Nell’abitudine consolidata di assegnare una giornata a figure, soggetti e temi disparati, una domenica è stata attribuita alla “mamma”. Nelle ricerche sui personaggi femminili del Vangelo di Luca, Maria, la Madre per eccellenza, emerge con un passo sorprendente a causa della reazione del Figlio Gesù nei suoi confronti. Questo non è l’unico caso di presa di distanza da parte di Gesù, come si vedrà anche in un’altra scena analoga (Luca 8,19-21).
La Beatitudine della Maternità e la Risposta di Gesù (Luca 11,27-28)
Il Vangelo di Luca riporta un frammento significativo: «Mentre parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Ma egli replicò: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!”» (Luca 11,27-28).
Un proverbio orientale suggerisce che gli uomini si innamorano attraverso gli occhi, mentre le donne con le orecchie, privilegiando l’interiorità rispetto all’apparenza. Sebbene una semplificazione, questa idea contiene un’anima di verità, come evidenziato in questo episodio. Maria riceve da quella donna una “beatitudine” suggestiva legata alla sua maternità, che rimane fondamentale per l’umanità del Figlio di Dio.
È interessante notare come nell’arte cristiana orientale sia presente l’icona della Galaktotróphousa, ovvero Maria che “allatta” il neonato Gesù, un’immagine amata anche dall’iconografia occidentale. Ne è esempio la tavola della Vergine Madre nutrice che Ambrogio Lorenzetti dipinse nel 1330, ora nella chiesa di San Francesco a Siena. Un antico poeta come sant’Efrem Siro (IV sec.) cantava Maria con queste parole: «Tu, quando lui era bambino, lo accarezzavi tenendolo abbracciato al petto, mentre da te succhiava il latte».

La replica di Gesù, a prima vista, appare fredda perché introduce una “beatitudine” alternativa a quella pronunciata dalla donna nella folla. Questa è destinata a coloro che «ascoltano e osservano la Parola di Dio». I due verbi usati da Gesù sono profondamente significativi. Il primo, shama‘ in ebraico, è uno dei vocaboli biblici fondamentali per indicare l’adesione di fede: significa non solo “ascoltare”, ma anche “obbedire”. Non a caso, una delle preghiere capitali del giudaismo è Shema‘, «Ascolta!», che prosegue: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio...» (Deuteronomio 6,4-5). Questo testo era caro anche a Gesù, che lo considerava il «primo comandamento» (Matteo 22,37-38).
Il secondo verbo greco è phylássô, presente 31 volte nel Nuovo Testamento con altri derivati: esso esalta il “custodire” la Parola di Dio come un dono prezioso, irradiandola in tutta l’esistenza. Significa considerarla un bene che alimenta atti e discorsi, un respiro che sostiene l’anima. Ebbene, Maria è Madre non solo per aver generato il Figlio di Dio, ma lo è - come diceva ancora Luca - perché «custodiva tutti gli eventi [riguardanti Gesù] meditandoli nel suo cuore» (Luca 2,19.51). Il verbo greco usato è diverso (synteréin) ma il tema di fondo è il medesimo.
Il Simbolismo del "Latte Spirituale" e la Parola
Gli studiosi della Scrittura indicano che il pensiero giudaico amava raffigurare la Torah, la Legge di Mosé, come una madre che allatta i suoi figli piccoli. Questo significa che le parole della Torah, in cui risiede la Sapienza, sono paragonate al latte materno. Nel tardo giudaismo, anche precristiano, il latte era diventato uno dei simboli applicati alla Parola di Dio, e di questa applicazione si conserva traccia anche in alcuni brani neotestamentari. Ad esempio, san Paolo scrive nella Lettera ai Corinti: «Come dei neonati in Cristo, vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci» (1 Corinzi 3,1-2). San Pietro esorta: «Questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunziato. Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere in esso verso la salvezza» (1 Pietro 1,25-2,2).
