Benedetto XVI: Perdono e Giustizia nell'Insegnamento della Chiesa

Il magistero di Benedetto XVI, in continuità con la Dottrina Cattolica, offre una profonda riflessione sull'indissolubile intreccio tra fede, carità, perdono e giustizia. Queste virtù teologali e principi etici sono intimamente uniti, e una visione che le separi o le opponga risulta fuorviante. È limitante l'atteggiamento di chi pone un accento così forte sulla priorità della fede da sottovalutare le opere della carità, riducendola a generico umanitarismo. D'altro canto, è altrettanto limitante sostenere un'esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall'attivismo moralista.

Fede, Carità e il Servizio della Parola

L'esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell'incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura, lo zelo degli Apostoli per l'annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4).

Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede. A volte si tende a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario; è importante, invece, ricordare che la massima opera di carità è proprio l'evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». L'invito ad evangelizzare si traduce in un appello alla conversione.

infografica che illustra l'intreccio tra fede, carità, perdono e giustizia secondo la dottrina cattolica

L'Autentica Concezione del Perdono

Il Perdono Come Dono e la Necessità del Pentimento

Nostro Signore Gesù Cristo afferma che il perdono deve essere concesso solo a chi è veramente pentito: «se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli» (Lc. 17,3). Il rimprovero non è assenza di perdono, né il perdonare significa non rimproverare o non riprendere l'errante. Essere “perdonati” non è un diritto, ma un dono che bisogna guadagnare, una concessione di un animo addestrato dal Cristo stesso, dal momento che “per-donare” è dono di Dio, un'incapacità degli uomini a causa del Peccato Originale.

San Giovanni Paolo II insegna che la penitenza, «lungi dall’essere un sentimento superficiale, è un vero capovolgimento dell’anima. (...) Fare penitenza vuol dire cambiare direzione anche a costo di sacrificio e riparare il male fatto a Dio, a se stessi, ai fratelli, a tutto il creato... Fare penitenza è qualcosa di autentico ed efficace soltanto se si traduce in atti e gesti di penitenza. La penitenza è la conversione che passa dal cuore alle opere...»

Giustizia Divina e Sacrificio di Cristo

L’analisi del peccato, della sua vera essenza e dell’itinerario che da esso ha origine, indica che, ad opera del diavolo, vi sarà lungo la storia una costante pressione al rifiuto di Dio che porta fino all’odio verso il Creatore: «amore di sé fino al disprezzo di Dio», come dice S. Agostino. Come condizione del perdono, Dio fece ricadere su Gesù l’iniquità di tutti: «il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is. 53,5).

Giovanni Paolo II aggiunge: «La giustizia di Dio ha stabilito per la redenzione il processo inverso: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé da parte del figlio prediletto, che offrì un sacrificio perfetto mediante l’atto della sua morte: - offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14). Il “calice” della passione è il destino che il Padre ha riservato al Figlio. Il sacrificio della vita è stato voluto dal Padre e Gesù, come uomo, solo a Dio chiede di togliere tale pena: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39).

La morte di Gesù non deve essere confusa con la logica del pacifismo. La crocifissione di Nostro Signore è un atto di obbedienza alla giustizia voluta dal Padre, è un atto di amore per noi e un atto di condivisione dell’umana sofferenza, attraverso il quale si attiva il perdono a determinate condizioni. Giovanni Paolo II precisa: «Noi non siamo pacifisti, non vogliamo la pace ad ogni costo. Una pace giusta. Pace e giustizia. La pace è sempre opera della giustizia... Opus iustitiae, pax».

Perdono Evangelico vs. "Perdonismo"

Il perdono del Vangelo non è il “perdonismo” oggi in voga e non è un diritto. Perdonare significa, propriamente, donare di nuovo, una disponibilità personale a donare di nuovo il nostro aiuto a chi è pentito. È un dono che a nostra volta abbiamo ricevuto dal Crocifisso, per questo si parla di “grazia del perdono”. Perdonare significa che non dobbiamo odiare il colpevole pentito (anzi Gesù ci chiede di amare i nostri nemici), cioè non dobbiamo desiderare il male per il male.

