L'ebraismo, civiltà millenaria, affonda le sue radici in Abramo, riconosciuto come il capostipite delle tre grandi religioni monoteistiche. Il suo fulcro è la Torah, composta dai cinque libri che, secondo la tradizione ebraica, furono trasmessi da Dio al popolo di Israele tramite il profeta Mosè. Questo testo è anche conosciuto come la Bibbia ebraica, o Pentateuco, e dal mondo cristiano è definito Antico Testamento. Alla Torah si aggiungono, come testi di riferimento, quelli che narrano la vita dei Profeti e dei Re di Israele, nonché alcuni Scritti Agiografi.
La Torah: Il Cuore della Legge Ebraica
La Torah contiene un totale di 5.888 versi e 79.976 parole. Secondo la tradizione, essa fu data al popolo d'Israele sul Monte Sinai, includendo leggi e comandamenti insieme alla storia d'Israele, dalla creazione del mondo fino alla morte di Mosè, avvenuta prima dell'ingresso del popolo d'Israele nella Terra Promessa.
I Cinque Libri della Torah
- Genesi (Bereshit: "In principio..."): Questo primo libro racconta la storia dell'Uomo, dalla creazione alla vita di Giuseppe e il suo soggiorno in Egitto.
- Esodo (Shemot: "Nomi"): Il secondo libro narra la schiavitù del popolo d'Israele e la sua uscita dall'Egitto.
- Levitico (Vayikra: "Ed egli chiamò..."): Il terzo libro si concentra sul culto e le pratiche sacerdotali.
- Numeri (Bamidbar: “Nel deserto”): Questo libro racconta la storia delle prove e delle rivolte degli Ebrei nel deserto.
- Deuteronomio (Devarim: “Parole”): Il quinto libro riassume le leggi ebraiche e presenta le ultime raccomandazioni di Mosè, che muore prima dell'ingresso degli Ebrei nella Terra Promessa.
Il Messaggio e lo Studio della Torah
Secondo André Chouraqui, il "messaggio centrale della Torah risiede nel monoteismo etico che gli Ebrei furono i primi a divulgare". L'adorazione di un Dio unico, giusto, invisibile, creatore del cielo e della terra, implicava il rifiuto, da parte dei Benéi (figli) d’Israele, di tutti gli idoli adorati dalle nazioni e di qualsiasi forma di paganesimo. Lo studio della Torah è un obbligo religioso: il suo contenuto e la sua esegesi costituiscono i fondamenti del giudaismo.

La Torah nella Pratica Religiosa
La Torah è scritta a mano su una lunga pergamena, attaccata a due aste di legno provviste di manici. I rotoli della Torah (o "Séfèr Torah" in ebraico) sono successivamente ricoperti di un tessuto in velluto (nella tradizione ashkenazita) o racchiusi in un cofanetto con due porte (nella tradizione sefardita). In cima alle aste sono attaccati ornamenti metallici ("rimonim") circondati da una corona ("kètèr"). Si attacca anche la "mano" ("yad") che serve da indice per leggere il testo.
La Torah è letta nella sinagoga il lunedì, il giovedì, lo Shabbat, i giorni di festa, il primo giorno del mese e i giorni di digiuno. L’intero testo viene letto nell'arco di un anno, e il ciclo si conclude e ricomincia durante la festa di Simhat Torah.
Ogni volta che la lettura della Torah ha luogo nella sinagoga, i fedeli si tengono in piedi mentre i rotoli vengono estratti dall’Arca e portati in processione prima di essere posti sulla Teba (leggio) per la lettura. Alcuni fedeli sono chiamati individualmente a "salire alla Torah" ("aliya"), ovvero a testimoniare che il testo letto è frutto della Rivelazione divina. Una volta terminata la lettura, i rotoli vengono rivestiti e si svolge una nuova processione prima di riporre la Torah nell’Arca.
