Nel contesto storico in cui non esisteva ancora la Scuola Media dell’obbligo, la formazione delle bambine proseguiva anche dopo le scuole elementari in modi alternativi. A San Giorgio in Salici, ad esempio, alcune famiglie affidavano le proprie figlie all’istituto gestito dalle suore dell’asilo. In questo ambiente protetto e idoneo, le bambine imparavano le basi del cucito e del ricamo, acquisendo dimestichezza con l’ago.
Per le più piccole, i lavoretti potevano consistere in un centrino o un grembiule, che venivano portati a casa con orgoglio al termine del corso. Durante le lezioni, i momenti di concentrazione e silenzio venivano intervallati da brevi pause. Se le più giovani approfittavano di questi momenti per chiacchierare o fare qualche scherzetto, le più grandi ne coglievano l’occasione per scambiarsi pettegolezzi o confidarsi piccoli segreti, spesso legati a cotte o innamoramenti.
La storia degli istituti religiosi e la scuola di lavoro
Nel corso del tempo, l’asilo di San Giorgio ha visto la presenza di due ordini religiosi con caratteristiche simili. Fin dalla sua fondazione nel 1898, l’istituto era gestito dalle "Cottolenghine", suore provenienti dall'Istituto Santa Maria.
La comunità religiosa che operava a San Giorgio era composta da una maestra d’asilo diplomata, una maestra elementare abilitata che insegnava nella classe femminile e una maestra di lavoro, dedicata principalmente al ricamo, oltre a una figura polivalente.
Nel 1939, si verificò un cambio di congregazione religiosa nella parrocchia con l’arrivo delle suore dell’Istituto veronese "Le Figlie di Gesù". Anche queste religiose si distinsero per la loro attività preziosa nell’ambito della "scuola di lavoro", come testimoniato da una foto ricordo del 1939.
La fotografia ritrae, da sinistra dietro: Carla Frapporti, Suor Marcella, Augusta Boscheggia, Anna Maria Bernuzzi, Lina Recchia, Cristini, Lina Demas, Rosetta Magagna, Paola Tomelleri e Rosella Farinelli.

Il circolo di studio "Un filo…promessa di Bellezza"
Il circolo di studio virtuale "Un filo…promessa di Bellezza" si propone come uno spazio partecipativo dedicato alla documentazione e all’approfondimento. L’obiettivo è evidenziare come, nel corso dei secoli, la storia e le storie di vita siano state intrecciate attraverso la manualità operosa, silenziosa e umile del ricamo, considerato non un'arte minore, ma una tradizione sopraffina.
Attraverso i contributi messi a disposizione da Geapolis, lo spazio accoglie diverse creazioni che testimoniano un patrimonio di tessuti e ricami di indubbio pregio. Dopo i contributi delle clarisse con Suor Agnese Bullegas e delle cottolenghine con suor Giuliana Galli, viene proposta una conversazione con suor Alessandrina e suor Maria Caterina Orrù, abbadessa del Convento di clausura delle Suore Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento a Roma.
Percorsi di fede e manualità: il ricamo tra Roma e il Messico
Attraverso la presentazione di manufatti realizzati con tecniche quali il punto rinascimento, il ricamo in oro, il punto croce e le sfilature, suor Maria Caterina Orrù, originaria di Sant’Antioco, e suor Alejandrina, originaria di Veracruz (Messico), guidano un percorso geografico e culturale che segue il filo conduttore delle loro vocazioni religiose.
Presso il Museum of Popular Art di Città del Messico, si afferma che la realizzazione di manufatti e ricami preziosi è opera di "Mani miracolose che trasformano bisogni e paure in spirito". Quest'arte del ricamo è profondamente radicata anche a Roma, in Via del Casaletto n. 79.

La vocazione di Suor Maria Caterina Orrù
Nata a Sant’Antioco ottant’anni fa, Suor Maria Caterina Orrù frequentava l'asilo gestito dalle suore del Cottolengo di Torino. Fu proprio lì, all'età di tre o quattro anni, che iniziò a imparare a ricamare sotto la guida di Suor Amelia.
A diciotto anni, lasciò Sant’Antioco per entrare nel monastero delle Suore Adoratrici a Roma, dove si consacrò nel luglio del 1962. Inizialmente, l'istituto si trovava in via dei Selci, per poi trasferirsi nel nuovo monastero in via del Casaletto nel 1968.
Al suo arrivo in convento, Suor Maria Caterina trovò un laboratorio di ricamo qualificato e fiorente. Venivano realizzati manufatti destinati alle celebrazioni liturgiche, come tovaglie d'altare e paramenti per il celebrante, oltre a corredi da sposa commissionati.
