Il Concetto di Retribuzione nella Bibbia

Introduzione alla Retribuzione Biblica

L'idea di retribuzione nella Bibbia è strettamente legata al concetto di peccato e di azione morale in rapporto alla giustizia sovrana di Dio. A ogni azione corrisponde una sanzione, che può essere limitata alla vita terrestre, manifestandosi come premio o castigo attraverso i beni e le sventure dell'esistenza, oppure estendersi al di là della morte. La retribuzione può inoltre riguardare la comunità (retribuzione collettiva) o il singolo individuo (retribuzione individuale); la retribuzione nell'oltretomba è, invece, unicamente personale.

I Semiti, con la loro vivida concezione dell'azione della Provvidenza su tutti gli eventi, anche secondari, ravvisavano facilmente in questi la manifestazione del premio o del castigo divini. Per loro, la retribuzione doveva manifestarsi su questa terra, come dimostrazione della giustizia divina.

La Retribuzione nell'Antico Testamento

Retribuzione Terrena e Collettiva

Per gli Ebrei, l'idea di retribuzione era di estrema chiarezza. La loro fede in Dio era una fede in un Dio sovranamente, infallibilmente giusto e remuneratore. Inizialmente, la retribuzione era prevalentemente terrena e collettiva, riflettendo la forte mentalità solidale presente tra di loro, pur essendo attestata anche la retribuzione personale.

L'essenza della religione mosaica risiede nell'alleanza tra Dio e la nazione come tale (v. Alleanza). Questa alleanza imponeva doveri collettivi, ai quali rispondevano sanzioni adeguate (Ex. 20, 5 s.; Lev. 26; Deut. 27-28). Se la nazione avesse fedelmente osservato gli statuti del patto, come il Decalogo, Dio l'avrebbe protetta contro i nemici esterni e avrebbe concesso messi abbondanti. In caso contrario, la nazione sarebbe soccombuta, e i superstiti sarebbero stati trascinati in esilio.

Questa concezione è evidente nella Legge, che narra l'origine e lo statuto dell'alleanza, e nei libri storici, che descrivono la sua attuazione nella vita d'Israele. Anche i profeti si rivolgevano alla nazione, annunciando sanzioni collettive, poiché la loro missione era ricondurre Israele ai termini dell'alleanza. In accordo con questa mentalità solidale, essi presentavano il futuro regno messianico come un'età dell'oro caratterizzata da prosperità e fertilità del suolo (cf. Os 2; Is. 7, 15.21 s.; Ez. 34 ecc.). Tolta la parte iperbolica, rimane il fatto che all'osservanza del monoteismo e dei precetti morali, da parte di Israele come nazione, Dio prometteva premi che si confacevano alla collettività come tale.

Retribuzione Personale Terrena

Accanto alla retribuzione collettiva, nell'Antico Testamento troviamo egualmente affermata, seppur non così diffusamente e ripetutamente, la retribuzione personale per ciascun israelita sulla terra. Oltre alle narrazioni della Genesi, la Legge stessa indicava che, anche per il singolo, la docilità agli ordini divini avrebbe avuto come ricompensa una lunga vita, nel benessere e nella pace, mentre miseria e morte prematura avrebbero colpito l'empio (cf. Ex. 20, 12; 23, 20-23; Deut. 4, 25-40).

Espressioni come «Chi pecca sarà cancellato dal libro di Iahweh» (Ex. 32, 33; cf. 12, 15.19; Lev. 7, 20 s.; Num. 19, 13.20 ecc.) o «sarà estirpata quella persona dal suo popolo» attestano chiaramente questo principio. Numerosi sono gli esempi di retribuzione personale nei libri storici. La frase: «Mi faccia il Signore tal male e peggio ancora» (Ruth 1, 17; I Sam 3, 17 e spesso) esprime esattamente il concetto di retribuzione personale, indicando un'invocazione di terribili castighi se una promessa non fosse mantenuta. Anche l'esecuzione di Semei, raccomandata da David a Salomone (I Reg. 2, 36-46), si spiega con la necessità di una retribuzione terrena e palpabile per il cattivo come per il buono, basata su un vivissimo sentimento di giustizia assoluta.