Al contrario, perdonare significa offrire il nostro aiuto al colpevole veramente pentito per il male fatto, e questo compatibilmente con le esigenze della giustizia umana (e Divina) che esige la riparazione del male e la punizione (la penitenza nel Vangelo) del colpevole. L’esempio più chiaro dei Vangeli è il fatto tra Gesù e l’adultera: «Allora Gesù, alzatosi, le chiese: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Rispose: Nessuno, Signore. Le disse Gesù: Neppure io ti condanno, va e non peccare più» (Gv.8,3,11).

rappresentazione di Gesù e l'adultera

Similmente, quando guarisce il paralitico, Gesù aggiunge un severo monito: «perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio» (Gv.5,14). Purtroppo a questi episodi, in troppe prediche, vengono tolte le frasi finali “va e non peccare più” e “perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio”, che sembrano diventate, oggi, richieste intolleranti. Il Cardinale G. Biffi sottolinea: «Se io vengo percosso sulla guancia destra, la perfezione evangelica mi propone di offrire la sinistra. Ma se si attenta alla verità, la stessa perfezione evangelica mi fa obbligo di adoperarmi a ristabilirla: perché, dove si estingue il rispetto della verità, comincia a precludersi per l’uomo ogni via di salvezza».

Giustizia, Castigo e Legittima Difesa

Il Senso del Castigo

Il castigo è certamente la privazione di un bene. Il criminale, per esempio, viene privato della libertà, ma tale sacrificio di un bene è fatto non per il desiderio del male in sé stesso ma con lo scopo di salvaguardare o di ottenere un bene più grande: la riabilitazione del pentito. Esiste una gerarchia dei beni, come insegna San Tommaso d’Aquino: il bene dell’anima è superiore al bene del corpo, e il bene rappresentato dai diritti dell’innocente, della famiglia e della comunità civile è superiore al bene della libertà del criminale.

Lo Stato può privare il condannato del bene della libertà, in espiazione del male fatto, dopo che, con il suo crimine, egli si è già privato del suo diritto alla libertà. La perdita di certi diritti va attribuita allo stesso criminale che vi si è esposto e privato con la sua azione. L’autentica disposizione d’animo del perdono è bene espressa nell’opera di misericordia corporale che dice di - visitare i carcerati - ma non dice di abolire le carceri e le condanne.

L'Interpretazione di "Porgi l'Altra Guancia"

Come interpretare le parole di Gesù: «ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due» (Mt 5,38 - 41)? Queste parole non possono essere interpretate alla lettera. Nostro Signore stesso, che ha raccomandato di non opporsi al malvagio, in realtà, non si è comportato sempre secondo la lettera di tale insegnamento. A Gerusalemme, dopo aver fatto una sferza, percosse i mercanti che si trovavano nel tempio (cfr Gv 2,14 - 15).

Quando una delle guardie del Sommo Sacerdote lo schiaffeggia, invece di porgere l’altra guancia si oppone al gesto ingiusto del malvagio difendendosi verbalmente: «se ho parlato male, dimostrami dov’è il male, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23). Davanti all’offesa personale Gesù porge senza dubbio la guancia, ma non tace quando ad essere colpita è la “Verità” stessa. Quello che Gesù ci chiede è di non vendicarci, di non usare “l’occhio per occhio”, la reazione deve essere intelligente e sapienziale.

Legittima Difesa e il V Comandamento

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, citato da Giovanni Paolo II, stabilisce che «la legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile». L'esito mortale di tale difesa è attribuibile all’aggressore stesso che vi si è esposto con la sua azione. Il V comandamento, “non uccidere”, è precisato dalla Scrittura: «non far morire l’innocente e il giusto» (Es. 23,7). L’uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell’essere umano e alla santità del Creatore.

La rinuncia al diritto di difendersi da parte del singolo può assumere un significato profetico, attestando la fede in un’altra vita e nella giustizia definitiva di Dio. Ma la legittima difesa, dato il vincolo di solidarietà che ci lega agli altri uomini, è quasi sempre un grave dovere, soprattutto per i governanti che sono responsabili del bene comune. L'apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, dice: «Vuoi non avere da temere l’autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male» (Rm 13,3 - 4). Dio ha affidato ai governanti la spada per punire chi fa il male, cioè il potere temporale.

simbolo di giustizia e diritto

Le Beatitudini e la Realtà del Giudizio Divino

Qualcuno vede una certa contraddizione tra le esigenze della giustizia e lo spirito delle beatitudini evangeliche, in particolare quelle che dicono: «beati gli afflitti perché saranno consolati» e «beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,4 e 5,10). Le beatitudini, in realtà, non intendono distogliere l’uomo dalla realizzazione della giustizia, ma dall’atteggiamento integralista di chi crede di poter realizzare un mondo e una società perfetti, confondendo Paradiso e mondo, Cesare e Dio, verità e legge, stato e religione, fede e vita.