Gli Scritti: Meditazione e Diversità Letteraria

La terza parte della Bibbia ebraica è denominata in modo generico: gli "Scritti", da intendere come "gli scritti rimanenti che non rientrano nella Legge e nei Profeti". Questa designazione è probabilmente dovuta al fatto che questi libri furono considerati un gruppo di testi sacri solo molto tardi, ad eccezione, forse, dei Salmi, che erano probabilmente una raccolta di canti per la liturgia del Tempio. In questa sezione si trovano libri che, ancora alla fine del primo secolo dopo Cristo, erano oggetto di discussione, come il Cantico dei Cantici, il Qoelet ed Ester.
Il significato attuale di questa parte, in ambito ebraico, è sempre in riferimento alla Legge o Torah: mentre i profeti sono l'interpretazione della Torah in funzione del popolo, attraverso le diverse generazioni, gli Scritti sono una meditazione della Legge da parte di chi vuole restare fedele ai comandamenti. In questa parte della Bibbia si trovano diversi generi letterari: dalla narrazione storica alla poesia, dal romanzo edificante alla preghiera, dalla riflessione filosofica alla teologia della storia.
Basta scorrere l'elenco per rendersi conto che si tratta di una raccolta disparata di testi che non avevano trovato posto nelle precedenti raccolte, forse perché completati dopo che quelle raccolte erano già state canonizzate, probabilmente all'epoca dei Maccabei (II secolo a.C.).
Libri degli Scritti in Ordine
- I Salmi di Davide: Una raccolta di inni e preghiere.
- Giobbe: Il poema che narra le vicende e le riflessioni di un uomo giusto di fronte alla sofferenza.
- I Proverbi di Salomone: Un compendio di sapienza e insegnamenti morali.
- I cinque Rotoli (Meghillòt), letti nella liturgia sinagogale in occasione di alcune feste ebraiche:
- Rut: A Pentecoste (festa della mietitura).
- Cantico dei Cantici: A Pasqua.
- Qoelet: Alla festa delle Capanne.
- Lamentazioni: Nel giorno in cui si ricorda la distruzione del Tempio (il 9 di Av).
- Ester: Nella festa di Purim, per ricordare lo scampato pericolo da un tentativo di distruzione del popolo.
- Daniele: Nella Bibbia ebraica non è considerato un profeta, ma piuttosto la storia di un ebreo della diaspora.
- Esdra e Neemia: Raccontano il ritorno dall'esilio di Babilonia con la ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio. Il libro di Neemia narra che la Legge di Mosè fu letta interamente al popolo in un solo giorno (Ne 8).
- I due libri delle Cronache: Un riassunto ideale di tutta la Bibbia, partendo da Adamo e arrivando, attraverso una lunga genealogia, fino a Davide (nel primo libro). Il secondo libro racconta la storia del regno di Giuda (Israele è totalmente ignorato) da Salomone all'esilio. Il ritorno dall'esilio è presentato sinteticamente attraverso l'editto di Ciro.
Un Messaggio di Inclusione negli Scritti
In questa terza parte della Bibbia ebraica, è presente un messaggio di fondo significativo: tranne che nei libri di Esdra e Neemia, dove si propugna la purezza della razza, nel resto dei libri si afferma in modo chiaro che l'ebreo non è mai senza l'altro, il diverso da sé, ma piuttosto contribuisce al miglioramento del mondo e non esclude l'altro in nome della razza o della religione.
- Nei Salmi ci sono ripetuti inviti a lodare Dio da parte di tutti i popoli e dell’intera creazione.
- Giobbe è un non ebreo che rende culto a Dio e a lui si rivolge per avere risposte sul perché della sofferenza.
- Nei Proverbi di Salomone si riflette su una sapienza dal respiro internazionale, contenendo addirittura un frammento di riflessioni egiziane.
- Nel Qoelet si manifesta la consapevolezza della sostanziale uguaglianza degli esseri viventi di fronte al mistero dell’esistenza e della morte.
- Il libro di Rut parla di una donna straniera accolta alla pari all’interno del popolo.
- Il libro di Ester insegna come superare il razzismo e l’esclusione non con le armi e la violenza, ma rivendicando il proprio diritto all’esistenza.
- Il libro di Daniele sostiene che gli appartenenti al popolo ebraico sono fonte di benedizione per i popoli in mezzo a cui abitano.
