Il Significato e la Modifica delle Parole del Vangelo

Il Vangelo, come Parola di Dio, è al centro della fede cristiana, ma la sua interpretazione e, in alcuni casi, la sua traduzione, possono generare profonde riflessioni e dibattiti. Comprendere il vero significato delle parole evangeliche e valutare l'opportunità di eventuali modifiche è fondamentale per i fedeli.

L'Evoluzione del Concetto di "Conversione" nel Vangelo

La parola conversione (in italiano) ricorre nel Vangelo in due contesti distinti, rivolti a categorie diverse di ascoltatori, il cui significato subisce una profonda trasformazione con la venuta di Gesù.

Il Significato di Conversione Prima di Gesù

Prima di Gesù, convertirsi significava sempre un "tornare indietro". Il termine ebraico, shub, indica l'atto di invertire rotta e tornare sui propri passi. Denotava l'individuo che, ad un certo punto della vita, si accorge di essere "fuori strada". Si fermava, aveva un ripensamento, e decideva di tornare all’osservanza della legge e di rientrare nell’alleanza con Dio, compiendo una vera e propria "inversione di marcia". Questo era il significato abituale di conversione sulla bocca dei profeti, fino a Giovanni Battista compreso.

La Nuova Conversione con l'Avvento di Cristo

Sulle labbra di Gesù, tuttavia, questo significato cambia radicalmente. Non perché egli si divertisse a modificare i significati delle parole, ma perché, con la sua venuta, le circostanze erano mutate. «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è venuto!». In questa nuova era, conversione e salvezza si sono scambiate di posto. Non si tratta più prima della conversione e poi, come sua conseguenza, della salvezza; ma al contrario: prima la salvezza, poi, come sua esigenza, la conversione. Non «convertitevi e il Regno verrà tra di voi, il Messia arriverà», come andavano dicendo gli ultimi profeti, ma: «convertitevi perché il regno è venuto, è in mezzo a voi». Dunque, «Convertitevi e credete» non significa due azioni diverse e successive, ma la stessa azione fondamentale: convertitevi, cioè credete! Convertitevi credendo! Tutto questo richiede una vera "conversione", un cambiamento profondo nel modo di concepire i nostri rapporti con Dio. Esige di passare dall’idea di un Dio che chiede, che ordina, che minaccia, all’idea di un Dio che viene a mani piene per darci lui tutto. È la conversione dalla "legge" alla "grazia" che stava tanto a cuore a San Paolo.

La Conversione per Chi è Già nel Regno

Vi è una seconda forma di conversione, indirizzata a coloro che avevano già accolto l'invito di Gesù ed erano con lui da diverso tempo. «In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Questa volta, convertirsi significa tornare indietro, addirittura a quando si era bambini! Il verbo stesso usato, strefo, indica inversione di marcia. Questa è la conversione di chi è entrato già nel Regno, ha creduto al Vangelo ed è da tempo al servizio di Cristo.

La discussione tra gli apostoli su chi fosse il più grande rivela che la loro preoccupazione maggiore non era più il Regno, ma il proprio posto in esso, il proprio io. Tornare bambini, per gli apostoli, significava tornare a come erano al momento della chiamata sulle rive del lago o al banco delle imposte: senza pretese, senza titoli, senza confronti tra di loro, senza invidie, senza rivalità. Erano ricchi solo di una promessa («Vi farò pescatori di uomini») e di una presenza, quella di Gesù. Si trattava di tornare al tempo in cui erano ancora compagni di avventura, non concorrenti per il primo posto.

Anche per noi, tornare bambini significa tornare al momento in cui facemmo per la prima volta un’esperienza personale dello Spirito Santo e scoprimmo cosa significa vivere nella signoria di Cristo. L’esempio dell’apostolo Paolo, descritto in Filippesi 3, è illuminante. Dopo aver scoperto Gesù come suo Signore, egli aveva considerato tutto il suo glorioso passato una perdita, una spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e rivestirsi della giustizia derivante dalla fede in lui. Ma più avanti afferma: «Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato mi protendo verso il futuro» (Fil 3, 13). Quale passato? Non più quello di fariseo, ma quello di apostolo. Egli intuì il pericolo di ritrovarsi con un nuovo “guadagno”, una nuova “giustizia” tutta sua, derivante da quello che aveva fatto al servizio di Cristo.