Il cristiano, invece, deve evitare di confondere la sfera della fede con quella della vita, ma altrettanto deve accuratamente guardarsi dal separare la fede dalla vita. Le beatitudini permettono di stabilire l’ordine temporale in funzione di un ordine trascendente, che, senza togliere al primo il suo specifico contenuto, gli conferisce la sua vera misura. Esse preservano dall’idolatria dei beni terreni e dalle ingiustizie, e distolgono dalla ricerca utopistica e pericolosa di un mondo perfetto, perché «passa la scena di questo mondo» (1 Cor 7,31).

L'Importanza di Giudizio, Inferno, Purgatorio e Paradiso

Benedetto XVI ha più volte sottolineato l'importanza di parlare dei temi fondamentali della fede che purtroppo appaiono raramente nella predicazione, quali giudizio, inferno, purgatorio e paradiso. Nell'enciclica «Spe Salvi», ha voluto parlare proprio del giudizio ultimo e universale, e in questo contesto anche di purgatorio, inferno e paradiso. Non dobbiamo dimenticare la dimensione dell'aldilà per responsabilità verso la terra e gli uomini che oggi vivono.

Quando non si conosce il giudizio di Dio, quando non si conosce la possibilità dell'inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione. Allora l'uomo non lavora bene per la terra perché perde i criteri, non conosce più sé stesso non conoscendo Dio, e distrugge la terra. Tutte le grandi ideologie che hanno promesso di creare un mondo nuovo e giusto, hanno invece distrutto il mondo e, soprattutto, le anime.

Il giudizio ultimo di Dio garantisce la giustizia. Solo Dio stesso può creare la giustizia che deve essere giustizia per tutti, anche per i morti. La speranza cristiana è che, anche con tante sporcizie nell'anima, il Signore ci dia la possibilità di essere lavati dalla sua bontà che viene dalla sua croce. Il paradiso è la speranza, è la giustizia finalmente realizzata, e ci offre i criteri per vivere bene in questo tempo, seguendo i comandamenti che ci mostrano come scegliere la vita.

Alessandro Barbero - Il giudizio Universale

Il Sacramento della Penitenza: Rinnovamento e Guarigione

Dobbiamo parlare del peccato e del sacramento del perdono e della riconciliazione. Un uomo sincero sa di essere colpevole, che dovrebbe ricominciare, essere purificato. Il Signore ci offre una meravigliosa realtà: una possibilità di rinnovamento, di essere nuovi. Questo aspetto del rinnovamento, della restituzione del nostro essere dopo tanti sbagli e peccati, è la grande promessa, il grande dono che la Chiesa offre, e che la psicoterapia, pur necessaria, non può dare pienamente. Le anime ferite e malate hanno bisogno non solo di consigli ma di un vero rinnovamento, che può venire solo dal potere di Dio, dal potere dell'Amore crocifisso.

Benedetto XVI e la Sofferenza della Chiesa

Fatima e gli Attacchi Dall'Interno

Nelle sue riflessioni sulle Apparizioni di Fatima, Benedetto XVI ha sottolineato che «la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». Già nel 2000, nella presentazione del terzo segreto, aveva indicato che, oltre alla grande visione della sofferenza del Papa (riferibile in prima istanza a Giovanni Paolo II), «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano». La Chiesa ha profondo bisogno di reimparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. «Il perdono non sostituisce la giustizia». Così come per essere sacramentalmente perdonati non basta confessare di aver rubato ma occorre restituire, così per l'abuso sessuale dei minorenni, il perdono non sostituisce la giustizia.

Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo. La risposta di Fatima non si riduce a devozioni particolari, ma è un appello fondamentale alla conversione permanente, alla penitenza, alla preghiera, e alle tre virtù cardinali: fede, speranza e carità. Benedetto XVI parla realisticamente del male che «attacca dall’interno e dall’esterno», ma ricorda che «la bontà di Dio è sempre l’ultima parola della storia umana» e della storia di ogni persona. Resta sempre la possibilità di pentirsi e di riparare con giustizia, lasciarsi riconciliare nel Sacramento e ricominciare. Per questo è necessaria la penitenza, cioè la conversione.

simbolica rappresentazione della Chiesa che soffre, con elementi di purificazione e speranza

Giustizia e Perdono nel Dibattito Contemporaneo

Critica della Giustizia Formale

Il rapporto tra giustizia e perdono è un problema cardine della nostra cultura. La giustizia, per essere davvero coerente a sé stessa dinanzi al male, deve saper dire, attraverso i contenuti dei gesti in cui si esprime, ciò che è altro dal male. Ma la nostra cultura ha teorizzato la giustizia in un senso meramente formale, come reciprocità dei comportamenti, secondo il modello della bilancia. Questa visione contrattualistica porta a percepire la domanda di giustizia dei deprivati come attinente alla carità, cioè ad un ambito discrezionale, e finisce per operare come un moltiplicatore del male.

