Introduzione: Il Pantheon di Venezia
La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, conosciuta in dialetto veneziano come San Zanipolo, rappresenta uno degli edifici medievali religiosi più imponenti di Venezia, rivaleggiando per grandezza e maestosità con la Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari. È considerata il Pantheon di Venezia per l'eccezionale numero di dogi veneziani e altre importanti personalità che vi furono sepolti a partire dal Duecento, al punto che vi era l'obbligo di celebrare al suo interno la funzione funebre di tutti i dogi.
Strettamente legata al destino della Repubblica, la Basilica era la chiesa di rappresentanza della Serenissima dopo San Marco. Sorge nell'omonimo campo, nel sestiere di Castello, ed è annoverata tra le chiese più belle e grandi della città.

Storia e Fondazione
La donazione di Jacopo Tiepolo e l'erezione della Basilica
La storia della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo ha inizio nel 1234, quando il doge Jacopo Tiepolo donò un terreno, allagato dall'acqua, nel sestiere di Castello all'Ordine dei Frati Predicatori. I Domenicani, già presenti nella città lagunare da oltre un decennio, vi si stabilirono inizialmente in abitazioni presso la chiesa parrocchiale di San Martino.
Il doge Tiepolo, stimando necessaria al bene del popolo la loro dimora, concesse loro un dilatato spazio di terreno, pur allagato, posto nei confini della Parrocchia di Santa Maria Formosa, formalizzando l'accordo con un istrumento nel mese di giugno dello stesso anno. Successivamente, nel 1251, il doge Tiepolo morì e fu riposto in un sepolcro di marmo collocato nella facciata esteriore della chiesa, dove riposa anche il figlio Lorenzo, doge a sua volta, morto nel 1273.
Il Convento Domenicano e le sue origini
Gli storici dell'istituto domenicano, fra cui il Malvenda, citano documenti del Convento dei Santi Giovanni e Paolo che attestano che San Domenico si fosse recato a Venezia nel 1217, ottenendo un piccolo Oratorio, detto allora di San Daniele, per i suoi pochi Frati. Questo oratorio fu poi chiamato di San Domenico dopo la canonizzazione del santo patriarca, e ora, dopo il 1567, è noto come del Rosario.
Appresso a detto oratorio, che a principio era assai angusto, il Santo Patriarca fabbricò un piccolo Monastero, i cui vestigi sono tutt’ora visibili nel recinto del nuovo. Alcuni documenti successivi, considerati "non antico trassunto di tradizioni popolari e insussistenti", narrano che nell’anno 1226 il Convento si ampliò per un miracolo, in seguito a una visione del doge Giacomo Tiepolo che lo portò a concedere 40 passi di nuovo sito ai religiosi per l'ingrandimento del Monastero. Fu allora che si cominciò a fabbricare la magnifica chiesa, sotto il titolo di Maria Vergine e dei Santi Martiri Giovanni e Paolo, come attestato da un solenne istrumento del 1234.
Tuttavia, le antiche Cronache Veneziane non registrarono nulla di quanto riferito da questi documenti del convento riguardo alla visita del santo fondatore, nonostante sia indubitabile che San Domenico si fosse trasferito a Venezia per trattare con il cardinal Ugolino, legato apostolico, gravi affari della chiesa universale. Infatti, il diploma del doge Tiepolo, concedendo terreno allagato da acqua, chiaramente suggerisce che su di esso non potessero esserci stati oratorio né monastero. Quel che di certo emerge dai documenti è che molto prima della donazione del doge Tiepolo, i religiosi dell’ordine dei Predicatori avevano già fissato sede a Venezia, giunti dopo la morte del loro Santo fondatore.
Sviluppo e consacrazione
L'erezione della Basilica, iniziata a partire dalla metà del '200, durò quasi due secoli. La vasta fabbrica della chiesa, per la sua ampia mole e il grandioso dispendio, progrediva lentamente. Per agevolarne il compimento, il Maggior Consiglio, con decreto del 17 dicembre 1390, permise che diecimila ducati, provenienti dal pio legato di Niccolò Lion procuratore di San Marco, fossero impiegati per l'avanzamento del sacro edificio.
L'edificio, ridotto a conveniente perfezione, fu solennemente consacrato il 12 novembre 1430 da Antonio Corraro dell’ordine dei Predicatori, vescovo di Ceneda. Durante questo periodo, il convento ospitò per ben quattro volte il capitolo generale dell'ordine, nel 1293, 1393, 1397 e 1486-1487.