La Preservazione e Trasmissione della Bibbia Ebraica
Le "parole di Geova" messe per iscritto possono paragonarsi ad acque di verità raccolte in una straordinaria riserva di documenti ispirati. A differenza di altri tesori del passato, come corone regali o monumenti che con il tempo si deteriorano, le preziose parole di Dio sono destinate a durare a tempo indefinito (Isa. 40:8).
Gli Scritti Originali e le Copie
I documenti originali in ebraico e in aramaico furono redatti da segretari umani di Dio, a cominciare da Mosè nel 1513 a.E.V. fino a poco dopo il 443 a.E.V. Per quanto si sa, oggi non esiste nessuno di quegli scritti originali. Tuttavia, sin dall’inizio gli scritti ispirati, incluse le copie autorizzate, furono preservati con grande cura. Verso il 642 a.E.V., al tempo del re Giosia, fu rinvenuto nella casa di Geova "il medesimo libro della legge" di Mosè, senza dubbio il testo originale, che era stato fedelmente conservato per 871 anni. Lo scrittore biblico Geremia descrisse questa scoperta in 2 Re 22:8-10, e verso il 460 a.E.V. Esdra menzionò nuovamente lo stesso avvenimento (2 Cron. 34:14-18). Esdra stesso "era un esperto copista della legge di Mosè, che Geova l’Iddio d’Israele aveva dato" (Esd. 7:6), avendo probabilmente accesso ad altri rotoli delle Scritture Ebraiche anteriori al suo tempo, compresi forse gli originali di alcuni scritti ispirati. Sembra che ai suoi giorni Esdra fosse il custode degli scritti divini.
La Genizàh e la Conservazione dei Manoscritti
Dal tempo di Esdra in poi, la richiesta di copie delle Scritture Ebraiche aumentò. Molti ebrei, sparsi in vari centri commerciali del mondo antico, continuavano a tornare in pellegrinaggio a Gerusalemme per le feste, partecipando all’adorazione che si svolgeva in lingua ebraica biblica.
Le sinagoghe avevano solitamente un ripostiglio, detto genizàh. Gli ebrei vi riponevano i manoscritti in disuso perché logori o danneggiati, sostituendoli con altri nuovi. Di tanto in tanto, la genizàh veniva svuotata e i rotoli venivano solennemente sotterrati, affinché il testo, contenente il santo nome di Geova, non venisse profanato. Così, nel corso dei secoli, migliaia di antichi manoscritti della Bibbia Ebraica scomparvero dalla circolazione. Tuttavia, la ben fornita genizàh dell’antica sinagoga del Cairo sfuggì a questa sorte, forse perché rimase murata e dimenticata fino alla metà del XIX secolo. Nel 1890, durante i lavori di restauro della sinagoga, il contenuto della genizàh fu riesaminato e i suoi tesori furono gradualmente venduti o donati.
Manoscritti Antichi e le Scoperte del Mar Morto
Oggi, in varie biblioteche del mondo, sono stati contati e catalogati circa 6.000 manoscritti delle Scritture Ebraiche, completi o frammentari. Fino a tempi relativamente recenti non esistevano manoscritti (eccetto alcuni frammenti) anteriori al X secolo E.V. Poi, nel 1947, fu scoperto nei pressi del Mar Morto un rotolo del libro di Isaia, e in anni successivi vennero alla luce altri inestimabili rotoli delle Scritture Ebraiche, allorché in alcune grotte nei dintorni del Mar Morto furono rinvenuti preziosi manoscritti che erano rimasti nascosti per quasi 1.900 anni. Gli esperti hanno datato alcuni di questi manoscritti, che risultano copiati negli ultimi secoli a.E.V.

