Il processo “Angeli e Demoni”, incentrato sui presunti affidi illeciti nella Val d’Enza, ha visto emergere un dibattito complesso e acceso, particolarmente nelle argomentazioni della difesa.
Contesto del Processo "Angeli e Demoni"
L’avvocato Cinzia Bernini, difensore insieme all’avvocato Elisabetta Strumia di Annalisa Scalabrini, assistente sociale per la quale la pm Valentina Salvi aveva chiesto sei anni e quattro mesi di carcere, ha descritto il contesto accusatorio come «costellato da indicazioni astruse, contorte, non di rado distoniche», pieno di «discrasie», e caratterizzato da un «disallineamento semantico fra le espressioni tacciate di falsità e quello che effettivamente era riversato nelle imputazioni».
L'inchiesta “Angeli e Demoni” e gli arresti sono deflagrati il 27 giugno 2019, impressionando tutta Italia con accuse pesantissime a tutta la rete dei servizi sociali della Val d'Enza e a una onlus di Torino, portando a diverse misure cautelari, di cui 6 agli arresti domiciliari. Tra i 27 indagati vi erano numerosi professionisti, inclusi medici, assistenti sociali, psicologi e psicoterapeuti, oltre a politici come l'allora sindaco Pd di Bibbiano, Andrea Carletti.
Secondo l’indagine della Procura di Reggio Emilia, avviata nel 2018, vi sarebbe stato un vero e proprio business sull’affidamento di minori. Per i pm, i bambini venivano allontanati dalle famiglie con false relazioni per l'affido retribuito ad amici e conoscenti, e per essere sottoposti a un programma psicoterapeutico pagato con soldi pubblici. Tra i reati contestati a vario titolo vi erano frode processuale, depistaggio, abuso d'ufficio, maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione e peculato d'uso. L'accusa sosteneva che ai piccoli fosse fatto una sorta di lavaggio del cervello, con l'uso di impulsi elettrici e rappresentazioni per alterare i loro ricordi e dipingere i genitori come persone malvagie. A fine luglio, il Tribunale dei minori di Bologna decise il ricongiungimento di alcuni minori con le loro famiglie.

Le Argomentazioni della Difesa Bernini: Critica all'Approccio Accusatorio
Falsità e Discrasie nelle Imputazioni
Bernini ha evidenziato come le imputazioni siano uscite «demolite, crollate sotto il peso imponente dei moltissimi elementi che hanno restituito un quadro totalmente difforme da quello proposto dall’accusa». Ha sottolineato che il processo non ha prodotto prove incriminanti, se non favorevoli alle difese. Tali elementi, che l’accusa avrebbe «radicalmente travisato» o «completamente pretermesso», includono controesami ignorati nella requisitoria, come se «non ci fossero mai stati».
Secondo Bernini, gli elementi essenziali, «valutati in una necessaria sinergia con le complessive risultanze processuali, conducono a ritenere che nei confronti della dottoressa Scalabrini debba essere pronunciata una sentenza di assoluzione per l’insussistenza del fatto, con riferimento a tutte, nessuna esclusa, le imputazioni che sono state formulate nei suoi confronti».
Il Principio dell'Oltre Ogni Ragionevole Dubbio
Bernini ha criticato che l'accusa non si sia mai confrontata con il principio dell'«oltre ogni ragionevole dubbio», un principio immanente dell'ordinamento costituzionale italiano che richiede la certezza processuale assoluta della responsabilità dell'imputato per una condanna. Ha ribadito che il dubbio, anche se generato dalla mera plausibilità di una ricostruzione alternativa, è una regola di giudizio per l'assoluzione, come stabilito dalla Cassazione. Le ipotesi verosimiglianti o fortemente plausibili non sono sufficienti per condannare, figuriamoci «soltanto delle suggestioni o dei convincimenti personali».
Bernini ha osservato un paradosso nell'argomentare dell'accusa: pur richiamando aprioristiche convinzioni degli imputati (un "movente ideologico" legato alla convinzione che i minori fossero vittime di abusi), essa stessa avrebbe fondato il proprio impianto inquisitorio su di una convinzione aprioristica, quella della responsabilità penale degli indagati, «completamente sganciata da quel crisma di quella certezza processuale assoluta» necessaria per una condanna.
