Il Messaggio di Benedetto XVI al Meeting di Rimini e la Natura dell'Uomo

Il Papa Benedetto XVI ha inviato un messaggio al vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi, in occasione dell'apertura della XXXIII edizione del Meeting per l'Amicizia fra i Popoli. L'evento, che si è tenuto a Rimini, ha avuto come tema centrale "La natura dell'uomo è rapporto con l'infinito", una scelta "particolarmente significativa in vista dell'ormai imminente inizio dell''Anno della fede', che ho voluto indire in occasione del Cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II". Nella giornata inaugurale del Meeting, il premier Mario Monti ha partecipato all'incontro dedicato a "i giovani e la crescita".

Foto di Benedetto XVI che invia un messaggio al Meeting di Rimini

L'Uomo come Creatura e la Sete di Infinito

Il Santo Padre, nel suo messaggio, ha sottolineato l'importanza di vivere la vita come vocazione, citando anche don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. Parlare dell’uomo e del suo anelito all’infinito significa innanzitutto riconoscere il suo rapporto costitutivo con il Creatore. L’uomo è una creatura di Dio. Questa parola, "creatura", sembra oggi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come a un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. La considerazione dell’uomo come creatura appare "scomoda" poiché implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o, meglio, a Qualcun altro - non gestibile dall’uomo - che entra a definire in modo essenziale la sua identità.

La Dipendenza Originaria e la Dignità Suprema dell'Uomo

Questa identità è relazionale, il cui primo dato è la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e ci ha creati. Eppure, questa dipendenza, da cui l’uomo moderno e contemporaneo tenta di affrancarsi, non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo, chiamato alla vita per entrare in rapporto con la Vita stessa, con Dio. Dire che "la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito" significa allora dire che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con Dio, con l’Infinito.

All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza, e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano: "Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò" (Gen, 1,27). Il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi dei nostri progenitori a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui. Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo, quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso.

La Ricerca di "Falsi Infiniti"

Il Salmo 63 [62] ci aiuta a entrare nel cuore di questo discorso: "O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua" (v. 2). Non solo l’anima, ma ogni fibra della carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. Questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo: anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. Inizia invece una ricerca affannosa e sterile di "falsi infiniti" che possano soddisfare almeno per un momento. La sete dell’anima e l’anelito della carne di cui parla il Salmista non si possono eliminare, così l’uomo, senza saperlo, si protende alla ricerca dell’Infinito, ma in direzioni sbagliate: nella droga, in una sessualità vissuta in modo disordinato, nelle tecnologie totalizzanti, nel successo ad ogni costo, persino in forme ingannatrici di religiosità. Anche le cose buone, che Dio ha creato come strade che conducono a Lui, non di rado corrono il rischio di essere assolutizzate e divenire così idoli che si sostituiscono al Creatore.

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Il Cammino di Purificazione e la Vera Libertà

Riconoscere di essere fatti per l’infinito significa percorrere un cammino di purificazione da quelli che abbiamo chiamato "falsi infiniti", un cammino di conversione del cuore e della mente. Occorre sradicare tutte le false promesse di infinito che seducono l’uomo e lo rendono schiavo. Per ritrovare veramente se stesso e la propria identità, per vivere all’altezza del proprio essere, l’uomo deve tornare a riconoscersi creatura, dipendente da Dio. Al riconoscimento di questa dipendenza - che nel profondo è la gioiosa scoperta di essere figli di Dio - è legata la possibilità di una vita veramente libera e piena.

È interessante notare come san Paolo, nella Lettera ai Romani, veda il contrario della schiavitù non tanto nella libertà, ma nella figliolanza, nell’aver ricevuto lo Spirito Santo che rende figli adottivi e che ci permette di gridare a Dio: "Abbà! Padre!" (cfr 8,15). L’Apostolo delle genti parla di una schiavitù "cattiva": quella del peccato, della legge, delle passioni della carne. A questa, però, non contrappone l’autonomia, ma la "schiavitù di Cristo" (cfr 6,16-22), anzi egli stesso si definisce: "Paolo, servo di Cristo Gesù" (1,1). Il punto fondamentale, quindi, non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi.