L'Ebraico e le Traduzioni della Bibbia
Origini e Sviluppo della Lingua Ebraica
Quella che oggi conosciamo come lingua ebraica era, nella sua forma originale, la lingua parlata da Adamo nel giardino di Eden. Per questa ragione la si poteva definire la lingua dell’uomo. Era la lingua parlata ai giorni di Noè, sebbene con un vocabolario che si andava ampliando. In forma ancora più estesa, fu la lingua fondamentale che sopravvisse quando Geova confuse il linguaggio del genere umano alla Torre di Babele (Gen. 11:1, 7-9). L’ebraico appartiene al gruppo delle lingue semitiche, di cui è il capostipite. Pare che fosse affine alla lingua parlata in Canaan al tempo di Abraamo, e dal ceppo ebraico della lingua si formarono vari dialetti cananei. In Isaia 19:18 vi si fa riferimento come alla "lingua di Canaan". Mosè, ai suoi tempi, era un erudito: non solo era istruito nella sapienza degli egiziani, ma conosceva anche la lingua ebraica dei suoi antenati.
In seguito, ai giorni dei re di Giuda, l’ebraico divenne noto come la "lingua dei giudei" (2 Re 18:26, 28). Al tempo di Gesù, gli ebrei parlavano una forma più recente o più ampia di ebraico, che in epoca posteriore divenne l’ebraico rabbinico. Nelle Scritture Greche Cristiane questa lingua è ancora chiamata "ebraico", non aramaico (Giov. 5:2; 19:13, 17; Atti 22:2; Riv. 9:11).
La Necessità delle Traduzioni
Le Scritture Ebraiche servirono da riserva delle chiare acque di verità, trasmesse e raccolte per ispirazione divina. Tuttavia, solo coloro che erano in grado di leggere l’ebraico potevano valersi direttamente di queste acque. Per permettere agli uomini delle nazioni che parlavano altre lingue di assorbire queste acque di verità, ottenendo così la guida divina e ristoro per l’anima (Riv. 22:17), era necessario tradurre il testo ebraico in altre lingue.
La Bibbia stessa autorizza la traduzione del proprio testo in altre lingue, come dimostrano le parole di Dio rivolte a Israele - "Rallegratevi, nazioni, col suo popolo" - e il comando profetico che Gesù diede ai cristiani - "Questa buona notizia del regno sarà predicata in tutta la terra abitata, in testimonianza a tutte le nazioni" (Deut. 32:43; Matt. 24:14). Ripensando ai quasi 24 secoli di traduzione della Bibbia, è evidente che la benedizione di Geova ha accompagnato quest’opera. Inoltre, antiche traduzioni della Bibbia pervenuteci sotto forma di manoscritti hanno confermato l’alto grado di fedeltà del testo ebraico.
Le Principali Traduzioni Antiche
Il Pentateuco Samaritano
Molto antica è la versione nota come Pentateuco samaritano, che contiene solo i primi cinque libri delle Scritture Ebraiche. È una traslitterazione del testo ebraico in caratteri samaritani, derivati dagli antichi caratteri ebraici, e può dare un’idea di quello che era il testo ebraico dell’epoca. Questa traslitterazione fu fatta dai samaritani, discendenti di coloro che erano rimasti in Samaria dopo la conquista del regno delle dieci tribù di Israele nel 740 a.E.V. e di quelli che vi erano stati trasferiti dagli assiri. Si pensa che sia stato traslitterato verso il IV secolo a.E.V., anche se alcuni studiosi ritengono che ciò possa essere avvenuto più tardi, nel II secolo a.E.V. Sebbene contenga circa 6.000 varianti rispetto al testo ebraico, molte di queste riguardano dettagli secondari. Pochi dei manoscritti esistenti sono anteriori al XIII secolo E.V.
I Targumim Aramaici
La parola aramaica per "interpretazione" o "parafrasi" è targùm. Dal tempo di Neemia in poi, l’aramaico fu usato come lingua comune da molti ebrei che abitavano nel territorio della Persia, e si rese dunque necessario accompagnare la lettura delle Scritture Ebraiche con traduzioni in questa lingua. Probabilmente assunsero la forma definitiva che hanno oggi solo verso il V secolo E.V. Benché siano parafrasi libere del testo ebraico, e non traduzioni accurate, costituiscono nondimeno una ricca fonte di informazioni relative al testo e aiutano a comprendere alcuni passi difficili.