Questa convinzione, a detta di Bernini, sembra essersi formata «attraverso la distorsione, l’obliterazione, l’emarginazione di elementi favorevoli all’imputata», elementi che, invece, «hanno un unico irrimediabile difetto: quello di contraddire, quando non addirittura di confutare, l’ipotesi accusatoria». L'accusa, nell'approcciarsi ai singoli capi di imputazione, non avrebbe sottoposto il proprio ragionamento «alla prova di resistenza che deve oltre ogni ragionevole dubbio». Le parti civili avrebbero parlato di «visione del pubblico ministero», suggerendo, secondo Bernini, una «visione preconcetta della responsabilità degli imputati».
Il Caso di A.B.: L'Immutazione Artificiosa e la Frode Processuale
Bernini è partita dal caso di A.B., la bambina che, a scuola, aveva detto alle maestre di sentire la «mancanza del sesso» col compagno della madre. L'accusa di frode processuale aggravata contestava a Scalabrini di aver determinato un’«immutazione artificiosa» dello stato psicologico ed emotivo di A.B., agendo sull’organizzazione e diradando gli incontri tra la bambina e i suoi familiari «senza alcuna reale e legittima motivazione, di fatto isolandola», con il fine di indurre in errore la ctu.
Per Bernini, la tesi della pm era «come se la pm avesse tentato di compiere un tuffo con triplo salto mortale carpiato all’indietro. È difficilissimo - ha detto -, ma non è possibile farlo se non c’è il trampolino e il trampolino non c’è, in questo caso, perché non ce n’è nemmeno una delle condotte contestate». In particolare, ha sottolineato Bernini, gli incontri protetti non divennero meno frequenti, bensì «è successo il contrario», facendosi «via via sempre più frequenti», come emerso da documenti e testimonianze.
Le risultanze processuali chiare, con le quali la pm non si sarebbe confrontata, includevano incontri protetti definiti sereni e affettuosi dalla famiglia, ma che nella narrazione della pm erano diventati «agghiaccianti». Il nonno della bambina, durante il controesame, avrebbe «ripetutamente ammesso che A. è sempre stata affettuosa, anche durante gli incontri protetti». Anche la madre, in un messaggio a Scalabrini e in sede di sit, aveva dichiarato di vedere la bambina «serena» e di aver notato «cose positive». Bernini ha interrogato sulla «cittadinanza di quella immutazione artificiosa», affermando che il rapporto tra la bambina e i nonni «non era stato alterato», come mostrato dalle fotografie.
Il Ruolo della CTU Beatrice Cassani
Bernini si è soffermata sul ruolo di Beatrice Cassani, psicologa e CTU nominata dal Tribunale dei Minori, che aveva il compito di valutare la capacità genitoriale nel caso della piccola A. Cassani ha ammesso in aula di aver operato una selezione soggettiva dei contenuti delle registrazioni delle sedute, distruggendo i file audio originali e trascrivendo solo quanto ritenuto utile. Bernini ha evidenziato che nella relazione di Cassani non c'è neanche un virgolettato riferito a Scalabrini, mentre è stato riportato dettagliatamente il capo di imputazione della presunta violenza privata, nonostante si trattasse di un procedimento in fase di indagini preliminari. Questo «copia-incolla» del capo di accusa ha trovato spazio nella relazione, a differenza delle «dichiarazioni esatte» delle assistenti sociali. Cassani non ritenne di confrontarsi col giudice sulla necessità di conservare quelle registrazioni, che riguardavano 21 interazioni.
Bernini ha denunciato che, rispetto all'ipotesi di reato, «quelle registrazioni costituivano pacificamente corpo di reato o comunque cosa attinente al reato e invece di essere sottoposte a sequestro, come dice il codice, sono state distrutte. E da chi? Proprio dalla persona offesa del delitto di tentata falsa perizia». Ha aggiunto che dagli ascolti delle registrazioni «si sarebbe potuto capire chi aveva detto cosa, chi aveva omesso di dire cosa con esattezza». Cassani, pur riconoscendo divergenze tra le versioni fornite dalla famiglia e quelle dei servizi sociali, ha dichiarato di non averle esplicitate, dicendo che potevano essere colte «dalle sfumature della relazione». Inoltre, la consulente ha ammesso di aver basato la valutazione di falsità o erroneità sulla coerenza narrativa prevalente tra le fonti e di aver attribuito maggiore attendibilità alle fonti familiari per la loro presunta «spontaneità», senza spiegare come questa fosse misurata. Per la difesa, questo quadro non consente di capire quali fossero le informazioni asseritamente falsate dal servizio sociale, e alla luce di questi elementi, non è ravvisabile alcun tentativo di alterare lo stato psicologico della minore o indurre in errore la CTU.
