Beati gli Afflitti: Il Significato Catechistico della Beatitudine

Il cristianesimo è la religione dell’amore, in cui il dovere è integrato e oltrepassato, e per questo è anche la religione della gioia. Non a caso la figura letteraria della “beatitudine” è piuttosto frequente nella Bibbia. Le beatitudini, nel racconto evangelico di Matteo, si riferiscono per lo più ad atteggiamenti che l’uomo cerca di esprimere, come la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la pace, la purezza di cuore, la fame e la sete di giustizia. Tuttavia, ve ne sono alcune che evocano situazioni non direttamente dipendenti dall'uomo.

Illustrazione delle Beatitudini evangeliche secondo Matteo

La Gioia nella Fede: Dalle Beatitudini Antiche a quelle Cristiane

Secondo le beatitudini dell’Antico Testamento, la felicità si trova nella fede in Dio, nel devoto rispetto verso di lui, nell’obbedienza alla sua legge: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che si è scelto come erede» (Sal 33,12); «Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene.

Nel Nuovo Testamento si incontrano le beatitudini della fede, della scoperta di Gesù, della vigilanza operosa, del servizio reciproco e altre ancora. Soprattutto risaltano le beatitudini del Regno, che sintetizzano la perfezione cristiana e delineano il ritratto del discepolo di Gesù. Esse sono, prima ancora, «una specie di autoritratto di Cristo e, proprio per questo, sono inviti alla sua sequela e alla comunione di vita con lui» (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, 16). I poveri, i malati, i perseguitati possono essere felici. Con il dono di se stessi nell’amore partecipano alla vita e alla gioia di Dio, che riscatta qualsiasi situazione.

La Testimonianza della Gioia nella Sofferenza

L’annuncio di Gesù trova una sorprendente verifica nell’esperienza concreta dei suoi discepoli. Così si esprime Paolo con i cristiani di Corinto:

  • «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione» (2Cor 1,3-4).
  • «Afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2Cor 6,10).
  • «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4).
  • «Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10).

La storia della Chiesa abbonda di analoghe testimonianze. Ricordiamo la “perfetta letizia” di San Francesco, che del resto è già un tema biblico: «Se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia» (San Francesco d’Assisi, Della vera e perfetta letizia). San Filippo Neri, il santo della gioia, amava ripetere: «Un servo di Dio dovrebbe sempre stare allegro». E Santa Teresa di Gesù Bambino arriva a dire: «La nostra gioia cercata e gustata nella sofferenza è una dolcissima realtà» (Santa Teresa di Lisieux, Manoscritti autobiografici, Lettera 190).

Questa gioia, che può coesistere anche con la sofferenza, è partecipazione del cristiano alla Pasqua di Cristo: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2Cor 1,5); «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta... portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4,7-10).

Icona di Cristo che consola gli afflitti

Le Beatitudini nel Vangelo di Matteo: Un Percorso di Perfezione Cristiana

Gli atteggiamenti indicati dalle beatitudini tracciano la via cristiana alla felicità; in definitiva si riassumono nell’affidarsi totalmente all’amore di Dio e nel riamare Dio e gli altri fino al dono totale di sé. Su questa via Gesù si pone davanti a noi come modello vivo e personale, con una forza di persuasione e una ricchezza di valori che trascende qualsiasi norma etica. Egli incarna la legge e la supera nell’amore. È la «via nuova e vivente» (Eb 10,20), «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Beati i poveri in spirito (Mt 5,3)

«Beati i poveri in spirito» (Mt 5,3), cioè gli umili di cuore. I Padri della Chiesa di solito interpretano la povertà in spirito come umiltà: «Aggiunse “in spirito”, perché si intendesse l’umiltà, non la penuria» (San Girolamo, Commento al Vangelo di Matteo, 1, 5). Abbastanza spesso però vi includono anche il distacco interiore dalla ricchezza e la povertà volontaria: «Non si tratta di poveri in rapporto alla ricchezza, ma di coloro che hanno scelto la povertà interiormente» (San Basilio di Cesarea, Commento ai Salmi, 33, 7, 11).

Si tratta sostanzialmente di un atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio, che implica libertà da se stessi e dalle cose, solidarietà con i poveri. Gli umili sono felici dei beni che ricevono e più ancora di riceverli da Dio. Si accettano come sono, lieti anche della loro debolezza, che consente alla forza di Dio di manifestarsi. Non si deprimono nelle difficoltà. Sanno valorizzare tutte le possibilità di bene. Non si lasciano possedere dalle cose: «Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco» (Fil 4,12). Tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana; quindi, per amore dei fratelli, lottano contro la miseria e l’ingiustizia.

Beati gli afflitti (Mt 5,4): La Promessa di Consolazione

«Beati gli afflitti» (Mt 5,4). Per meglio comprendere le parole di Gesù, partiamo dalla rilettura del versetto evangelico chiedendoci: che cosa intende Gesù quando dice “beati gli afflitti perché saranno consolati”? Il termine greco penthôuntes comprende sia l'afflizione che la tristezza e richiama più direttamente il lutto, le lacrime che versiamo, ad esempio, per la morte di una persona cara. La versione latina, infatti, parla di coloro che sono in pianto: beati qui lugent.