La Settanta Greca
La più importante delle antiche versioni delle Scritture Ebraiche, e la prima effettiva traduzione scritta dall’ebraico, è la Settanta greca (LXX). Il lavoro di traduzione fu iniziato verso il 280 a.E.V. e fu eseguito, secondo la tradizione, da 72 dotti ebrei di Alessandria d’Egitto, da cui il nome "Settanta". Fu evidentemente completata nel II secolo a.E.V. Queste furono le Scritture usate dagli ebrei di lingua greca e adoperate diffusamente fino al tempo di Gesù e degli apostoli.
Sono giunti fino a noi, e possono essere studiati, molti frammenti della Settanta scritti su papiro, preziosi per i primi tempi cristiani. Il papiro Fouad 266, scoperto in Egitto nel 1939, risale al I secolo a.E.V. e contiene parti dei libri di Genesi e di Deuteronomio. È interessante notare che il nome divino, nella forma del Tetragramma, compare anche nella Settanta riportata in una delle sei colonne dell’Esapla di Origene, opera completata verso il 245 E.V. Origene stesso attestò che "nei manoscritti più fedeli IL NOME ricorre in caratteri ebraici, ma non nei [caratteri] ebraici odierni, bensì nei più antichi". Sembra ormai assodato che dopo non molto la Settanta fu manomessa: il Tetragramma fu sostituito con Kỳrios (Signore) e Theòs (Dio).
Esistono ancora centinaia di manoscritti su velino e pergamena della Settanta greca. Alcuni di questi, prodotti fra il IV e il IX secolo E.V., sono importanti a motivo delle ampie parti delle Scritture Ebraiche che contengono. Sono chiamati onciali perché sono scritti interamente in lettere maiuscole, staccate. Gli altri sono chiamati minuscoli o corsivi, perché sono scritti in lettere minuscole corsive. I principali manoscritti onciali del IV e V secolo, cioè il Vaticano 1209, il Sinaitico e l’Alessandrino, contengono tutti la Settanta greca con alcune piccole varianti.

La Vulgata Latina
La Vulgata latina è stata usata come testo fondamentale da una folta schiera di traduttori cattolici per produrre altre versioni nelle molte lingue della cristianità occidentale. La parola latina vulgatus significa "comune, popolare", e la Vulgata fu scritta in quello che all’epoca era il latino comune o popolare, per essere facilmente compresa dalla gente comune dell’Impero Romano d’Occidente. Girolamo, autore di questa traduzione, lavorò direttamente dalle lingue originali (ebraico e greco) all’incirca dal 390 E.V. al 405 E.V. Benché l’opera completa includesse i libri apocrifi, Girolamo fece una chiara distinzione fra i libri canonici e quelli non canonici.
Gli Scribi e i Masoreti
Gli uomini che copiarono le Scritture Ebraiche dai giorni di Esdra fino al tempo di Gesù erano chiamati scribi o soferim. Nel corso del tempo essi cominciarono a prendersi delle libertà apportando cambiamenti al testo, tanto che Gesù stesso condannò severamente questi sedicenti custodi della Legge per essersi arrogati un’autorità che non avevano.
Gli scribi che successero ai soferim nei secoli dopo Cristo divennero noti col nome di masoreti. Essi presero nota delle alterazioni apportate in precedenza dai soferim, annotandole in margine o in fondo al testo ebraico. Queste note marginali presero il nome di masora. La masora evidenzia, ad esempio, i 15 punti straordinari dei soferim, ovvero 15 parole o frasi del testo ebraico contrassegnate da punti sopra e sotto. I soferim, a causa del loro timore superstizioso di pronunciare il nome di Geova, alterarono il nome in modo da leggere ʼAdhonài (Signore) in 134 luoghi ed ʼElohìm (Dio) in altri.
Il Testo Consonantico
L’alfabeto ebraico è composto di 22 consonanti, senza vocali. In origine il lettore doveva aggiungere i suoni vocalici secondo la sua conoscenza della lingua, similmente a una scrittura abbreviata. Così, per "testo consonantico" si intende il testo ebraico senza nessun segno vocalico. Il testo consonantico dei manoscritti ebraici fu fissato fra il I e il II secolo E.V.