Il principio della retribuzione personale è annunciato formalmente in I Sam 26, 23: «Iahweh retribuirà ciascuno secondo la sua rettitudine e la sua fedeltà»; 2 Sam 3, 39; 16, 8. I testi sono naturalmente più abbondanti nella letteratura didattico-sapienziale, un genere letterario che pone in primo piano i rapporti dell'individuo con l'Eterno, e quindi la retribuzione personale (cf. specialmente in Ps., Prov., Sap.). Questo parallelo tra Israele e le concezioni babilonesi (cf. P. Dhorme, La rel. ass. bab.), anche per la retribuzione personale, conferma l'antichità e l'esattezza storica del Vecchio Testamento.

Lo Se'ol e l'Oltretomba nel Periodo Antico

Nel Vecchio Testamento, si ritrovano le stesse idee e espressioni per indicare la "grande dimora" (Kigallu; in ebr. se'ol) dove tutti discendono alla morte, simili a quelle dei Babilonesi, eccetto per miti e divinità. Anche nello se'ol, il solo Signore è Iahweh (Ps. 139, 7 ss.; Iob 26, 6). Antichissime frasi per indicare la morte, come «scendere nello se'ol», «riunirsi al proprio popolo», «ritornare ai padri» (Gen. 15, 15; 25, 8.17 ecc.; Num. 20, 24.26; 27, 13 ecc.; Deut. 31, 16 ecc.), suppongono evidentemente che qualcosa sopravviva al disfacimento del corpo. Ad esempio, in Gen. 37, 35, Giacobbe dice «scenderò dolorando a mio figlio nello se'ol», pur essendo sicuro che Giuseppe sia stato divorato da una belva. In Num. 16, 30, la terra si apre e inghiotte i colpevoli che «discendono vivi nello se'ol».

Le anime, ritenute la parte più vitale dell'uomo che sopravviveva alla dissoluzione del corpo, erano una specie di riduzione dell'essere umano che conservava integra la propria personalità (cf. I Sam 28, 8-20, il defunto Samuele, evocato da Saul, appare immutato nel suo carattere rigido e severo). Tutte queste anime discendevano nello se'ol, dove la loro sorte non era determinata da alcun giudizio. Il Vecchio Testamento è molto sobrio al riguardo, anzitutto per il pericolo del politeismo, come testimoniano le proibizioni di alcuni riti funebri (Lev. 30,27 s.; Deut. 14, l) e della necromanzia (Deut. 18, 11; 26, 14).

La vita d'oltretomba vi è delineata fugacemente, anche a causa delle reali condizioni allora esistenti: il ciclo era chiuso. Pertanto, lo se'ol è uno stato d'attesa comune ai buoni e agli empi. Si spiega così la vita inerte (Eccle. 9, 5 s., 10), assimilata al sonno (Iob 10, 20 ss.; 17, 16 ecc.), nelle tenebre (Ps. 49, 20; 88, 7.13; ecc.), delle anime, e il loro nome di repha'im (languidi, deboli). Anche per i giusti del Vecchio Testamento la morte implicava la fine di ogni rapporto con Dio. «Non vedrò più Iahweh», geme Ezechia (Is. 38, 11; cf. Ps. 30, 1; 88; 6.11 ss.). Per questo il giusto considera la vita lunga come una benedizione e un premio di Iahweh.

Rappresentazione artistica dello Se'ol

L'Evoluzione del Concetto: La Retribuzione Oltre la Morte

Una Luce Particolare per Israele

A differenza però dei Babilonesi e di tutti gli altri Semiti, l'israelita ha dalla rivelazione divina una luce particolare sulla retribuzione che l'attende oltre la morte. Fin dalle origini, la pena attuata contro i progenitori colpevoli è la separazione da Dio; la morte fisica ne era il suggello e l'inizio. Questa separazione, per i giusti, avrà un termine; per i peccatori, invece, essa sarà definitiva. Così lo se'ol, a differenza della concezione babilonese e semitica in genere, è soltanto un luogo di attesa.