L'Incarnazione: Risposta all'Anelito Umano e la Vita come Vocazione

Sorge una domanda: non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. Dall’Incarnazione, dal momento in cui il Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo.

L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino. Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità. "Ci hai fatti per te - scriveva Agostino - e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te" (Confessioni I, 1,1).

Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci chiede attraverso le circostanze della vita, fosse anche la dedizione di tutto noi stessi in una forma particolare di seguire e imitare Cristo nel sacerdozio o nella vita religiosa. Il Signore, chiamando alcuni a vivere totalmente di Lui, richiama tutti a riconoscere l’essenza della propria natura di essere umani: fatti per l’infinito. E Dio ha a cuore la nostra felicità, la nostra piena realizzazione umana. Dobbiamo chiedere di entrare e rimanere nello sguardo della fede che ha caratterizzato i Santi, per poter scoprire i semi di bene che il Signore sparge lungo il cammino della nostra vita e aderire con gioia alla nostra vocazione.

In conclusione del suo messaggio, il Papa ha auspicato che questi brevi pensieri possano essere di aiuto per coloro che prendono parte al Meeting, assicurando la sua vicinanza nella preghiera e augurando che la riflessione di questi giorni possa introdurre tutti nella certezza e nella gioia della fede. Ha impartito una particolare Benedizione Apostolica al Vescovo, ai responsabili e agli organizzatori della manifestazione, come pure a tutti i presenti.

Storie di vocazione

Il Dialogo al Meeting: La Scelta di Abramo e le Sfide del Presente

Il Meeting ha ospitato un dialogo significativo tra Joseph Weiler, Presidente dell'European University Institute (EUI), e Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, sul tema "La scelta di Abramo e le sfide del presente". Questo confronto è nato da una conversazione tra tre amici che hanno accettato la sfida di sovvertire una modalità di racconto tenendo al centro le cose che si dicono, si pensano e si sentono.

Le parole della Genesi "Il Signore disse ad Abram: 'Vàttene dal tuo Paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il Paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione'" (Gen 12,1-2), sono state il punto di partenza. Come ha detto L. Giussani, "Balza agli occhi come il progetto più realistico sulla vita di Abramo sia non il suo, ma il progetto di un Altro. E questo, se si accetta nella sua manifestazione iniziale, lo si deve poi verificare nel tempo." (Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995).

Le Tre Rivoluzioni di Abramo

Secondo Weiler, l'avvenimento di Abramo rappresenta tre rivoluzioni. Sebbene Dio avesse già parlato nella storia (con Adamo, Caino, il Diluvio), la novità sta nella natura della conversazione tra Dio e l’uomo con Abramo.

1. La Rivoluzione dell'Alleanza: Un "Tu" che Non Impone

La prima rivoluzione è nell'Alleanza. Dio offre, non impone, un’Alleanza ad Abramo, ed è la prima Alleanza. Nell’alleanza ci sono due parti, entrambe sovrane. L'invito "Vattene dal tuo Paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre" non è un comando, ma una proposta: "Ti propongo di andar via, ti propongo una terra promessa, ma sta a te decidere". Questa natura dell’alleanza responsabilizza l’altro, il quale deve prendere la propria responsabilità; non è un’obbedienza, ma l’accettazione di un uomo creato a immagine di Dio con la possibilità di dire anche "no" a Dio. Dio aspetta con ansia la risposta di Abramo. È proprio questo "io" capace di rispondere che emerge, per la prima volta, con Abramo, dopo che il rapporto di familiarità iniziato con la creazione si era interrotto a causa del rifiuto umano. Come ha sottolineato il Professore Giorgio Buccellati, per i mesopotamici non è possibile dare del tu al fato. Ma che l’io sia costitutivamente rapporto con un tu, come insegna la storia dell’Alleanza, è ciò che si può constatare osservando l’esperienza umana elementare di ciascuno. Senza un "tu" la vita viene meno e tutto diventa prevedibile, come espresso dal cantante F. Guccini: "Non sono quando non ci sei e resto solo con i pensieri mei" (Vorrei). Senza Alleanza, senza dialogo con quel Tu, non c’è più niente di imprevisto, ci ritroviamo incastrati nel prevedibile, come è accaduto prima ai mesopotamici e poi ai greci (Eschilo: "Nessun mortale deve fomentare pensieri che superano la sua condizione mortale"). Invece, chiamandolo, Dio fa emergere in Abramo tutto il suo desiderio d’uomo, affinché possa assecondare la proposta dell’Alleanza, percependone fin dall’inizio la convenienza umana. Questa non è, prima di tutto, una questione etica, ma riguarda la natura propria dell’io. La "Terra promessa" non è soltanto un territorio, ma un altro tipo di vita, di responsabilità, di relazioni tra esseri umani e tra esseri umani e Dio.

