La Concezione dell'Autorità: Dominazione o Servizio?
Noi oggi concepiamo l'autorità come potere, quasi sinonimo di dominazione, e in questo senso essa è il contrario del servizio. Tuttavia, l'autorità, secondo il vangelo, è "una qualifica che Dio dà per un servizio". La parola autorità deriva dal vocabolo latino AUCTOR, cioè autore, promotore di qualcosa, e indica la funzione di chi veglia sugli interessi di un gruppo o di una società. L'autorità è necessaria in ogni società, e nella Chiesa è stata voluta direttamente da Cristo. Quando in una società non si esercita l’autorità o se ne abusa, si procura un danno a tutti i suoi membri.
Gesù ci insegna come deve essere esercitata l’autorità. Egli ha goduto di profonda autorità e ha agito con autorità, come ci riferisce Marco sin dall'inizio del suo insegnamento (1,27). Tuttavia, Gesù ha fatto della sua vita un servizio, perché non è venuto per essere servito, ma per servire. A fondamento del Suo servizio sta la Sua obbedienza al Padre, il Quale desidera che tutti gli uomini giungano alla salvezza. Giovanni ci rimanda al vangelo di Marco, dove Gesù è preoccupato di non assimilarsi ai grandi della terra. L'episodio della lavanda dei piedi, la sera dell'ultima cena (Gv 13,1-20), con cui il quarto evangelista intende rendere il significato stesso dell'Eucarestia, illustra questo concetto: "Signore, tu lavi i piedi a me?", esclama Pietro. E Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo". E più avanti ancora Gesù dirà: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”, parole che possiamo completare con quelle degli Atti degli Apostoli: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). L’autorità si esercita, quindi, nel servizio, che trova il suo fondamento nell’obbedienza a Dio ed è finalizzata a ricercare il bene integrale dell’uomo.

Dio: La Fonte Originaria di Ogni Autorità
Nel principio Dio aveva creato il mondo con la sua parola autorevole. Egli governava e governa con autorità sia l’universo che l’umanità. All’uomo stesso aveva dato autorità di governare la terra (Ge 1:29). L’autorità faceva parte della creazione di Dio ed era perciò buona. Tuttavia, l’uomo ha scelto di mancare di rispetto all’autorità di Dio, mangiando del frutto proibito. Anziché rispettare l’autorità del suo Creatore, l’uomo ha deciso di sottomettersi alle parole di Satana. L’ordine stabilito di Dio è stato messo in discussione, corrotto e contorto.
Adamo ed Eva hanno deciso di sottrarsi all’autorità di Dio pensando di poter diventare autorità di loro stessi, rendendosi conto troppo tardi di essere invece stati assoggettati all’autorità del peccato. Dall’autorità buona e giusta di Dio noi tutti ci siamo sottomessi all’autorità tossica e opprimente del peccato. Il peccato ha corrotto l’autorità che definisce la relazione tra Dio e l’uomo e tra gli uomini. Per mezzo della salvezza in Gesù Cristo, il vangelo ci chiama a ristabilire un concetto sobrio e biblico di autorità, senza abusarne, evitarla, sminuirla né elevarla, ma vivendola con equilibrio, integrità e gratitudine perché coscienti che essa è stata pensata e stabilita da Dio per la sua gloria e il nostro bene (Ro 13:1).

Diverse Manifestazioni dell'Autorità Divina
L'Autorità dei Profeti e dei Messaggeri di Dio
È Dio che parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene. Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Come afferma Isaia 49:1: "Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome." In sintesi, il servo è un uomo scelto tra gli uomini, non migliore degli altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì. La chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio, e questa missione consiste soprattutto nell'annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell'essere suo testimone.
Il primo tipo di autorità che incontriamo è quella data da Dio a persone chiamate a parlare in suo nome e proclamare la sua Parola. Avendo ascoltato Gesù insegnare e parlare del vangelo nel tempio, i capi religiosi si avvicinarono per fargli la domanda definitiva: "Con quale autorità o chi ti dà l’autorità di entrare a Gerusalemme in quel modo, di scacciare i mercanti dal nostro tempio e di insegnare così liberamente?". Al che Gesù risponde facendo a sua volta una domanda sull’autorità del ministero di Giovanni (v. 3).
