Benedetta Bianchi Porro: Una Vita di Fede e Speranza verso la Beatificazione

La storia di Benedetta Bianchi Porro è un esempio luminoso di fede incrollabile, resilienza e amore per la vita, nonostante le indicibili sofferenze causate da una grave e progressiva malattia. Nata a Dovadola e cresciuta in un ambiente culturalmente ricco, Benedetta ha affrontato con straordinario coraggio le prove che la vita le ha posto, diventando un faro di speranza e un modello per molti, fino alla sua beatificazione.

La Vita di Benedetta Bianchi Porro: Nascita, Studi e la Lotta contro la Malattia

Benedetta Bianchi Porro nacque a Dovadola l’8 agosto 1936 da Guido, un famoso ingegnere, e da Elsa Giammarchi, una donna colta e molto sensibile. La famiglia poteva aiutarla a sviluppare tutte le sue doti e aveva i mezzi per farla studiare come voleva. Tuttavia, fin dalla più tenera età, la sua vita fu segnata dalla malattia. Nel novembre dello stesso anno, venne colpita da poliomielite che le paralizzò la gamba destra. Nonostante ciò, Benedetta possedeva un’intelligenza vivacissima, imparò a leggere e a scrivere a cinque anni e coltivava una grande passione per la musica, suonando bene il pianoforte, oltre a saper dipingere e scrivere poesie.

Benedetta Bianchi Porro da giovane

Il Sogno della Medicina e i Primi Sintomi

A 17 anni, Benedetta conseguì la maturità classica e subito dopo si iscrisse all’università, realizzando il suo grande sogno di studiare medicina. Aveva scritto a un amico: “Voglio diventare medico”. Durante il primo anno di università, però, cominciò a manifestarsi la terribile malattia che l’avrebbe portata alla morte. I primi sintomi erano già comparsi nell’ultimo anno di liceo: un giorno, durante un’interrogazione in latino, Benedetta si accorse di non sentire le parole del professore. Quella sera, scrisse nel suo diario: “Oggi sono stata interrogata in latino. Ogni tanto non capivo quello che il professore mi chiedeva. Quando poi ho alzato la testa ho visto i miei compagni che ridevano. Che figura devo fare ogni tanto. Ma che importa?”

La Progressione Inesorabile della Neurofibromatosi

Al termine del primo anno di università, Benedetta era diventata quasi completamente sorda. I familiari le consigliarono di lasciare gli studi, ritenendo impensabile che potesse continuare in quelle condizioni. Ma lei non si arrese, decisa a proseguire la carriera universitaria e sottoponendosi a diverse cure specialistiche. Nessun medico, tuttavia, era in grado di diagnosticare la sua malattia, che progrediva inesorabile. Oltre all’udito, cominciarono i disturbi alla vista e alle gambe, a volte perdeva l’equilibrio. Fu costretta ad andare all’università accompagnata e ad appoggiarsi a un bastone. Nel 1956, da studentessa in medicina, diagnosticò la sua stessa malattia: neurofibromatosi, una patologia al sistema nervoso che avrebbe progressivamente portato alla paralisi totale.

Per tentare di fermarne le conseguenze sulla vista e sull’udito, i medici decisero di eseguire un’operazione al cervello il 27 giugno 1958. L’intervento non riuscì e, inoltre, la parte sinistra del volto di Benedetta rimase paralizzata. Costretta a interrompere gli studi, abbandonò l’università di Milano e si ritirò nella villa di famiglia a Sirmione per un periodo di riposo. Dopo alcuni mesi, riprese a studiare e riuscì a diventare assistente di laboratorio in uno stabilimento termale di Sirmione. Nell’autunno del 1958, tornò a Milano per dare gli esami di patologia medica e patologia chirurgica, superandoli entrambi con ottimi voti. Volle tornare a frequentare l’università, ma le difficoltà erano ormai insormontabili. Qualcuno le consigliò allora di passare alla facoltà di biologia, decisamente meno impegnativa. Continuava a studiare con determinazione, trascinandosi all’università per sostenere gli esami e venendo sempre promossa. In vista dell’ultimo esame, quello di igiene, Benedetta era ormai ridotta a un “rottame”; anche le gambe non le obbedivano più. Il 29 giugno 1959 si presentò per l’ultimo esame, ma non riuscì a superarlo; a 23 anni fu la prima volta che non veniva promossa.

