A Pavia, la comunità Sinti si distingue per la sua vivace partecipazione alla vita religiosa e sociale della città, manifestando un forte desiderio di integrazione e dialogo. Le occasioni di festa e di incontro religioso rappresentano momenti chiave per rafforzare i legame comunitario e per aprirsi alla cittadinanza.
Il Giubileo Sinti e la Benedizione della Madonna a Pavia
Un pomeriggio in piazzale Europa è stato teatro di una significativa festa religiosa e di folklore per i circa quattrocento sinti pavesi, che hanno celebrato il loro Giubileo. L'evento ha accolto il vescovo e tutti coloro che hanno voluto unirsi in preghiera alla Madonna Incoronata Regina dei Sinti e dei Rom. La giornata è iniziata con la messa in piazzale Ghinaglia, officiata da don Massimo Mostioli, assistente spirituale della comunità da trent'anni, seguita da una suggestiva processione guidata dal vescovo monsignor Corrado Sanguineti per le vie del centro storico, con la statua della Madonna.
Al termine della processione, nel campo di piazzale Europa appositamente addobbato, è avvenuta la benedizione della statua e della comunità, in un clima di gioiosa partecipazione che ha coinvolto sinti di tutte le età. Accanto alla statua della Madonna, erano presenti tre effigi di particolare significato: quella di Papa Francesco, avvolta nella bandiera rappresentativa dei Sinti e donata dalla delegazione pavese; quella dell'indimenticata regina Mafalda; e quella di Aurora, una bambina di piazzale Europa che sta lottando per la sua salute a Milano. Il rito è stato reso ancora più suggestivo dal lancio di petali di fiori al momento della benedizione e dalle parole del vescovo, che ha richiamato quanto affermato da Papa Paolo VI il 26 settembre 1965 a Pomezia: «Non siete ai margini della Chiesa, ma sotto certi aspetti voi siete al centro, voi siete nel cuore».

La statua della Madonna Incoronata è stata affidata alla comunità pavese lo scorso dicembre dal dicastero per il servizio dello sviluppo umano, a don Massimo Mostioli e a una rappresentanza di piazzale Europa, per essere ospitata nel loro campo durante l'anno giubilare. Questa scelta sottolinea l'importanza della comunità Sinti pavese, la più numerosa del Nord Italia e che condivide il primato nazionale con Caserta. All'evento hanno partecipato anche la vicesindaca Alice Moggi e l'assessore ai servizi sociali Francesco Brendolise, testimoniando la vicinanza delle istituzioni. Al termine della cerimonia, il vescovo si è intrattenuto con la comunità, salutando in particolare i bambini e i volontari che animano il campo con lezioni di catechismo e occasioni di incontro. «Noi ci sentiamo parte a tutti gli effetti di Pavia, che è anche la nostra città - hanno sottolineato alcuni sinti - noi siamo tutti discendenti di Mafalda, siamo dei Casagrande. Lavoriamo e i nostri figli studiano, siamo integrati nel tessuto cittadino».
Il pomeriggio di festa si è concluso con canti, balli e un grande rinfresco offerto dalla comunità Sinti, inclusa la presenza di sei enormi porchette giunte appositamente da Torino. La statua della Madonna Incoronata resterà a Pavia e il 18 ottobre sarà portata in Aula Paolo VI per l'incontro di tutti i Sinti e Rom con il nuovo pontefice.
L'Impegno per il Dialogo e Contro il Pregiudizio
La comunità Sinti di piazzale Europa ha promosso una festa con l'intenzione di instaurare un dialogo costruttivo con i cittadini pavesi, aprendo le porte del loro campo in occasione della Terza Settimana per la promozione della cultura romanì e per il contrasto dell’antiziganismo. L'evento, culminato con un momento di musica e scambio, si è svolto nella zona dell'insediamento non interessata dal prossimo trasferimento a Pavia Est.
«Ci eravamo detti disponibili a offrire un caffè a chi volesse visitare il nostro campo e abbiamo mantenuto la promessa» ha affermato una mediatrice culturale del villaggio. Giorgio Bezzecchi, mediatore culturale, ha evidenziato: «I Sinti sono una minoranza europea non riconosciuta in Italia, ma ci stiamo battendo perché lo diventi». L'evento ha visto l'esibizione di giovani musicisti del "Villaggio Mafalda", come gli stessi Sinti chiamano il campo, e della chitarrista Beatrice Campisi. Nonostante i bambini frequentino le scuole e vivano la città, il campo di piazzale Europa è spesso percepito come separato. Maurizio Pagani del “Museo del viaggio” ha sottolineato: «Sono italiani, vivono a Pavia da 40 anni in stretta relazione con la cittadinanza... eppure nell’immaginario collettivo il campo di piazzale Europa è separato. Perché i suoi abitanti non vivono come la maggior parte dei pavesi, hanno un modo diverso di abitare».