Il ministero di Giovanni era strettamente collegato con il ministero di Gesù. Giovanni era il profeta a cui Dio aveva dato autorità di annunciare la venuta del Signore Gesù Cristo e chiamare Israele al ravvedimento. Se avessero pubblicamente riconosciuto che il ministero di Giovanni proveniva da Dio, allora avrebbero dovuto riconoscere che anche l’autorità di Cristo era da Dio e di Dio. Giovanni aveva proclamato la venuta dell’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo (Gv 1:29), aveva chiamato al pentimento e al battesimo, e aveva battezzato egli stesso il suo Signore. Se avessero creduto alle sue azioni e alle sue parole, avrebbero creduto anche alle azioni e alle parole di Cristo.
Prima di Gesù, Giovanni è solo l’ultimo di una lunga serie di profeti investiti dell’autorità di Dio per proclamare il suo giudizio e la sua salvezza. Gesù lo rende chiaro con la parabola dei vignaioli scellerati (Luca 20:9-18). Il padrone della vigna è Dio, la vigna è Israele, i vignaioli sono gli israeliti, i servi sono i profeti di Dio. Dio ha stabilito un patto con gli israeliti, ma essi lo hanno rotto, non dando al Signore il culto che gli era dovuto. Dio ha mandato i suoi profeti, dando loro l’autorità di parlare in suo nome e di chiamare gli israeliti al pentimento. Ma essi hanno tappato le loro orecchie di fronte alla Parola di Dio, rifiutando di umiliarsi e ravvedersi. Hanno rifiutato e maltrattato i profeti. Se avessero ascoltato Mosè e i profeti, avrebbero ascoltato Giovanni e di conseguenza Gesù e il suo vangelo. Gli israeliti hanno rifiutato l’autorità dei profeti perché andava in conflitto con l’autorità illecita di cui si erano appropriati, volendo essere loro l’autorità finale.

La Suprema Autorità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio
Il secondo tipo di autorità che incontriamo è l’autorità suprema e assoluta data da Dio Padre a Dio Figlio. Nella parabola dei vignaioli, dopo aver inviato i servi, il padrone decide di mandare suo figlio sperando che i vignaioli avrebbero almeno dato ascolto a lui. Invece, non solo non viene ascoltato, ma addirittura ucciso. Essi vedono la diretta connessione tra il figlio e il padre: se uccideranno il figlio, avranno l’eredità del padre, cioè la vigna stessa. Invece, succede il contrario di quello che avevano architettato: il padrone della vigna non solo stermina i vignaioli ingrati, infedeli e avidi, ma assegna la sua eredità ad altri vignaioli.
Dopo aver mandato i profeti, Dio Padre ha inviato il suo unigenito Figlio dandogli ogni autorità “in cielo e in terra” (Mt 28:18). Al battesimo di Gesù, fatto da Giovanni, il Padre mostrò chiaramente di aver mandato il Figlio dicendo: “Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto” (Lu 3:22), e sul monte della trasfigurazione il Padre comandò ai discepoli di ascoltare il Figlio (Lu 9:35). Al Figlio è stata data l’autorità di adempiere e insegnare la Parola di Dio, di perdonare i peccati, di guarire i malati e scacciare gli spiriti immondi. Al Figlio è stata data suprema autorità regale, sacerdotale e profetica.
Israele ha rifiutato l’autorità del Figlio di Dio, non lo ha riconosciuto come il Messia profetizzato e lo ha crocifisso. Contrariamente al primo Adamo, il secondo Adamo, Gesù Cristo, si è sottomesso fedelmente all’autorità del Padre incarnandosi per adempiere al piano misericordioso di colui che l’aveva mandato. Egli è morto sulla croce per il nostro peccato e attraverso il suo sacrificio, la vigna, cioè il regno di Dio, fosse accessibile a tutti coloro che riconoscono la loro sottomissione al vero e unico Signore. A differenza del figlio della parabola, la storia del Signore Gesù non si è conclusa con la sua morte, ma con la sua resurrezione e ascensione al Padre, dove regna con “autorità su ogni carne” (Gv 17:2). Cristo ha autorità su ogni uomo.
