L'arte del mosaico, la figura mistica di San Michele Arcangelo e l'imponente Basilica di San Pietro si intrecciano in un racconto ricco di storia, devozione e maestria artistica. Dalle opere dei grandi mosaicisti come Giovanni Battista Calandra, alla diffusione dei micromosaici durante il Grand Tour, fino ai santuari dedicati all'Arcangelo in Italia e in Europa, questi elementi convergono nel delineare un affascinante panorama culturale e religioso.
L'Arcangelo Michele: Iconografia, Culto e Santuari Principali
La Figura Biblica e Liturgica
San Michele Arcangelo è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia. Nel calendario liturgico cattolico si festeggia come San Michele Arcangelo il 29 settembre, con San Gabriele Arcangelo e San Raffaele Arcangelo. Nel Nuovo Testamento è definito come arcangelo nella Lettera di Giuda, mentre nell'Apocalisse di Giovanni Michele è l'angelo che conduce gli angeli nella battaglia contro il drago, rappresentante il demonio, e lo sconfigge. Esso è implicitamente nominato in e in. Essendo definito Angelo Personale del Signore se ne rintraccia la figura in che rimanda a e si ricollega a e Es. Ulteriori riferimenti si trovano in Is e Is e ancora in. Nel Dizionario delle Creature spirituali di Giordano Berti (in I mondi ultraterreni, Milano 1998), sono riportati numerosi scritti apocrifi dell'Antico e del Nuovo Testamento in cui l'arcangelo Michele compare a vario titolo.
La Devozione Storica e i Luoghi Sacri
L'immagine di Michele Arcangelo, sia per il culto che per l'iconografia, dipende dai passi dell'Apocalisse. È il comandante dell'esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo, che vengono precipitati a terra. Nella Messa tridentina San Michele è ricordato espressamente più volte. Innanzitutto è menzionato nel Confiteor primo fra i santi dopo la Vergine Maria. Lo si ritrova quindi nella preghiera di benedizione dell'incenso, in cui l'Arcangelo viene invocato come «colui che sta alla destra dell'altare dell'incenso». L'imperatore Costantino I a partire dal 313 gli tributò una particolare devozione, fino a dedicargli il Micheleion, un imponente santuario fatto costruire a Costantinopoli. In Oriente san Michele è venerato con il titolo di "archistratega", che corrisponde al titolo latino di princeps militiae caelestis (principe delle milizie celesti) che compare nella preghiera a San Michele.

Secondo la tradizione, l'arcangelo sarebbe apparso a San Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto l'8 maggio 490, e indicatagli una grotta sul Gargano lo invitò a dedicarla al culto cristiano. Nella vita di papa Gregorio I riportata dalla Leggenda aurea, si narra che durante una tremenda pestilenza, al termine di una processione con il canto delle litanie istituite dal papa intorno alla città di Roma, Gregorio vide apparire su Castel Sant'Angelo San Michele che deponeva la spada nel fodero, segno che le preghiere erano state ascoltate e che la terribile epidemia sarebbe cessata.
Altro luogo di venerazione dell'arcangelo Michele è l'isolotto francese di Mont Saint-Michel. Qui, secondo la leggenda, l'arcangelo Michele apparve nel 709 a sant'Uberto, vescovo di Avranches, chiedendo che gli fosse costruita una chiesa sulla roccia. Il vescovo ignorò tuttavia per due volte la richiesta finché San Michele non gli bruciò il cranio con un foro rotondo provocato dal tocco del suo dito, lasciandolo tuttavia in vita. Molto caro ai russi assieme all'arcangelo Gabriele, l'Arcangelo Michele è oggetto di diverse icone.
La Basilica di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo (Foggia), detta anche "Celeste Basilica", fu decisiva per lo sviluppo della devozione all'Arcangelo e per la sua propagazione nell'Occidente europeo. Il culto micaelico, così, superando la valenza religiosa, divenne un formidabile collante politico, testimoniato dal fatto che varie personalità politiche, religiose, militari abbiano nei secoli visitato la Montagna Sacra. Il santuario garganico fu importante anche per l'ampia frequentazione di pellegrini provenienti da varie parti d'Europa. Ciò è testimoniato dall'origine da San Michele nel Gargano della "Via Sacra Langobardorum", che successivamente, raccordandosi con la "Via Francigena", proseguì per la Val Susa, dove sorge l'imponente Sacra di San Michele, per terminare in Normandia. Queste informazioni sono supportate da fonti come "Italia Langobardorum. Centri di potere e di culto (568-774 d.C.)", Alfredo Cattabiani, "Santi d'Italia", Rosa Giorgi, "Santi", e Paolo Linetti (a cura di), "Che Santo è?".