L'Ultimo Calvario e la Morte

Un mese dopo, fu ricoverata e operata al midollo spinale. Dopo quell’ennesima operazione, si capì che per lei non c’era più speranza. Abbandonò Milano e si trasferì nella villa di Sirmione. La paralisi progrediva, le complicazioni si moltiplicavano e nell’autunno del 1962 fu nuovamente ricoverata in ospedale. Aveva la bocca infiammata da ascessi dentari e fu necessario estrarle tutti i denti, perdendo l’uso del gusto e dell’olfatto. In poco tempo, tutto il suo corpo era diventato insensibile. Nel febbraio del 1962, i problemi alla vista si aggravarono. Nel giro di pochi giorni, fu operata due volte al cervello, ma fu tutto inutile. Visse in queste terribili condizioni, sorda, cieca e paralizzata, per circa un anno, spegnendosi lentamente senza mai pronunciare una parola di lamento. Benedetta morì, a 27 anni, il 23 gennaio 1964 a Sirmione, sussurrando “grazie”.

Anna Maria Cappelli, amica e prima biografa di Benedetta, raccontò: “Non era nata con la vocazione alla sofferenza. Era una ragazza che amava intensamente la vita. A otto anni aveva scritto nel suo diario: ‘Che bello vivere. C’è l’universo incantevole. Che gioia. Sono tanto felice. Stasera, prima di andare a letto, ho contemplato un magnifico tramonto.’ ”

La Fede Inconrollabile e l'Esempio per gli Altri

Nonostante la devastante malattia, Benedetta approfondì la sua esperienza di fede, scoprendo la “grazia” della sua condizione. Questo avvenne in particolare dopo i pellegrinaggi a Lourdes nel 1962 e 1963. Ella scrisse: “La Madonna mi ha ripagato di quello che non possiedo più. Ho capito che mi è stato ridato quello che mi era stato tolto, perché possiedo la ricchezza di spirito. Io mi sono accorta più che mai della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo. È stato questo per me il miracolo di Lourdes quest’anno”. Durante il suo secondo viaggio a Lourdes, un anno prima della morte, Benedetta si rassegnò completamente, accettando in pieno il suo calvario. Al ritorno, scrisse all’amica Paola: “La Madonna mi ha fatto capire la ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo”.

Una "Serva della Gioia" e "Ministra della Consolazione"

Benedetta, nonostante la sua sofferenza, non si disperò né si inacidì, ma si affidò al Signore con fiducia e riconoscenza, come si evince da uno scritto all’amica Maria Grazia: “Io penso che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili), e la mia anima è piena di gratitudine e amore verso Dio, per questo”. Era una serva della gioia. Non si ripiegò su se stessa, ma si dedicò a confortare gli altri, sviluppando una corrispondenza attraverso la quale, con grande sforzo, sollevava le persone. Era una ministra della consolazione. Alla sua vecchia Maestra, anch’ella malata, scriveva: “Non temiamo, Signorina. Siamo cadute nelle Sue mani. Ma sono mani dolcissime, che guidano verso una strada d’amore e di pace. E noi, se saremo docili nelle Sue mani, non saremo mai, nemmeno per un soffio, abbandonate. Il Signore ha cura dell’erba dei campi, e degli uccelli dell’aria, eppure loro non seminano e non mietono, e non depongono nei granai. Ecco, perché io attendo serena”.

