La Bibbia Antica: Interpretazione, Storia e Verità del Messaggio Divino

La Sfida dell'Interpretazione Biblica

L'affermazione “Ogni protestante diventa papa, con una Bibbia in mano” sottolinea una questione centrale: permettere a ogni credente di avere accesso alle Sacre Scritture è un atto di fedeltà al progetto di Dio per l’umanità, ma solleva ben presto la questione della loro interpretazione. A tale riguardo, la critica cattolica di quest’affermazione è giustificata? Per rispondere a questa domanda si rileva in primo luogo che l’analisi di Boileau è pertinente sotto l’aspetto dell’esistenza di numerose interpretazioni, soprattutto contemporanee, della Bibbia.

In breve possiamo ricordare che l’ermeneutica (la teoria e la tecnica dell’interpretazione dei testi antichi) classica postula che ogni testo ha un significato e soltanto uno. Tramite l’ermeneutica si cerca dunque di ritrovare il significato originale definendo il pensiero e le intenzioni dell’autore.

A partire dal 19° secolo, e soprattutto nel 20° secolo, l’autore biblico si è ritrovato a poco a poco espropriato del proprio testo mentre il lettore è divenuto, per così dire, depositario del suo significato. In realtà questa tendenza non è nuova. Le letture allegoriche della Scrittura proposte da Filone d’Alessandria già nel primo secolo sono un esempio di una prima presa di potere del lettore nei confronti dello scrittore. Possiamo vedere che la comprensione del messaggio è falsata dalle differenti prospettive dei lettori.

L’orientamento che si vuole imporre alla Bibbia non è più quello dello scrittore biblico e, di conseguenza, dell’Autore divino che lo ha ispirato. Le conseguenze per la chiarezza del messaggio sono state disastrose. "Credere all’inerranza della Bibbia serve a ben poco quando non si sappia interpretarla," ha osservato James I. Packer.

Infografica sulla evoluzione dell'ermeneutica biblica (dal significato univoco al ruolo del lettore)

Attenersi all’interpretazione classica non significa essere ingenui: bisogna riconoscere che ogni lettore, per quanto rigoroso e saggio, vede attraverso delle “lenti” (cultura, età, sesso, carattere, cultura, esperienze personali ecc.) che ne orientano la lettura. Attenersi all’interpretazione classica non significa neppure essere ottimisti: diversi passi biblici sono obiettivamente difficili da interpretare e, quindi, da comprendere. Attenersi al significato univoco del testo (quello che corrisponde all’intenzione dell’autore) significa riconoscere che, a prescindere dai rischi o dalle difficoltà, ciò che Dio mi vuole dire è più importante di ciò che penso io.

L'Opera dello Spirito Santo nell'Interpretazione

In realtà si tende troppo spesso a dimenticare che tutto inizia con l’opera di Dio in noi. Senza la meravigliosa opera dello Spirito Santo non vi sarebbe alcun modo di comprendere.

Sulla bocca dei “professionisti” della Bibbia (pastori, catechisti, biblisti, ecc.) si sentono talvolta affermazioni stravaganti quali: “Cerco di rendere la Bibbia più viva”. Come se la Parola vivente e permanente di Dio (1 Pietro 1:23) avesse bisogno di essere animata! Come se il potente soffio di Dio avesse bisogno di un mantice! Siamo piuttosto noi, peccatori ciechi e morti, ad aver bisogno di essere vivificati (vd. Efesini 2:1-10).

Illustrazione allegorica dello Spirito Santo che illumina la mente e il cuore

Oltre a essere, per mezzo degli scrittori umani, il vero autore della Bibbia, lo Spirito Santo agisce in noi per farci leggere, comprendere e vivere ciò che Dio ci dice. Questa è ciò che noi chiamiamo “l’illuminazione dello Spirito Santo”, quella che rischiara il nostro cuore, la nostra mente e la nostra volontà per far penetrare la Parola di Dio in noi. Lo Spirito di Dio maneggia perfettamente la sua spada, ossia la sua Parola (vd. Efesini 6:17). Nelle sue mani essa è “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalla midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

È quindi facile comprendere l’importanza cruciale di leggere la Bibbia pregando, in umiltà e in ubbidienza allo Spirito Santo. Rick Warren ha affermato che “È possibile conoscere la Parola di Dio senza conoscere il Dio della Parola”. La Bibbia non è un libro che si lasci leggere senza suscitare una reazione; come Parola di Dio, essa esige una risposta da noi. Anche quando non l’abbiamo capita del tutto, ciò che abbiamo già compreso dovrebbe essere sufficiente per “istradarci”. Quanto più ci addentriamo nella Bibbia, tanto meglio riusciremo a conoscere il Dio della Bibbia.