Le Promesse di un Giudizio Differenziato

Il libro di Daniele annuncia un cambiamento significativo: «In quel tempo (= alla fine degli anni, cioè alla fine del Vecchio Testamento, quando il regno sarà dato ai santi, cioè all'avvento del Messia), sarà salvato il tuo popolo. E molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni per la vita eterna, gli altri per l'obbrobrio, per un'eterna ignominia» (Dan. 12, 2). Quelli che dormono (cf. Ps. 44, 24; 121, 4) sono coloro che menano la vita "umbratile" e inattiva nello se'ol, qui denominato "regione della polvere" (o semplicemente "polvere", afar, come in Iob 17, 16). Essi «si sveglieranno» (cf. Ps. 17, 15), segnando la fine dell'attesa negli inferi. Per i giusti, la conclusione di quest'attesa sarà la gioia, la partecipazione ai frutti della redenzione e la beatitudine eterna; per i pravi, la condanna eterna, rendendoli le vere vittime della morte (cf. Sap. 2, 23 s.).

Questa promessa si realizzò con la discesa di Gesù agli inferi (I Pt. 3, 18 ss.): i giusti dell'antica Legge ottennero tale beatitudine, promessa formalmente a Daniele (12, 13), nel giorno della risurrezione e glorificazione del Cristo (Hebr. 11, 39 s.). La dottrina abituale del Vecchio Testamento, secondo la quale i defunti giusti ed empi vivono nello se'ol senza discriminazione in una specie di letargia, è l'espressione autentica di quella che è stata la realtà fino a Gesù, poiché il cielo era chiuso, anziché essere una rivelazione imperfetta.

La stessa retribuzione è espressa in Ps. 17, 15: «ma io per la tua giustizia vedrò il tuo volto, mi sazierò, al risvegliarmi, delle tue sembianze»; Ps. 16, 8-11: «non abbandonerai l'anima mia al regno dei morti». Il Salmo 49 stabilisce la sorte differente dell'empio e del giusto: entrambi muoiono e scendono nello se'ol (v. 12 s.), ma mentre gli iniqui vi dimoreranno «sotto la verga della morte» (cf. Sap. 2, 23 s.) e «per sempre» (vv. 14 s. 20), il giusto sarà riscattato: «ma sì, Iddio riscatterà l'anima mia dal potere dell'inferno, prendendomi seco» (v. 16). Ancora nel Salmo 73, a differenza dei pravi (v. 18 ss.), il giusto «sarà sempre con Dio», e Dio lo guiderà «col tuo consiglio e poi mi accoglierai in gloria» (v. 24).

La stessa dottrina è presente in Is. 26, 29 in opposizione a 26, 14: «Gli oppressori d'Israele son morti e non risorgeranno più; son ombre e più non rivivranno»; mentre «O Iahweh! Rivivano i tuoi morti! Risorgano i tuoi cadaveri! Si sveglieranno e giubileranno coloro che dimorano nella polvere». Similmente in Dan. 12, 2.13. Il libro della Sapienza parla nettamente della beatitudine che attende i giusti e della «morte definitiva» (2, 23 s.), sorte finale dei peccatori, specialmente nei capitoli 3 e 5. Se la Sapienza parla di tale beatitudine con tanta insistenza e chiarezza, è perché il Messia era ormai alle porte. Anche Isaia e Daniele ne parlano in un contesto messianico.

Bisogna aggiungere, inoltre, gli accenni degli antichi libri storici: Gen 5, 24 descrive la morte del giusto Enoch; 2 Reg. 2, 3 ss. quella di Elia. L'uso del verbo laqah ("prendere" con soggetto Dio), come in Ps. 49, 16, esprime l'intervento particolare del Signore nella fine serena del giusto. Infine, il pieno concetto di "vita", sempre per i giusti, si trova specialmente nel libro dei Proverbi (2, 18 s.; 8, 35 s.; 15, 24; 16, 21) e nei libri profetici (Ez. 3, 18; 9, 4; 18, 9.13 ecc.). «Per la via della vita va l'intelligente in alto, schivando così l'Abisso di sotto» (Prov. 15, 24) è una massima che indica come la virtù conduca alla vita e il vizio alla morte, ma espressa in modo da accennare chiaramente a un mondo superiore, a un'altra vita.

La Retribuzione nel Nuovo Testamento

La discesa di Gesù agli inferi ha inaugurato una nuova era anche per la retribuzione oltretomba, che diviene l'unica nel Nuovo Testamento. Ciò non esclude una relazione, durante questa vita, tra malattia, sventure per il singolo, o disastri collettivi (Mt. 24; fine di Gerusalemme) e la violazione delle leggi morali (cf. I Cor 11, 30 ss.; e già il Signore stesso cf. Mt. 9, 2; Io. 5, 14 ecc.). Tuttavia, queste pene temporali sono sempre date in ordine alla retribuzione definitiva: la salvezza dell'anima subito dopo la morte o la sua condanna eterna (cf. Mc. 13, 37; Mt. 24, 43 s.; Lc. 12, 39 s. ecc.).