Foto di Benedetta Bianchi Porro in età adulta

L'Amore per la Chiesa e il Confronto con la Santità

Benedetta amava profondamente la Chiesa. Nei suoi pensieri scrisse: “La Chiesa è Dio fra gli uomini” e anche: “Caro Ettore, nessuno di noi è più solo, tutti insieme nella Chiesa.” Molti preti e consacrati si rivolgevano a lei, che amava e serviva la Chiesa con la preghiera, i consigli e la docilità del suo insegnamento. La sua tomba nella chiesa di Dovadola, dove i fedeli si recavano già da 50 anni prima della beatificazione, testimonia il suo amore per la comunità ecclesiale. La madre Elsa, ricordando gli ultimi momenti, raccontò che quando le disse che tutti ormai la ritenevano una santa, Benedetta rispose: “Se lo dite e non ci credete, siete solo degli ipocriti.”

Il Percorso verso la Beatificazione e il Riconoscimento del Miracolo

Dal 22 marzo 1969, Benedetta è sepolta alla Badia di Dovadola. Il 25 gennaio 1976 fu aperto il processo di beatificazione. Il 23 dicembre 1993, Papa Giovanni Paolo II ha emesso il decreto per il riconoscimento dell’eroicità delle virtù, dichiarandola Venerabile. Dopo la morte, il suo messaggio di speranza è giunto in tutto il mondo grazie ai libri tradotti oggi in oltre venti lingue, compresi il giapponese, l’arabo e l’ebraico, e grazie all’opera degli Amici di Benedetta, dell’Associazione per Benedetta Bianchi Porro e della Fondazione intitolata alla Venerabile. In occasione del convegno ecclesiale di Verona del 2006, la Chiesa italiana ha indicato Benedetta tra i testimoni di speranza assieme ad altri due forlivesi, Annalena Tonelli e don Francesco Ricci.

Il 7 novembre 2018, Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il miracolo attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Benedetta Bianchi Porro. Questo riconoscimento ha aperto la strada alla sua beatificazione.

La Ricognizione Canonica dei Resti Mortali

In vista della beatificazione, la Congregazione delle Cause dei Santi ha autorizzato la ricognizione canonica dei resti mortali di Benedetta, avvenuta il 2 aprile 2019. La salma è risultata integra e mostrava uno stato di conservazione relativamente buono. Rimosso il velo che la copriva, è stato possibile riconoscere facilmente gli indumenti e le varie parti del corpo; la cute era scura e i capelli ben conservati. È stato prelevato un ciuffo di capelli, che è diventato la reliquia della nuova Beata.

La Cerimonia di Beatificazione a Forlì e i Suoi Simboli

Il 14 settembre 2019, per decisione di Papa Francesco, è stata celebrata a Forlì la Beatificazione di Benedetta Bianchi Porro. La cerimonia, presieduta dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, si è tenuta nel Duomo di Forlì e ha visto la partecipazione di oltre cento sacerdoti, tra cui il vescovo Livio Corazza e i suoi predecessori Lino Pizzi e Vincenzo Zarri, oltre all'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi. L'evento ha accolto ben 2.000 fedeli, di cui almeno 600 all’interno della cattedrale, accorsi da ogni parte d’Italia. Alle 10:53 di quel giorno, dopo la lettura della lettera apostolica di Papa Francesco, lo scampanio delle torri delle chiese del centro storico forlivese, a partire dalla Cattedrale, e il contestuale scoprimento della sua immagine sull’altare centrale, salutarono la nuova beata forlivese, mentre una sua reliquia veniva portata processionalmente e collocata nei pressi dell’altare.