Di conseguenza, colui che accoglie e ascolta la divina Parola è simile al neonato/bambino che si alimenta al latte del seno materno. Gesù, probabilmente a conoscenza di questa tradizione, nella sua risposta alla donna del popolo gioca sull'ambivalenza del termine "latte". Mentre la donna anonima della folla allude al latte materiale del seno di Maria, Gesù si riferisce al latte spirituale, figura della Parola di Dio. Sembra dire Gesù: «Mia Madre è beata non tanto per avermi nutrito col suo latte, quanto piuttosto perché lei stessa si è nutrita di quel mistico latte che è la Parola di Dio».
Aristide Serra, a tal riguardo, osserva: «Maria fu vicinissima a Dio perché - insegna sant'Agostino - portò Gesù più nel cuore che nel grembo. Grande cosa fu per la Santa Vergine allattare il Figlio dell'Altissimo, ma cosa ancor più grande fu per lei l'essersi nutrita di quel mistico latte che è la Parola di Dio».
Gesù non solo non esclude la beatitudine di sua madre, ma ne rivela la dimensione spirituale, radice e premessa della maternità secondo la carne, in quell'ascolto-accoglienza della Parola che è radicata nella vita di Maria come fondamento della sua esperienza del Signore. La maternità di Maria, pacificamente accettata dalla comunità primitiva, non vale essenzialmente come fatto biologico, carnale («beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» Luca 11,27), ma come accettazione nella fede e nella carità della Parola di Dio. In tale prospettiva si passa dal privilegio della maternità fisica, che è un servizio peculiare ed esclusivo di Maria di Nazareth, alla maternità di fede nei confronti di Gesù, che è anzitutto di Maria, ma anche di tutti quelli che credono, di ogni discepolo del Vangelo, che nello Spirito e nell'ascolto genera la Parola.
La Beatitudine sulla Via della Croce (Luca 23,27-31)
L’evangelista Luca ricorda che sulla via della croce c’era un gruppo molto numeroso di persone: “una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui”. L’esecuzione della condanna a morte suscita sempre curiosità e interesse. Ma è alle donne che Gesù si rivolge direttamente, un particolare che si trova solo in questo brano riportato da Luca. Durante il processo e la crocifissione, Gesù pronuncia solo poche parole o per lo più rimane muto; qui invece parla, e anzi, pronuncia il discorso più lungo di tutta la passione.

Con molta probabilità, “queste pie donne erano una Compagnia della buona morte, che assisteva i condannati a morte; non erano discepole di Gesù in senso stretto” (Gianfranco Ravasi). Tuttavia, Gesù si rivolge a queste donne con l’appellativo “Figlie di Gerusalemme” (cfr. Isaia 3,16; Cantico dei Cantici 5,8) perché esse rappresentano il vero popolo di Dio. Con il loro pianto, infatti, dimostrano di avere nei confronti di Gesù quello stesso sentimento che Egli ha nei confronti dell’umanità, e cioè la compassione. Ma Gesù dice loro: «Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli».
Come scrive, a questo proposito, p. Silvano Fausti: “Egli non piange su di sé: piange sulla città che non riconosce la visita del suo Signore (cfr. Luca 19,41). Mentre è condotto al patibolo, è dispiaciuto per il male di chi lo crocifigge. È preoccupato non di sé, ma di chi lo rifiuta! Queste parole sono il segno massimo della misericordia e l’invito definitivo a convertirsi.”
Rivolgendosi alle donne, Gesù dice ancora: «Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato» (Luca 23,29-30). La sterilità nella Bibbia è considerata la maledizione per eccellenza, ma ora, in questa prospettiva, diventa una beatitudine. Questo richiama un episodio precedente in cui una donna aveva alzato la voce e detto a Gesù: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!» (Luca 11,27). Anche in quella circostanza Gesù aveva lasciato cadere quella beatitudine, sostituendola con un’altra: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Luca 11,28).