Nel giudizio particolare, si riceve tale retribuzione: «tutti dovremo comparire dinanzi al tribunale di Cristo per ricevere ciascuno il salario di ciò che avrà fatto» (2 Cor 5, 10; Phil. 1, 23; 3, 13; 2 Tim. 4, 7 s., ecc.). Questo giudizio è in base alla carità praticata in vita, nei pensieri (Mt. 7, 1 s.; Lc. 6, 37), nelle parole (Mt. 12, 36 s.) e nelle opere (Lc. 12, 13 s.; 16, 1 s., 19 s.; 21.34; Mt. 25, 31-36 ecc.). Il giudizio è paragonabile a una messe: si raccoglierà ciò che si è seminato (Gal. 6, 7 s.). A tale retribuzione parteciperà anche il corpo, dopo la risurrezione, alla fine dei tempi.

Rappresentazione del Giudizio Universale nella tradizione cristiana

Dono, Ricompensa e Salario: Distinzioni Fondamentali

Il Dono e la Grazia Divina

Il concetto di dono è intrinsecamente diverso da quello di premio o ricompensa. Il personaggio di Babbo Natale, che porta "doni" ai bambini solo se sono stati buoni, è una metafora di una mentalità che confonde dono e premio. Il dono, come definito dai dizionari, è frutto di un gesto spontaneo, che non reca alcuna conseguenza né in termini di pagamento né di contraccambio. Un "dono" non va meritato.

La Bibbia chiarisce che il dono della grazia è un gesto che nasce esclusivamente dalla volontà di Dio di donare. Non risulta da alcuna azione meritoria, affinché nessuno possa vantarsi dinanzi a Dio: in questo modo è il suo cuore generoso ad essere esclusivamente esaltato e degno di lode. Questo dono è assolutamente gratuito, non imponendo a chi lo riceve di dover in qualche modo contraccambiare o ripagare Dio di quanto donato. Il Suo carattere è buono persino verso gli ingrati e i malvagi. Quando Dio dona, non richiede né si aspetta nulla in cambio. Accettare un dono richiede un gesto di umiltà non indifferente, e la giusta risposta è pura riconoscenza, ringraziando il Donatore.

La Ricompensa e il Salario

Diverso è il discorso della ricompensa, un termine generico che indica ciò che si dà in contraccambio di qualcosa di utile. Nella ricompensa, o premio, è intrinseco il meritarselo: bisogna effettuare una prestazione lodevole, un lavoro, per poter accedere al premio/contraccambio. In questo caso, la ricompensa è condizionata dalla prestazione e non nasce spontaneamente come nel caso del dono, ma si materializza solo in seguito a particolari prestazioni.

Paolo, rivolgendosi alla Chiesa, non dice che le azioni di oggi condizionano il destino eterno in termini di vita eterna, ma in termini di ricompensa, sì. È cruciale, quindi, distinguere i versi che parlano di dono da quelli che parlano di ricompensa, per comprendere ciò che già ci appartiene (perché donato da Dio) da ciò che ancora non possediamo (perché dipende dal nostro lavoro per Lui).

Confondere i due termini è deleterio, perché toglie a Dio la gloria per ciò che Egli ha donato e pone in una posizione incerta dinanzi a Lui. Non distinguere le due cose può portare a insegnare che Dio, come Babbo Natale, sia pronto a riprendersi ciò che ha promesso di donare, se non ci mostriamo degni con le nostre azioni, bestemmiando e non glorificando il Suo Nome.

Il salario è generalmente un compenso per il lavoro o servizio reso (Lev. 19:13). Nelle lingue originali, la forma verbale ha il significato di 'assumere' lavoratori, 'assoldare' (Matt. 20:1) o di 'prendere in affitto', 'noleggiare' qualcosa (Eso. 22:14, 15; Atti 28:30). "Salario" può essere sinonimo di "ricompensa". Ad esempio, fu predetto che il salario o la ricompensa del re Nabucodonosor per il servizio reso nel distruggere Tiro sarebbe stata la conquista dell'Egitto (Ezec. 29:18, 19).