Una lezione preziosa per tutti noi è la necessità di "svuotarsi le tasche", di azzerarsi, ripetendo con profonda convinzione le parole suggerite da Gesù stesso: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). È sempre attuale la parola di Dio rivolta a Isaia: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43, 19).

Gesù che chiama i primi apostoli, un'illustrazione che evoca l'immediatezza della risposta

La Chiamata alla Conversione Quotidiana

«Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”». Se questo grido di evangelizzazione di Gesù ci lascia indifferenti o apre i nostri cuori alla felicità, dipende interamente da noi. Nelle sue parole non c’è traccia di obbligo o di costrizione; Gesù ci avverte che il Regno di Dio è vicino, ma la scelta della conversione è libera. Potremmo dire di non aver bisogno di conversione perché siamo brave persone e non facciamo nulla di male, ma conversione significa, letteralmente, "cambiare direzione", ed è un invito rivolto a tutti, ogni giorno. Certo, ad un primo livello, convertirsi significa cominciare a credere in Dio, magari uscendo dall'ateismo o cambiando religione; ma anche chi crede da tempo nell’esistenza di Dio può e deve convertirsi, perché credere che Dio esiste non basta.

Le persone che Gesù chiama nel Vangelo sono diventate i nostri eroi nella fede, consentendo a noi, dopo più di duemila anni, di conoscere e parlare di Gesù. Eppure, nel momento della chiamata, erano persone normalissime, prese nel mezzo della loro quotidianità, forse perfino nella loro mediocrità e nel loro peccato. «Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò».

Gesù chiede loro di apportare qualche piccola modifica alle loro vite, e fa lo stesso con noi: nessuno può avere il cuore nella gioia ed essere una persona felice, nessuno può vivere secondo il Vangelo e secondo la volontà di Dio se non è disposto a modificare qualcosa della propria vita. Siamo delle brave persone, certo, eppure ciascuno di noi necessita di una piccola conversione, chi per essere meno superbo, chi per essere meno bugiardo, chi per essere meno violento e così via. L’avverbio "subito" utilizzato dal Vangelo di Marco («E subito lasciarono le reti e lo seguirono») testimonia il desiderio di cambiamento e la voglia di essere felici che sentivano nel loro cuore. E nonostante ciò, Gesù non stravolge completamente le loro vite, non li rende carpentieri, ma pescatori di uomini. Quando il Signore entra nella nostra vita e chiede la conversione, non pretende da noi un cambiamento stravolgente, perché Dio ci tratta con delicatezza e rispetta fino in fondo ciò che siamo. Al contrario del mondo che impone modelli, Dio si propone in maniera delicata. Se ci rendiamo disponibili alla conversione, Dio parte da ciò che siamo, lo rispetta e lo perfeziona al massimo, lo potenzia, lo aggrazia, lo rende bellissimo, plasmandoci con la sua Grazia. Questo può avvenire solo se siamo disposti a farlo entrare nelle nostre vite.

Spesso ci sentiamo lontani da Dio, talvolta non andiamo a messa, non frequentiamo la Chiesa, ci rifiutiamo di fare un cammino serio, ma questo impedisce la nostra conversione, ci impedisce di cambiare direzione ed essere felici. Il Vangelo di Marco, il più breve e antico dei quattro, è un ottimo strumento per accompagnarci in questo percorso. Leggere un Vangelo dall'inizio alla fine è un piccolo impegno che può aiutare i cristiani a uscire da una condizione di ignoranza sulla propria religione, meditando e leggendo la Parola.

LA CONVERSIONE DI PAOLO - IL GRANRACCONTO DELLA BIBBIA

L'Interpretazione delle Parabole: Il Caso dell'Amministratore Disonesto

Alcune parabole evangeliche possono apparire "imbarazzanti" o difficili da comprendere a una prima lettura, come quella dell'amministratore disonesto (Luca 16). Questa parabola suscita disagio: come si può lodare un disonesto? Un ladro? Inizialmente si dice che Gesù parli ai discepoli (16,1), ma gli esegeti suggeriscono che non fosse così, e che probabilmente fosse rivolta a persone che avevano sbagliato e si sentivano senza speranza, dicendo: "Non c’è più niente da fare!".