L'insediamento è diviso in due parti, e una porzione con 38 persone sarà trasferita per fare spazio al parco acquatico del Waterfront. Questo spostamento è stato oggetto di critiche, ma Pagani ha spiegato che «chi dall’esterno commenta e parla, molto spesso vuole volutamente ignorare che i sinti hanno le proprie radici, abitudini e modo di abitare. Sostengono che l’insediamento sia uno spazio monoetnico... senza rendersi conto che la comunità non è diversa da quella pavese, è diverso solo il suo modo di vivere. Questa barriera si supera raccontando la cultura di cui sono portatori i sinti, che è un pezzo della cultura di tutti noi».
La vicesindaca Alice Moggi e l'assessore alle politiche sociali Francesco Brendolise hanno ribadito l'importanza della conoscenza e del rispetto. «La conoscenza è alla base di ogni cosa - ha sottolineato Brendolise -. Se i nostri concittadini non conoscono la realtà di piazzale Europa non possono capire i percorsi di inclusione che stiamo facendo. Inoltre serve rispetto: ognuno di noi è una piccola voce della città, se qualche voce si alza allora diventa una guerra sociale che non vogliamo».
Il Battesimo e l'Origine dei Cognomi: Un Contesto Storico-Culturale a Pavia
La formazione e l'evoluzione dei cognomi in Italia, e a Pavia in particolare, sono fenomeni complessi influenzati da fattori storici, sociali e religiosi, spesso legati agli atti di battesimo e alle registrazioni sacramentali. La ricerca moderna ha messo in discussione l'idea di una stabilità antroponimica nel tempo, rivelando una spiccata indeterminatezza e diversità regionale nella diffusione e fissazione dei cognomi.
Cognomi Legati al Battesimo e all'Assistenza
In Italia, le anagrafi sacramentali che registravano battesimi, matrimoni e sepolture non sempre fotografavano fedelmente la realtà, risentendo della personalità e dell'interpretazione del ruolo da parte del registrante, spesso il parroco. Quest'ultimo, in quanto rappresentante della Chiesa e della sua comunità, mescolava linguaggi e logiche onomastiche differenti. Un capitolo a parte è costituito dai cosiddetti cognomi "inventati" o assegnati in contesti particolari. Oltre ai casi di infanti abbandonati, di cognomi modificati coattivamente o per scelta deliberata, vi è il caso dei convertiti al cristianesimo, in particolare tra il '600 e il '700. Questi neofiti venivano spesso cognominati secondo i desideri dei loro padrini (ecclesiastici o laici aristocratici), che potevano dare i propri cognomi, anagrammi, o nomi legati alla Vergine o ai santi, spesso patroni della chiesa o celebrati il giorno del battesimo. In altri casi, il cognome traeva spunto dalla provenienza geografica dei convertiti.
Un aspetto particolarmente rilevante nella storia onomastica italiana riguarda l'infanzia abbandonata. Per secoli, i trovatelli ricevevano al battesimo un nome proprio e un cognome che rifletteva la loro condizione o l'istituzione che li accoglieva. A Pavia, ad esempio, gli esposti venivano spesso chiamati Giorgi. Altri cognomi erano direttamente collegati alla loro condizione di abbandono (Esposto, Proietti, Sposito) o alla nascita illegittima (Bastardo, D’Ignoto). Di particolare interesse sono i cognomi che facevano riferimento alla pietà pubblica o religiosa, come Casadei, Di Dio, Diotallevi o Casagrande. La menzione da parte della comunità Sinti pavese di essere "dei Casagrande" può trovare una risonanza in questa tradizione storica di cognomi legati a contesti di carità e assistenza, sebbene per avere certezze sia sempre necessaria una ricerca archivistica specifica.

L'Evoluzione nella Registrazione dei Nomi
Nel corso del XIX secolo, la sensibilità etica cambiò, portando alla cessazione dell'esplicita trasparenza dei cognomi dei trovatelli per evitare lo stigma. Già nel 1811, Gioacchino Murat abolì l'uso di chiamare quasi tutti i trovatelli Esposito o Proietti nel Regno di Napoli, stabilendo che gli amministratori degli istituti dovessero assegnare i cognomi. Nel 1813, Giuseppe Beauharnais impose l'obbligo del cognome a tutti gli abitanti del Regno d'Italia, e una successiva circolare del 1825 stabilì che ogni trovatello dovesse ricevere un cognome individualizzato. Questo portò gli istituti a inventare cognomi di fantasia, frutto della creatività degli amministratori e del contesto dell'epoca, spesso legati all'aspetto del bambino, alle sue origini, o a fatti storici. Questi cognomi inventati miravano a fornire un'identità unica e a prevenire future rivendicazioni di paternità.
Le amministrazioni dei brefotrofi e gli incaricati comunali annotavano scrupolosamente accanto al numero d'ordine dei bambini, tutti i potenziali elementi di riconoscimento, come medaglie, immagini di santi o biglietti che specificavano che il bambino era già stato battezzato e il nome imposto. Questo dimostrava la volontà delle madri di poter un giorno rintracciare i propri figli. Una volta accolto, l'esposto veniva tempestivamente registrato all'ufficio dello Stato civile e poi portato dal parroco per il battesimo, se non ancora ricevuto, con iscrizione nell'apposito registro. Queste pratiche evidenziano come il battesimo fosse un momento cruciale non solo per l'ingresso nella comunità religiosa, ma anche per la definizione dell'identità civile e onomastica dell'individuo, un aspetto che ha plasmato la storia dei nomi in Italia, inclusi quelli che oggi identificano le diverse comunità.