L'Arte del Micromosaico e la Basilica di San Pietro
Origini e Sviluppo del Micromosaico Romano
La grande attività musiva nel centro della cristianità, legata alla decorazione della Basilica di San Pietro, inizia durante il pontificato di Gregorio XIII, come scrive Alvar Gonzales Palacios. Un ulteriore passo avanti nella tecnica di realizzazione sarà dato dalla capacità, nella seconda metà del XVIII sec. di creare delle sottili bacchette fondendo gli smalti così da poter tagliare le piccole tessere colorate come necessario. Le tessere venivano stese su una superficie di marmo o su cassette in ferro e potevano avere cornici in bronzo o legno intagliato e dorato; la qualità del supporto dipendeva soprattutto dal destinatario del dono.
Il Grand Tour e la Popolarità dei Micromosaici
È infatti dalla metà del '700 fino alla fine del XIX sec., con lo svilupparsi e il crescere del Grand Tour e pian piano con la riscoperta del gusto classico, spinta dai ritrovamenti in corso negli scavi di Pompei ed Ercolano, che i micromosaici diventano oggetti di gran moda. Fioriscono diverse botteghe che producono scatole e quadri, cornici ma anche piani di tavolo. Il successo dei Grand Tour porta in Italia studiosi e aristocratici da tutta Europa che forniscono alle botteghe una nuova clientela disposta a spendere. A Roma alcune botteghe di lapicidi, bronzisti e mosaicisti specializzati si attivano per fornire prodotti adatti ai desideri di questa clientela, spesso collaborando tra loro. Oltre alle botteghe sparse nell'Urbe resta attiva la produzione interna al Vaticano.
Esempi Notabili: La Basilica di San Pietro in Micromosaico
Un esempio di questa produzione è un quadro rettangolare in micromosaico in cassetta di ferro, raffigurante la Basilica di San Pietro e la piazza con personaggi, realizzata con un taglio prospettico diagonale. La sua cornice è a cassetta, intagliata e dorata in gusto classico con bulinatura centrale. La decorazione presenta candelabre con vasi, vittorie alate, grifi e fiori; sono presenti due cartigli che recano le scritte “S. PETRI” e “ROMA”. Una Veduta di Piazza San Pietro molto simile a questa e probabilmente degli stessi anni, è pubblicata da Alvar Gonzalez Palacios ed è oggetto di un dono di Leone XIII al re Alfonso XII per le sue nozze del 1879 (oggi conservato al Palazzo Reale di Aranjuez).

Giovanni Battista Calandra: Maestro Mosaicista tra Vaticano e Grandi Opere
Dagli Inizi a Vercelli all'Attività Romana
Giovanni Battista Calandra nacque a Vercelli nel 1586 dal sarto Francesco e da Andrietta Crevola; iniziò ben presto l'attività artistica, probabilmente sotto la guida del pittore Raffaello Giovenoni, amico di famiglia. Dal suo testamento dell'"ultimo" di febbraio 1640 risulta che nel 1602, dopo la morte del padre, si trasferì a Roma dove divenne amico e allievo del mosaicista Marcello Provenzali, collaborando ben presto col maestro nei suoi lavori in Vaticano e in S. Pietro. La sua prima opera documentata è del 1618: come risulta dai pagamenti pubblicati dal Bertolotti, il Calandra eseguì in quell'anno "il musaico di S. Pietro e S. Paolo nel cortile nuovo appresso la porta principale del palazzo Vaticano… e restaurò la Madonna sopra la suddetta porta". I due santi, eseguiti su cartone di G. B. Ricci da Novara, erano collocati vicino ad una fontana in una specie di atrio progettato dal Ferrabosco nell'ambito del lavori di ristrutturazione dell'entrata ai palazzi vaticani in rapporto alla nuova facciata di S. Pietro.
Calandra "Soprastante" e le Opere nella Basilica di San Pietro
L'anno dopo, Calandra lavorò per gli Aldobrandini nella villa di Frascati. Egli si affermò nell'ambiente pontificio anche per la sua lunga attività come "soprastante" dei lavori in S. Pietro, come dimostrano i numerosi pagamenti firmati da lui dal 1623 al 1629, pubblicati dal Pollak. In questo periodo continuò a lavorare come mosaicista a S. Pietro, dove tra il 1625 e il 1626 portò a termine quei S. Pietro e S. Paolo descritti dal Pascoli come sua prima opera eseguita "con proprio cartone… sotto il meraviglioso ciborio di quel luogo ascoso che si chiama il pozzo dei martiri".