Ormai non è più questione di rapporti che passano attraverso la generazione fisica, cioè attraverso la carne o il sangue. Si entra in rapporto con il Signore passando attraverso la fede e l’adempimento della Parola.
L'Analogia del Legno Verde e del Legno Secco
L’immagine più trasparente ed efficace di questo discorso di Gesù alle donne è quella del legno verde e del legno secco. Alessandro Pronzato osserva: “Il legno verde, evidentemente, è Lui, l’innocente per eccellenza. Il legno secco sono tutti gli altri, colpevoli, peccatori, fuggiaschi. Quindi anch’io. La selezione è presto fatta: Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra… A queste parole quelli si ritirarono ad uno ad uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi (Giovanni 8,7-9). E rimane soltanto Lui. Se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”

Gesù è l’unico legno verde che, nella totale fedeltà al Padre e per un amore sconfinato, si è addossato le nostre colpe e i nostri peccati. Così profetizzava Isaia: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe sono stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti» (Isaia 53,5-6). E l’apostolo Pietro aggiunge: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pietro 2,23).
Per questo, “la conversione è possibile proprio ora, perché il legno verde brucia al posto di quello secco. È il mistero della misericordia di Dio, che offre perdono anticipato a tutti, perché tutti possano convertirsi ed esser salvi”.
Maria: Modello di Ascolto, Fede e Contemplazione
È bello pensare che le pie donne che Gesù incontra sulla via della croce siano anche segno della vita contemplativa. Alcuni biblisti, infatti, notano che i loro nomi non vengono ricordati perché l’attenzione non è attratta sulla loro identità, ma sul loro atteggiamento. Esse appaiono come figure contemplative, la cui presenza invita anche il lettore alla contemplazione. È verso Cristo, il legno verde, che dobbiamo volgere il nostro sguardo contemplativo e di riconoscenza.
Maria di Nazareth è al contempo discepola e maestra di cristianesimo, perché ha saputo con umiltà e tenacia corrispondere al rigoroso statuto della sequela Christi, e lo ha fatto in tutte le occasioni della sua esistenza, mettendosi a servizio di Cristo e della sua opera messianica. Tutto in Maria deriva dalla Grazia; a questo dono particolare, che ha impegnato e trasfigurato la sua esistenza, ella ha corrisposto nel solo modo che piace a Dio: la fede, che ha permeato tutto il suo essere e il suo esistere. Perciò, i discepoli di ogni tempo, insieme ad Elisabetta, non potranno che elogiarne, cantarne e imitarne la grande ed esemplare adesione al Dio dei nostri padri (cfr. Luca 1,42), per poi accogliere dalla rivelazione del Figlio, con sforzo diuturno e appassionato, il mistero insondabile dell'Unitrino.

Tutto il discorso, in fondo, ruota intorno a un polo centrale: nella persona umana, decisivo è il cuore, l’interiorità. È il luogo delle decisioni libere, degli affetti profondi che cambiano la vita, e dei grandi orientamenti che danno senso alla storia. Tutta la vicenda umana si gioca nell’intimo dell’uomo. La parola di Dio che illumina e salva è destinata al cuore umano, lo tocca nell’intimo e lo trasforma. Ascoltare e custodire la Parola richiede attenzione segreta al cuore, perché, quando non parte dall’interno di noi stessi, è un imparaticcio che si rompe da tutte le parti. Occorre, invece, sull’esempio di Maria, lasciare che la parola di Dio, in quanto messaggio, promessa e dono, risuoni davvero nel cuore e ne rimetta in moto l’interiorità. Infatti, l’ascolto della Parola di Dio, divenendo capacità meditativa delle Scritture, porta anche all’autocoscienza della propria fede e dei propri valori. Per questo diventa preziosa anche la dimensione del silenzio, dell’attenzione vigile, della riverenza e disponibilità interiore di fronte a Dio che si comunica; in una parola, l’importanza della dimensione contemplativa della vita.