Affidarsi all’opera dello Spirito Santo non significa riposare sugli allori pensando che “se fa tutto lui, io posso anche dormire”. Nel suo piano Dio prevede, piuttosto, che noi impieghiamo tutte le facoltà di cui ci ha fatto dono e le mettiamo al servizio della sua Parola. Nell’interpretare la Bibbia non bisogna screditare la ragione, come se Dio si rivelasse unicamente nell’irrazionale o nell’ineffabile o come se fosse troppo grande e perfetto perché si possa dire alcunché al suo riguardo. Allo stesso tempo, non bisogna fare della ragione il metro assoluto e trascendente con cui decidere a cosa si può credere e a cosa non si deve credere. Tra questi due pendii scoscesi esiste un sentiero sicuro: quello che consiste nel sottomettere la propria ragione alla Scrittura.

La BIBBIA e la sua Struttura - Breve Riassunto

Sei Accorgimenti per l'Interpretazione Biblica

In pratica, come si fa? Possiamo suggerire sei accorgimenti semplici e utili:

1. Riconoscere la Bibbia come Parola Ispirata da Dio

Interpretare la Bibbia significa ricordare continuamente che essa è Parola ispirata da Dio e, come tale, del tutto affidabile. Chi ha vissuto sulla propria pelle un’immane tragedia potrebbe avere delle difficoltà ad accettare la dottrina della piena sovranità di Dio, non riuscendo ad ammettere che Dio possa esserne, seppure indirettamente, l’autore. Qualcun altro potrebbe non riuscire ad accettare l’insegnamento biblico sul ruolo della donna nel matrimonio e nella chiesa perché si è sentito rifiutato o è stato vittima di atteggiamenti sessisti, molestie o abusi sessuali.

2. Impiegare l’Analogia della Fede

Interpretare la Bibbia significa impiegare “l’analogia della fede”. Adottando tale principio ermeneutico, risalente all’epoca di Giovanni Calvino, si cerca di illuminare i passaggi oscuri della Bibbia mediante quelli chiari. Parlare di “analogia della fede” significa, infatti, estendere alla dottrina quanto è stato detto circa la traduzione. Conseguenza indiretta: non si cercherà di costruire una teoria assoluta partendo da un testo di difficile interpretazione, bensì si cercherà di inserire quest’ultimo in una gerarchia di dottrine conformi alla Scrittura stessa.

3. Tener Conto della Natura e dei Generi Letterari dei Testi

Interpretare la Bibbia significa tener conto della natura dei suoi testi nonché delle diversità dei suoi autori e dei generi letterari adottati. Nella Bibbia troviamo testi di narrativa (ossia delle storie: Esodo, 1 Samuele e alcuni passi dei Vangeli), legislazione (Levitico o Deuteronomio), poesia (Salmi) e didattica (vale a dire di insegnamento). L’interpretazione letterale non è sempre la scelta migliore, e perfino l’interprete più fondamentalista dovrà convenirne. Nessuno, infatti, crede che Dio sia una roccia o una rupe soltanto perché in alcuni Salmi è scritto che Dio è “la mia rupe, in cui mi rifugio” (ad es. Salmo 18:2). Tutti capiscono, infatti, che si tratta di una metafora con cui si vuole indicare la forza, la stabilità e la permanenza di Dio. Come nessuno crede che il sole si infili le scarpe da ginnastica e faccia jogging da un’estremità all’altra dei cieli (vd. Salmo 19:6)!