Architettura della Basilica
Esterno: La maestosa facciata e le absidi
La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo è un classico esempio di architettura gotica, costruita in cotto. La sua grandiosa facciata si erge maestosa verso il cielo, annunciando la vastità dell'interno. Autori della facciata furono Bartolomeo Bono, responsabile delle parti fino ai capitelli, e Domenico Fiorentino per il fregio. Dell'esterno, spicca il rosone centrale che dona luce e armonia. Sul retro, si può ammirare il complesso delle absidi, aperto da slanciatissime finestrature gotiche.
Interno: Grandezza e stile gotico
Una volta varcato il trecentesco portale, costruito con colonne portate da Torcello, l'interno della Basilica colpisce per la sua vastità e verticalità. La pianta è a croce latina con transetto e tre navate, divise da enormi colonne cilindriche (eccetto la quarta a sinistra e a destra, che sono pilastri formati dall'unione di tre colonne cilindriche molto sottili). Queste colonne si erigono solenni fino alle arcate ogivali, conferendo all'ambiente un'impressione di grandezza e solennità.
Le altissime volte gotiche sono collegate da tiranti lignei, che hanno la funzione di contrastare le spinte generate dalle volte a crociera e degli archi. Fino al Seicento, la navata maggiore era divisa trasversalmente dal coro dei frati, una configurazione simile a quella ancora presente nella Basilica dei Frari. Questo coro fu poi demolito per consentire le solenni celebrazioni che si svolgevano nella chiesa, come i funerali dei dogi.
Alle pareti delle navate sono addossati numerosi monumenti e a destra si aprono cappelle. Anche sul transetto si affacciano due cappelle per lato, che affiancano il presbiterio. La Basilica conserva anche una finestra gotica con vetrata policroma, la più grande di tutta Venezia.

Struttura e dimensioni
Le dimensioni della Basilica sono veramente imponenti, quasi simili a quelle dei Frari, edificata contemporaneamente: 101,60 metri di lunghezza (o 96 metri, secondo altre fonti), 45,80 metri di larghezza nel transetto (o 40 metri), e 32,20 metri di altezza.
Il Patrimonio Artistico
L'interno della chiesa, in stile gotico, custodisce notevoli opere d'arte di inestimabile valore, oltre a moltissimi monumenti funebri di Dogi e altri illustri personaggi della storia veneziana.
Dipinti e sculture
Le navate presentano numerosi dipinti di grandi maestri, tra i quali spiccano opere di Giovanni Bellini, G.B. Piazzetta, Alvise e Bartolomeo Vivarini, Jacopo Palma il Giovane e il Vecchio, Jacopo Tintoretto, Tiziano e Paolo Veronese, solo per citarne alcuni.
Tra le opere d’arte più significative vi è il meraviglioso Polittico di San Vincenzo Ferrer, un'opera giovanile di Giovanni Bellini, situato al secondo altare nella navata di destra. Poco più in là, sul soffitto della cappella di San Domenico, si trova la "Gloria di S.Domenico" di G.B. Piazzetta, considerata uno dei migliori lavori del Settecento veneziano. Nel transetto, arricchito dalla luce proveniente dalle meravigliose vetrate colorate delle finestre, si può ammirare l'"Elemosina di S.Antonio" di Lorenzo Lotto, oltre ad alcune opere di Bartolomeo Vivarini. Il transetto ospita anche un altare cinquecentesco con un San Giuseppe della scuola di Guidi Reni, un organo del 1912 e tre tavole di Bartolomeo Vivarini.
Le Cappelle della Basilica
Oltre alle tre cappelle che formano un corpo unico con la chiesa, altre tre cappelle vi sono adiacenti, contribuendo alla ricchezza artistica e spirituale della Basilica.
Cappella della Madonna della Pace
Accessibile dall'arco destro sotto la Tomba dei Valier, questa cappella è dedicata a Maria, Vergine Santissima, sotto il titolo della Pace. Vi si venera un'antica immagine della Gran Madre di Dio, di lavoro greco, che, secondo un'antica tradizione, è la stessa davanti alla quale San Giovanni Damasceno recuperò miracolosamente la mano che gli era stata recisa in difesa delle sacre immagini. I stucchi del soffitto sono opera di Ottaviano Ridolfi, mentre i quattro medaglioni sono dipinti di Palma il Giovane e rappresentano le virtù di San Giacinto.
