Le Omelie di Ermes Ronchi su Avvenire: Fede, Servizio e Misericordia

Le omelie di Ermes Ronchi, spesso pubblicate su Avvenire, offrono profonde riflessioni sui Vangeli, invitando i fedeli a una comprensione più intima e pratica della Parola di Dio. Attraverso un linguaggio evocativo e uno stile accessibile, padre Ronchi guida i lettori a scoprire la presenza divina nella quotidianità e a incarnare i principi evangelici nella propria vita.

V Domenica del Tempo Ordinario - Anno A: Siete Sale e Luce del Mondo

Il Discepolo come Istinto di Vita e Bellezza

Nel Vangelo di questa domenica, Gesù si rivolge ai suoi discepoli con parole potenti: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro». Questo passaggio sottolinea la duplice vocazione del discepolo.

Voi siete il sale, voi siete la luce. Siete come un istinto di vita che penetra nelle cose, come il sale, si oppone al loro degrado e le fa durare. Siete un istinto di bellezza, che si posa sulla superficie delle cose, le accarezza, come la luce, e non fa violenza mai, ne rivela invece forme, colori, armonie e legami. Così il discepolo-luce è uno che ogni giorno accarezza la vita e rivela il bello delle persone, uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.

Voi siete il sale, avete il compito di preservare ciò che nel mondo vale e merita di durare, di opporvi a ciò che corrompe, di far gustare il sapore buono della vita. Voi siete la luce del mondo. Una affermazione che ci sorprende, perché se crediamo che Dio sia luce, credere che anche l’uomo lo sia, con i nostri limiti e le nostre ombre, è sorprendente. E lo siamo già adesso, se respiriamo Vangelo: la luce è il dono naturale di chi ha respirato Dio. Chi vive secondo il Vangelo è una manciata di luce gettata in faccia al mondo, come suggerito da Luigi Verdi.

Illustrazione del sale della terra e della luce del mondo (simbolico)

La Luce nelle Opere Buone e la Ricerca Interiore

La luce non si manifesta impalcandosi a maestro o giudice, ma con i gesti: risplenda la vostra luce nelle vostre opere buone. Sono opere di luce i gesti dei miti, di chi ha un cuore bambino, degli affamati di giustizia, dei mai arresi cercatori di pace, i gesti delle beatitudini, che si oppongono a ciò che corrompe il cammino del mondo: violenza e denaro. Quando due sulla terra si amano compiono l’opera: diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti, piacere di vivere e di credere.

Anche se a volte non ci sentiamo né luce né sale, il Vangelo ci incoraggia a prenderne coscienza: «Non fermarti alla superficie di te, al ruvido dell’argilla di cui sei fatto, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, scendi nel tuo santuario e troverai una lucerna accesa, una manciata di sale: frammento di Dio in te». Questo invita a una ricerca interiore per scoprire la scintilla divina che risiede in ognuno.

L'Umiltà del Dono: A partire da me, ma non per me

L’umiltà della luce e del sale è fondamentale: la luce non illumina se stessa, nessuno mangia il sale da solo. Così ogni discepolo deve apprendere la loro prima lezione: a partire da me, ma non per me. La povertà del sale e della luce è perdersi dentro le cose, senza fare rumore né violenza, e risorgere con loro. Come suggerisce il profeta Isaia: «Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua ferita» (Isaia 58,8). Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

Omelia - SALE E LUCE DEL MONDO - P. Francesco M. Budani, FI

XXXIV Domenica Cristo Re - Anno C: La Misericordia sul Calvario

L'Ultima Parabola sulla Misericordia

Il Vangelo della XXXIV Domenica, Cristo Re, ci porta sul Calvario. In quel tempo, il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». (...) Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Sul Calvario, fra i tre condannati alla stessa tortura, Luca colloca l’ultima sua parabola sulla misericordia. Essa comincia sulla bocca di un uomo, anzi di un delinquente, uno che nella sua impotenza di inchiodato alla morte, spreme, dalle spine del dolore, il miele della compassione per il compagno di croce Cristo. E prova a difenderlo in quella bolgia, e vorrebbe proteggerlo dalla derisione degli altri, con l’ultima voce che ha: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Queste parole sono una rivelazione per noi: anche nella vita più contorta abita una briciola di bontà; nessuna vita, nessun uomo sono senza un grammo di luce.