Mappa illustrativa del viaggio di Abramo

2. La Rivoluzione della Sensibilità Etica Innata

La seconda rivoluzione riguarda la moralità. Quando Dio sceglie Abramo, dicendo "Infatti io l`ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore realizzi per Abramo quanto gli ha promesso", è una proposta rivoluzionaria perché Dio non gli ha dato ancora una legge o insegnato la moralità. La moralità, la sensibilità etica, è radicata nella ragione che fa parte della natura umana. Questo è rivoluzionario: quattromila anni prima di Immanuel Kant, si trova già un’interiorità che ha la sensibilità etica di agire con giustizia senza essere istruita nemmeno da Dio. È qualcosa che fa parte dell’essere umano.

3. La Rivoluzione della Giustizia: L'Uomo che Interroga Dio

La terza rivoluzione è il grande gesto di Abramo che interroga Dio. Quando Dio dice: "Vado a distruggere Sodoma e Gomorra", Abramo non risponde con una cieca accettazione, ma chiede: "Come è possibile? E se ci fossero a Sodoma e Gomorra anche solo 50 innocenti non è possibile che tu, Dio, il giudice di tutta la terra, non faccia tu stesso giustizia distruggendo gli innocenti con i colpevoli…". Questa è una rivoluzione copernicana della giustizia: "Se non è giusto, non può essere da Dio". Ciò non accadeva prima nella civiltà umana, dove ciò che Dio diceva era di per sé giusto. Questa novità accade come conseguenza di un avvenimento storico, dell’entrata del Mistero nella storia. L’uomo, nella sua struttura costitutiva, esisteva già prima di Abramo, ma, come dice don Giussani, quello che nell’uomo è come struttura, in potenza, emerge e si attua solo in rapporto a una provocazione adeguata, all’intervento di quel "Tu". Come nel bambino che ha bisogno del "tu" della madre perché si desti la coscienza di sé. Dio, in un certo senso, mette alla prova Abramo, e l'intervento divino sprigiona tutta la potenza del desiderio di Abramo, facendo emergere un determinato tipo d’uomo. Come dice il salmista, "O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora Ti cerco, di Te ha sete l’anima mia. A Te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua", mostrando quale provocazione deve avere ricevuto Abramo perché nel suo io si ridestasse quella sete.

La Riduzione dell'Io nell'Età Moderna

Tuttavia, come ha osservato Julián Carrón, questa consapevolezza dell’io non è per sempre. A volte l’attrattiva divina sembra non essere più sentita o intercettata. Citando P. Citati ("Questa generazione che non vuol crescere mai", la Repubblica, 2 agosto 1999), si evidenzia una "continua corsa verso l’immaturità" nei giovani, che "non sanno chi sono. Preferiscono restare passivi […]. Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L’unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia."

E. Scalfari ("Quel vuoto di plastica che soffoca i giovani", la Repubblica, 5 agosto 1999) descrive una "ferita" data dalla "noia, l’invincibile noia, la noia esistenziale che ha ucciso il tempo e la storia, le passioni e le speranze", e parla di "occhi stupefatti, estatici, storditi, fuggitivi, avidi senza desiderio, cupidi senza cupidigie, solitari in mezzo alla folla", definendola una "generazione disperata". Anche Rainer Maria Rilke ("Seconda Elegia") esprime un sentimento simile riguardo a una speranza ineffabile.