Si può riconoscere in Cristo la pietra angolare sulla quale costruire la propria vita redenta, oppure Egli sarà l’autorità sulla quale si cadrà e ci si sfracellerà nel giorno del giudizio. O si edificherà la totalità della propria vita sulla “pietra vivente rifiutata dagli uomini ma davanti a Dio scelta e preziosa” (1 Pt 2:4), o egli sarà la propria pietra d’inciampo e il proprio sasso di ostacolo (1 Pt 2:8). Il Figlio si è presentato nella persona di Gesù Cristo. Egli è stato mandato dal Padre per ricevere il culto che gli è dovuto ed esercitare l’autorità che gli spetta.
Commento al Vangelo: la parabola degli operai nella vigna
L'Autorità dello Stato: Un'Istituzione Divina per il Bene
Il terzo tipo di autorità che incontriamo è l’autorità che il Signore dà allo stato. Sia gli israeliti che, in certa misura, gli italiani, hanno avuto un rapporto complicato con il governo. L’autorità romana era spesso vista solo negativamente, come un’istituzione a cui ci si doveva sottomettere controvoglia o contro cui opporsi violentemente. Lo stato era considerato il nemico e i suoi funzionari traditori. D’altra parte, il governo romano era intrusivo, opprimente e corrotto, volendo controllare e appropriarsi di ogni aspetto della vita del cittadino e presentare Cesare non solo come imperatore ma anche come divinità.
Pur riconoscendo che il culto doveva essere rivolto non a Cesare ma a Dio, gli israeliti erano andati all’estremo opposto rifiutando di sottomettersi a Roma anche sotto l’aspetto amministrativo e giudiziario. Per questo, la domanda rivolta a Gesù sul tributo a Cesare (Luca 20:21) era un modo astuto per incastrarlo. La sua risposta, "Rendete dunque a Cesare le cose di Cesare, e a Dio le cose di Dio" (Luca 20:26), meravigliò e spiazzò i suoi inquisitori. A Cesare compete l’aspetto amministrativo di riscossione delle tasse, mentre a Dio, che è l’unico Signore, va rivolto il culto in ogni sfera dell’esistenza.
Cesare non è Dio e Dio non è Cesare, ma è Dio, in quanto sovrano, che riconosce a Cesare la sua autorità amministrativa e giudiziaria. Cesare è il ministro riconosciuto e stabilito dall’autorità di Dio (Ro 13:6). La sua area di competenza è stata stabilita e legiferata da Dio. Lo stato deve garantire la giustizia, premiando il bene e punendo il male civile (Ro 13:4). Il culto a Dio compete alla sua chiesa, l’amministrazione e la giustizia è stata assegnata allo stato. Ognuno ha la sua area di competenza e ognuno dovrebbe conoscere i suoi limiti.
Quando i confini non sono definiti, lo stato può abusare della sua autorità andando oltre la sua area di competenza, ad esempio definendo secondo i suoi canoni cos’è un culto cristiano. Il culto a Dio è competenza della sua chiesa, ed è la chiesa di Cristo che deve riaffermare l’autorità di Dio in questo campo. Come credenti siamo chiamati non a rifiutare, ma a riconoscere questa autorità delegata da Dio e ad affermare l’autorità che è stata data alla chiesa da Dio. Non si tratta né di vedere Cesare come qualcosa di estraneo alla sovranità di Dio o un elemento che sostituisce Dio, ma di un’autorità legittimamente riconosciuta e stabilita dal Signore per giudicare i malvagi, riscuotere i tributi e promuovere il bene della società. Come chiesa siamo al contempo sottomessi all’autorità suprema di Dio e all’autorità delegata da Dio a Cesare. Siamo cittadini del Regno di Dio e al contempo cittadini del mondo, contribuendo sia all’avanzamento della chiesa di Cristo che alla promozione della giustizia di Dio nella società. Saremo falsi adoratori se offriamo il culto a Dio e nel frattempo disubbidiamo a coloro cui Dio ha delegato autorità. La Parola ci chiama a riconoscere la presenza di un unico Signore autorevole che regna su ogni ambito della vita, anche quella politica e statale. Ci chiama a servirlo e a glorificarlo in quanto cittadini del regno e del mondo, pregando per la città e a contribuire al suo bene (verità, giustizia, solidarietà).