Icona o dipinto del buon ladrone e Gesù sulla croce

Dio nel Cuore dell'Uomo Sofferente

Un assassino è il primo a mettere in circuito lassù il sentimento della bontà, è lui che apre la porta, che offre un assist, e Gesù entra in quel regno di ordinaria, straordinaria umanità. «Non vedi che patisce con noi?» è una grande definizione di Dio: Dio è dentro il nostro patire, crocifisso in tutti gli infiniti crocifissi della storia, naviga in questo fiume di lacrime. La sua e nostra vita, un fiume solo. Come dice Turoldo: “Sei un Dio che pena nel cuore dell’uomo”. Un Dio che entra nella morte perché là entra ogni suo figlio. Per essere con loro e come loro. Il primo dovere di chi vuole bene è di stare insieme a coloro che ama.

«Lui non ha fatto nulla di male». Che bella definizione di Gesù, nitida, semplice, perfetta: niente di male, a nessuno, mai. Solo bene, esclusivamente bene. Si instaura tra i patiboli, in faccia alla morte, una comunione più forte dello strazio, un momento umanissimo e sublime: Dio e l’uomo si appoggiano ciascuno all’altro.

La Promessa del Paradiso

E il ladro che ha offerto compassione ora riceve compassione: «ricordati di me quando sarai nel tuo regno». Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé: «oggi sarai con me in paradiso». Come un pastore che si carica sulle spalle la pecora perduta, perché sia più agevole, più leggero il ritorno verso casa. “Ricordati di me” prega il peccatore, “sarai con me” risponde l’amore. Sintesi estrema di tutte le possibili preghiere. Non solo il ricordo, ma l’abbraccio che stringe e unisce e non lascia cadere mai: “con me, per sempre”.

Le ultime parole di Cristo sulla croce sono tre parole da principe, tre editti regali, da vero re dell’universo: oggi-con me-nel paradiso. Il nostro Gesù, il nostro idealista irriducibile, di un idealismo selvaggio e indomito! Ha la morte addosso, la morte dentro, e pensa alla vita, per quel figlio di Caino e dell’amore che sgocciola sangue e paura accanto a lui. È sconfitto e pensa alla vittoria, a un oggi con me, un oggi di luce e di comunione.

XXIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno B: Il Senso del Servizio

"Tra Voi non È Così": La Differenza Cristiana

Nel Vangelo di questa domenica, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

«Tra voi non è così!» Questa è una bellissima espressione che mette a fuoco la differenza cristiana. Gli altri dominano, ma non così tra voi. Voi vi metterete a fianco delle persone, o ai loro piedi, e non al di sopra. Gli altri opprimono. Voi invece solleverete le persone, le tirerete su per un'altra luce, altro sole, altro respiro. La storia gloriosa di ciascuno non è scritta da chi ha avuto la capacità di dominarci, ma da chi ha avuto l'arte di amarci: questa è la gloria della vita.

Gesù che serve o lava i piedi ai discepoli

Gesù Liberatore dal "Disamore"

Sono venuto per dare la mia vita in riscatto per la moltitudine... Gesù riscatta l'umano, ridipinge l'icona di cosa sia la persona, cosa sia vita e cosa no, tira fuori un tesoro di luce, di sole, di bellezza da ciascuno. Libera il volto nuovo dell'umanità, riscatta l'umano dagli artigli del disumano; riscatta il cuore dell'uomo dal potere mortifero della indifferenza. Gesù è il guaritore del peccato del mondo, che ha un solo nome: disamore.