A volte "salario" può significare anche "retribuzione", come in Rom. 6,23: «Il salario che il peccato paga è la morte». A differenza del termine ebraico sakhàr (salario per lavoro), il termine ebraico ʼethnàm è usato nelle Scritture esclusivamente per il guadagno ottenuto con la prostituzione, letterale o figurativa, indicando più un dono che un salario guadagnato, spesso in senso dispregiativo.

Il salario non veniva pagato solo in denaro o in argento (II Cron. 24:11, 12; 25:6), ma anche dando in cambio animali domestici, prodotti agricoli, ecc. Il salario di Giacobbe per quattordici anni di lavoro furono le sue due mogli, Lea e Rachele, e servì per sei anni in cambio di una parte del gregge di Labano (Gen. 29:15, 18, 27; 31:41). Le decime degli israeliti costituivano il salario dei leviti per il servizio nel santuario (Num. 18:26, 30, 31). Ai tempi di Gesù, il normale salario giornaliero dei braccianti agricoli era un denaro (Matt. 20:2). Giuda Iscariota ricevette trenta pezzi d'argento come "salario" per tradire Gesù (Matt. 26:15), in adempimento di Zaccaria 11:12.

La Legge divina richiedeva che i lavoratori salariati fossero pagati al termine della giornata lavorativa (Lev. 19:13; Deut. 24:14, 15). Le Scritture rimproverano severamente chi defrauda i lavoratori del loro salario (Ger. 22:13; Mal. 3:5; Giac. 5:4). L'ospitalità e l'aiuto materiale offerti a chi si dedica agli interessi del Regno sono considerati un salario dovuto, secondo il principio che "l'operaio è degno del suo salario" (Luca 10:7; I Tim. 5:17, 18). Tuttavia, l'approvazione di Dio e la vita eterna non sono salari per i servi di Dio, ma doni dovuti all'immeritata benignità di Dio per mezzo di Gesù Cristo, per fede nel sacrificio di riscatto.

Illustrazione del denario romano antico, moneta del tempo di Gesù

Il Linguaggio Economico Biblico e la Teologia della Retribuzione

La Bibbia è intrisa di linguaggio economico. I Vangeli sono pieni di riferimenti a monete, dracme, tesori, mercanti. Tutta la teologia dei primi tempi del cristianesimo ha letto Gesù come un "Divin mercante" che ha pagato il prezzo della salvezza per l'umanità. Anche il Vecchio Testamento è ricco di vendite, acquisti e denaro, e il tema del commercio e dello scambio è stato usato per spiegare l'alleanza tra Dio e il suo popolo.

Nel Nuovo Testamento, figure come Giuda e la Maddalena sono diventate immagini di due modi di usare il denaro: quello giusto di Maddalena, che usa 300 denari per ungere i piedi o la testa di Cristo, e quello sbagliato di Giuda, che vende Gesù per soli 30 denari, divenendo figura del pessimo mercante. Questo dimostra il profondo intreccio tra economia e religione nella Sacra Scrittura.

Il Libro di Giobbe, in particolare, è legato al tema della gratuità e contrasta la teologia retributiva, secondo cui Dio premia in base ai meriti e punisce in base ai debiti. Giobbe, persona retta, è colpito da sventura per vedere se avrebbe continuato ad essere giusto anche senza retribuzione. La Bibbia, come risposta alla tendenza commerciale degli uomini, sottolinea l'esistenza di un altro registro: la gratuità e la grazia, come poi l'ha chiamata San Paolo.

Esiste anche la cosiddetta "teologia dell'espiazione", che legge la morte e risurrezione di Cristo secondo categorie economiche, come il "prezzo della salvezza" pagato con il sangue del Figlio per saldare il debito dell'umanità. Questa visione, molto popolare nel Medioevo e ancora oggi, ha condizionato profondamente il modo di intendere l'evento cristiano. Anche il sacrificio nell'Antico Testamento, linguaggio principale delle religioni antiche, è stato letto in termini economici, come un commercio con la divinità in cui si paga un prezzo per creare un credito e ottenere grazie da Dio.

