamo condividerle”. Ogni cosa che faceva, la faceva per “il primo e unico amore della sua vita”: Gesù.
Rispondendo a chi le chiedeva se non fosse meglio insegnare ai poveri a pescare piuttosto che dar loro il pesce, Madre Teresa concordò, ma aggiunse: “I miei poveri sono troppo deboli per tenere la canna da pesca. Quando poi si ristabiliranno curati nelle mie case, li manderò da voi, in modo che possiate loro insegnare come pescare”. Sebbene fosse sempre interessata alla politica, non tentò mai di essere una politica, ma affrontò i problemi della società indiana vivendo il Vangelo tra i poveri.
Nel ricevere il Premio Nobel per la Pace, Madre Teresa espresse il suo messaggio: “Siamo in contatto con il suo corpo. È a Cristo affamato che offriamo cibo, Cristo nudo che cerchiamo di vestire, Cristo sfrattato a cui offriamo alloggio. Ma la sua non è soltanto fame di pane, carenza di vestiti e bisogno di un alloggio di mattoni. Cristo ha ancora fame nei nostri poveri (e anche nei ricchi!) di amore, di cure, di calore umano, di qualcuno che se ne curi come di qualcosa di proprio”.
Madre Teresa identificò il più grande distruttore della pace oggi nell’aborto, sostenendo: “Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me?”. Affermava inoltre che “l'amore, per essere vero, deve ferire e far male, e dobbiamo continuare a dare finché questo ci farà male”.
La sua filosofia era centrata sull'individuo: "Non sono d’accordo con il fare le cose in grande. Per noi ciò che importa è l’individuo. Per poter amare una persona, dobbiamo entrare in stretto contatto con lei. Possiamo amare soltanto una persona alla volta, servire soltanto una persona alla volta". Le Missionarie della Carità si considerano “contemplative nel cuore del mondo”, toccando il Corpo di Cristo ventiquattro ore al giorno. La gioia di amare, secondo Madre Teresa, non è tanto quanto si dà, ma quanto amore contiene ciò che si dà. Per questo, pregare ci dà un cuore pulito che può vedere Dio negli altri e amare con un amore tenero e puro, un amore che, come quello di Dio per noi, è inciso sul palmo della sua mano.