Esempi di generi letterari nella Bibbia (poesia, narrativa, legislazione, didattica)

Occorre operare una distinzione fra i testi didattici (ossia dottrinali, d’insegnamento) e quelli narrativi (ossia i racconti, i testi in cui si narra una storia). Questo non significa che i racconti e le storie della Bibbia non abbiano nulla da insegnarci bensì che la dottrina ha la priorità sulla narrativa. Perché? Alcune storie della Bibbia si interpretano da sole perché sono seguite da un commento esplicativo, ma non tutti gli eventi descritti sono accompagnati da un commento; occorre, dunque, prestare molta attenzione.

  • In due differenti occasioni Luca riferisce che i primi cristiani vendevano gran parte dei loro beni e ridistribuivano le proprie ricchezze secondo i bisogni della comunità (Atti 2:44-45; 4:32-35). Tale fu la condotta della Chiesa primitiva. Di conseguenza molti altri gruppi cristiani hanno cercato di vivere la medesima esperienza. Ma qui Luca ci vuole forse dire che tale condotta dovrebbe essere la norma per tutti i cristiani e che tra i cristiani non dovrebbe esistere il concetto di proprietà privata? Alcuni ne sono convinti, nondimeno sembra più opportuno ricavare da tale informazione una lezione sulla generosità.
  • Nel Vangelo di Giovanni (13:4-5) leggiamo che Gesù lavò i piedi a suoi discepoli. Questo significa che tutti i cristiani devono fare lo stesso? In senso letterale? Non si dovrebbe piuttosto intendere che il Signore ci invita a metterci al servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle?

Dobbiamo tenere in considerazione l’unità ma anche la diversità degli scrittori del Nuovo Testamento. Talvolta gli autori usano giochi linguistici ed espressioni differenti. Uno ha una particolare predilezione per una certa espressione, un altro descriverà la medesima realtà con termini diversi. È necessario dunque verificare che i due autori intendano designare la medesima realtà con linguaggi diversi. Un esempio: nei Vangeli sinottici si incontra spesso la locuzione “il regno di Dio”. Ciò corrisponde al messaggio stesso della predicazione di Gesù. Tuttavia questa espressione si incontra raramente nel Vangelo di Giovanni, in cui l’evangelista sembra preferirle l’espressione “la vita eterna” (Giovanni 3:14-16).

4. Leggere l'Antico Testamento alla Luce del Nuovo

L’apostolo Pietro ne sapeva più di Mosè e, per quanto possa sembrare sorprendente, oggi noi ne sappiamo più di Pietro! Occorre pertanto leggere i testi dell’Antico Testamento alla luce dei testi più recenti del Nuovo Testamento, e, in particolare, alla luce del Cristo.

5. Interpretare nella Comunità Ecclesiale

Interpretare il testo biblico significa riconoscere che non siamo gli unici cristiani al mondo, né da oggi né, tanto meno, dal primo secolo dell’era corrente. Per contrastare la nostra tendenza a considerarci dei piccoli papi con la Bibbia in mano, sarà importante leggere la Bibbia nella nostra comunità ecclesiale, approfittando degli insegnamenti dei pastori e dei maestri che Dio ha donato alla sua chiesa per edificarla e mantenerla nella “sana dottrina”. Non si tratta di prendere per oro colato tutto ciò che viene detto dal pulpito, bensì di ascoltare con buona disposizione d’animo - Bibbia alla mano - per vedere se quanto viene predicato è coerente con gli insegnamenti della Scrittura.

6. Adottare una Prospettiva Cristologica

Interpretare la Bibbia è, soprattutto, leggerla da una prospettiva “cristologica”, ossia alla luce della persona, dell’opera e dell’insegnamento di Gesù Cristo (vd. 2 Corinzi 1:19-20). Non dobbiamo pensare che questa sia una moda passeggera dei cristiani, i quali terrebbero “in ostaggio” la Scrittura ebraica (l’Antico Testamento). Gesù stesso affermò: “Queste sono le cose che io vi dicevo quando ero ancora con voi: che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi”.

La Bibbia tra Fede e Ricerca Storica

Quando ci si dedichi a uno studio anche solo superficiale della Bibbia, della sua natura, del suo messaggio e della sua trasmissione, si può solamente concludere che Dio voleva davvero parlarci e che le ha tentate proprio tutte. Queste parole riassumono in modo esemplare il messaggio della Bibbia: Dio ci parla affinché riponiamo la nostra fiducia soltanto in Gesù e affinché, così facendo, siamo salvati per l’eternità. Charles H. Spurgeon paragonò la Scrittura a un leone, chiedendo: "Chi ha mai sentito che qualcuno difese un leone?"