Sono coloro che si addolorano per il male che è nel mondo, come Gesù piange su Gerusalemme (Lc 19,41) e presso la tomba dell'amico Lazzaro (Gv 11,35). Essi anelano a un mondo nuovo. Espiano i propri peccati e riparano quelli degli altri. Portano la croce dietro a Gesù. La tradizione cristiana, commentando la seconda beatitudine di Matteo, ha sviluppato soprattutto questa afflizione della penitenza, di colui che è dispiaciuto dei suoi peccati, della sua condizione peccaminosa e la detesta interiormente. Possiamo allora comprendere perché gli afflitti sono 'beati'.

Le Beatitudini - Beati gli afflitti

Natura dell'Afflizione e della Consolazione Divina

Gli afflitti sono coloro che piangono per la sorte del Regno di Dio, ma anche per sofferenze personali e sociali. La vita terrena è segnata dal dolore, che può essere visibile, come la malattia o la perdita di una persona cara, o legato a situazioni particolarmente penose che spesso vediamo attorno a noi. Tutto questo provoca sofferenza e lamentazione. Non sembri strano che la Sacra Scrittura abbia un intero Libro dedicato alle Lamentazioni, attribuito al profeta Geremia, che dà voce alle sofferenze personali e sociali: «Ah! come sta solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova, la grande fra le nazioni» (Lam 1,1). La Bibbia ci insegna che lamentarsi in presenza del Signore può essere non solo lecito ma salutare e purificante.

Quando Gesù proclama beati gli afflitti, beati coloro che piangono, si riferisce a quella condizione della vita terrena che non manca a nessuno. Questo dolore, però, deve divenire caritativo, religioso, per essere conforme alla beatitudine. Bisogna soffrire per le sofferenze degli altri e non solo per le proprie. I motivi di sofferenza sono molteplici, e si possono vivere in tanti modi: o con l’atteggiamento passivo di chi si lascia andare ad una inerte rassegnazione, o con uno stoicismo che indurisce il cuore. Al contrario, il segno inconfondibile della salvezza promessa da Dio al suo popolo e annunciata dai profeti è che il Messia si china su tutte le miserie umane per salvarle, per dare sollievo e gioia agli afflitti, per consolare chi piange.

L'opera di Gesù non si ferma ai corpi («ciechi riacquistano la vista, zoppi camminano, lebbrosi vengono mondati, sordi odono» Lc 7,22), ma va più a fondo: tocca i cuori e li sana dal più grande dei mali, il peccato. La beatitudine di Matteo si applica laddove c’è afflizione, ma gli “afflitti” sono soprattutto coloro che piangono per la sorte del Regno di Dio, per i propri peccati e per quelli altrui. Ci sono le lacrime della Maddalena penitente e di Pietro che piange per il rinnegamento (Lc 22,62). Ci sono le lacrime di chi, pur amando sinceramente Dio, deve ogni giorno rimproverarsi qualche debolezza, qualche infedeltà; lacrime sante di compunzione, dono dello Spirito Santo.

Perché gli Afflitti sono Beati?

«Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete», ha detto Gesù (Lc 6,24). Chi vive nel godimento, chi ha tutto ciò che vuole e non manca di nulla, corre un rischio tremendo. Soddisfatto di sé e della vita terrena, non avverte la precarietà della sua situazione, non sente il bisogno di essere salvato, non apre il cuore alla speranza delle cose celesti. Al contrario, l’afflitto, impotente a liberarsi dalle sue tribolazioni, si rende conto che Dio solo può aiutarlo, solo da lui può essere salvato per il tempo e per l’eternità.

Gli afflitti che, come i poveri, accettano dalle mani di Dio la loro sorte, che si sottomettono a lui con umiltà, e pur soffrendo non cessano di credere al suo amore di Padre e alla sua Provvidenza infinita, sono proclamati beati da Gesù «perché saranno consolati» (Mt 5,4). Questa beatitudine non si addice a chi è nel peccato, né a chi si serve del male per governare la terra.

Quando i mali fisici o morali tormentano l’uomo e sembrano inchiodarlo in situazioni irrimediabili, non è facile credere alla beatitudine proclamata dal Signore. Eppure il dolore nasconde sempre un mistero di vita e di salvezza. Necessita aspettare e sperare la propria consolazione solo da Dio. Bisogna attendere lui, l’unico che salva e cambia il pianto in gioia vera. Occorre avere il coraggio di abbracciare la croce non solo con rassegnazione, ma con amore, con volontà decisa di seguire Gesù sofferente fino al Calvario, fino al Sepolcro, perché soltanto dalla morte può fiorire la risurrezione. Allora si capisce perché San Paolo ha potuto dire: «Sono ricolmo di consolazione, pervaso di gioia nonostante ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4). È la beatitudine della sofferenza che incomincia ad avverarsi quaggiù per chi sa patire con Cristo per la salvezza del mondo. Si tratta di una consolazione oggettiva che trasfigura la vita umana attraverso l’avvento del Regno e della redenzione. Quindi la beatitudine dell’afflizione ha valore messianico: il Signore annunzia che verrà. «Io consolerò gli afflitti» dice il Signore per bocca del suo profeta. L'azione consolatrice di Dio è sottolineata, oltre che da altri passi del Nuovo Testamento, dal Libro dell'Apocalisse, con parole mirabili: «Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita» (Ap 7,16-17).

