Spesso si pensa che a parlare di Gesù di Nazareth siano solamente le Sacre Scritture cristiane e che non ci siano altri indizi o riferimenti a lui al di fuori di queste. In realtà, esistono numerose fonti, sia cristiane che non cristiane, che fanno menzione di Gesù o dei suoi seguaci, offrendo una panoramica più ampia sul contesto storico e culturale della sua figura.
Fonti Non Cristiane su Gesù
Le fonti non cristiane che menzionano Gesù o il cristianesimo sono di particolare interesse per la loro prospettiva esterna. Tra queste troviamo autori romani ed ebraici che, sebbene non sempre favorevoli, attestano l'esistenza dei cristiani e, in alcuni casi, di Gesù stesso.
Giuseppe Flavio
L'opera dello storico ebraico Giuseppe Flavio, in particolare le Antichità giudaiche (XVIII, 63-64 e XX, 200), contiene importanti riferimenti. Il passaggio noto come Testimonium Flavianum è il più discusso.

Il Testimonium Flavianum e la sua autenticità
Il passaggio delle Antichità giudaiche recita: "Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, e attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui."
Sull'autenticità del passo di Giuseppe pervenutoci, che pare uscito dalla penna di un cristiano, il giudizio degli studiosi è variegato. Alcuni lo ritengono interamente autentico, altri lo considerano del tutto interpolato da copisti cristiani. La maggior parte degli storici tende a considerarlo, nella versione finale, come un ampliamento agiografico cristiano di un passo di Giuseppe inizialmente "neutro".
A favore di questa terza opzione va notato che, in un passo del vescovo arabo cristiano Agapio di Mabbug (m. 941), egli [Giuseppe Flavio] afferma nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: «In questo tempo viveva un uomo saggio che si chiamava Gesù, e la sua condotta era irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e morire. E quelli che erano divenuti suoi discepoli non abbandonarono la propria lealtà per lui. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che egli era vivo.» Questa traduzione, pubblicata da Shlomo Pines nel 1971, è conforme a una versione rinvenuta in un manoscritto arabo del X secolo, la Storia universale di Agapio di Gerapoli.
Riferimento a Giacomo, fratello di Gesù
Lo stesso Giuseppe Flavio descrive, sempre in Antichità giudaiche (XX, 200), la lapidazione dell’apostolo Giacomo, a capo della comunità cristiana di Gerusalemme: «Anano (il sommo sacerdote Anna) [...] convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione». Questa descrizione combacia con quella riportata dall’apostolo Paolo nella lettera ai Galati (1,19).
Il Talmud di Babilonia
Il Talmud di Babilonia, testo ebraico redatto tra il II e il V secolo e che raccoglie tradizioni orali più antiche, contiene alcuni riferimenti a un Yeshu (ישו) che va verosimilmente identificato con Gesù Cristo.
Interpretazioni e controversie
Diversi commentatori medievali ebrei hanno sostenuto che Yeshu non sia un nome proprio ma l'acronimo dell'espressione ימח שמו וזכרו (yimmah shemo wezikro, "sia cancellato (il) nome di lui e (il) ricordo di lui"), riferibile a un generico nemico dell'ebraismo. La tradizione medievale cristiana, convinta del riferimento a Gesù, ha invece giudicato blasfemi i passi talmudici, e questo ha portato alla bolla di Papa Giulio III Contra hebreos retinentes libros in quibus aliquid contra fidem catholicam notetur vel scribatur ("Contro gli ebrei possessori di libri nei quali è annotato o scritto qualcosa contro la fede cattolica", 29 maggio 1554), che prescriveva il rogo delle copie del Talmud.