La Bibbia, con le sue espressioni e i suoi modi di dire, può a volte generare un’impressione di grande sconcerto, ma il suo messaggio, per il credente, è parola di Dio. La questione della veridicità storica della Bibbia è spesso molto diversa dalla sua verità teologica e, in realtà, è un aiuto per comprenderla meglio. La domanda cruciale è: ciò che essa ci narra, è avvenuto realmente, sì o no? Per quanto riguarda l’aspetto della salvezza, si veda quanto si legge nel documento *Dei Verbum*, n. 11.

Per lungo tempo, la storia di Israele come narrata nella Bibbia si identificava di fatto con quella narrata nella Bibbia. Sulla scia degli studi dell’archeologo W.F. Albright e di J. Bright, la storia di Israele sembrava solidamente stabilita. Tuttavia, studi più recenti, come quelli diffusi da G. Garbini, M. Liverani, I. Finkelstein e N.A. Silberman, hanno presentato conclusioni molto diverse, che vanno a mettere in discussione le certezze, ritenute così sicure, delle scuole precedenti. Così scrive ad esempio G. Garbini che la Bibbia non è un libro storico e che l'Antico Testamento è un’opera puramente letteraria. L’orientalista italiano M. Liverani e l’archeologo israeliano I. Finkelstein ritengono che si tratti di «una grande invenzione umana». Anche il più moderato J.A. Soggin afferma che per i periodi più antichi la Bibbia non può essere sottoposta a una qualunque verifica.

Quattro Questioni Fondamentali per la Storiografia Biblica

Per affrontare la questione della storiografia biblica, è utile considerare quattro aspetti:

I. La Bibbia non è una Storia Completa e Sistemica

A partire dal IX-VIII secolo a.C., la Bibbia contiene testi di genere storico che ci informano su alcuni aspetti della storia di Israele. Tuttavia, senza la Bibbia, conosceremmo ben poco di Israele, almeno fino all’epoca monarchica, e ciò che conosceremmo sarebbe tramite altre fonti, sparse e frammentarie.

II. La Bibbia Non è Scritta con Intenti Storici Moderni

La Bibbia non è stata scritta per darci una storia di Israele o del mondo antico nel modo in cui un moderno storico scrive una storia. Le modalità con cui essa parla dei fatti sono spesso più narrative o teologiche. Non ci si chiede, per esempio, se il suono delle trombe di Giosuè abbia fatto crollare le mura di Gerico in senso fisico-acustico, ma si interpreta l'evento nel suo significato teologico.

III. La Bibbia Ha una Lunga e Complessa Storia di Composizione

La Bibbia ha una complessa storia di composizione, che può essere durata anche secoli. In molti casi, i testi biblici sono stati redatti a distanza di parecchi secoli con i fatti narrati, non essendo quindi i primi testi scritti che ne parlano. Questo solleva la questione di quando, rispetto ai fatti narrati, il testo fu scritto e come ciò influenzi la sua valenza storica degli avvenimenti che essa rappresenta.

IV. Quando Iniziare la Storia di Israele?

Un’ultima questione: quando fare iniziare una storia di Israele? Alcuni ritengono che una «storia» in senso proprio inizi con il periodo dei giudici, altri con la monarchia davidica. Questa posizione, che risale agli studi di M. Noth sulla preistoria del popolo, suggerisce che i racconti relativi ai patriarchi e a Mosè e Salomone "presentano più problemi di quanti ne potremo mai risolvere" e costituiscono il punto più difficile e il più discusso della storia di Israele.

Mappa del Vicino Oriente Antico con le principali località bibliche

Le nostre fonti, in questi casi, sono spesso poco più che la Bibbia stessa, e talvolta neppure quella, rendendo difficile una risposta di ordine puramente storico. La storia deve essere arricchita con dati storico-archeologici per essere completa, ma il messaggio della Bibbia rimane primariamente religioso.

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