Come Cercare la Vera Felicità nell'Afflizione

Ci sono due tipi di tristezza: una mondana, che è quando l’uomo si rattrista di qualche cosa del mondo, come degli avvenimenti avversi e travagliosi; e questa dicono che deve essere lontana dai servi di Dio, dice San Paolo, che non ci rattristiamo come gli infedeli, i quali non sperano altra vita; e che la tristezza sia moderata, consolandoci con l’averci tutti a rivedere presto in cielo con Dio. Un'altra è spirituale, e secondo Dio, e questa è buona e utile e conveniente ai servi di Dio.

Chi si riconosce misero e bisognoso dell’aiuto di Dio, si immerge nella vera fede e nel vero abbandono in Gesù, nella consapevolezza che da soli non si può fare nulla e che si ha bisogno di Dio. «Chi pertanto riconosce di essere ora nella vera miseria, sarà poi nella vera felicità. Comprendete - dice - ciò che intendo dire. Dico che sono beati coloro che piangono. Ma perché sono beati? Per ciò che sperano.»

Quando qualcosa ci disturba, noi siamo normalmente portati a comunicarlo con stizza e nervosismo a chi ci sta intorno. Perché non imparare a lamentarcene prima con il Signore, nella fede e nella preghiera, come facevano i profeti, come fanno i santi, come ci insegnano i Salmi? Molti potranno rispondere: sono afflitto da sofferenze personali, nascoste. Talora piangiamo per situazioni particolarmente penose che vediamo intorno a noi. Tutto questo provoca in noi sofferenza e lamentazione. Certamente a nessuno mancano le consolazioni, solo che rifletta con serietà sulla fede che vive.

L'altro che ci sfiora per strada è un uomo unico, che ha un infinito valore. I migranti che ci circondano vengono spesso visti come una massa anonima, non riconosciuta come pluralità di individui che hanno un nome, un volto, una storia. Non dobbiamo mettere l’altro nel mucchio, non relegarlo al mondo delle non persone. Questo processo di anonimizzazione dell’altro è un’ombra che si proietta sul nostro presente. Questo riconoscimento viene a mancare perché prevale la paura dell’altro. Lo sguardo che posiamo sull’altro è fondamentale. Dobbiamo continuare a “rovinarci un po’ il fegato” di fronte alle cose “storte”.

Beati i miti (Mt 5,5)

«Beati i miti» (Mt 5,5). Beati coloro che sono umili, pazienti e miti. Chi è umile davanti a Dio è mite, rispettoso e condiscendente con il prossimo. Non avanza pretese eccessive. È comprensivo, affabile, umano, non violento. Rinuncia a primeggiare sugli altri. A volte è capace perfino di rinunciare alla difesa dei propri diritti e alla propria giustificazione di fronte a ingiuste accuse.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia (Mt 5,6)

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5,6), quanti seriamente e appassionatamente desiderano attuare nella propria vita la nuova giustizia evangelica. Non si adagiano nella verità che possiedono, nella virtù che praticano. Cercano di crescere, per essere perfetti a somiglianza del Padre celeste.

Beati i misericordiosi (Mt 5,7)

«Beati i misericordiosi» (Mt 5,7), coloro che sanno perdonare e compiono opere di misericordia verso il prossimo che si trova in difficoltà.

Beati i puri di cuore (Mt 5,8)

«Beati i puri di cuore» (Mt 5,8). Sono le persone rette di cuore. Consapevoli del profondo disordine che si radica nel cuore dell’uomo, vigilano su se stessi e si purificano incessantemente.

Beati gli operatori di pace (Mt 5,9)

«Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9), coloro che per amore progettano e costruiscono rapporti giusti. Si impegnano a creare una convivenza armoniosa, in cui sia rispettata la dignità di ogni persona e l’originalità di ogni gruppo sociale. Promuovono per tutti il benessere materiale e spirituale, temporale ed eterno.

Beati i perseguitati per causa della giustizia (Mt 5,10)

«Beati i perseguitati per causa della giustizia» (Mt 5,10). Si tratta di chi subisce insulti, discriminazioni e violenze a motivo della nuova giustizia evangelica, e quindi a motivo della sua identità cristiana: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11). Il motivo e il significato della persecuzione sono indicati con molta chiarezza in Mt 10,24-25: Il discepolo non è più grande del maestro e nessun servo è più grande del suo padrone. Il disprezzo del mondo («sarete odiati da tutti a causa del mio nome»), accompagnato dal rifiuto e dalla persecuzione, suscita interrogativi e può immergere il discepolo nel dubbio: perché la Parola della verità è continuamente rifiutata? Il Cristo è venuto senza tanti riguardi, a fare irruzione nella tranquillità del mondo.

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