La storia dell'Agente Scelto della Polizia di Stato Rosario Bonfiglio, pilota elicotterista del Reparto Volo di Reggio Calabria, è un esempio di senso del sacrificio e invidiabile coraggio. Nato ad Altolia (ME), Bonfiglio è deceduto a Reggio Calabria il 19 marzo 1987, nel tentativo di sventare una rapina, diventando così una Vittima del Dovere.

La Tragedia del 19 Marzo 1987 a Reggio Calabria
Quel 19 marzo del 1987, Rosario Bonfiglio, allora venticinquenne, non era in servizio. Era la festa del papà e, mentre passeggiava su Corso Garibaldi a Reggio Calabria, il "salotto buono" della città dello Stretto, fantasticava sul suo futuro da padre. Sua moglie, Anna Meluso, di origini casertane, era infatti incinta di nove mesi del loro primo figlio, e Rosario pensava che quello fosse l'ultimo 19 marzo che non avrebbe festeggiato da genitore. Forse immaginava di portare un giorno il figlio con sé all’aeroporto di Reggio Calabria, dove era in servizio come poliziotto addetto al reparto voli.
Insieme a Rosario e Anna c'era anche una coppia di amici, Claudio Ceccarelli e sua moglie. Verso le sette di sera, i Bonfiglio e i Ceccarelli si avvicinarono alla vetrina di una gioielleria, quella di Gregorio (o Gianfranco) Merenda, situata in una traversa di Corso Garibaldi, per fare acquisti. Una fatalità che si sarebbe rivelata tragica.
Appena entrati nel negozio, si imbatterono in due giovani banditi che, proprio in quegli istanti, stavano portando a termine una rapina. Bonfiglio intuì immediatamente la situazione. Non esitò a intervenire in difesa dell’orefice e dei presenti. Tentò di bloccare i malviventi, chiedendo loro di mantenere la calma e invitandoli ad abbassare le armi. Tuttavia, uno dei due rapinatori reagì violentemente, sparando due colpi di pistola che colpirono mortalmente Rosario al torace e alla testa.
Rosario Bonfiglio cadde a terra. Fu soccorso immediatamente e trasportato in ospedale, ma morì nel giro di pochi minuti, senza mai poter conoscere suo figlio. Anna, incinta e sotto choc, assistette a tutta la tragedia e fu ricoverata anch'essa.
L'Indagine e gli Errori Giudiziari
L'omicidio di Rosario Bonfiglio scosse la comunità. La zona della rapina fu presidiata da polizia e carabinieri, che si misero subito alla ricerca dei due banditi, i quali erano fuggiti sbarazzandosi di una ventina di orologi e sparando altri colpi.
Le Prime Accuse e il Ruolo del Pentito
Le indagini portarono a un processo in cui furono coinvolti altri poliziotti, in particolare un agente noto come F.P., di 29 anni, e Di Bartolo, anche lui agente di 39 anni, catanese di Misterbianco, considerato l'imputato principale. L'accusa di concorso in rapina e omicidio fu formulata da un pentito, Antonino D’Agostino, con precedenti penali per spaccio di droga. F.P. fu arrestato il 9 settembre del 1993 e trascorse due anni nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), un periodo che gli cambiò la vita profondamente, spingendolo persino a pensare al suicidio, rinunciandovi solo per la moglie, sposata un anno prima dell'arresto.
F.P. si difese sostenendo di non poter essere contemporaneamente in servizio e sul luogo della rapina. Quella sera, egli prestava servizio al reparto celere come aggregato (allora alle dipendenze della questura di Bari), ed era al lavoro in auto con il suo superiore, il maresciallo A. A., il quale confermò la sua versione e fu successivamente incriminato per favoreggiamento. La sua difesa fu rafforzata dal fatto che nessuno dei testimoni lo riconobbe, nonostante i rapinatori avessero agito a volto scoperto, e dal fatto che conosceva il fratello del titolare dell’orologeria, rendendo illogico rapinare a volto scoperto.

La Ritrazione e la Scarcerazione
Il pentito Antonino D’Agostino, amico di Di Bartolo e suo presunto complice in altri episodi criminosi, inizialmente incastrò F.P., sostenendo di conoscerlo come collega e complice del suo amico Di Bartolo. Tuttavia, in seguito, svelò che la sua confessione era stata sollecitata da un appuntato dei Carabinieri che, per vendetta personale contro Di Bartolo, gli aveva soffiato una fidanzata.
Durante il processo, apertosi nel novembre del 1994, Antonino D’Agostino, a cui era stato negato lo status di collaboratore di giustizia, fu ascoltato due volte dal pubblico ministero. Il 17 e il 21 marzo, ritrattò completamente le sue precedenti dichiarazioni, affermando di aver raccontato "cose non vere". Durante il controesame del collegio di difesa di F.P., D’Agostino si contraddisse ulteriormente e fu arrestato, rispondendo della medesima imputazione dei due poliziotti.
La corte, rilevando «l’attuale incongruenza delle dichiarazioni complessive del D’Agostino rispetto ai requisiti che la giurisprudenza di legittimità indica come necessari perché una chiamata in reità sia ritenuta affidabile e credibile», accolse l'istanza degli avvocati del poliziotto. Così, F.P. tornò in libertà dopo due anni di detenzione, potendo finalmente riabbracciare la moglie e i parenti. La sua vicenda ha evidenziato come "il problema non è soltanto mio", ma tocca centinaia di colleghi accusati ingiustamente da pentiti.

Un Esempio di Coraggio: Le Commemorazioni
Il ricordo di Rosario Bonfiglio, morto a soli 26 anni nel tentativo di fermare due banditi, rimane indelebile nella memoria della Polizia di Stato e della comunità. Il suo gesto di eroismo, compiuto da libero dal servizio e in compagnia della moglie che assistette alla tragedia, è un simbolo del dovere e del sacrificio.
I Ricordi e gli Omagg
Periodicamente, Rosario Bonfiglio viene ricordato dai suoi colleghi. Avvengono deposizioni di fiori sulla sua tomba nel cimitero di Altolia, e momenti di preghiera, come quello celebrato alla presenza dei parenti e del Vicario del Questore, Diego Trotta, dall’assistente spirituale della Polizia di Stato Giovanni Ferrari. Questi eventi servono a far sì che il ricordo di uomini come Rosario resti indelebile.
La Commemorazione a Peschiera del Garda
Il 5 ottobre 2024, presso la Scuola Allievi Agenti della Polizia di Stato di Peschiera del Garda, si è tenuta una significativa commemorazione. Accolti dal Direttore Giampaolo Trevisi, un nutrito numero di ex corsisti del 65° corso, a cui apparteneva Bonfiglio, e i loro familiari si sono riuniti per onorare il collega. La cerimonia ha avuto inizio al mattino con l'alzabandiera degli Allievi della Scuola, seguita dalla deposizione di una corona d’alloro presso il monumento dei caduti della Polizia di Stato adiacente alla Scuola Allievi Agenti.
La commemorazione è poi proseguita all'interno dell'aula didattica, già intitolata a Rosario Bonfiglio, dove in una teca è conservato il suo berretto. Questi gesti rafforzano il legame con la storia e i valori della Polizia di Stato, mantenendo viva la memoria di chi ha sacrificato la propria vita per la sicurezza altrui.