La Sottomissione alle Autorità Civili (Romani 13:1-9)
L'apostolo Paolo, nella Lettera ai Romani, espone chiaramente la natura divina dell'autorità civile:
- Romani 13:1-2 (CEI): "Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna."
- Romani 13:3-4 (CEI): "I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male."
- Romani 13:5-7 (CEI): "Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto."
- Romani 13:8-9 (CEI): "Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso."
L'Autorità nella Chiesa: Il Corpo di Cristo Sotto il Suo Capo Invisibile
In ogni epoca il popolo di Dio ha avuto qualche problema con il tema dell’autorità a cui sottostare. Il popolo d’Israele, che era una teocrazia, non fece seguire alle promesse di sottomissione del Sinai la loro coerente applicazione, come pure la richiesta di un re indirizzata al vecchio Samuele (1Sa 8:4-5). Anche la Chiesa, benché sia un corpo ben distinto da Israele sotto molti punti di vista, ne condivide il tipo di autorità che Dio le prepone.
La Chiesa deve riscoprire e riconoscere oggi di essere l’organismo vivente (il corpo) di cui Gesù (e lui solo!) è il Capo. Quando affermò, davanti a Pilato, che “ora il mio regno non è di qui (di questo mondo)” (Gv 18:36), non stava solamente escludendo l’instaurazione immediata del regno messianico. Perciò la Chiesa nasce e viene edificata senza la presenza fisica e visibile del suo Capo, ritrovandosi ad avere in Gesù un’autorità divina e indiscutibile ma invisibile. L’esercizio del ruolo di Gesù di Capo della Chiesa viene attuato dallo Spirito Santo mediante l’autorevole Parola che dallo Spirito viene comunicata. Quest’opera “didattica” dello Spirito Santo nella Chiesa non va intesa e ricercata in modo soggettivo e approssimativo; essa viene sempre svolta in modo fedele alla Parola scritta, che "insegnerà, ricorderà, guiderà, parlerà, dirà, annuncerà".
Nella Chiesa non c’è alcuno spazio legittimo per dominatori (Mt 20:26-27). I servitori del Signore non saranno mai essi stessi l’autorità della comunità cristiana; essi hanno piuttosto il compito di orientare il popolo del Signore a sottomettersi all’unica autorità divina! Si tratta di chiare indicazioni ad essere fedeli alla Parola, conoscendola, amandola, difendendola e insegnandola nella Chiesa. I criteri delle decisioni non dovrebbero essere determinati dal “Conviene fare così” o dal timore di perdere membri, ma dal “Che dice la Scrittura?”.

Qualità e Compiti di Chi Esercita l'Autorità Spirituale
Chi annuncia la Parola nella Chiesa non deve intrattenere, ma istruire, e deve possedere determinate qualità:
- Coerenza: Chi insegna deve essere coerente. "Bada a te stesso e all’insegnamento…" (1Ti 4:16). Prima ancora di prestare attenzione ai contenuti, Timoteo doveva prestare attenzione alla sua vita personale e alla sua condotta per non rischiare di non avere alcuna credibilità.
- Capacità: Chi insegna deve essere capace: "le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri" (2Ti 2:2). Questo significa che si esercita il dono spirituale ricevuto dall’Alto, poiché i doni sono proprio le “capacità spirituali” (1Co 14:12) che concorrono ad edificare la Chiesa. L’apostolo Paolo ci trasmette un esempio di sobria umiltà quando dice: "… la nostra capacità viene da Dio" (2Co 3:5).
- Convinzione: Chi predica deve essere convinto. "Il nostro vangelo non vi è stato annunziato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione" (1Te 1:5). Si trasmette ad altri qualcosa che si è prima meditato e di cui ci si è appropriati personalmente, assimilando per fede la Parola (Eb 4:2).
Il Signore insegna a tutti coloro che sono chiamati ad esercitare l’autorità nella chiesa, in famiglia e nella società che essa va intesa come servizio. L’autorità si esercita nel servizio, che trova il suo fondamento nell’obbedienza a Dio ed è finalizzata a ricercare il bene integrale dell’uomo.