Le Dichiarazioni delle Persone Offese e la "Corsa all'Oro" della Procura
Bernini ha denunciato un uso «spregiudicato» delle dichiarazioni delle persone offese, sostenendo che il pubblico ministero avrebbe considerato «sinceri a prescindere mamma e nonni, ignorando la contraddittorietà interna ed esterna delle loro dichiarazioni». Ha ricordato come la famiglia, pur non costituita parte civile, abbia avanzato una richiesta danni verso Scalabrini, rendendosi così «portatrice di un interesse economico confliggente con l’imputata».
«Innumerevoli i momenti in cui le dichiarazioni accusatorie sono risultate contrastate da altri elementi parimenti acquisiti a questo processo», eppure, per l'accusa, non c'è stato «nessun riferimento mai alla necessità di confrontarsi con quel principio, spiegare perché» le dichiarazioni dei familiari «devono essere ritenute più credibili rispetto alle dichiarazioni di altri testimoni disinteressati: sono considerati sinceri a prescindere».
Il pm, secondo Bernini, si sarebbe mossa «come i cercatori d’oro del diciannovesimo secolo», ispezionando «granello per granello le sabbie aurifere in cerca di quel prezioso metallo», ma sul suo setaccio «sono rimasti soltanto elementi congetturali, infinitesimali, polverosi, incoerenti, illogici, sostanzialmente inconsistenti, quindi totalmente incapaci di rimanere aggrappati saldamente alle maglie del setaccio della ricerca della verità processuale». Questo si traduceva solo in «suggestioni, del tutto prive di qualsivoglia valore probatorio».
Bernini ha concluso che in questa «corsa all’oro verso la ricerca della verità processuale», l'«oro, quello vero» sono i «numerosissimi elementi che non hanno trovato spazio nei ragionamenti accusatori e che sono invece imprescindibili per restituire la verità processuale», dimostrando «la palese insussistenza dei capi d’accusa, quando non addirittura in moltissimi casi, l’evidenza dell’innocenza, la manifesta innocenza della dottoressa Scalabrini, una giovane assistente sociale che non ha fatto altro che svolgere in scienza e coscienza il suo lavoro».
La Difesa Strumia: Il Caso di A.O.
L'avvocato Strumia ha illustrato alcuni profili del caso di A.O., dove il dibattimento ruotava attorno alla presunta falsità o incompletezza delle relazioni sociali e sanitarie, in particolare riguardo a tre aspetti: la presenza di giochi in casa, la nutrizione del bambino e l’adeguatezza delle cure mediche.
Le Presunte Falsità nelle Relazioni Socio-Sanitarie
Le assistenti sociali avevano riferito di non aver visualizzato alcun giocattolo né spazi pensati per i bambini. Strumia ha spiegato che «il fatto che abbiano dichiarato di non aver visto giochi non implica che non ve ne fossero affatto o che non potessero esserci: può darsi che fossero semplicemente non visibili». La madre aveva dichiarato che i giochi erano conservati in scaffali e in una scatola, rendendo verosimile che non fossero immediatamente visibili. Inoltre, la stessa relazione faceva riferimento al padre che giocava con il bambino usando proprio quei giochi, il che contraddice l'intento di sottolineare una totale assenza di giochi.
Riguardo all’alimentazione, la procura contestava una presunta denutrizione, mai affermata esplicitamente nella relazione, che descriveva solo un bambino molto esile con abitudini alimentari problematiche, confermate da insegnanti, logopedista e pediatra (mangiava solo pane, rifiutava il cibo scolastico, i genitori lo assecondavano con pizza e patatine). La preoccupazione per una carenza nutrizionale ed educativa era supportata anche da un episodio del dicembre 2017 di vomito dopo aver mangiato un pezzo di pizza.