La Questione della Lode del Padrone

Il Vangelo non fu scritto tutto d'un fiato. Al versetto 16,8 si legge: "Il padrone lodò l'amministratore disonesto". Tuttavia, è impensabile e insensato che un padrone, derubato dal suo amministratore, lo abbia lodato dicendo: "Bravo! Hai fatto proprio bene! Ti stimo per ciò che hai fatto!". La chiave di lettura risiede nella parola greca "κυριος" (kyrios), che può significare sia "padrone" sia "signore". Se il versetto dovesse essere interpretato con "signore", allora cambia tutto. Non è il padrone che loda l'amministratore (nessun padrone agirebbe contro i propri interessi), ma è Gesù stesso che, secondo questa interpretazione, elogia l'amministratore per aver agito con scaltrezza e astuzia, in maniera creativa. Il fatto che "κυριος", usato in forma assoluta in Luca, designi in diciotto casi Gesù e solo per alcune volte Dio, rafforza questa tesi. Le frasi successive che cercano di spiegare la parabola rivelano che forse gli stessi evangelisti non compresero appieno le parole di Gesù.

La Lezione della Scelta Creativa

L'amministratore, scoperto a frodare, si trova di fronte a un problema. Valuta le soluzioni classiche - "Zappare? Non ho forza! Mendicare? Mi vergogno" (16,3) - ma esse non funzionano. La lezione è che bisogna trovare una soluzione diversa, nuova. Ciò che conta è che non cade in disperazione né in depressione. E trova una soluzione creativa, strana, impensata (16,4-7): "Il lavoro l’ho perso, ma mi faccio degli amici cosicché mi possano aiutare quando io fra poco ne avrò bisogno." Gesù lo conferma, lodandolo non per la sua disonestà, ma per come ha reagito di fronte alla difficoltà, alla situazione di non ritorno, al fallimento. Questo insegna che quando una cosa non funziona più, è inutile insistere o illudersi che possa cambiare. È necessario cambiare strategia e vedere le cose in maniera diversa.

Numerosi esempi di vita quotidiana illustrano questo principio:

  • Un uomo licenziato dopo trent'anni di lavoro può deprimersi, arrabbiarsi o trovare soluzioni creative, come dire: "Finalmente! La vita mi ha dato uno spintone per fare quello che voglio".
  • Una famiglia che non trova posto all'asilo per la figlia, con la madre costretta a lasciare il lavoro, può disperarsi o trovare una strategia diversa, come l'amministratore che si fa amici concedendo sconti sui debiti.
  • Il caso di un uomo che si credeva Gesù Cristo, risolto da Bandler attraverso una strategia inaspettata e "creativa" che lo ha portato a urlare: "No, no, lo giuro, non sono io Gesù Cristo!".
  • Il dipendente di un'assicurazione che, dopo aver causato un danno enorme, invece di dimettersi, afferma di aver speso dieci milioni di dollari "perché tutti vedano quanto lei, presidente, è capace!", impressionando il suo superiore.
  • Il consulente che, di fronte a persone "costrette" a parlare, cambia strategia e offre loro la libertà di non farlo, ottenendo talvolta un risultato inaspettato.
  • La madre che, invece di assillare il figlio che va male a scuola, cambia strategia e prima dello studio lo porta a giocare, ottenendo un miglioramento.
  • La madre di un ragazzo che prende voti bassi, che invece di rimproverarlo, accoglie un "quattro meno" con gioia: "Finalmente qualcosa di diverso!".
  • La moglie di un uomo che beve, che, anziché nascondergli il vino, glielo mette in evidenza con un messaggio diretto, portando il marito a confrontarsi con la sua dipendenza.
  • Viktor Frankl nei campi di concentramento, che trovò un motivo sensato per accettare l'orrore, dicendo: "Questa sarà la mia università di vita!".

La gente si ostina spesso a ritentare la solita cosa, sbattendo la testa contro il muro, e poi conclude: "Non c'è niente da fare!". Invece, quando le cose non vanno, siamo noi che dobbiamo cambiare, trovare soluzioni creative e diverse.

