Il significato teologico del capitolo 28: tra gli Atti degli Apostoli e la Genesi

Il naufragio di Paolo come battesimo nel mistero di Cristo

Riprendiamo il nostro cammino leggendo il capitolo 28 degli Atti, che è l'ultimo. Il capitolo 27 descriveva il viaggio da Cesarea fino a Roma, un percorso che assume le forme drammatiche di un grandioso naufragio. Ci siamo resi conto del fatto che il naufragio in pieno Mediterraneo della nave su cui Paolo è trasportato assume, nella ricostruzione narrativa dell'evangelista Luca, le caratteristiche di un unico immenso battesimo. Paolo affronta una svolta che segnerà definitivamente la maturazione della sua vita cristiana e del suo servizio all'evangelo, che poi sono la stessa cosa: l'adesione all'evangelo e il coinvolgimento nel servizio nel quale si consuma la sua vita per rendere testimonianza.

Mappa del viaggio di Paolo verso Roma, con il naufragio presso l'isola di Malta

Paolo è ufficialmente un galeotto, un imputato che deve essere tradotto a Roma per essere processato, avendo egli stesso chiesto di essere condotto fino al tribunale dell'imperatore in quanto cittadino romano. Quello che ci interessa è ritornare a quel grande naufragio, vissuto come occasione propizia di immersione nel mistero del Signore, comunione con la pasqua del Figlio di Dio che è morto e risorto. Tutto nella sua vita oramai si ricapitola nella comunione con il Signore Gesù, che è passato attraverso la condizione umana, facendo sua la miseria della nostra vergogna fino a sprofondare nella morte.

L'approdo a Malta e l'incontro con l'umanità

Il racconto di Luca ci viene proposto come una grande cifra emblematica, simbolica, interpretativa di quello che è il senso della storia umana. Non è un naufragio che segna la fine catastrofica di una vicenda disperata, ma la rivelazione della vittoria gloriosa di Cristo. Sulla sponda di quella spiaggia sono tutti in salvo: il carico si è disintegrato, la nave stessa non può resistere, ma la vita è salva. Attorno a questa conferma della vocazione alla vita si ricompone l'ordine dell'universo.

«Una volta in salvo, venimmo a sapere che l'isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità». In greco indigeni si dice barbaros, e per quanto barbari siano, sono in grado di esprimere una rara filantropia. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. La vipera che gli ha iniettato il veleno non ha più potere su di lui. Paolo è un uomo disintossicato, reso tale da quel grande battesimo che è il suo naufragio pastorale.

Illustrazione del fuoco acceso dagli isolani di Malta e l'episodio della vipera

La missione attraverso la gratuità e il servizio

Nelle vicinanze c'era un terreno appartenente al "primo" dell'isola, chiamato Publio. Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l'andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. È il gesto che esprime solidarietà, una presenza disinteressata e gratuita. Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati. Al momento della partenza ci colmarono di onori e ci rifornirono di tutto il necessario.

Da Malta Paolo giunge finalmente a Roma. Nel corso del suo viaggio, che rientra dentro a tutto un disegno pastorale, Paolo si è reso conto di avere frainteso tante cose, ma gli avvenimenti si sono svolti nella gratuità di una purissima provvidenza divina, conducendolo fino a prendere dimora nel grembo del "mostro", nel cuore del mondo, la capitale dell'impero.

La figura di Giacobbe nel capitolo 28 della Genesi

Parallelamente, il capitolo 28 della Genesi racconta l'inizio del pellegrinaggio di Giacobbe. Isacco lo benedisse e gli diede il comando di non prender moglie tra le figlie di Canaan, ordinandogli di recarsi a Paddan-Aram. Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese là una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo.

Schema della visione della scala di Giacobbe tra terra e cielo

Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Il Signore gli stava davanti e promise: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco. A te e alla tua discendenza darò la terra sulla quale sei coricato». Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo. Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo».

Elemento Significato simbolico
Il naufragio di Paolo Battesimo e immersione nel mistero di Cristo
La scala di Giacobbe Mediazione tra cielo e terra (Cristo)
Il fuoco a Malta Sorgente di calore e vittoria sul male (vipera)
Betel Luogo della presenza divina (casa di Dio)

La visione alla Betel fu il primo passo nell'educazione divina di Giacobbe, la certezza che lo innalzò ai sentimenti e alla dignità di un uomo. Se prendiamo la Bibbia come guida, il Figlio dell'uomo è la scala tra la terra e il cielo, tra il Padre lassù e i Suoi figli sulla terra. La conversione è l'impressione prodotta dalle circostanze, e quell'impressione dura per tutta la vita; è l'opera di Dio Spirito sull'anima.

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