Per la salute dentale, le maestre riferirono che A. aveva tutti i denti cariati, ridotti a dei mozziconi. La madre aveva detto di aver sempre portato il bambino dal dentista, che le avrebbe detto che non c'era nulla da fare, mentre A. spesso si lamentava del fastidio con le maestre. Un altro punto critico era l'episodio del 21 febbraio 2018, quando le maestre trovarono tracce scure nelle mutandine del bambino. La pm contestava che nelle relazioni non fosse scritto che si trattava di feci. La difesa ha precisato che l’invio all'ospedale fu dettato da scrupolo e cautela, in presenza di un bambino spaventato, come confermato dal pediatra.
Infine, è stato accertato che dal 2016 al 2019 i genitori non avevano più portato A. ai bilanci di salute, come confermato dal libretto sanitario. Secondo la difesa, tutti gli elementi delle relazioni erano corroborati da fonti, testimonianze e documenti, e le valutazioni, anche se discutibili, non costituivano falsità ideologiche ma interpretazioni basate su dati oggettivi. La cosa più importante è che la relazione firmata da Scalabrini e dalla psicologa Federica Alfieri chiedeva al Tribunale un mandato di affido per un’indagine più approfondita, non un allontanamento.
Esiti Giudiziari e Controversie del Caso Bibbiano
Il tribunale collegiale di Reggio Emilia ha stabilito che «a Bibbiano non c’erano ladri di bambini e nessun sistema per sottrarre minori alle famiglie di origine da parte dei servizi sociali per affidarli a famiglie di amici». Il 9 luglio 2025 è arrivata la sentenza di primo grado per gli altri 14 imputati che avevano scelto il rito ordinario e che ha di fatto smontato le accuse. La prima battuta d'arresto per i pm fu la scarcerazione di Foti nel luglio dello stesso anno, seguita dalla liberazione degli altri arrestati.
Sentenze e Assoluzioni
Claudio Foti, psicoterapeuta al centro dell'indagine, che aveva scelto il rito abbreviato, fu condannato in primo grado nel 2021 a quattro anni per abuso d’ufficio e lesioni dolose gravi, ma in appello nel 2023 è stato assolto, sentenza confermata in Cassazione «per non avere commesso il fatto» e «perché il fatto non sussiste».
Anche l'allora sindaco del PD, Andrea Carletti, è stato coinvolto. Dal capo di accusa di falso ideologico è stato prosciolto; da quello di abuso d'ufficio è stato assolto a ottobre 2024, poiché il reato ha cessato di esistere con la riforma della giustizia Nordio.
Nella sentenza di primo grado, sono state condannate solo tre persone con pena sospesa: due anni a Federica Anghinolfi (responsabile dei servizi sociali nella zona di Bibbiano) ma per falso in bilancio; un anno e otto mesi all'assistente sociale Francesco Monopoli per falso in atto pubblico in una relazione; e cinque mesi a Flaviana Murru, neuropsichiatra, per rivelazione di segreto. Per il resto, gli altri 11 imputati sono stati assolti, con alcuni proscioglimenti per prescrizione.
Gli assolti da ogni accusa includono Nadia Bolognini, le psicologhe dell’Ausl Imelda Bonaretti e Federica Alfieri, le assistenti sociali Annalisa Scalabrini e Sara Gibertini, Marietta Veltri (coordinatrice dei servizi sociali), Maria Vittoria Masdea, Katia Guidetti (educatrici della Creative srl), Valentina Ucchino (neuropsichiatra dell’Ausl), Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni (due affidatarie).
Il Contesto Sociale, Politico e Mediatico
La Reazione della Politica e dei Familiari
Il caso Bibbiano ha innescato un'ampia reazione politica, con Centrodestra e Movimento 5 Stelle che hanno attaccato direttamente il Partito Democratico. Esponenti come Giorgia Meloni e Matteo Salvini si recarono a Bibbiano, accusando il PD. Ne nacque uno slogan: «PD, Parlateci di Bibbiano». Anche Luigi Di Maio fu coinvolto in querele per minacce e diffamazione. La nonna della bambina del caso-pilota, citata da Il Resto del Carlino, ha dichiarato: «Non volevo vendetta, solo un po’ di giustizia», aggiungendo: «La mia battaglia l’ho vinta quando il giudice minorile mi ha ridato la possibilità di riavere nostra nipote. Sono delusa, ma non covo rancori, nessuna vendetta». Il patrigno di un altro bambino ha espresso sconcertamento e rabbia, sentendosi come se i figli fossero stati «portati via per la seconda volta».