Nel più ampio passo relativo a Gesù (Sanhedrin 43a) viene descritta la corretta modalità di un processo sinedrita, e viene citato un detto del rabbino Abaye (m. 339), per il quale la notizia delle accuse deve essere divulgata per un breve tempo prima del processo in modo da garantire l'intervento di eventuali difensori dell'accusato. Alla vigilia della Pasqua (Gv 19,14.31) Yeshu (ישו) [il nazareno] fu appeso. Per quaranta giorni prima dell'esecuzione un araldo gridava (Gv 11,57): "Egli sta per essere lapidato (Gv 10,33) perché ha praticato la stregoneria (Mt 12,24) e ha condotto Israele (Lc 23,2) verso l'apostasia (Mc 14,64). Chiunque sappia qualcosa a sua discolpa venga e difenda il suo operato". Aggiunge un passo talmudico: "Che per gli apostati non vi sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il dominio dell'usurpazione, e periscano in un istante i Cristiani (nôserîm) e gli eretici (minim): siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti."
Tacito
L'oratore romano Tacito (56-123), negli Annali (112), descrive la persecuzione dei cristiani ad opera di Nerone nel 64 e accenna a Cristo.

"Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale pratica religiosa di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l'accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d'auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo."
Plinio il Giovane
Circa nel 112, in uno scambio epistolare tra l'imperatore Traiano e il governatore delle province del Ponto e della Bitinia Plinio il Giovane, viene fatto un riferimento ai cristiani, offrendo uno sguardo sulle prime persecuzioni.
Plinio scrive: "È per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Non ho mai preso parte a istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent'anni. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell'esser soliti riunirsi in un giorno fissato prima dell'alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l'esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l'interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Perciò, differita l'istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo."
La lettera di Plinio sui cristiani
Risposta di Traiano
Traiano rispose: "Mio caro Plinio, nell'istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi."
Svetonio
Un passo dello storico Svetonio (70-122), nella sua opera dedicata alle Vite dei dodici Cesari (ca. 120), accenna a tumulti a Roma causati da Giudei che portarono alla loro espulsione dall'urbe da parte dell'imperatore Claudio (cf. Claudio XXV, 4): "Giudei, istigati da Chresto, tumultuavano assiduamente."
Tertulliano
Tertulliano (ca. 160-220), scrittore cristiano, nel suo Apologeticum (cap. V, 2), riferisce un aneddoto legato all'imperatore Tiberio: "Quando Tiberio, con grande approvazione, propose al senato che Cristo dovesse essere considerato un dio, il senato si indignò perché la questione non gli era stata riferita precedentemente, in modo che potesse essere il primo, secondo costume, a deliberare sul riconoscimento di un nuovo culto. Il senato quindi rifiutò di divinizzare Cristo ed emise un editto secondo il quale i cristiani dovessero essere banditi dalla città. Questo fu anche il motivo particolare per cui Seiano, il prefetto di Tiberio, fu inflessibile contro il riconoscimento di questa religione."
Non tutti gli storici sono concordi nel ritenere attendibile la notizia poiché secondo loro potrebbe essere stata o inventata dallo stesso Tertulliano o alterata successivamente. È possibile scorgere accenni indiretti a questo senatoconsulto in altre due fonti.
Accenni indiretti al senatoconsulto di Tiberio
Gli Atti di sant'Apollonio di Roma, apologeta e martire, possono derivare da una trascrizione diretta degli atti dell'archivio imperiale, dunque coevi all'evento narrato (185), oppure possono essere un riadattamento letterario del processo composto nel II-III secolo. Negli Atti il prefetto, interrogando Apollonio, cita un non meglio precisato decreto del senato che vieta il cristianesimo e che può essere identificato con quello proposto da Tiberio: "Non sai, o Apollonio, che c'è il decreto del senato per cui nessuno può chiamarsi cristiano?"
Macario di Magnesia nell'Apocriticus (fine IV-inizio V secolo) riprende e confuta le opinioni del neoplatonico Porfirio di Tiro (ca. 234-305).
Celso
Il filosofo pagano Celso (II secolo), nell'opera Discorso vero (tradotta in Contra Celsum di Origene) presenta una visione critica del cristianesimo.
