Il Bode-Museum di Berlino, uno dei più splendidi edifici della capitale tedesca e un esempio significativo di barocco guglielmino, sorge all'estremità settentrionale dell'Isola dei Musei. Fin dalla sua progettazione da parte di Ernst von Ihne, su commissione di Guglielmo, l'intento era di dare l'impressione di "uscire dalle acque", un obiettivo pienamente raggiunto. Oggi, l'immagine del Bode-Museum, ritratto con il ponte Monbijoubrücke che ne collega l'ingresso alle rive della Sprea e la Torre televisiva di Alexanderplatz sullo sfondo, costituisce uno degli scorci più suggestivi e fotograficamente apprezzati di Berlino.

Storia e Collezioni del Bode-Museum
Inaugurato nel 1904 dopo sette anni di lavori, il museo fu inizialmente denominato Kaiser-Friedrich-Museum, in onore dell'Imperatore, con la finalità di ospitare opere d'arte del Rinascimento europeo. Nel 1956, il suo nome fu cambiato in Bode-Museum in onore del suo primo direttore, Wilhelm von Bode (1845-1929), per rimarcare la distanza tra la nuova fase della città e il passato imperiale. Dopo una seconda inaugurazione nel 2006, seguita a nove anni di lavori di manutenzione, il Bode-Museum si presenta non solo come museo autonomo ma anche come sede di mostre temporanee e, occasionalmente, di prestigiose rappresentazioni teatrali e musicali.
L'interno del museo è altrettanto imperdibile quanto il suo esterno, grazie a splendide collezioni dedicate principalmente alla scultura (dal primo Medioevo alla fine del XVIII secolo), all'arte bizantina (dal III al XV secolo), alle monete (il Münzkabinett o Gabinetto numismatico) e alla Kindergalerie per i bambini. Tra le opere principali spiccano la Dormitio Virginis di Arnolfo di Cambio, quattro magnifiche opere di Donatello (la Madonna Pazzi, il Putto con tamburello, la Madonna Huldschinsky, la Madonna col Bambino) e la Madonna Diotallevi di Raffaello. Il museo è inoltre rinomato per l'unicità e la qualità di conservazione dei suoi sarcofagi della tarda antichità bizantina, le centinaia di reperti artistici dell'Impero Romano d'Oriente e la vasta collezione di monete islamico-orientali e del Medioevo europeo.
Wilhelm von Bode e le Acquisizioni Donatelliane
Wilhelm von Bode fu una figura cruciale nel panorama delle acquisizioni museali all'inizio del XX secolo. La sua eccezionale capacità di identificare opere d'arte significative gli permise di assistere altri collezionisti e istituzioni, incoraggiando l'acquisto di placchette accanto a opere più imponenti. Durante il suo mandato, il fervore delle acquisizioni fu affiancato da un altrettanto profondo studio delle opere.
Un esempio dell'acuto intuito di Bode si manifesta nella storia della "Madonna degli Orlandini" (Inv. 55), inizialmente attribuita da lui a Donatello, per poi essere riclassificata a seguito dell'acquisizione della più magistrale "Madonna dei Pazzi" (Inv. 51). L'evoluzione degli studi sulle placchette fu un processo lento, con le acquisizioni di opere notevoli che assumevano una priorità maggiore. Molte delle acquisizioni di Bode riguardarono piccoli rilievi in metallo, una forma d'arte emergente nel Quattrocento, spesso usati come oggetti di devozione. Le placchette berlinesi considerate di ambito donatelliano furono acquisite da Bode prevalentemente nel 1880, provenienti da un lotto di oltre cento pezzi ceduti dal mercante d'arte fiorentino Stefano Bardini.

La Madonna Pazzi: Capolavoro Intimo di Donatello
La Madonna Pazzi di Donatello, un capolavoro datato intorno al 1425-1430, è un rilievo marmoreo di 74,5 x 69,5 cm. Si pensa che il suo nome derivi dalla collocazione originaria nel Palazzo Pazzi della Congiura a Firenze. Donatello scolpì la Madonna a mezzo busto mentre tiene in braccio il Bambino Gesù, con entrambi i volti che si avvicinano fino a sembrare fondersi in una fusione ideale e affettiva, un modello che richiama l'iconografia della Madonna Eleusa di stile bizantino. Entrambe le figure sono prive di aureola. La scena è intrisa di intimità e delicatezza: mentre il Figlio accenna un sorriso, la Madre mostra un'espressione malinconica e ricca di pathos, turbata dal pensiero del futuro del suo grembo. La Madonna è profondamente consapevole di ciò che il Bambino, che stringe teneramente tra le braccia, dovrà subire.