Ricorda in particolare una giovane donna che desiderava un corredo realizzato con tessuti colorati, incluso il nero, ricamato con le tecniche classiche a colori sfumati.
Organizzazione e vita del laboratorio di ricamo
La vita del monastero è da sempre scandita dalla preghiera e dal lavoro, con ciascuna consorella che svolge un ruolo preciso all'interno della comunità e dei servizi assegnati.
Quando l'istituto era ancora in via dei Selci, il laboratorio di ricamo era situato nella sala capitolare. La giornata iniziava alle quattro del mattino, con le prime ore dedicate alla preghiera comunitaria e personale. Alle otto, iniziava il servizio: le ricamatrici si recavano nella sala capitolare e lavoravano fino alle 11:30. Nel pomeriggio, riprendevano il lavoro alle 16:00 fino alla recita dei Vespri.
Suor Maria Caterina ha svolto diversi servizi all'interno della comunità, dedicandosi al ricamo in modo particolare quando era necessario realizzarlo per i corredi da sposa. Tra le ricamatrici specializzate, ricorda Madre Elena, esperta nei disegni preparatori.
Per quanto riguarda i materiali, dai tessuti ai filati, il punto di riferimento è sempre stato lo storico negozio Canetti, nel centro di Roma.
Il ricamo liturgico e il significato spirituale
La comunità conserva con particolare cura alcuni manufatti di ricamo liturgico realizzati nei primi decenni del 1800, sotto la guida della fondatrice, suor Maria Maddalena dell’Incarnazione. Queste opere d'arte rivestono un significato profondo, essendo ancorate alla spiritualità eucaristica che caratterizza il carisma dell'istituto.
Tra i manufatti più significativi si annovera il VELO OMERALE, voluto dalla fondatrice e realizzato in seta dalle prime consorelle. Negli ultimi decenni, questo velo ha richiesto un intervento di recupero a causa del logorio del tessuto.
Il velo omerale (dal latino humerus, "spalla") è un paramento liturgico utilizzato nella Chiesa cattolica e anglicana. Consiste in un pezzo di stoffa rettangolare di circa 2,5 metri di lunghezza e 60 cm di larghezza, dotato di nastri o ganci metallici per fissarlo. Fa parte del completo del piviale e ne riprende i ricami e i colori liturgici.
Tradizionalmente, al centro del velo omerale è ricamata un'Ostia circondata da una raggiera. Tuttavia, le decorazioni possono includere la croce (spesso greca) o emblemi eucaristici come la sigla JHS, l'agnello, spighe di grano e grappoli d'uva.
Simbolismo dei motivi ricorrenti nel ricamo liturgico
- UVA: Nel mito greco, era associata a Dioniso; successivamente, il grappolo d'uva divenne un simbolo del sangue di Cristo.
- GRANO: Simbolo di Gesù, rimanda al pane dell'Eucarestia. Sant'Agostino lo interpretava come "la spiga chiusa: ricorda una freccia e dunque indica l’insegnamento morale".
- ROSA: In ambito cristiano, è il fiore per eccellenza della Madonna, "rosa senza spine", simbolo di purezza e nascita senza peccato originale.
- FIORDALISO: Associato a Gesù Cristo, cresce nei campi di grano (simbolo dell'Eucarestia) e il suo colore blu richiama il cielo, il Paradiso e la vita dopo la morte.
- TULIPANO: Originario della Persia, era simbolo dell'amore perfetto; introdotto in Europa nel XVI secolo.
- VIOLA: Nella mitologia, nacque dal sangue di Attis. Nel cristianesimo, simboleggia modestia e umiltà, associata sia a Gesù che alla Madonna.
- PAPAVERO: Nell'antichità, associato al sonno, ai sogni e alla morte.

Il ricamo in Messico: un intreccio di culture
Suor Alejandrina, originaria di Veracruz (Messico), descrive come l'antica tradizione monastica si incontra con l'arte del ricamo delle consorelle messicane.
In Messico, l'arte del ricamo privilegia due tecniche particolari: il punto croce e le sfilature. Queste tecniche rappresentano la sintesi dell'intreccio tra la cultura indigena e l'influenza europea, in particolare spagnola.
Il punto croce è molto diffuso a Veracruz. Fin dai tempi preispanici, le donne decoravano i loro abiti con ricami ispirati alla flora e alla fauna locali. Durante la colonizzazione spagnola, il ricamo a punto croce con filo fu arricchito dall'uso di perline. A loro volta, i ricami spagnoli e portoghesi furono influenzati dallo stile moresco a partire dall'VIII secolo.
La tradizione spagnola del ricamo raggiunse le colonie del Messico, della California Spagnola e del Sud America. Ancora oggi, antichi punti spagnoli sono utilizzati nei migliori ricami messicani; le sfilature su cotone sono particolarmente apprezzate.