Tra le sue argomentazioni, Celso descrive i cristiani come una "plebem profanae coniurationis instituunt, quae nocturnis congregationibus et ieiuniis sollemnibus et inhumanis cibis non sacro quodam, sed piaculo foederatur, latebrosa et lucifuga natio, in publicum muta, in angulis garrula, templa ut busta despiciunt, deos despuunt, rident sacra, miserentur miseri (si fas est) sacerdotum, honores et purpuras despiciunt, ipsi seminudi! [...]Inter eos velut quaedam libidinum religio miscetur, ac se promisce appellant fratres et sorores, ut etiam non insolens stuprum intercessione sacri nominis fiat incestum. [...]Audio eos turpissimae pecudis caput asini consecratum inepta nescio qua persuasione venerari [...]Alii eos ferunt ipsius antistitis ac sacerdotis colere genitalia [...]Et qui hominem summo supplicio pro facinore punitum et crucis ligna feralia eorum caerimonias fabulatur, congruentia perditis sceleratisque tribuit altaria, ut id colant quod merentur. [...]Infans farre contectus, ut decipiat incautos, adponitur ei qui sacris inbuatur [...] occiditur."
La traduzione di questi passaggi è: "Essi, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! [...]Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. [...]Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d'asino, non saprei per quale futile credenza [...]Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote [...]E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti a ogni vizio l'altare che più ad essi conviene [...]Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, [...] viene ucciso."
Un altro passo attribuito a Celso, citato da Macario di Magnesia nell'Apocriticus, afferma: "I più tra gli uomini non sono in grado di comprendere con la mente un discorso dimostrativo consequenziale, per cui hanno bisogno, per essere educati, di miti. Così vediamo nel nostro tempo quegli uomini chiamati Cristiani trarre la propria fede dai miti. Essi, tuttavia, compiono le medesime azioni de..."
Petronio
Il letterato romano Petronio (m. 66), nel suo Satyricon (ca. 65), pervenutoci in frammenti, inserisce diversi elementi che hanno paralleli nel vangelo di Marco, che gli esegeti contemporanei ritengono redatto a Roma tra il 60-65. Preuschen nel 1902 ha evidenziato le somiglianze ipotizzando che Marco avesse ripreso Petronio. In realtà è improbabile che il testo volgare e blasfemo del Satyricon sia stato preso come fonte per i vangeli, mentre è più verosimile che Petronio abbia voluto nella sua opera parodiare il vangelo e irridere i cristiani.
Un passo che mostra affinità col vangelo è la cena di Trimalchione, un liberto semita che organizza una cena per parodiare la propria morte e sepoltura. Il cosiddetto racconto della matrona di Efeso presenta diverse analogie con la passione di Gesù. In esso (110-112) si narra di una "pudica" vedova di Efeso (città dove la tradizione cristiana colloca la dimora di Maria con Giovanni) che pianse per diversi giorni il marito defunto nel sepolcro. Vennero poi crocifissi dei "ladroni" accanto al sepolcro (Mc), con un soldato di guardia per impedire che rubassero il corpo (Mt). Il soldato riuscì a convincere la vedova a rompere il digiuno e la sedusse nel sepolcro. Approfittando dell'assenza del soldato i parenti di un crocifisso ne rubarono il corpo il terzo giorno (Mc). Nell'ultimo passo pervenutoci del Satyricon (141), Eumolpo garantisce la propria eredità a coloro che "fatto a pezzi il suo corpo lo mangeranno di fronte al popolo" (cf. Mt 26,26).
La lettera di Publio Lentulo
La lettera di Publio Lentulo è un presunto rapporto di un procuratore romano in Giudea, nel quale egli riferirebbe a Tiberio di Gesù, descrivendone anche l'aspetto fisico. Tuttavia, la sua autenticità è ampiamente dibattuta e la lettera è generalmente considerata un falso storico medievale.
Fonti Cristiane su Gesù
Oltre alle fonti non cristiane, la figura di Gesù è ampiamente documentata da scritti cristiani, che si dividono in canonici e non canonici.
Fonti Canoniche
Le fonti "canoniche" sono quei testi accettati e riconosciuti dalla Chiesa cattolica come ispirati da Dio e dunque sacri: i quattro Vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), gli Atti degli Apostoli e le Lettere paoline.