La Parabola degli Operai nella Vigna: Un Esempio di Giustizia Divina e Gratuità

La parabola degli operai mandati nella vigna, narrata nel Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 1-16), offre uno straordinario spunto di riflessione sul concetto di retribuzione, giustizia e generosità divina. Il padrone, uscito la mattina presto, accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna (Mt 20, 2). Il "denaro al giorno" era considerato non solo la retribuzione corrente, ma la cosiddetta giusta retribuzione.

Il concetto di "retribuzione sufficiente", ovvero quella necessaria al lavoratore per una vita dignitosa e libera dal bisogno, è presente nella Costituzione italiana all'art. 36, comma 1, e nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (UDHR), art. 23. Già nel XVII secolo, giuristi come Lanfranco Zacchia riconoscevano la proporzionalità del salario ai lavori svolti. Il padrone della vigna rispetta i precetti delle Scritture, che impongono di non defraudare l'operaio della mercede dovuta e di pagarlo entro la giornata (Lev 19,13; Ger 22,13-14).

Tuttavia, gli operai che hanno lavorato sin dall'alba contestano l'equità della retribuzione ricevuta rispetto a quella degli altri operai chiamati più tardi e pagati anch'essi un denaro. Il padrone della vigna (che alla sera diventa il "Signore della vigna", ὁ κύριος τοῦ ἀμπελῶνος) non è iniquo verso gli operai dell'alba, poiché rispetta gli accordi. Non si può nemmeno sostenere che sia eccessivamente generoso con gli operai del pomeriggio e della sera in termini strettamente giuslavoristici, avendo rispettato la retribuzione minima e l'accordo individuale.

Una bellissima lettura teologica, riconducibile a Ireneo di Lione, afferma che la retribuzione è uguale per tutti perché contiene, come la moneta, l'immagine e l'iscrizione del Re, «cioè la conoscenza del Figlio di Dio, che è l'incorruttibilità» ed è per tutti. Questa conclusione ricorda la lettura di Lutero, secondo cui la parabola sancirebbe «il principio della misericordia donata, contro il principio della giustizia delle opere». Il sovvertimento della logica umana è chiaramente voluto dalla parabola, come si comprende dall'affermazione di chiusura di Gesù: «così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 19,30), ricollegandosi all'episodio del giovane ricco.

In questo contesto, la vicenda del libro di Giobbe ricorda che la vita è molto più complessa delle nostre convinzioni meritocratiche e invita ad abbandonare una visione "retributiva" della fede, che considera ricchezza e felicità come premi per una vita giusta. Giobbe, pur essendo giusto, è messo alla prova per vedere se può esistere un uomo che fa il bene senza essere pagato, cioè gratuitamente. La Bibbia, quindi, sottolinea il tema della gratuità, della grazia, come un altro registro importante e presente nella religione.

Implicazioni della Visione Biblica sull'Economia Contemporanea

L'idea che abbiamo di Dio influenza profondamente il tipo di economia che costruiamo. Un Dio inteso come giudice ha condizionato l'attività economica delle persone. Se si riesce a presentare un'immagine di Dio legata all'amore, alla gratuità, al dono, anche l'economia ne risentirà. Papa Francesco, mostrando un volto di Dio e di Gesù più misericordioso, genera effetti anche economici, come dimostra il movimento "The Economy of Francesco", una rivoluzione economica ispirata alla figura di San Francesco d'Assisi.

La Scuola di Economia Biblica, promossa dal Polo Lionello Bonfanti e dalla Scuola di Economia Civile, si propone di esplorare questo intreccio tra Sacra Scrittura ed economia. L'obiettivo è offrire nuove prospettive di lettura sui libri della Bibbia, interrogando le grandi storie e i personaggi biblici con domande economiche contemporanee. Questo progetto è nato per conoscere la dimensione economica all'interno della Bibbia e per avvicinare gli economisti a un mondo, quello della religione, che spesso è stato considerato distante o in conflitto con la vita economica.

La religione ha avuto una grande influenza sull'economia ben prima dell'etica protestante, e una nuova visione del cristianesimo, più sensibile alla dignità umana, alla giustizia e ai poveri, può avere un peso altrettanto significativo sull'economia del futuro. Il movimento "The Economy of Francesco" è una tappa di un cammino che continua, coinvolgendo giovani e avviando processi di cambiamento economico ispirati ai valori cristiani.

Referendum Giustizia 2026 – Intervista a Giuseppe Santalucia: le ragioni del no

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