Nella comunità, le consorelle italiane insegnano tecniche della tradizione del ricamo, come il chiacchierino e i punti classici, incluso il punto rinascimento. Le consorelle messicane, a loro volta, realizzano manufatti utilizzando i punti della loro tradizione, in particolare il punto croce, arricchendolo con "molto colore" nel rispetto della tradizione liturgica: viola per la Quaresima, rosso per Pentecoste e le feste dei martiri, azzurro per le feste mariane, verde per il tempo ordinario.
Anche le sfilature su cotone fanno parte della tradizione messicana, differenziandosi dalla tecnica italiana. L'arte del ricamo in Messico è un esempio di come le tradizioni si evolvano, integrando influenze culturali e mantenendo al contempo la propria identità.
La scuola di ricamo di Firenzuola: un esempio di imprenditoria sociale
Un'altra testimonianza significativa dell'importanza del ricamo nell'educazione femminile e nell'ambito religioso proviene dalla storia della scuola di ricamo di Firenzuola, fondata nel 1912 da Maddalena Guadagni.
Maddalena, nata a Querqui e trasferitasi a Firenzuola, si rese conto che le ragazze della zona erano costrette a cercare lavoro come cameriere a Firenze, spesso fin da dieci anni, affrontando condizioni di sfruttamento e abusi. Convinta che i maggiori lavori di ricamo fossero stati prodotti nei secoli XIV, XV e XVI, periodi di eccellenza artistica, decise di fondare una scuola per riprodurre questi preziosi manufatti.
Con il permesso dell'Arcivescovo di Firenze, poté copiare i ricami conservati nelle chiese e nei conventi fiorentini. Con l'aiuto del marito, che realizzava disegni dei ricami presenti nelle opere d'arte rinascimentali, e grazie all'"innato senso della bellezza" delle ragazze locali, Maddalena riuscì a sviluppare le loro capacità, trasformandole in artigiane e artiste.
La scuola mirava a offrire un'alternativa dignitosa ai lavori umilianti, puntando su un elevato rigore e cura nella scelta dei materiali. Venivano utilizzati esclusivamente filo di lino irlandese e tela di lino delle Fiandre.
Al momento della fondazione, la scuola impiegava 15 ragazze. Nel giro di dieci anni, insieme alla scuola di ricamo di Cornacchiaia, si raggiunse un totale di 200 impiegate. I ricavi aumentarono significativamente, passando da 25.000 a 500.000 lire, con una produzione annuale di 15.000-20.000 pezzi, tra cui tovaglie, serviti da tè, strisce da tavolo, coperte, asciugamani e tende.
Questi proventi permisero alle ragazze di percepire uno stipendio superiore a quello che avrebbero ottenuto lavorando come domestiche in città. La scoperta di un catalogo in lingua inglese con numerose foto di ricami in vendita testimonia il successo commerciale dell'iniziativa.

L'arte del ricamo: un'eredità millenaria
Il ricamo è un'arte antichissima, nata in Oriente e diffusasi poi in Occidente. La parola deriva dal lemma arabo "raqm" (racam), che significa "segno, disegno". I primi ricami, ritrovati in Egitto e in Attica, risalgono a secoli prima di Cristo e la loro accuratezza suggerisce l'esistenza di vere e proprie scuole.
Il ricamo serviva a impreziosire e personalizzare gli abiti di personaggi di rilievo politico e religioso, conferendo loro dignità e prestigio.
In Italia, quest'arte si sviluppò intorno all'anno mille, durante il dominio dei Saraceni, che introdussero in Sicilia i primi laboratori di tessitura e ricamo.
Anche per le monache, il ricamo è stato uno strumento fondamentale per l'abbellimento dei tessuti, in particolare per i paramenti sacri e gli indumenti sacerdotali. Notevoli sono le realizzazioni rinvenute nel Monastero di Santa Maria Maddalena, dove alcuni paliotti ricamati, anche in oro, raggiungono una bellezza ineguagliabile.
L'apprendimento dei lavori femminili, quali la tessitura, il cucito e il ricamo, era considerato un elemento essenziale nell'educazione di una novizia o di un'educanda fino a tutto l'Ottocento. Le giovani che entravano in monastero, dietro il pagamento di una retta annuale, venivano affidate alla competenza di suore esperte o di professori esterni, specialmente per i corsi di disegno.
Altre arti e mestieri monastici
Oltre al ricamo, le monache praticavano diverse altre attività artigianali e artistiche, tramandando saperi antichi.