Cappella di San Domenico
Accessibile dall'arco sinistro, questa cappella è dominata sulla parete di fondo dal grandioso finestrone gotico, con vetrata colorata, realizzata da Giovanni Antonio Licinio su cartoni attribuiti a Bartolomeo Vivarini, a Cima da Conehegliano e a Girolamo Mocetto. Il soffitto racchiude la tela "Gloria di San Domenico", opera del Piazzetta.
Cappella della Madonna del Rosario
In questa cappella, in cui fin dal Trecento sorgeva una cappella dedicata a San Domenico, poi sostituita nel 1582, si trova il celebre ciclo pittorico del Veronese che ricopre interamente il soffitto. Le opere, qui portate dalla chiesa dell’Umiltà alle Zattere, includono l’Assunzione della Vergine, l’Adorazione dei Pastori e l’Annunciazione. Una seconda "Adorazione dei pastori" del Veronese è sulla parete di fondo, mentre il soffitto del presbiterio è ornato da altre opere del Veronese, come la tela quadriloba dell’Adorazione dei Magi (1582) al centro e i quattro Evangelisti agli angoli.
Questa cappella bruciò nell’agosto del 1867, distruggendo completamente gli originali dipinti del Tintoretto, un soffitto in legno dorato con tele del Tintoretto e di Palma il Giovane, altre 34 tele, e soprattutto il Martirio di san Pietro di Tiziano e la Madonna e Santi di Giovanni Bellini che vi erano stati depositati per restauro. La cappella è formata da una navata rettangolare e da un presbiterio quadrato, entrambi coperti da un soffitto intagliato di Carlo Lorenzetti.

Cappella del Crocifisso
L’altare è opera del Vittoria, autore anche delle statue bronzee della Vergine dolente e del San Giovanni Evangelista. Il crocifisso marmoreo è di Francesco Cavrioli. Sulla parete destra si trova il monumento al barone Windsor, morto nel 1574, attribuito sempre al Vittoria.
Cappella della Maddalena
Questa cappella presenta un altare marmoreo lombardesco. A sinistra si trova il sepolcro trecentesco di Marco Giustiniani e il monumento al pittore Melchiorre Lanza.
Cappella Cavalli
La pala d’altare con il papa promotore è della scuola del Veronese. Sopra la porta si trova il monumento quattrocentesco al doge Venier, attribuito a Dalle Masegne. A sinistra il monumento alla moglie di Venier, la dogaressa Agnese da Mosto, alla loro nuora Petronilla de Tocco e alla nipote Orsola Venier, opera attribuita a Filippo di Domenico e Gherardo di Mainardo e fatta erigere da Nicolò Venier, figlio della coppia dogale, marito di Petronilla e padre di Orsola.
I Monumenti Funebri: Il Pantheon Dogale
Numerosissimi sono i monumenti funebri presenti nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, che testimoniano il suo ruolo di luogo di sepoltura prediletto per i dogi e i personaggi illustri della Repubblica di Venezia.
I Dogi Mocenigo
L'intera controfacciata della Basilica è occupata dai mausolei dedicati ai tre dogi Mocenigo. Nel mezzo si trova il monumento al doge Alvise I Mocenigo († 1577) e alla moglie Loredana Marcello. Sei pilastri scanalati, di ordine corinzio, ripartiscono lo spazio in cinque parti. Nella centrale, alla sommità dell’arco della porta, è visibile lo stemma gentilizio. Nelle due partizioni inferiori esterne si trovano due statue: S. Pietro e S. Giorgio, un tempo nel vicino monumento a Pietro Mocenigo. Nelle partizioni interne, due finestre sono sovrastate da due bassorilievi raffiguranti il Doge orante e l'Udienza dogale, attribuiti a Girolamo Campagna (fine sec. XVI). Nei riquadri dell’ordine superiore, a sinistra è distesa su un cataletto di marmo grigio la figura del doge; a destra l’effigie della dogaressa. Tra i due sarcofagi, si trovano le statue della Vergine, del Redentore e di S. Marco.