Il Mosaico di San Michele Arcangelo: Un'Opera Emblematica
Nel 1628 Calandra terminò per un altare di S. Pietro il mosaico di S. Michele Arcangelo, il cui cartone fu tratto dal Cavalier d'Arpino dal quadro di Guido Reni, che venne così sostituito (come poi quasi tutti i quadri in S. Pietro) da una copia in mosaico per non essere rovinato dall'umidità. L'opera del Calandra si trova però ora nel duomo di Macerata e al suo posto c'è una copia del 1759. Il grande successo che ebbe questo mosaico fu probabilmente una delle ragioni per cui il Calandra fu designato, il 12 nov. 1629, curatore di tutti i lavori in mosaico della basilica di S. Pietro. Dal 1630 al '35 lavorò alla decorazione dei timpani della cappella della Colonna, dove sono rappresentati S. Tommaso d'Aquino e S. Giovanni Donasceno, eseguiti su cartoni di A. Sacchi, e S. Bonaventura e S. Cirillo, su cartoni del Lanfranco.

Altre Commissioni di Rilievo e il Restauro del Mosaico di Palestrina
In questo periodo Calandra portò a termine anche un'altra importantissima opera: il restauro dell'antico mosaico del tempio della Fortuna Primigenia a Palestrina, giunto in possesso del cardinale Barberini nel 1630 "dopo esser stato levato in pezzi senza esserne preso prima pianta o disegno". Poiché il cardinale volle conservare presso di sé una parte del mosaico e cioè "l'historietta di quelli che mangiano all'aperto", il Calandra inserì al suo posto una copia eseguita da lui, imitando così bene la maniera antica che solamente col restauro del 1952, attraverso lo studio delle tessere e dello stucco, si è potuto stabilire con certezza che tale scena risale al XVII secolo. Calandra lo eseguì certamente prima del 1640, quando il mosaico venne portato a Palestrina. Nel frattempo, Calandra lavorò ai mosaici per la cappella Filomarino nella chiesa dei SS. Apostoli a Napoli; si tratta di un'Annunciazione e Quattro Virtù eseguite su cartoni di G. Reni, terminate nel 1636, come si legge nell'iscrizione. Dal 1637 al 1639 tornò a lavorare in S. Pietro per la decorazione dei timpani della cappella di S. Michele, dove sono rappresentati S. Leone Magno su cartone di A. Sacchi, S. Bernardo su cartone di C. Pellegrini, Dionigi l'Areopagita su cartone di Guido Abbatini e S. Gregorio. Del 1641-42 sono i due ritratti del Filomarino, eseguiti per la cappella napoletana su cartoni di Guido Reni. Questo genere fu molto richiesto al Calandra, come testimoniano i ritratti che ornano i monumenti funebri di Ottavio Ubaldini in S. Maria sopra Minerva a Roma e del cardinale Fausto Poli e di Paolo Frenfanelli nella collegiata di S. Cristina a Bolsena.
Il Ruolo del Mosaicista nell'Arte del Seicento
Nel 1643 Calandra divenne principe dell'Accademia di S. Luca di cui era membro già dal 1630. In quello stesso anno riprese la decorazione della cappella della Colonna in S. Pietro. Morì a Roma il 27 ott. 1644 e fu sepolto in S. Maria in Traspontina. Calandra fu attivo in un periodo di riscoperta del mosaico, soprattutto a Roma, sia come decorazione architettonica, sia per quadri di piccole dimensioni. I mosaicisti però non erano "autori" dell'opera, in quanto lavoravano quasi sempre su cartoni preparati da pittori; né si può parlare di collaborazione, perché il mosaico era apprezzato soprattutto come imitazione perfetta della pittura, quando cioè riproduceva con numerosissime piccole tessere effetti tipici di altri mezzi artistici, come per esempio lo sfumato.
Fonti e Bibliografia su Giovanni Battista Calandra
- A. Bertolotti, Artisti subalpini in Roma nei secc. XV, XVI, XVII, Mantova 1884, pp. 200 s.
- O. Pollak, Die Kunsttätigkeit unter Urban VIII., II, Die Peterskirche in Rom, Wien 1931, ad Indicem.
- Schede Vesme, I, Torino 1963, pp. 240-245.