Giacomo e Giovanni, i “figli del tuono”, gli avevano chiesto, con quel tono da bambini: «Vogliamo che tu ci faccia quello che vogliamo noi...» Gli altri apostoli si indignano, lo fanno per rivalità, per gelosia, perché i due fratelli hanno tentato di manipolare la comunità. Ma Gesù non li segue, va avanti, salva la domanda dei due e anche l'indignazione degli altri: li chiama a sé, nell'intimità, cuore a cuore, e spiega, argomenta. Perché dietro ad ogni desiderio umano, anche i più storti, c'è sempre una matrice buona, un desiderio di vita, di bellezza, di armonia. Ogni desiderio umano ha sempre dietro una parte sana, piccolissima magari. Ma quella è la parte da non perdere. Gli uomini non sono cattivi, sono fragili e si sbagliano facilmente. Come ha detto D. M. Turoldo: «Anche il peccato è spesso un modo sbagliato per cercarti».

Dio: Da Onnipotente a Servo

L'ultima frase del Vangelo è di capitale importanza: Sono venuto per servire. La più spiazzante autodefinizione di Gesù. La più rivoluzionaria e contromano. Ma che illumina di colpo il cuore di Dio, il senso della vita di Cristo, e quindi della vita di ogni uomo e ogni donna. Un Dio che, mentre nel nostro immaginario è onnipotente, nella sua rivelazione è servo. Da onnipotente a servo. Novità assoluta.

Perché Dio ci ha creati? Molti ricordiamo la risposta del catechismo: Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita, e goderlo nell'altra. Gesù capovolge la prospettiva, le dà una bellezza e una profondità che stordiscono: siamo stati creati per essere amati e serviti da Dio, qui e per sempre. Dio esiste per te, per amarti e servirti, dare per te la sua vita, per essere sorpreso da noi, da questi imprevedibili, liberi, splendidi, creativi e fragili figli.

Corpus Domini - Anno C: Il Miracolo del Dono e della Condivisione

"Voi Stessi Date Loro da Mangiare": Il Volto del Padre

Nel Vangelo del Corpus Domini, Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà.

«Mandali via, è sera ormai, e siamo in un luogo deserto». Gli apostoli si preoccupano per la folla, ne condividono la fame, ma non vedono soluzioni: «lascia che ciascuno vada a risolversi i suoi problemi, come può, dove può». Ma Gesù non ha mai mandato via nessuno. Anzi vuole fare di quel luogo deserto una casa calda di pane e di affetto. E condividendo la fame dell'uomo, condivide il volto del Padre: “alcuni uomini hanno così tanta fame, che per loro Dio non può avere che la forma di un pane” (Gandhi).

Moltiplicazione dei pani e dei pesci (scena di condivisione)

Il Coraggio del Dono Infinito

E allora Gesù imprime un improvviso cambio di direzione al racconto, attraverso una richiesta illogica ai suoi: «Date loro voi stessi da mangiare». Un verbo semplice, asciutto, concreto: date. Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo, fattivo, di mani: dare (Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (Gv 3,16), non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).

Ma è una richiesta impossibile: «non abbiamo che cinque pani e due pesci». Un pane per ogni mille persone e due pesciolini: è poco, quasi niente, non basta neppure per la nostra cena. Ma il Signore vuole che nei suoi discepoli metta radici il suo coraggio e il miracolo del dono. C'è pane sulla terra a sufficienza per la fame di tutti, ma non è sufficiente per l'avidità di pochi. Eppure chi dona non diventa mai povero. La vita vive di vita donata.

La Tavola d'Erba e la Sazietà Universale

«Fateli sedere a gruppi». Nessuno da solo, tutti dentro un cerchio, tutti dentro un legame; seduti, come si fa per una cena importante; fianco a fianco, come per una cena in famiglia: questo è il primo passo per entrare nel gioco divino del dono. Fuori, non c'è altro che una tavola d'erba, primo altare del Vangelo, e il lago sullo sfondo con la sua abside azzurra.