L'intera controfacciata è occupata anche dai monumenti del doge Pietro Mocenigo (1406-1476), il 70º doge di Venezia e uno dei più grandi ammiragli della Serenissima, e del doge Tommaso Mocenigo († 1423). L’opera per quest'ultimo, che segna l’inizio dell’espansione fortunata dello stile di Donatello, è datata 1423 e firmata da Pietro di Maestro Nicolò Lamberti fiorentino e Giovanni di Martino da Fiesole. Si tratta di un'elegante opera di transizione che unisce elementi di arte gotica e del Rinascimento, con forme veneziane e toscane. Tipico è il baldacchino, stretto in alto nel fascio floreale, fiancheggiato da due leoni rampanti; e il grande quadro architettonico con sei santi che ricorda le ancone d’altare. Sul prospetto dell’arca sono raffigurate le virtù teologali e cardinali, con la Giustizia al vertice. Il doge è sepolto sotto la lapide che si trova ai piedi del monumento, assieme al padre Pietro, procuratore di S. Marco.

Marcantonio Bragadin: L'eroe di Famagosta
Tra i monumenti funebri, il più famoso, sulla navata destra, è quello dedicato a Marcantonio Bragadin, considerato uno dei più grandi eroi della Repubblica di Venezia. Nato nel 1523 dalla nobile famiglia dei Bragadin, dopo una carriera militare che lo vide provveditore e governatore di Cipro, Bragadin resistette indomito per 10 mesi all'assedio dei turchi a Famagosta (1570-1571). Nonostante la capitolazione veneziana, egli si rifiutò di abiurare la propria religione e per questo fu scorticato vivo a Famagosta nell'agosto del 1571. Il monumento comprende il busto dell'eroe e, soprattutto, l'urna che contiene la sua pelle, un simbolo potente del sacrificio e della resistenza veneziana.
Vettor Pisani: Il trionfo nella Guerra di Chioggia
Vettor Pisani (Venezia, 1324 - Manfredonia, 13 agosto 1380), ammiraglio veneziano, è sepolto all'interno della Basilica. Dopo una complessa carriera militare e politica, segnata da vittorie e sconfitte, fu imprigionato per incuria e codardia dopo la sconfitta del 7 maggio 1379 contro i genovesi. La gravità della minaccia genovese a Venezia spinse il popolo a chiederne il rilascio, e Pisani riprese il comando il 18 agosto 1379. Grazie alla sua profonda conoscenza dei canali della laguna, riuscì a tagliare fuori Chioggia con i suoi difensori genovesi il 22 dicembre dello stesso anno. Nonostante un assedio difficile, l'arrivo della flotta di Carlo Zeno il 1 gennaio 1380 portò alla vittoria veneziana e alla caduta di Chioggia il 24 giugno 1380. Pisani morì di febbri malariche nella notte tra il 13 e il 14 agosto 1380 durante una delle sue incursioni. Il suo monumento fu ricostruito nel 1920 e si trova nella Cappella della Maddalena, a destra.
Sebastiano Venier: Il Doge vincitore di Lepanto
Nella Basilica si trova anche il monumento a Sebastiano Venier (Venezia, 1496 circa - Venezia, 3 marzo 1578), l'ottantaseiesimo doge della Repubblica di Venezia. Dopo aver operato come avvocato e amministratore, nel 1570 fu nominato "Capitano General da mar" della flotta veneziana. L'anno successivo, il 1571, fu uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto, dove le forze della Lega Santa inflissero una definitiva sconfitta ai Turchi. Nonostante avesse settantacinque anni, Venier partecipò attivamente al combattimento, uccidendo numerosi turchi e venendo ferito a un piede. Tornato a Venezia con l'aura del vincitore, nel 1577 fu eletto Doge all'unanimità. La statua bronzea del generale da mar e doge Sebastiano Venier è opera moderna di Dal Zotto, inaugurata nel 1907 in occasione della traslazione delle spoglie del doge dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli di Murano.
Paolo Loredan e Leonardo Loredan
Nell'area della Cappella del Crocifisso, a sinistra, si può notare un sarcofago trecentesco che è forse di Paolo Loredan. Tuttavia, il monumento al doge Leonardo Loredan († 1521) fu eretto verso il 1572 e si trova nel presbiterio. È il "monumento al doge Loredan del 1572" citato nel testo, che mostra un arco che racchiude un mosaico quattrocentesco raffigurante il Crocefisso attorniato da santi che presentano il doge e la dogaressa inginocchiati.