Inerpretazione della parabola dell'amministratore disonesto, schema esplicativo

Perdonare se Stessi e Imparare dagli Errori

L'amministratore del Vangelo ha sbagliato, senza dubbio. Ma alcune persone non si perdonano certi errori e continuano a fustigarsi, facendosi del male ogni giorno. Rimuginano su cosa avrebbero dovuto fare, come avrebbero dovuto comportarsi, senza accettare che ciò che è accaduto è accaduto. L'uomo orgoglioso dice: "Non dovevo farlo. L'ho fatto, imperdonabile!". Ma a che serve morire (dentro o fuori)? Il passato non si cambia più.

Nel Vangelo, l'amministratore, consapevole della sua colpa, fa due pensieri iniziali: "Mendicare" e "Lavorare" (16,3). Mendicare significa: "Non sono più degno d'amore, accettatemi lo stesso", o "Errore imperdonabile! È giusto che io paghi e soffra!". Questo richiama epoche in cui colpe considerate imperdonabili (come avere un figlio fuori dal matrimonio o lasciare il sacerdozio) marchiavano una persona per sempre, svalutandola agli occhi della società e di se stessa. Lavorare significa: "Ho sbagliato, non sono più degno; lavoro duro per riconquistarmi la dignità che ho perso". Questo può portare a compensazioni eccessive, aggiungendo danno a danno, come la madre che, rimorsa per non essere stata affettiva, non riesce a dire di no al figlio.

L'uomo del Vangelo, però, non si limita a questi pensieri. Non dice: "Ho sbagliato, è finita! Ho perso la faccia!". Di fronte a certi errori, l'unica cosa da dire è: "O.k, ho sbagliato!" o "Sì, ho agito io così!". Nonostante quella vocina interiore che sussurra: "Fai schifo! Oddio che ho fatto!", l'amministratore dice: "Ho sbagliato ma non sono da buttare". Qualunque cosa si faccia, bisogna perdonarsi. Perdonarsi significa ammettere l'errore a qualcuno (non solo a se stessi), riconoscere il dolore che ha causato e chiedere scusa alle persone ferite. È proprio nel momento in cui ha sbagliato che l'amministratore si accorge degli altri e li aiuta. Il suo comportamento non è da imitare, ma lo è il senso di ciò che fa. Prima li sfruttava, ora li aiuta perché si trova nella loro stessa condizione di debitore. Un uomo perfetto, incapace di sbagliare, non può conoscere la misericordia, l'amore o il perdono, solo la regola e il giudizio. Chi non accetta i propri errori, pur credendo di non farne di grossi, è spietato con gli altri, pensando: "Per fortuna che io non sono come loro!".

L'amministratore compie un cambiamento: prima usava le sue energie per defraudare i debitori, ora le usa per aiutarli con passione e grinta. Se si è usciti da una situazione difficile, si è chiamati ad aiutare gli altri a uscirne, senza giudicare. Gesù non è molto preoccupato del nostro sbagliare, ma dell'essere consapevoli che colpe, segreti di famiglia, vergogne e tradimenti si trasmettono a livello biologico, e che i nostri figli potrebbero pagarne le conseguenze se non perdonate. Non è vero che nessuno sa dei nostri errori nascosti: noi lo sappiamo, e le nostre cellule pure.

La Controversia sulla Modifica del Testo Sacro: Il Padre Nostro

L'annuncio di Gesù al mondo, il suo messaggio di salvezza, inizia nel Vangelo di Marco con: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete nel Vangelo». Con la venuta di Gesù, emerge un'era nuova, quella della grazia e della salvezza. Ciò che la Parola di Dio, accolta e vissuta, opera è un completo mutamento di mentalità, ovvero una conversione. Il segreto di come il Vangelo possa operare questo miracolo di profonda conversione e di una fede nuova e luminosa risiede nel mistero che le parole di Gesù racchiudono. Esse non sono semplici esortazioni o comandi, ma nella parola di Gesù è presente Gesù stesso che parla a noi. Incontriamo Cristo nella Parola e, accogliendola nel nostro cuore, siamo uno con lui ed egli nasce o cresce in noi. Anche se le parole del Vangelo possono sembrare troppo alte e difficili, la soluzione non è scoraggiarsi ma sforzarsi di vivere anche solo una Parola per trovare in essa un aiuto inatteso, una forza unica e una lampada per i nostri passi.