La Madonna Pazzi fu ammirata e replicata numerose volte da artisti toscani nel Quattrocento. Alcune parti della scultura, come i panneggi, sono realizzate con la tecnica dello stiacciato donatelliano, un rilievo di pochi millimetri. L'impostazione dell'immagine deriva da modelli classici, avvicinandosi alle steli funebri greche. Sebbene lo spazio sia suggerito dallo strombo della finestra, la prospettiva è descritta come un po' stentata, mentre la mano sinistra in scorcio e il piedino inclinato di Gesù suggeriscono una certa profondità. La Madonna Pazzi appartiene alla collezione del Bode-Museum di Berlino, ma è stata esposta a Palazzo Strozzi nella retrospettiva "Donatello, il Rinascimento".
Plaquette e Rilievi della Vergine col Bambino e Altre Opere
Tra le opere acquistate da Bode da Stefano Bardini per il Bode-Museum figurano due importanti rilievi della Vergine col Bambino: una placchetta (Inv. 1028), purtroppo perduta dal 1945, e una pace raffigurante la Vergine col Bambino entro una nicchia (Inv. 1034).
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La "Vergine col Bambino" (Inv. 1028, perduta)
Inizialmente, Bode suggerì che Donatello potesse essere l'autore di questa placchetta. Gli studiosi concordano ampiamente sul fatto che essa si ispiri a un prototipo in scala ridotta, perduto, concepito da Donatello intorno al 1425-27. Un esemplare in stucco, calco di una placchetta, la cui policromia è attribuita a Paolo Schiavo (1435-40 circa), offre un'idea di questa tipologia.
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La "Vergine col Bambino entro una nicchia" (Inv. 1034)
Datata intorno al 1430, questa placchetta è stata variamente attribuita a Donatello stesso o a un artista della sua cerchia più stretta. Alcuni la ritengono concepita direttamente in piccola scala, mentre altri la considerano una versione ridotta di un prototipo più grande, oggi perduto.
Un altro rilievo, il "presente rilievo" menzionato in un'analisi stilistica, mostra vicinanza alla "Madonna Orlandini" di Berlino (identificabile con la Madonna Pazzi) e alla "Madonna della Gherardesca" in terracotta del Bargello. In esso si ritrova il motivo del Bambino a figura intera con le dita in bocca e il panneggio ampio del mantello della Madonna, insieme alla variante della mano che tocca il viso del piccolo. Per entrambe le opere il prototipo resta la "Madonna Pazzi" di Donatello, per la quale è accettata la datazione intorno e non oltre il 1430. La "Madonna della Gherardesca", solitamente avvicinata a Michelozzo, è stata ricondotta da Natali e Gentilini all'ambito donatelliano, con una datazione intorno al 1435.
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La "Vergine col Bambino tra due candelabri" (Inv. 1031)
Bode attribuì inizialmente questo rilievo a Bartolomeo Bellano, collaboratore di Donatello, basandosi sulle caratteristiche del Cristo Bambino. Tuttavia, nel suo catalogo del 1904, la attribuì inspiegabilmente a Giovanni da Pisa, probabilmente a seguito dell'acquisizione nel 1902 da parte del Museo di una terracotta della Vergine col Bambino (Inv. 2949), il cui tenero abbraccio tra Madre e Bambino somiglia al gruppo tra i candelabri. I contemporanei di Bode ebbero opinioni diverse: Molinier suggerì una non identificata bottega padovana influenzata da Donatello, Planiscig la bottega padovana di Donatello, Seymour de Ricci un allievo del Maestro, mentre Charles Fortnum la attribuì a Cristoforo di Geremia.
