La relazione tra il libro del profeta Isaia e la figura di Maria, in particolare riguardo alla profezia del concepimento verginale, è un tema di profondo interesse e dibattito teologico, che ha generato discussioni e interpretazioni diverse nel corso dei secoli.
Il Contesto del Libro di Isaia

Il nome ebraico di Isaia è יְשַׁעְיָהוּ (Yeshayahu), che significa "YHWH è salvezza" o "il Signore ha salvato". Questa espressione riassume il contenuto del libro, che comprende 66 capitoli e la cui composizione è stata lunga e complessa. Isaia, figlio di Amots, esercitò il ministero profetico rivolto a Giuda, a Gerusalemme e nelle zone circostanti durante i regni di quattro sovrani: Uzzia (chiamato Azaria in 2 Re), Iotam, Acaz ed Ezechia (1:1), dal 739 al 686 a.C. circa. Quando Dio lo chiamò a profetizzare, nell’anno della morte del re Uzzia (739 a.C. ca), egli rispose con gioiosa prontezza, pur sapendo che il suo ministero di ammonimento e di esortazione non avrebbe prodotto frutto (6:9-13). Il profeta visse almeno fino al 681 a.C., anno in cui scrisse un resoconto della morte di Sennacherib. La tradizione vuole che Isaia abbia incontrato la morte sotto il re Manasse (695-642 a.C. ca), che lo fece segare in due con una sega di legno.
Struttura e Temi del Libro di Isaia
Il libro di Isaia si divide in tre parti, che si riferiscono a periodi diversi, ma non mancano segnali di un collegamento tra di esse. Il libro è generalmente datato tra l’VIII e il VI secolo a.C.
- Parte 1: Isaia 1-39 - Questa sezione, comunemente attribuita al profeta Isaia stesso, è ambientata nel periodo precedente all’Esilio babilonese (VIII sec. a.C.). Si riferisce alle persone vissute e ai fatti accaduti negli anni che vanno dal 740 al 700 a.C. circa. È un periodo di pericolosa tensione internazionale: l’Egitto, grande potenza del sud, è in piena decadenza; al nord-est, invece, la potenza assira si fa ogni giorno più minacciosa. Il 722-721 a.C. rappresenta un momento cruciale. Isaia protesta contro gli intrighi politici attuati dai dirigenti di Gerusalemme, contro le costanti violazioni del diritto e della giustizia sociale, contro le pratiche religiose dietro le quali si nasconde l’oppressione dei poveri, contro le aspirazioni di grandezza e ogni altra forma di corruzione. La minaccia assira rappresenta, secondo Isaia, l’intervento di Dio stesso contro il suo popolo infedele. In tutte le circostanze Isaia invita a credere, cioè a conservare la fiducia nelle promesse di Dio e nelle norme di vita che egli ha dato al suo popolo.
- Parte 2: Isaia 40-55 (Deutero-Isaia) - Il cosiddetto “Deutero-Isaia” è il secondo libro nel Libro di Isaia ed è attribuito a un autore sconosciuto che ha vissuto durante l’Esilio babilonese (VII sec. a.C.). Questa parte riguarda una situazione storica differente: i Babilonesi, che hanno sostituito gli Assiri come potenza che domina tutta la regione, hanno conquistato Gerusalemme nel 587 a.C. e ne hanno deportato la popolazione. Gli esiliati si interrogano: è possibile che la rovina della città santa sia una vittoria delle divinità babilonesi sul Dio d’Israele? Il profeta parla proprio a questa gente scoraggiata. Questa sezione è caratterizzata da un tono di speranza e consolazione. Dio si servirà di Ciro, re dei Persiani, per liberare il suo popolo. Sarà una nuova liberazione, che ricorderà quella dall’Egitto e permetterà al popolo di ritornare nella terra promessa.
- Parte 3: Isaia 56-66 (Trito-Isaia) - La terza parte del Libro di Isaia, chiamata “Trito-Isaia,” è anch’essa attribuita a un autore sconosciuto e si concentra sulla fase successiva all’esilio babilonese (VI sec. a.C.). Fa riferimento al periodo che segue il ritorno dall’esilio. Infatti, nel 538 a.C., Ciro, re dei Persiani, conquista Babilonia e concede ai deportati di ritornare in patria e di ricostruire il tempio.
Uno dei principali temi del libro di Isaia è la promessa di redenzione e la restaurazione di Israele. Un altro tema importante è la giustizia sociale. Isaia critica aspramente l’ingiustizia, la corruzione e l’oppressione dei poveri e degli oppressi nella società. La venuta del Messia è un altro tema chiave nel Libro di Isaia.