Antico manoscritto del Vangelo o della preghiera del Padre Nostro

Il Caso Specifico del "Padre Nostro"

Il dibattito sulla modifica delle parole del Vangelo si è acceso recentemente con la nuova traduzione del Padre Nostro, in particolare la frase "non ci indurre in tentazione" sostituita con "non abbandonarci alla tentazione". Mons. Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio apostolico vaticano, ha espresso un parere critico su questo cambiamento. Egli ha sottolineato che era saggia norma nella Chiesa che, prima di cambiare un testo sacro che potesse causare sconcerto nei fedeli, fosse sempre necessario spiegarlo. La traduzione "non ci indurre in tentazione", già presente nelle prime versioni italiane e tradotta ottimamente dal testo latino fin dal XVI secolo, pur potendo creare qualche difficoltà al senso comune dei fedeli, è spiegabile secondo il modo di parlare della Scrittura Santa: quando si parla di Dio, "indurre in tentazione" significa semplicemente permettere che uno sia tentato o sia vinto dalla tentazione. Spiegato così, il testo non necessitava di alcun cambiamento in italiano.

Mons. Pagano argomenta che la Chiesa ha sempre venerato la Sacra Scrittura definendola Parola di Dio. E se è di Dio, come possiamo noi cambiarla? Possiamo studiarla, comprenderla, ma non modificarla. Egli si interroga se chi ha operato questo cambiamento abbia studiato le fonti e si sia reso conto dell’incoerenza scritturale rispetto ai Vangeli sinottici, mettendo in dubbio che tale modifica sia un progresso. Per parte sua, Mons. Pagano continua a recitare il Padre Nostro in latino per superare questo cambiamento che considera "brutto".

Questioni Teologiche e Interpretative

Molte traduzioni della Sacra Scrittura, inclusa la nuova versione della Bibbia curata dalla CEI, evidenziano la discrepanza tra il testo scritturistico e la traduzione stessa. Gli studi approfonditi di padre Carmignac, maestro di assoluta competenza, supportano una lettura e comprensione precisa di questa preghiera straordinaria. Le domande sollevate da Mons. Pagano invitano a comprendere meglio il significato della preghiera insegnataci da Gesù stesso, sottolineando che "se la Scrittura è la Parola di Dio, si tratta di spiegarla e interpretarla, ma non si può modificarla a piacere".

La traduzione "non abbandonarci alla tentazione" è più un’interpretazione che una traduzione e non risolve il dubbio che da sempre interroga gli esegeti: come può Dio indurre al peccato? Se nell’ipotesi dell’origine aramaica si può tradurre «non farci entrare» o «fa’ che non entriamo» (e solo la seconda possibilità può essere attribuita a Dio), la frase "abbandonarci a" non rischia di essere equivalente a "non farci entrare", attribuendo così a Dio stesso la possibilità di metterci nella tentazione?

La Fedeltà alla Parola di Dio

La questione non si risolve invocando un’obbedienza cieca o paventando un’opposizione al magistero papale. "Prima di cambiare bisogna sempre spiegare", e purtroppo, in questo contesto, il compito si fa difficile, e sembra più facile imboccare scorciatoie mettendo a tacere le domande critiche. Inoltre, la capillare diffusione di questa nuova traduzione fa sì che mantenere l’uso antico appaia come una forma di contestazione o disobbedienza, mentre su questioni più decisive per una corretta concezione della fede (come aborto, eutanasia, impegno cristiano in politica) si riscontrano le più svariate opinioni.

Ciò fa riflettere sulla possibilità che siamo stati tutti "abbandonati" a un pensiero non cattolico, come già paventava Paolo VI nella sua intervista a Jean Guitton: «Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». La fedeltà alla parola del Signore è più che la ripetizione di una "brutta traduzione" del Padre Nostro; è la testimonianza di una fede che, «se non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Mons. Pagano conclude esprimendo il suo parere personalissimo, ribadendo che è lecito esprimere un'opinione su tali questioni.

LA CONVERSIONE DI PAOLO - IL GRANRACCONTO DELLA BIBBIA

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