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"Cristo nel Sepolcro" sostenuto dagli angeli (Inv. 2576)
Acquistata a Firenze nel 1900, questa rara effigie è meno discussa. Bode la attribuisce alla scuola padovana di Donatello. Il motivo imita vagamente il Cristo morto di Donatello per l'altare maggiore della Basilica di Sant'Antonio a Padova, ma gli angeli presentano maggiori analogie con gli austeri angeli custodi raffigurati su un rilievo (1420-40) della Vergine col Bambino e quattro angeli, attribuito a Luca Della Robbia. Una copia in terracotta o stucco di questo rilievo è conservata come pace al Museo Benedettino e Diocesano dell'Abbazia di Nonantola. È attestato che i collaboratori di Donatello riproducevano il motivo del Cristo nel Sepolcro, come dimostra una placchetta in bronzo firmata da Bartolomeo Bellano.
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Il "Busto" in bronzo di un giovane platonico (Inv. 945, perduto)
Realizzato probabilmente a Padova intorno al 1453-54, questo busto è ispirato a un modello antico di Eros che guida una biga, indossato come medaglione dal giovane idealizzato, alludendo all'Allegoria dell'anima di Platone. Nonostante la data e la paternità del busto proposte da de Lewis siano ancora discusse, la collocazione del medaglione sul petto del giovane platonico servì da ispirazione per una placchetta ovale ridotta dello stesso soggetto, eseguita a Firenze verso il 1455 da un membro della cerchia del Maestro. Un raro esemplare di questa placchetta, oggi perduto, fu acquistato da Bardini nel 1880 per il Museo di Berlino.
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"Bacco che scopre Arianna a Nasso" (Inv. 2804, perduto)
Acquisita nel 1904 e anch'essa ora perduta, questa placchetta ha le stesse dimensioni della placchetta di "Eros" ed è stata probabilmente eseguita dalla stessa mano.
Donatello e l'Antico: Influenze e Repliche
L'originalità dell'autore del "Giovane platonico" si manifesta nell'impiego di un tema classico, l'Eros, che riflette la virtù del soggetto, in assenza di una precisa fonte antica. Un simile slancio creativo si ritrova nel bassorilievo del "Trionfo dell’Orgoglio" di Donatello, raffigurato sull'elmo di Golia ai piedi del suo David in bronzo (1430-40 circa). Un cameo classico in sardonica, ora a Napoli, un tempo appartenuto a Pietro Barbo e poi a Lorenzo de' Medici, potrebbe essere servito da riferimento per il rilievo sull'elmo di Golia.

Verso la metà degli anni 1450, la bottega di Donatello conosceva bene questo motivo, riprodotto in forma più grande in uno dei tondi attribuiti agli assistenti di Donatello responsabili dei fregi del cortile interno di Palazzo Medici. Il ruolo centrale di Donatello nei tondi medicei potrebbe averlo spinto a condividere modelli antichi con i suoi collaboratori, utilizzando non solo disegni e calchi in gesso, ma anche placchette glittiche provenienti dalla fonderia romana del Barbo. L'inventario delle opere del Barbo conferma il possesso del cameo del "Trionfo", mentre i calchi documentati delle placchette, uno dei quali si trovava a Berlino (Inv. 944), furono certamente fusi nella sua officina romana.
Questa ipotesi è rafforzata dalla riproduzione di un altro cameo classico raffigurante un "Centauro" dionisiaco (un tempo anch'esso nella collezione del Barbo e riprodotto sotto forma di placchetta), di cui un esemplare si trova a Berlino (Inv. 961). Il motivo del "Centauro" appare anche come uno dei tondi nel cortile del Palazzo Medici ed è ulteriormente incorporato nella statua fiorentina di "Giuditta e Oloferne", realizzata da Donatello a Firenze, mostrato seminascosto come un ornamento pettorale sul mantello di Oloferne, evidenziando abilmente il suo carattere selvaggio.
Mentre la fonderia del Barbo a Roma era impegnata nella produzione in serie della sua collezione di glittici in bronzo, la bottega di Donatello era dedita a un'interpretazione libera, unica, ingrandita ed eloquente dei soggetti forniti da queste incisioni. Sebbene Bode abbia riconosciuto l'associazione di queste placchette con i tondi di Palazzo Medici, non le collegò direttamente alla produzione della bottega di Donatello, classificando genericamente l'"Eros" e il "Bacco" come produzione padovana ispirata all'antico. Donatello potrebbe non essere stato direttamente coinvolto nella produzione seriale di placchette derivate dall'antico, ma l'incorporazione di glittici classici in opere scolpite durante il suo tardo periodo fiorentino potrebbe aver stimolato la loro riproduzione come rilievi indipendenti da parte dei suoi collaboratori.