La tessitura
La tessitura, una delle attività più antiche dell'uomo, si basa sul principio dell'incrocio ortogonale dei fili di trama e ordito. Presso il Monastero di Santa Maria Maddalena sono stati rinvenuti diversi telai lignei, ora esposti nel Museo delle Arti Monastiche, insieme a strumenti per la tessitura manuale e numerose matasse di filato di canapa.
La coltivazione della canapa era diffusa a Serra de' Conti e nelle zone limitrofe, fornendo il materiale per la produzione dei filati. Attualmente, il Comune di Serra de' Conti organizza corsi di tessitura manuale e ricamo, proseguendo una tradizione che risale alle monache e alle generazioni precedenti.
Un corso di tessitura con telaio manuale nel XXI secolo riveste un notevole valore storico e simbolico, offrendo l'opportunità di sviluppare un vero e proprio artigianato creativo. Utilizzando le potenzialità espressive di questo mezzo antico e moderno, è possibile produrre piccole serie di oggetti di design destinati a diversi settori, dall'abbigliamento all'arredamento e all'arte.

La ceroplastica
L'arte della ceroplastica è documentata dal ritrovamento di diverse statuette di santi e degli strumenti necessari alla loro produzione, come crogiuoli e spatole. Le statue venivano realizzate con un'intelaiatura di legno impagliato e rivestito di stoffe ricamate, su cui venivano applicate testa e mani modellate in cartapesta o cera.
La produzione di fiori di seta
Fino a tutto l'Ottocento, le monache si dedicavano alla produzione di fiori di seta, un'arte antica importata dalle Fiandre. Descrizioni di questa tecnica si trovano in un testo del 1678 conservato presso l'antica biblioteca del monastero.
I fiori di stoffa venivano impiegati per la decorazione delle chiese, specialmente in inverno, e per ornare le coroncine indossate dalle novizie il giorno della promessa temporanea.
La tintura
L'attività della tintura, documentata in un fascicolo d'archivio, prevedeva l'immersione dei materiali in grandi "caldari" con terre colorate per tingere vari tipi di stoffa.
La spezieria
La spezieria era uno degli uffici previsti dall'ordinamento del monastero. Le monache addette preparavano medicamenti e ricette erboriste, trasmettendo il proprio sapere e offrendo testimonianza di cura e pace.
La musica e il canto
Il canto e la preghiera erano attività a cui le monache dedicavano molto tempo ed energie, al pari dei lavori manuali. Il canto è considerato una forma di preghiera raddoppiata, e molte monache possedevano notevoli doti musicali.
Un caso di particolare rilievo fu quello di Suor Maria Giuseppina Benvenuti, nota come la "Moretta", di origine sudanese. Dimostrò precoci attitudini per il canto e per l'organo, strumento presente nella chiesa del monastero. Ricevette istruzioni da due maestri esterni e i suoi brani erano molto apprezzati dai fedeli.
L'organo Gennari, risalente al 1827-28, è stato restaurato nel 2001. Possiede la caratteristica di includere un tamburo con campanelli, un elemento non insolito per gli organi dell'epoca, che permetteva l'esecuzione del repertorio operistico per accompagnare le celebrazioni.

La cucina e le tradizioni culinarie
Nella sala della "Cucina" sono esposti numerosi utensili e ceramiche. I libri contabili testimoniano, dalla seconda metà del Seicento a metà Ottocento, un notevole consumo di materiali di diversa tipologia e provenienza.
L'attività culinaria delle monache era intensa e variegata, poiché ciascuna, provenendo da regioni diverse, portava con sé un patrimonio di ricette e usanze tipiche del proprio territorio. Numerose ricette sono state rinvenute presso il Monastero di S. Il pasto veniva consumato in refettorio, un momento comunitario della giornata claustrale.
Incontri e dimostrazioni: il ponte tra monastero e territorio
L'apertura del convento a visite esterne, come avvenuto con la scoperta di una tela del Moroni, ha permesso al pubblico di scoprire il patrimonio e la storia dell'ordine religioso. Queste iniziative sono accolte favorevolmente, in quanto rappresentano un momento di incontro con il territorio e offrono alle suore l'opportunità di mostrare le loro capacità.
In occasione di dimostrazioni, il salone della casa madre si trasforma in un laboratorio tessile. Le suore mostrano le loro abilità in lavorazioni a maglia con vari strumenti e tecniche (tombolo, chiacchierino, ferri, uncinetto), nonché nella pittura su tessuto o su carta.
Contemporaneamente, viene allestita una bancarella per la vendita dei manufatti e una mostra fotografica dal titolo "Mani che creano e che pregano". Queste iniziative evidenziano come l'arte tramandata di generazione in generazione unisca testimonianza e fede, incarnando valori di cura, sapienza e preghiera.