La beatificazione di Benedetta Bianchi Porro a Forlì

Il Reliquiario di Benedetta Bianchi Porro

Il reliquiario di metallo argentato, che è stato portato in processione durante il rituale della beatificazione, è stato disegnato dall'artista forlivese Franco Vignazia, a partire da un'idea di Don Paolo Giuliani, e realizzato dalla ditta Fradel di Vittorio Sardella (di Lodi). La reliquia consiste nel ciuffo di capelli prelevato durante la ricognizione canonica dei resti mortali di Benedetta. Alla base del reliquiario si trova l’Agnello pasquale, sgozzato ma vivente, con lo stendardo della risurrezione. Il fusto è costituito da uno stelo di rosa, ricco di foglie, che avvolge e sostiene la teca e termina, al di sopra di essa, con una rosa in boccio.

Dettagli del reliquiario di Benedetta Bianchi Porro

L’immagine dell’agnello ha una profonda valenza nella Scrittura, paragonando il Servo di Jahvé a un agnello condotto al macello (Isaia 53,7) e, nell'Apocalisse, a un agnello immolato ma ritto. Nella vita di Benedetta, questo simbolo si colora anche di una tonalità esistenziale. Il 16 agosto 1957, scrive all’amica Maria Grazia: “Alla fine di giugno mi sono operata d’urgenza. In occasione dell’operazione mi tagliarono i capelli a zero ed ora la mia testa assomiglia molto ad una spazzola per abiti”. Alla vigilia dell’intervento confiderà alla mamma: “Mentre mi tagliavano i capelli, mi sentivo come un agnello cui tagliano la lana e pregavo il Signore perché mi facesse forte e piccola. Il Signore, mamma, vuole da noi grandi cose”. Forse l’immagine dell’agnello riaffiorava da un ricordo d’infanzia, quando osservava curiosa il lavoro dei tosatori: “Ho visto Natale che tagliava la lana a una pecora”.

La Rosa Bianca: Un Segno di Vita e Santità

Nelle deposizioni del processo diocesano per la beatificazione, la madre di Benedetta testimoniò: “Circa due mesi prima di morire, Benedetta disse alla Giuliana e a mia figlia Carmen che aveva visto o sognato la tomba di famiglia a Dovadola aperta e dentro c’era illuminata una rosa bianca talmente splendente da non poterne sopportare la vista”. Poco prima della sua morte, la madre le raccontò di aver visto una rosa bianca sbocciata in giardino, fuori stagione. Benedetta, dopo aver chiesto il colore, disse: “Questo è il dolce segno”. L’immagine di una rosa che fiorisce, per giunta decisamente fuori stagione, è singolarmente adeguata ad esprimere il punto di arrivo del cammino di Benedetta: la piena fioritura della sua umanità salvata dall’incontro con il Signore risorto e vittorioso.

L'Eredità e le Celebrazioni Post-Beatificazione

Come ricorda Papa Francesco, la santità è “l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia” (Gaudete et exsultate n. 34) e non toglie “forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere” (n. 34). Il vescovo Livio Corazza, al termine della Messa di beatificazione, ha espresso la gratitudine della Diocesi di Forlì-Bertinoro, sottolineando che Benedetta è un modello di cammino riuscito, una figlia di Dio che ha risposto alla vocazione alla santità, a cui tutti siamo chiamati.

I Tre Tratti Caratteristici di Benedetta secondo Mons. Livio Corazza

Mons. Livio Corazza ha condiviso tre particolari tratti della biografia di Benedetta che si offrono all’imitazione dei fedeli:

  1. La Gioia nel Dolore di Benedetta: Era una giovane donna che amava il Signore. Di fronte alla sofferenza e a una malattia senza scampo, non si è disperata né inacidita, ma si è affidata al Signore con fiducia e riconoscenza, come dimostra in uno scritto all'amica Maria Grazia: "...Io penso che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili), e la mia anima è piena di gratitudine e amore verso Dio, per questo”.
  2. Confortava gli Altri: Non si è ripiegata su se stessa, ma ha sviluppato una corrispondenza, centellinando le parole che erano frutto di un grande sforzo umano, per sollevare gli altri. Era una ministra della consolazione.
  3. Amava la Chiesa: Fin da prima della sua proclamazione, era già venerata dai fedeli, che avevano deposto la sua salma in una tomba in chiesa. Il suo amore per la Chiesa si manifestava anche nel supporto che dava a preti e consacrati con la preghiera, i consigli e la docilità del suo insegnamento.

