La parabola criminale di Nitto Santapaola: storia del boss di Catania

Nitto Santapaola, all'anagrafe Benedetto Santapaola, è deceduto all'età di 87 anni presso l'ospedale San Paolo di Milano. Storico capomafia di Catania, ha trascorso gli ultimi 33 anni della sua vita in regime di carcere duro (41-bis), prima presso il penitenziario di Opera e successivamente in ambito ospedaliero a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute.

Ritratto fotografico d'archivio di Nitto Santapaola, figura centrale di Cosa Nostra nella Sicilia orientale.

Le origini e l'ascesa nel clan

Nato a Catania il 4 giugno 1938 nel quartiere popolare di San Cristoforo, Santapaola crebbe in una famiglia umile. Dopo aver frequentato una scuola salesiana, abbandonò precocemente gli studi per intraprendere una carriera criminale che iniziò ufficialmente nel 1962 con le prime denunce per furto e associazione a delinquere. Negli anni Sessanta divenne ufficialmente "uomo d'onore" di Cosa Nostra.

La sua scalata al potere interno alla mafia catanese fu segnata da una violenta faida negli anni Settanta contro i gruppi rivali dei Cursoti e dei Carcagnusi. L'8 settembre 1978, con l'appoggio dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, fece uccidere il suo stesso capo, Giuseppe Calderone, segnando l'inizio del suo incontrastato dominio sulla provincia etnea.

Il connubio tra criminalità, affari e politica

Soprannominato "il cacciatore" per la sua passione per i safari nelle riserve siciliane, Santapaola incarnava un modello criminale che amava mantenere un piede negli affari legali e uno in quelli illeciti. Il suo potere si esprimeva attraverso:

  • Il controllo di appalti pubblici ed estorsioni.
  • Il traffico di stupefacenti.
  • La gestione di attività imprenditoriali, come la concessionaria d'auto Pam Car, inaugurata nel 1981 alla presenza di autorità cittadine.

Il suo sistema di potere, capace di infiltrarsi nella "Catania bene", fu denunciato con coraggio dal giornalista Giuseppe Fava, fondatore della rivista I Siciliani. Fava definì i quattro grandi costruttori locali, legati a Santapaola, come i "cavalieri dell'apocalisse". Per queste inchieste, Fava fu ucciso il 5 gennaio 1984 davanti al Teatro Verga; Santapaola ne fu condannato come mandante nel 2003.

Giuseppe Fava, "VIOLENZA E MAFIA, i giovani e la scuola contro" (dicembre 1983)

Il coinvolgimento nelle stragi di Stato

La vita criminale di Santapaola si intrecciò indissolubilmente con la strategia stragista dei corleonesi. Il boss catanese fu condannato all'ergastolo come mandante di numerosi omicidi e delle carneficine che hanno segnato la storia d'Italia:

  • La strage della circonvallazione (1982), in cui fu ucciso il boss rivale Alfio Ferlito insieme ai carabinieri della scorta.
  • L'attentato di Capaci (23 maggio 1992), dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta.
  • La strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), dove fu ucciso Paolo Borsellino.

La cattura e la vita reclusa

La latitanza di Santapaola terminò il 18 maggio 1993, quando fu arrestato in un casolare vicino a Caltagirone (operazione "Luna Piena") da un nucleo investigativo coordinato, tra gli altri, da Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa. Al momento dell'arresto era in compagnia della moglie, Carmela Minniti, estranea alle attività criminali e successivamente uccisa nel 1995 per vendetta da un piccolo boss locale.

Nonostante la detenzione al 41-bis, il nome di Santapaola è rimasto per decenni un punto di riferimento simbolico per la mafia catanese. La Procura di Milano ha disposto l'autopsia sul corpo del boss, nonostante il decesso sia avvenuto per cause naturali, per fugare ogni dubbio relativo alle dinamiche della morte.

Evento Data
Inizio carriera criminale 1962
Assassinio di Giuseppe Fava 5 gennaio 1984
Arresto (Operazione Luna Piena) 18 maggio 1993
Condanna definitiva per le stragi del '92 2008

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