Il Ruolo dei Servizi Sociali e le Criticità del Sistema
Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, pur non entrando nel merito del caso specifico, ha affrontato le domande sollevate dall'inchiesta. Ha sottolineato che «non c’è nessuno strapotere» dei servizi sociali e che l'allontanamento di un minore è un processo complesso, disposto dal Tribunale per i Minorenni, non dagli assistenti sociali. L'articolo 403, che prevede il collocamento d'urgenza da parte del sindaco, è utilizzato prevalentemente per casi di immediata necessità e deve comunque essere confermato dal Tribunale per i Minorenni. Gazzi ha ribadito che ci sono «sistemi che governano le scelte» e che l'idea dello strapotere dei servizi sociali è un mito, dovuto al fatto che sono loro a eseguire i collocamenti disposti dai Tribunali.
I numeri, in contrasto con la narrazione collettiva, mostrano che in Italia ci sono 3 minori su mille fuori famiglia, contro i 9 su mille in Francia, gli 8 su mille in Germania e i 6 su mille in Gran Bretagna. L'allontanamento è considerato l'«extrema ratio», preventivo e fatto nell'interesse del minore, che è la parte più fragile da tutelare. Tuttavia, Gazzi ha anche evidenziato problemi strutturali: tagli ai servizi, esternalizzazione (con gare al massimo ribasso che causano discontinuità e ostacolano la costruzione di relazioni fiduciarie), e l'inadeguatezza di leggi datate (come quella sull’affido e le adozioni del 2001).
Esiste una «responsabilità collettiva» derivante dai tagli a tutti i servizi, come le lunghe liste d'attesa per la neuropsichiatria infantile. Gazzi ha criticato la facilità con cui si attribuiscono tutte le colpe a chi è in prima linea, sottolineando che le responsabilità sono di molti: «enti locali e cooperative che non autorizzano gli assistenti sociali a fare formazione» e la mancanza di supervisione in molti territori. L'Ordine degli Assistenti Sociali, pur non essendo un sindacato, ha una funzione disciplinare: i cittadini possono segnalare errori e l'Ordine ha l'obbligo di trasmettere le segnalazioni ai consigli di disciplina territoriale, composti da professionisti indipendenti.
Il Dibattito Mediatico e la Giustizia
Il processo mediatico sul caso Bibbiano è stato intenso. «I processi si fanno nelle aule dei tribunali, non sui giornali», ha ribadito Gazzi. Ha ricordato l'inchiesta giornalistica “Veleno” di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, che ha portato alla riapertura di casi di molti anni fa, e i precedenti processi modenesi tra il 1998 e il 2002, che si conclusero con quattordici condanne e sette assoluzioni definitive per ipotesi di abuso sessuale su minori. Quei processi si svolsero in un'epoca in cui le conoscenze scientifiche sull'audizione di minori abusati, le domande suggestive e l'induzione di falsi ricordi erano a uno stato iniziale. Le sentenze modenesi dedicarono ampio spazio a queste problematiche, un aspetto che si lega alle questioni affrontate nel caso Bibbiano. Il messaggio «Giù le mani dai bambini» è diventato uno slogan potente, apparso davanti ai tribunali durante il clamore mediatico dell'inchiesta "Angeli e Demoni".
In merito alla risoluzione del caso, la Procura di Reggio Emilia rese nota l'inchiesta “Angeli e Demoni” per nove casi sospetti. I numeri, per quanto non ripresi con lo stesso clamore di giugno 2019, hanno fatto chiarezza: 7 bambini su 9 erano già stati restituiti alle loro famiglie prima che scattassero le misure cautelari. Ciò significa che i servizi e il Tribunale avevano protetto temporaneamente i minori, approfondito le situazioni, verificato e deciso, contrariamente alla narrazione mediatica che spesso presentava il rientro in famiglia come riparazione di un errore.