La Profezia di Isaia 7,14: Un Punto di Discussione

Il versetto 14 del capitolo settimo del libro di Isaia è da sempre stato utilizzato per sostenere che quel profeta aveva preconizzato il concepimento e il parto di Gesù da parte di una ragazza che, essendo stata scelta da Dio come madre del suo figlio unigenito, è rimasta vergine prima, durante e dopo l’evento. Ricordiamo il dogma della Chiesa Cattolica che nel 553, durante il Secondo Concilio di Costantinopoli, ha definito la verginità “perpetua” della Madonna.
Il Contesto Storico del Segno ad Acaz
Isaia va incontro al re Acaz, re di Giuda, che è in pensiero su cosa fare di fronte alle pressioni per unirsi alla coalizione contro gli Assiri, composta dal regno di Israele (anche chiamato Efraim) e dal regno di Siria (chiamato Aram). Il Signore gli offre comunque un segno, indicante che non ha motivo di temere le minacce fatte dai re di Israele e di Siria, anche se il re non ascolterà il Signore e farà alleanza con Assiria. Il testo di Isaia 7,14 afferma: «Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio e gli porrà nome Emmanuele».
LA FALSA PROFEZIA DI ISAIA 7;14
Il Termine "Almah" e le Sue Interpretazioni
La parola ebraica ‘almah, con l’articolo, significa "la vergine". La sua etimologia non è certa ed è la forma femminile di ‘elem: “un giovane, un adolescente”. L’uso della parola Almah fa riferimento a una donna che è giovane e vergine (Gen 24,43; Es 2,8; Cant 1,3; 6,8; Sal 67,26; Prov 30,19). In Genesi 24, Rebecca viene chiamata betulah nel v.16, dove si afferma espressamente che “non aveva conosciuto uomo”. Una seconda volta, raccontando lo stesso fatto, è chiamata ‘almah (v.43) senza fare dei chiarimenti. In entrambi i casi, ciò accade prima che lei diventi la moglie di Isacco. Entrambi i termini esprimono la verginità, con l’unica differenza nell’età della vergine. Almah significa una ragazza per la quale, a causa della sua età, la verginità è presupposta. In Esodo 2,8, la sorella di Mosè viene pure chiamata ‘almah. In Cantico dei Cantici 1,3 e 6,8 le ragazze sono chiamate ‘alamot (plurale di ‘almah) per distinguerle dalle donne coniugate. In Salmo 67,26 le ragazze (alamot) suonano il tamburello (cfr. anche Ger 31,4; Gdc 11,3-4). In Proverbi 30,19 l’autore elenca le cose meravigliose e misteriose. In tutti questi casi si suppone la verginità.
Secondo San Girolamo, grande conoscitore del testo ebraico, “Per quanto mi ricordo non ho mai sentito che almah significhi donna sposata, ma quella che è vergine: anzi, non solo vergine, ma vergine di più giovane età, negli anni dell’adolescenza”. L'articolo determinativo con cui viene indicata questa giovane donna "non vuol necessariamente designare una vergine già nota agli uditori (o ai lettori), ma si usa anche per introdurre una Vergine in sé ben determinata, ma che ancora non si può conoscere dal contesto. Perciò nel nostro caso, la Vergine può essere benissimo sconosciuta agli uditori, ma è introdotta con l’articolo determinativo perché il profeta nella sua visione la vede ben determinata. Secondo S. Giovanni Crisostomo quest’articolo rappresenta qualche persona celebre, anzi unica”.
La Traduzione nella Settanta e il Testo Masoretico
La situazione è invece diversa per la lingua greca in cui il termine parthenos indica sia una giovane fanciulla che una vergine, rendendo più facile la possibilità di confusione che può avvenire sia per buona fede che per espressa volontà di indirizzare il significato in una direzione piuttosto che in un’altra.
Gli ebrei di quel tempo tenevano in grandissima considerazione la traduzione della Settanta (LXX), tanto da circondarla da un alone leggendario. Questa tradizione, raccolta nella Lettera di Aristea, fu in seguito ampliata e in parte modificata: già in Filone (Vita di Mosè) si trova menzionato il fatto prodigioso per cui ognuno dei 72 traduttori avrebbe lavorato in completo isolamento, con risultato finale perfettamente identico a quello di tutti gli altri. Poi ai Settanta fu attribuita la traduzione di tutto l’Antico Testamento e il loro numero fu arrotondato appunto a 70. Secondo qualche scrittore, avrebbero lavorato alla versione in coppie, non più isolati. Soltanto a partire dal secondo secolo dell’era attuale, quando i cristiani si servirono di questa traduzione, la stima degli ebrei verso i LXX diminuì al punto che fecero nuove traduzioni e fissarono il testo ebraico ufficiale nel cosiddetto testo masoretico.