Altri illustri sepolcri
Sono inoltre notevoli i monumenti funebri di altre importanti famiglie nobili veneziane, tra cui Michiel, Morosini, Vendramin, Cavalli, Malipiero, Marcello, Soranzo, Contarini, Barbarigo e Dandolo. Tra questi spiccano il monumento al doge Morosini, proveniente dalla bottega delle Masegne, e il monumento funebre del doge Vendramin, opera del Lombardo, trasportato qui nel 1817. Sulla porta della sacrestia si trova un monumento funebre che Palma il Giovane eresse per sé, per lo zio Palma il Vecchio e per Tiziano.

Le Sacre Reliquie
Non meno importanti degli ornamenti materiali sono quelli spirituali di questa magnifica chiesa. In essa si venerano, racchiuse in preziosi tabernacoli d’argento dorato, una spina della corona di Gesù Cristo e una porzione della sua Santissima Croce. In altri ricchissimi reliquiari si conservano un piede intero e incorrotto della serafica vergine Caterina da Siena, un dito incorrotto di San Pietro martire, un articolo di un dito di San Vincenzo Ferrerio, un piede di uno degli Innocenti di Betlemme, un articolo del dito di Santa Maria Maddalena e cinque teste, che si dicono delle vergini compagne di Sant’Orsola. Tutte queste cospicue reliquie sono collocate in ornatissimi nicchi all’altare della sacrestia.
Nella chiesa si custodiscono anche, chiusi in cassette di cristallo ornate d’argento, due interi ossa delle braccia dei Santi titolari, Giovanni e Paolo, ottenuti nel 1661 con l’assenso del pontefice Alessandro VII dal cardinal Giberto Borromeo, titolare della Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, e dai padri Gesuati allora possessori di essa chiesa.
Personalità Illustri del Convento
Molti furono i soggetti insigni che, provenienti da questi chiostri, illustrarono la patria e la loro religione con la santità del loro costume e lo splendore della loro dottrina. Tra questi merita menzione speciale il beato Giacomo Salomone, che vestì l'abito domenicano in questo convento. La sua vita fu austera e dedita alla preghiera, ma al contempo fu pieno di dolcezza verso il prossimo. Si dedicò al servizio dei poveri nell'ospedale di Forlì, dove convertì Carino, l'assassino di San Pietro martire. Giacomo Salomone trascorse sessantasei anni di vita religiosa, la maggior parte a Forlì, distinguendosi per umiltà, predicazioni apostoliche e una grande pazienza nell'affrontare la malattia, spirando nel 1380. Il suo corpo, esposto per tre giorni, riempì la chiesa di soavissimo odore e fu associato a numerosi miracoli di guarigione e persino resurrezione. La Repubblica di Venezia fece erigere un nobile sepolcro di marmo a Forlì.
Degno di nota è anche Paolo Veneto, compagno inseparabile di San Domenico per due anni, che ne imitò vivamente le virtù e morì a Venezia nel 1383, celebre per santità di costumi. Si aggiunge Roberto Napolitano, illustrato da Dio con miracoli. A questi si uniscono numerosi prelati che ricoprirono importanti dignità ecclesiastiche, tra cui:
- Pietro Giustiniani, priore del convento nel 1458 e poi arcivescovo di Corfù.
- Tommaso Stella, vescovo di Capodistria per volere di Giulio Papa III.
- Lodovico dei Martini, priore nel 1532 e poi vescovo Ariense in Candia.
- Teodoro Dedo, priore nel 1611 e vescovo di Curzola per Paolo V.
- Raffael da Riva, vescovo di Curzola e poi di Chioggia.
- Giovanni Santato da Rovigo, priore e poi vescovo di Rettimo in Candia nel 1615.
- Gualtero o Waltero della famiglia Agnusdei, vescovo di Treviso e poi di Castello, sepolto in questa chiesa.
- Bartolommeo dei Pisciali Bolognese, vescovo di Torcello, anch'egli sepolto qui.
- Giberto Zorzi, vescovo di Parenzo nel 1367.
- Lorenzo Venier, vescovo di Modone nel 1411.
- Giorgio Dolfin, arcivescovo di Corfù nel 1413.
- Lodovico Longo, vescovo di Modone nel 1466.
- Giuseppe Pizzini, eletto vescovo di Caorle nel 1644, morto a Venezia nel 1648.