Il discepolo del Vangelo si qualifica non per una morale delle opere, ma per una morale dei frutti: «E l'albero piantato lungo corsi d'acqua che darà frutto a suo tempo» (Salmo 1,3). Non è l’uomo che pone delle azioni al di fuori di sé soltanto per un’imposizione interiore, ma che fiorisce e fruttifica, cioè l’uomo la cui azione è l’estensione amante, ragionevole e vera di sé. «Seguire Cristo è il fondamento essenziale e originale della morale cristiana [...]. Non si tratta qui soltanto di mettersi in ascolto di un insegnamento e di accogliere nell'obbedienza un comandamento. Si tratta più radicalmente di aderire alla persona stessa di Gesù, di condividere la sua vita e il suo destino, di partecipare alla sua obbedienza libera e amorosa alla volontà del Padre».
La Fede come Unica e Fondamentale Opera
Il discepolo è innanzitutto un credente, una persona che aderisce al Signore e che tenta di far vivere Cristo in lui. Alla domanda: «Cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?», Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Giovanni 6,28-29). Dal "che fare?" al "credere", dalle molte opere all'unica e fondamentale opera: la fede.
L'invito a credere risulta quanto mai pungente nel contesto storico-culturale e religioso odierno, in cui il mistero di Cristo e il mistero della Chiesa perdono il loro carattere di verità e di universalità salvifica, o almeno si getta su di essi un'ombra di dubbio e incertezza. In tale situazione non pochi cristiani rimangono confusi e smarriti, magari sopravvivendo con una fede infarcita di un penoso analfabetismo religioso, che sovente sfocia in pratiche superstiziose, oppure rischia di appiattirsi, lavorando magari con grande impegno, nella dimensione del fare, dell'efficacia sociale, concorrendo ad alimentare una pericolosa confusione.
Scriveva qualche tempo fa Joseph Ratzinger: «Il fatto religioso, la vita spirituale sono stati minimizzati per essere trasformati in morale sociale [...]. Così è diventato difficile riconoscere l'originalità della fede cristiana che ormai può confondersi con qualunque pratica filantropica al servizio della società». Il card. Martini aggiungeva: «la caratteristica che forse definisce meglio la sfida religiosa e cristiana dell'età contemporanea non tanto il fenomeno della secolarizzazione, dell'indifferenza crescente quanto il convivere di ambiti vitali tra loro contrastanti.»
Maria è un invito a ritornare a contemplare, ad ascoltare, a tenere fisso lo sguardo sull'autore della nostra fede: il Signore Gesù. Il discepolo del Vangelo privilegia l'essere sul fare. Infatti, il fare bene nasce dalla capacità di ascoltare i valori profondi che Dio ha messo nel cuore dell'uomo nell'accoglienza-ascolto di Gesù. Di Maria di Nazaret si racconta poco di ciò che ha fatto, ma rimane in noi come la donna dell'ascolto, immagine dell'umanità e della Chiesa in ascolto; icona dell'atteggiamento fondamentale dell'uomo che, nella sua radicale apertura al soprannaturale, viene definito «ascoltatore della Parola», che porta a percorrere un itinerario pieno e coinvolgente.
Non bisogna confondere una pratica religiosa necessariamente coincidente con una conoscenza, con una vita interiore. Spesso si rischia di vivere in un'atmosfera segnata da un sistema religioso, non dallo spirito cristiano evangelico. Maria, avendo cominciato dall'ascolto a conoscere e amare il Signore, non riduce il suo credere all'esperienza di un'ora, a una stagione della vita, ma ne fa la storia stessa della sua vita, fino a «conoscere il mistero di Cristo nella sua ampiezza, lunghezza, altezza e profondità, e quindi a conoscere l'agape di Cristo che sorpassa ogni conoscenza» (Efesini 3,18-19).