Nella bibbia ebraica (testo Masoretico) c’è scritto "la giovane donna ha concepito e sta per partorire" e non "la vergine concepirà e partorirà al futuro", e si riferiva alla moglie del re Acaz. Il verbo è al participio ioledet, cioè "sta per dare alla luce la sua creatura: il parto è imminente". Il versetto non ha alcun riferimento a un evento da collocare in un lontano e imprecisato futuro: si sta verificando sotto gli occhi di chi scrive e rappresenta la speranza in un mutamento nella situazione disastrosa in cui in quel momento sta versando il regno. La bibbia ci rivela anche il nome della ragazza incinta: Abiyyah (abbreviato in Abi), figlia di Zaccaria, giovane moglie di Acaz, re di Giuda (VIII secolo a.C.). La ragazza chiaramente identificata con l’articolo era dunque lei e stava per avere il figlio Ezechia, che succederà al padre all’età di 25 anni e regnerà per altri 29 anni, dando concretezza alle speranze che si erano riposte in lui: fece infatti ciò che era giusto agli occhi di Yahweh (2Cr 29,1).
La Conferenza dei Vescovi Cattolici Tedeschi ha recepito il vero significato di Isaia 7,14 e nelle nuove edizioni della bibbia ha inserito la traduzione corretta, spiegando in nota che il termine ebraico almah significa appunto "giovane ragazza" (Die Bibel, Herder, Stuttgart 2016). Nessuna profezia dunque su Maria che in un futuro imprecisato avrebbe dato alla luce Gesù rimanendo vergine, secondo questa interpretazione.
La Profezia Messianica e il "Sensus Plenior"
La Bibbia di Gerusalemme scrive: “Anche se Isaia ha in vista immediatamente la nascita di un figlio di Acaz, per esempio Ezechia (…) si intuisce, dalla solennità data all’oracolo e dal senso forte del nome simbolico dato al figlio, che Isaia intravede in questa nascita regale, al di là delle circostanze presenti, un intervento di Dio in vista del regno messianico definitivo.”
Per alcuni interpreti, ‘almah sarebbe indicare in generale ogni donna che, avendo avuto il suo bambino in un breve lasso di tempo dalla profezia, avrebbe chiamato il suo bambino Immanu-el. Di fatto, abbiamo detto che il nome significa la protezione di Dio, cioè, la salvezza in questo caso particolare (contro i re che minacciano). Ma in realtà la protezione di Dio non è venuta subito, perché si vede che il re Acaz e il popolo di Giuda divennero vassalli di Assiria un breve periodo dopo la profezia - anche se per colpa loro. Quindi, il segno dato che doveva essere di liberazione si è rivelata una minaccia per il re e il popolo, contrariamente a ciò che realmente significa (“Dio è con noi”). Il bambino, il figlio, è la parte più significativa del segno. Se la profezia si riferisce al figlio di Acaz, il futuro re Ezechia, questo starebbe ad indicare che la sua nascita sarà un segno di protezione divina, perché vorrà dire che la dinastia continuerà. Ma ci troviamo pure davanti alla difficoltà che la giovane moglie di Acaz è una donna sposata, mentre che ‘almah fa riferimento ad una donna nubile. In ogni caso, invece di ‘almah, ci si aspetterebbe “la signora” o “la regina”, ecc. A causa di questa difficoltà, alcuni hanno pensato che potrebbe ’Immanu-el fare riferimento al figlio di Isaia.
Il testo sembra chiaro nel sottolineare che il segno dato al re è propriamente la gravidanza di una donna vergine. Allo stesso tempo, essendo questo il segno e non un altro, costituisce anche una prova che qualcosa di molto importante è coinvolto. Non sorprende, quindi, che, per sottolinearlo, gli interpreti, in particolare quelli che hanno tradotto il testo in greco nel II secolo a.C., abbiano interpretato ‘almah come parthenos.
L'Applicazione della Profezia negli Evangelisti
Gli evangelisti applicano la profezia di Isaia a Maria e Gesù. Un importante indizio lo troviamo nel v.16: «Prima che il ragazzo sappia rigettare il male e scegliere il bene, il paese, per cui tu tremi a causa dei suoi due re, sarà abbandonato». Questo fa riferimento al fatto che i due re hanno subito abbandonato l’assedio a Giuda - poco tempo dopo - o al massimo, sta dicendo che sarà abbandonato il territorio di questi due re. Infatti, se la profezia la stabiliamo più o meno nel 734-3 a.C., nel 732 a.C. sarà caduta Aram (Damasco) e nel 721 a.C. è caduta Samaria. Se il bambino è il figlio del re Acaz (Ezechia), questo non aveva compiuto ancora dodici anni quando il secondo regno è caduto sotto gli assiri. Questo potrebbe essere una prova - al di là delle sfumature viste con il termine ‘almah - che, in senso letterale diretto, la profezia si compie sulla giovane sposa di Acaz e su Ezechia.