Storie di vocazione

Diritti Senza Responsabilità: Il Messaggio Anti-Abrahamitico

Joseph Weiler, in quanto professore di giurisprudenza, ha notato un assetto comune tra i giovani studenti di Diritto costituzionale in tutto il mondo: l'ossessione per i diritti ("diritti dell’uomo", "diritti fondamentali", "dove sono i nostri diritti"?), ma una totale assenza della parola responsabilità. Nessuno chiede quali siano i doveri fondamentali o dove sia la responsabilità personale, preferendo scaricare sugli altri la colpa di ciò che accade. Questo, secondo Weiler, è la riduzione dell’io, il messaggio anti-abrahamitico, in contrasto con Abramo che si assunse la responsabilità per i suoi atti e la sua esistenza. La parola chiave, quindi, non è più diritti, ma responsabilità. Le parole di Citati, Scalfari e Rilke descrivono bene il venir meno dell’io.

Se le dimensioni dell’io si radicano originalmente nella natura umana, come possono venire meno storicamente? Come mai dal desiderio dell’uomo di diventare più protagonista, con cui era cominciato l’Umanesimo, siamo finiti in questo torpore e in questa noia? Colpisce la frase di Hannah Arendt: "L’uomo moderno non guadagnò questo mondo quando perse l’altro mondo, e neppure la vita ne fu favorita (…). È perfettamente concepibile che l’età moderna, cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana, termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto." (Vita Activa, Bompiani, Milano 1964, p. 140). Si tende a pensare che il racconto di Abramo sia solo per i pii o una questione etica, che il rapporto con un "tu" non sia così necessario per esprimere l’"Io" con tutta la propria capacità di risposta e responsabilità. Invece, appena viene meno questo rapporto, si decade nel torpore e nella noia. Il Mistero, che era entrato nella storia con Abramo, è stato percepito dall’uomo come qualcosa di contrario o ostile a sé, e questo atteggiamento ha avuto come conseguenza il venir meno dell’io.

È significativo che certe espressioni artistiche, come il cinema, sembrino ritornare al mondo antico greco-latino, prima della chiamata di Abramo e dell’avvenimento di Cristo. Come nella frase di un film di Ingmar Bergman, Fanny e Alexander: "Noi Ekdahl non siamo venuti al mondo per scrutarlo a fondo. No davvero. Noi non siamo preparati, attrezzati per questo tipo di indagini (…). Noi vivremo in piccolo…, nel piccolo mondo. E ci contenteremo di quello. Lo coltiveremo e lo useremo nel modo migliore. (…) La vita è fatta così. Proprio per questo motivo è necessario (…) gioire di questo piccolo mondo, della buona cucina, dei dolci sorrisi, degli alberi da frutta che sono in fiore, o anche di un valzer." Questo è diventato l’io da quando è venuta meno la coscienza di quel rapporto costitutivo, oggi ridotto a una sorta di spiritualità, di etica, di fiaba religiosa per visionari.

Weiler, pur essendo religioso, ha tenuto a precisare che la pienezza della vita e l'assunzione di responsabilità non sono esclusiva dei religiosi; anche un laico ateo può vivere una vita piena. Il pericolo è la superbia. Cita il detto che "Cosa chiede Dio di te? Di fare giustizia, la misericordia e di andare umilmente con il tuo Dio". Queste constatazioni non sono solo per gli uomini religiosi, ma descrivono ciò che accade.

Julián Carrón ha aggiunto che Giussani ha identificato bene il dramma del nostro tempo come una "mancanza di responsabilità", una "debolezza di coscienza" che non è etica, ma di energia della coscienza. Non si tratta di pigrizia o errori (che si fanno sempre), ma della diminuzione della capacità di adesione a qualcosa d’altro da sé.

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