Gli scrittori della Bibbia che parlano di Gesù
Otto scrittori della Bibbia, che vissero al tempo di Gesù o subito dopo, ci dicono molto di lui e di quello che insegnò. Essi sono:
- Pietro: uno dei dodici apostoli. Scrisse due lettere ai cristiani, in cui parlò di cose che Gesù aveva detto e fatto. In 2 Pietro 1:16-18 si legge il suo racconto dell’episodio in cui Geova Dio parlò a Gesù dal cielo.
- Giovanni: uno dei dodici apostoli. Scrisse cinque libri della Bibbia: uno dei Vangeli, la Rivelazione (o Apocalisse) e le tre lettere che portano il suo nome. Fu presente all'ultima cena e alla morte di Gesù (Giovanni 13:23-26; 19:26).
- Matteo: uno dei dodici apostoli. Scrisse uno dei Vangeli.
- Giacomo: fratellastro più giovane di Gesù, figlio di Giuseppe e Maria (Matteo 13:55). Scrisse un libro della Bibbia che porta il suo nome. Inizialmente non era un discepolo di Gesù.
- Giuda: fratellastro più giovane di Gesù, figlio di Giuseppe e Maria (Matteo 13:55). Scrisse un libro della Bibbia che porta il suo nome. Come Giacomo, all’inizio non era diventato un discepolo di Gesù.
- Marco: la madre di Marco, Maria, aveva una grande casa a Gerusalemme dove si riunivano i primi cristiani, tra cui l’apostolo Pietro (Atti 12:11, 12). Sembra che avesse seguito Gesù nel giardino di Getsemani la notte dell'arresto. Scrisse uno dei Vangeli.
- Luca: un uomo istruito, un medico, che a quanto pare diventò un discepolo dopo la morte di Gesù. Studiò attentamente la sua vita e ne scrisse un resoconto chiaro e accurato. Accompagnò l'apostolo Paolo nei suoi viaggi e fu anche l’autore del libro biblico di Atti.
- Paolo: allievo di Gamaliele, esperto della Legge e fariseo, Paolo (all’epoca Saulo) odiava i discepoli di Gesù e partecipò all’omicidio di alcuni di loro. Mentre andava a Damasco per far arrestare i discepoli di Gesù, fu accecato da una luce sfolgorante e udì la voce di Gesù. Anche Paolo divenne un discepolo e scrisse numerose lettere incluse nella Bibbia.
Fonti Non Canoniche Cristiane
Queste fonti si suddividono in quelle chiamate "apocrife" (Vangeli apocrifi, Àgrafa e Lògia).
I Vangeli Apocrifi
I Vangeli apocrifi sono testi la cui redazione è generalmente più tardiva rispetto ai Vangeli canonici (in media un secolo di differenza: per i Vangeli canonici si parla di redazione risalente alla seconda metà del I secolo d.C., per gli apocrifi metà del II secolo d.C. e successivi). Non sono del tutto inattendibili (per es. il Protovangelo di Giacomo contiene racconti e tradizioni dell’infanzia di Gesù, della vita di Maria o di apostoli che sono entrati nell’immaginario popolare cristiano). Offrono una panoramica religiosa e culturale dell’ambiente del II secolo d.C.
Gli Àgrafa e i Lògia
Gli Àgrafa, cioè “non scritti”, sono brevi detti o aforismi attribuiti a Gesù e che, tuttavia, sono stati tramandati al di fuori della Sacra Scrittura (Grafè) in generale o dei Vangeli in particolare (per es. Atti 20,35). Analogo discorso può essere fatto per i Lògia (detti), anch’essi brevi sentenze attribuite al Nazareno, in ciò del tutto simili agli Àgrafa, salvo per il fatto che questi ultimi sono rinvenuti più tipicamente in opere dei Padri della Chiesa (autori della letteratura patristica, per es. Atanasio, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo, Girolamo, Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno, Giovanni Damasceno) o riportati in antichi documenti come i papiri, quali quelli di Ossirinco (tra il I e il VI secolo d.C., ritrovati in Egitto tra il XIX e il XX sec. e risalenti a testi gnostici, vangeli, epistole apocrife, testi liturgici).