Indizi comunque, quali il significato rigoroso di ‘almah come ‘vergine’ ed altre applicazioni messianiche dell’Emmanuele nello stesso Isaia (cfr. 9,5), ci portano a pensare che esiste un senso letterale più profondo (sensus plenior), nella stessa linea del senso letterale e pertanto, non equivoco, che applica la profezia a Maria (la Vergine) e a Gesù (l’Emmanuele). Questo viene corroborato dal Nuovo Testamento, specialmente dal modo in cui gli evangelisti citano questa profezia. Ciò non è un ostacolo perché si dia pure un senso tipico o figurato, dall’AT verso il NT, dove la giovane sposa di Acaz sia figura della Vergine Maria e Ezechia figura di Gesù. Si potrebbe pensare, soprattutto in base a che ‘almah propriamente è una vergine e non una giovane sposata, e che ‘Dio con noi’ si realizza veramente in Gesù e non in un re terreno, che anche in senso letterale diretto la profezia faccia riferimento a Gesù e a Maria.
Maria e il Concepimento Verginale nel Nuovo Testamento

Nel Vangelo di San Luca si legge: «Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Maria era già sposata con Giuseppe, come emerge chiaramente da Matteo 1,20: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». In questo contesto, la domanda posta dalla Madonna, che era già sposata con Giuseppe ma non era ancora andata a vivere con lui, si comprende ancor meglio. Il termine “Emmanuele” è un’indicazione profetica della rivelazione che la nascita del bambino implica, proprio come i nomi dei figli di Isaia contengono anche una rivelazione: Shear-Iasub, che significa “un residuo ritornerà” (7,3), e Maher-Shalal-hash-baz, che significa “leggero il bottino, veloce la preda” (cfr. 8,1-3). Nel Nuovo Testamento, il nome esprime il lieto annuncio che Gesù è veramente “Dio con noi”. Matteo 1,22 osserva che il Profeta aveva già annunciato una simile concezione verginale; tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta. Matteo ritiene di essere una profezia messianica, che pre-annuncia un punto particolare della vita di Gesù.
Il profeta Michea 5,1-4 allude anch'esso alla donna che deve partorire: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. Egli stesso sarà la pace!».
Come scrive G. Girotti: “Avendola il profeta veduta anche partoriente, possiamo parlare d’un parto verginale. Certo il parto verginale è in argomento, e chi lo conosce già da altra fonte, e lo vede affermato anche in questo versetto. Bisogna notare in primo luogo e principalmente che l’attenzione del profeta si porta non già circa ciò che la vergine fu o fece, ma soltanto circa la vergine in quanto è concipiente e partoriente. Ora, nell’atto stesso di concepire e partorire, il profeta non la chiama donna o con qualsiasi altro nome, ma vergine. Perciò dobbiamo ammettere che la vergine conservò la sua verginità sia nella concezione che nel parto. Soprannaturalmente illuminato predice come verginali e la concezione e il parto”.
Influenza del Libro di Isaia nell'Arte
Il Libro di Isaia, con le sue potenti immagini e messaggi profetici, ha ispirato numerosi artisti nel corso dei secoli.
- Michelangelo Buonarroti - “Profezia di Isaia“: Questo affresco, situato nella Cappella Sistina a Roma, fa parte del celebre soffitto della cappella dipinto da Michelangelo.
- Marc Chagall - Serie di Illustrazioni per il Libro di Isaia: Il famoso pittore ebreo-russo Marc Chagall ha creato una serie di opere ispirate al Libro di Isaia, inclusi dipinti e illustrazioni.
- Duccio di Buoninsegna - “L’Incoronazione della Vergine”: Questo dipinto medievale rappresenta Isaia tra i profeti che annunciano la venuta della Vergine Maria.
- William Blake - Illustrazioni per il Libro di Isaia: Il poeta e artista inglese William Blake creò una serie di incisioni ispirate al Libro di Isaia.
- Fra Angelico - “Profezia di Isaia”: Questo dipinto rinascimentale raffigura il profeta Isaia e altre figure bibliche.
LA FALSA PROFEZIA DI ISAIA 7;14
Le profezie dell’Antico Testamento riguardo la venuta di Cristo, il Messia, sono varie e di gran portata. Annunciano Gesù in diversi aspetti dei suoi misteri e della sua venuta. Salmi e profeti si ripartono questi annunci, qualche volta in figura, qualche volta anche direttamente con la lettera stessa dei loro testi. Lo stesso Gesù dirà a più riprese che “le Scritture le rendono testimonianza”. In particolare, risuonano con più chiarezza le parole che rivolge agli increduli discepoli che trova sulla via di Emmaus dopo la sua risurrezione, e la riflessione dell'evangelista sull’accaduto: (Luca 24, 25-27) «O stolti e tardi di cuore a credere a quello che hanno detto i profeti!