Giovanni Paolo II, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002, significativamente intitolato «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono», ha proposto che il perdono sia chiamato a informare non solo l’atteggiamento dei singoli individui, ma anche la definizione delle regole giuridiche: «Nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una “politica del perdono” espressa in atteggiamenti sociali e in istituti giuridici nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano». L'immagine di Dio è rimasta spesso ispirata alla figura del giudice che premia e condanna, più che al rivelarsi di Dio come amore misericordioso, e la salvezza in Gesù è stata ridotta a un’operazione giuridicistica in cui la sofferenza di Cristo compenserebbe il male del peccato di Adamo, ristabilendo un equilibrio.

Questa prospettiva oscura la percezione di come il male costituisca fallimento per sé stesso, a prescindere da una pena. E di come dinnanzi al male la giustizia divina si manifesti quale offerta gratuita di un percorso inteso alla liberazione, identificandosi nella spendita di sé medesimo da parte di Dio, per la salvezza di ogni essere umano, fino alla croce.

Le Nuance di Benedetto XVI

Benedetto XVI ha ripreso il rapporto tra giustizia divina e perdono. Nell’enciclica «Deus caritas est», riguardo all’Antica Alleanza, si afferma che «l’amore appassionato di Dio per il suo popolo - per l’uomo - è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia». Una realtà, prosegue Benedetto XVI, nella quale «il cristiano vede già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore». Nel discorso tenuto dal Pontefice il 18 dicembre 2011 ai detenuti del carcere di Rebibbia, invece, la stessa contrapposizione teorica di giustizia e amore (peraltro riferita in precedenza alla sola prospettiva veterotestamentaria) scompare.

Benedetto XVI durante una visita pastorale, con l'attenzione alle persone

Il Perdono nella Società Civile: Una Prospettiva Laica

Le omelie di alcuni sacerdoti a volte ricordano ai fedeli che il perdono è il distintivo di ogni cristiano, dimenticando però che ogni perdono necessita la sua giustizia. Lo storico e giornalista Giordano Bruno Guerri, in un suo articolo, si chiede: «Ma non chiedeteci di perdonare», esprimendo la difficoltà di un non credente a capire come un genitore possa perdonare l’assassino di suo figlio. Egli sostiene che il cristianesimo contempla una punizione e un’espiazione prima del perdono. Per quanto riguarda la società civile, la difesa della vita umana dalla violenza di un omicida è uno dei pilastri su cui si regge la società civile. Per chi commette un reato, la giustizia prevede una pena, tanto più per l’omicidio.

Il carcere ha il pregio di allontanare dalla società chi potrebbe colpire ancora e di punire con la perdita della libertà. Nel caso di un assassino, Guerri auspica una pena lunga, lunghissima, e che il perdono dei genitori della vittima non possa costituire in alcun modo un’attenuante e portare a una condanna più mite. Questo sottolinea come, al di là della dimensione personale e spirituale del perdono, la giustizia civile mantenga un ruolo indispensabile nella protezione della società e nella riparazione del male, pur mirando alla riabilitazione del condannato.

Conclusione: Amore, Verità e Giustizia

L'amore caritatevole di Dio si rende evidente nella verità, perché Dio è verità. Non è possibile un amore che sia privo di intelligenza. È per questo motivo esso è inseparabile dalla ricerca della verità, dal momento che dall'uno discende l'altro. Benedetto XVI ha ribadito che «caritas in veritate», l’amore è nella verità. Quanto più ci si avvicina alla verità, tanto maggiormente ci si avvicina all’amore vero e profondo di Dio. La parola è amore, e la parola è Dio, perciò Dio è parola, verità e amore. Amore e verità si percepiscono entrambi carne viva della stessa storia dell’umanità, della vita sociale dei popoli e degli uomini.

La grandezza della Chiesa si manifesta nel suo servizio agli uomini, con il dono e il perdono, attraverso la grazia, in Dio. Dall’amore che la verità discende, nel senso più ampio del termine, si comprende l'importanza del consorzio umano, dell'impegno e del sacrificio nell’interesse comune, e del bene dell’altro. L’amore di Dio, come ha ricordato il Santo Padre in un'omelia, «cambia dal di dentro l’esistenza dell’uomo e conseguentemente di ogni società, perché solo il suo amore infinito lo libera dal peccato, che è la radice di ogni male». Se è vero che Dio è giustizia, non bisogna dimenticare che Egli è soprattutto amore, e che «se odia il peccato, è perché ama infinitamente ogni persona umana». Non c’è perdono senza pentimento; solo il perdono divino e il suo amore, ricevuti con cuore aperto e sincero, ci danno la forza di resistere al male e di “non peccare più”.

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