- G. Ciampini, Vetera monimenta in quibus praecipue musiva opera sacrarum profanarum que aedium…, I, Romae 1690, p. 80.
- L. Pascoli, Vite de' pittori, scultori, ed architetti moderni, Roma 1736, II, pp. 23 s.
- G. P. Chattard, Nuova descrizione del Vaticano ossia della sacrosanta Basilica di S. Pietro, Roma 1757, I, pp. 1, 34, 64, 94 s.
- C. Celano, Delle notizie del bello… Giornata I, Napoli 1758, p. 187.
- G. Revelli, Le avventure di G. B. C. pittore vercellese, Vercelli 1810.
- S. Pieralisi, Osservazioni sul mosaico di Palestrina, Roma 1858, pp. 9 s.
- G. Lumbroso, Notizie sulla vita di Cassiano dal Pozzo, in Miscell. di storia ital., XV(1875), pp. 50 s., 84-89.
- I. Ciampi, Un periodo di cultura in Roma nel sec. XVII, in Arch. della Soc. rom. di storia patria, I(1878), p. 452.
- C. Dionisotti, Not. biograf. dei vercellesi illustri, Vercelli 1882, p. 204 s.
- M. Gerspach, Le mosaique, Paris s.d., pp. 191, 194, 196 s., 206 s.
- H. Egger, Der Uhrturm Paulus V, in Mededeelingenvan het Ned. Hist. Institut te Rome, IX(1929), pp. 103 s.
- F. Bologna, Mostra del ritratto storico napoletano (catal.), Napoli 1954, pp. 23, 105 s.
- F. Strazzullo, La chiesa dei SS. Apostoli, Napoli 1959, pp. 62 s.
- D. Roccia, Le avventure di G. B. C., mosaicista vercellese alla corte di Urbano VIII, in La Sesia (Vercelli), 14 dic. 1962.
La Chiesa di San Michele Arcangelo a San Pietro Infine: Memoria e Restauro
Un Simbolo del Borgo Medievale e le Ferite della Guerra
La chiesa di San Michele Arcangelo è il monumento-simbolo del borgo medievale di San Pietro Infine, località tristemente nota per essere stata devastata sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale: con la sua metà “sfiancata”, dilaniata da una bomba, è stata a lungo la cartolina di questo luogo. La cruda testimonianza storica dei resti di un paese raso al suolo sono tuttavia scomparsi, a nostro giudizio, dietro i lavori di restauro.

La Controversa Ristrutturazione e la Perdita di Autenticità
I lavori di restauro, seppur utili per scopi turistici e di sicurezza, hanno creato un'immagine artificiosa di decoro, costruita in funzione della fruibilità e dei visitatori, che penalizza l'autenticità del luogo. Proprio la chiesa di San Michele ha ricevuto le maggiori attenzioni: è stata completamente rimessa a nuovo e ‘incipriata’, mentre il lato bombardato è attualmente chiuso da una sorta di parete trasparente, che annulla del tutto l'impatto visivo dello squarcio prodotto dalle esplosioni. Prima del restauro, proprio quei gravi sfregi causati a un edificio sacro, e soprattutto quel lato deturpato e divelto, comunicavano senza mediazioni la violenza indiscriminata della guerra. Ora, la dolorosa storia del luogo non è che oggetto museale e turistico.
Dettagli Architettonici della Chiesa
La chiesa presenta una pianta a croce latina a tre navate, e un tempo aveva due ingressi separati per genere: da un lato entravano gli uomini, da un altro le donne. Gli interni oggi appaiono ben conservati, anche per effetto dei lavori di ristrutturazione. In verità, l'opera di abbellimento e ammodernamento ha oscurato anche qui l'immagine autentica dell'edificio, i cui interni assomigliano piuttosto a un piccolo museo archeologico.
Riferimenti e Contesto Letterario: Un Altro "Calandra"
Il fulcro di un volume è dato dal libro sulla "Bell'Alda" che ci fa conoscere un Calandra autore dimenticato, scrittore, pittore ed illustratore minuzioso quanto curioso e gentile nelle sue novelle. Nel libro si trovano integrazioni di altri autori come Angelo Brofferio con "La Bell'Alda e i laghi di Avigliana", Massimo D'Azeglio con "La Sacra di San Michele" ed i suoi dipinti, terminando con Pietro Galateri nello scritto "Arnaldo Dalla Rosa Romanzetto storico". Questo riferimento bibliografico indica l'esistenza di un'altra figura di nome Calandra, con un legame letterario alla Sacra di San Michele, distinto dal celebre mosaicista.