La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso tra tutti, che passa di mano in mano e ne rimane in ogni mano, diventa sufficiente, si moltiplica in pane in-finito. La sorpresa è vedere che la fine della fame non consiste nel mangiare da solo, a sazietà, il mio pane, ma nello spartire il poco che ho, e non importa cosa: due pesci, un bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore, una carezza amorevole. Questo è il grande messaggio del pane, e il nostro compito nella vita sa di pane: non andarcene da questa terra senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la vita e la pace di qualcuno.

«Tutti mangiarono a sazietà». Quel “tutti” è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, nessuno escluso, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti fallimenti, nessuno escluso.

Omelia - SALE E LUCE DEL MONDO - P. Francesco M. Budani, FI

Battesimo del Signore Anno A: L'Immersione nell'Amore Divino

Il Battistero del Sole e il Battesimo Esistenziale

Il Vangelo del Battesimo del Signore narra: Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. E una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Ricordando un tramonto a Patmos, l’isola dell’Apocalisse, un monaco sapiente mi disse che i padri antichi chiamavano il mare «il battistero del sole». Ogni sera il sole scende, si immerge nel grande bacile del mare come in un rito battesimale; poi il mattino riemerge dalle stesse acque, come un bambino che nasce, come un battezzato che esce. Questa parabola indimenticabile dipinge il significato del verbo battezzare: immergere, sommergere. Io sommerso in Dio e Dio immerso in me; io nella sua vita, Lui nella mia vita.

Siamo intrisi di Dio, dentro Dio come dentro l’aria che respiriamo, dentro la luce che bacia gli occhi; immersi in una sorgente che non verrà mai meno, avvolti da una forza di genesi che è Dio. E questo è accaduto non solo nel rito di quel giorno lontano, con le poche gocce d’acqua, ma accade ogni giorno nel nostro battesimo esistenziale, perenne, in-finito: «siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci).

Battesimo di Gesù con la colomba e la voce dal cielo

Tu Sei Mio Figlio, l'Amato

La scena del battesimo di Gesù al Giordano ha come centro ciò che accade subito dopo: il cielo si apre, si fessura, si strappa sotto l’urgenza di Dio e l’impazienza di Adamo. Quel cielo che non è vuoto né muto. Ne escono parole supreme, tra le più alte che potrai mai ascoltare su di te: tu sei mio figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento. Parole che ardono e bruciano: figlio, amore, gioia. Che spiegano tutto il Vangelo.

Figlio, forse la parola più potente del vocabolario umano, che fa compiere miracoli al cuore. Amato, senza merito, senza se e senza ma. E leggermi nella tenerezza dei suoi occhi, nella eccedenza delle sue parole. Gioia, e puoi intuire l’esultanza dei cieli, un Dio esperto in feste per ogni figlio che vive, che cerca, che parte, che torna.

La Tenerezza di Dio nella Profezia di Isaia

Nella prima lettura, Isaia offre una delle pagine più consolanti di tutta la Bibbia: non griderà, non spezzerà il bastone incrinato, non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta. Non griderà, perché se la voce di Dio suona aspra o impositiva o stridula, non è la sua voce. Alla verità basta un sussurro. Non spezzerà: non finirà di rompere ciò che è sul punto di spezzarsi; la sua mania è prendersi cura, fasciando ogni ferita con bende di luce. Non spegnerà lo stoppino fumigante, a lui basta un po’ di fumo, lo circonda di attenzioni, lo lavora, fino a che ne fa sgorgare di nuovo la fiamma. “La vita xe fiama” (B. Marin) e Dio non la castiga quando è smorta, ma la custodisce e la protegge fra le sue mani di artista della luce e del fuoco.

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