La Chiesa di Forlì-Bertinoro è invitata ad accogliere la testimonianza di Benedetta, impegnandosi a conoscere, comprendere e diffondere il suo esempio, facendosi da ella ispirare, e diventando anche noi “servi della gioia, della consolazione e della chiesa”. Ella incoraggia gli ammalati a trovare un senso profondo nella loro esistenza, che diventi vera testimonianza anche nella sofferenza, e sostenga coloro che li assistono o fanno loro visita. La sua vita converta la società tutta, troppo spesso tentata di vedere nella malattia un ostacolo a una vita vissuta in pienezza di umanità. Benedetta ci ha insegnato che invece è possibile superare ogni ostacolo e barriera.

Iniziative di Ricordo e Pellegrinaggi

La beatificazione di Benedetta Bianchi Porro è stata arricchita da una serie di iniziative di ricordo e culturali. Tra queste, prima e dopo la cerimonia:

  • Proiezioni del filmato "Oggi grazie - Un giorno con Benedetta Bianchi Porro", con la presenza del regista Franco Palmieri, della sorella Emanuela, del vescovo Livio Corazza e del sindaco Gian Luca Zattini.
  • Recita del rosario e testimonianze su Benedetta, come quella di padre Roberto Brandinelli nella chiesa dell'Annunziata a Dovadola.
  • Letture e riflessioni con "Benedetta, la sapienza del dolore", un monologo sacro di Mauro Casadei Turroni Monti, con Paolo Contini come voce recitante e il corso di San Paolo-Cappuccinini, diretto da Enrico Pollini, con all'organo don Rino Giunchi, presso l'Abbazia di San Mercuriale a Forlì.
  • Visite guidate in itinerari culturali a Forlì, che si sono tenute in contemporanea il sabato pomeriggio dopo la beatificazione, includendo antichi monasteri e chiese (ritrovo alla chiesa della Trinità), palazzi del centro (ritrovo a palazzo Gaddi) e la pinacoteca civica (ritrovo al San Domenico).
  • Messe solenni di ringraziamento a Dovadola, terra natale e luogo di sepoltura di Benedetta, officiate dal vescovo.

Al termine della celebrazione di beatificazione, il vescovo Corazza ha invitato tutte le parrocchie della diocesi a recarsi alla tomba di Benedetta a Dovadola, annunciando che avrebbe portato il reliquiario a Dovadola e Sirmione, augurandosi l'inizio di un pellegrinaggio spirituale nelle comunità. Nella Libreria del Duomo a Forlì sono ancora disponibili copie del libro “Beata Benedetta Bianchi Porro. Diario della beatificazione”, contenente i testi e le immagini della cerimonia, il racconto della guarigione miracolosa di Stefano Anerdi e il rituale della memoria liturgica della Beata.

Un Anno dalla Beatificazione: Le Celebrazioni Commemorative

A un anno esatto dalla beatificazione, la Diocesi di Forlì-Bertinoro ha proposto due appuntamenti liturgici per celebrare Benedetta Bianchi Porro. Alle 10:00, il vescovo Livio Corazza ha presieduto la Santa Messa in Cattedrale, il luogo che il 14 settembre 2019 accolse i fedeli. Questa Messa del primo anniversario ha visto il coinvolgimento dei nuovi parroci eletti della diocesi. Il secondo “memoriale” si è svolto alle 17:00 nella Cappella del Morgagni-Pierantoni (Padiglione Morgagni), anch’essa presieduta dal vescovo Corazza, con la presenza di Filippo Bandini, rientrato da un pellegrinaggio di 30 chilometri alla Badia dovadolese di S. Andrea, che dal 1969 custodisce le spoglie mortali di Benedetta.

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