La presente guida, pur non avendo pretese di completezza scientifica o liturgica, si propone di offrire un'assistenza pratica e precisa al sacerdote durante la celebrazione della Santa Messa. Essa si basa su testi liturgici e su autori di comprovato valore antico e moderno, quali Jungmann, Righetti, Moroni, il Card. Bona, il Card. Schuster e altri.
Il Sacrificio della Messa: Fondamenti Teologici
Natura e Scopo della Messa
Il Concilio di Trento insegna che la Messa è la ripresentazione del sacrificio stesso della Croce, rinnovato misticamente sotto le apparenze del pane e del vino che diventano Corpo e Sangue di Gesù Cristo, tramite il ministero del Sacerdote. Questo Sacrificio della nuova ed eterna alleanza fu istituito e celebrato per anticipazione nel corso dell'Ultima Cena e realizzato in modo cruento sul Calvario.
Messa e Calvario sono il medesimo sacrificio, poiché lo stesso Sacerdote offre la stessa Vittima in entrambi i casi. Se sul Calvario Nostro Signore acquistò i meriti e le grazie per la salvezza del genere umano, è nella Messa che li distribuisce e li applica. Se sulla Croce offrì se stesso senza strumenti, nella Messa utilizza il Sacerdote umano come Suo ministro.
L'istituzione del Sacerdozio, tramite la quale degli uomini partecipano al Sacerdozio del Figlio di Dio incarnato, è contemporanea all'istituzione del Sacrificio. Nell'Ultima Cena, Cristo trasmise questo dono ai suoi Apostoli con il comando: "Fate questo in memoria di me".
I Fini del Sacrificio della Messa
Quattro sono i fini del Sacrificio della Croce, e quindi di quello della Messa:
- Latria o adorazione: l'atto di sottomissione a Dio e di riconoscimento della Sua assoluta sovranità.
- Ringraziamento: per i benefici ricevuti.
- Propiziazione: la supplica per ottenere il perdono dei peccati anche quanto alle pene che ne derivano, sia per noi sia per i defunti.
- Impetrazione: la richiesta di grazie e di aiuti.
Elementi della Messa: Ministri, Paramenti e Vasi Sacri
La Consacrazione: Il Cuore della Messa
La parte essenziale della Messa è la consacrazione del pane e del vino che diventano il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.
Ruolo dei Ministri nella Messa
Oltre al Celebrante, ministro di Gesù Cristo e Suo strumento nella Consacrazione dell'Eucaristia, numerosi ministri possono intervenire nella Messa.
- Una Messa pontificale è la Messa celebrata dal Vescovo o da altri Prelati superiori con tutti gli attributi della loro dignità e il servizio dei ministri superiori (Diacono, Suddiacono) e di un Prete Assistente.
- Il Suddiacono è ministro del Diacono e ha potere sui vasi sacri vuoti che porta all'altare.
- Gli Accoliti, ministri inferiori, servono i ministri superiori presentando all'altare il vino e l'acqua, materia dell'Eucaristia, e portando dei ceri al Vangelo come segno della luce che illumina le menti dei fedeli che ascoltano. Ordinariamente sono due a compiere questi servizi (sette alla Messa Papale). Altri portano l'incenso o compiono incarichi secondari.
I Paramenti Sacri del Sacerdote

Il Sacerdote che deve celebrare la Messa indossa numerosi abiti sacri sopra l'abito talare e la cotta, che derivano principalmente dagli abiti in uso alla fine dell'Impero Romano, che la Chiesa non volle abbandonare per il modo di vestire "barbaro". Il concetto di abiti riservati al culto è certamente di origine apostolica e trova ovvia origine nelle prescrizioni della Legge di Mosè per il sacerdozio dell'Antico Testamento.
- L'amitto, un quadrato di lino con due nastri per legarlo, sta intorno al collo. Derivante dal fazzoletto che la nobiltà romana teneva per riparare la gola, indica la castigatio vocis, cioè la mortificazione della parola, o l'elmo di salvezza contro il Maligno. Veniva usato nel Medioevo per coprire anche la testa, e ancora oggi lo si fa passare sul capo prima di adattarlo attorno al collo.
- Il camice o alba, uno dei paramenti più antichi, è una tunica talare di lino bianco, che per Papa sant'Aniceto è il tessuto che si addice a chi sacrifica, secondo l'uso tanto ebraico quanto pagano. Oggi è spesso ornata ai bordi di pizzi, più anticamente lo era di ricami o di stoffe preziose (aurifregi).
- Il cingolo, specie di cordone di lana o di seta, cinge i fianchi del camice adattandolo al corpo.
- Il manipolo, o mappula, era anticamente un elegante fazzoletto di lino tenuto in mano in segno di dignità dalla nobiltà romana. Il lasciarlo cadere o l'agitarlo da parte degli alti funzionari al Circo dava il segno dell'inizio dei giochi. Conservato dalla Chiesa, nel Medioevo passò per praticità dal palmo della mano (sinistra) all'avambraccio e divenne di seta e del colore della pianeta. Si vuole che indichi il frutto delle buone opere di chi semina nel pianto, sia per il doppio senso della parola manipulum (che indica i fasci di grano di chi miete), sia perché come fazzoletto doveva servire ad asciugare le lacrime.
- La stola, striscia di stoffa (oggi di seta e del colore della pianeta) che si porta attorno al collo e che è l'insegna del potere d'Ordine in esercizio, era anticamente una salvietta tenuta al collo per asciugare la bocca e il volto (in latino os, oris: ecco perché la stola ebbe a lungo il nome di orarium). Si vuole che rappresenti l'abito di immortalità di cui ci riveste la grazia. I Vescovi ne portano le strisce parallele sul petto; i Preti ne incrociano le estremità; i Diaconi la fanno pendere dalla spalla sinistra.
- La Pianeta, o Casula, anticamente poenula, è abito che nel tardo Impero Romano avvolgeva tutto il corpo e aveva sostituito la toga sopra la tunica. Successivamente ridotto ai lati e anche in lunghezza per praticità di movimento e per la pesantezza dei tessuti sempre più ricchi utilizzati, ha preso con il Rinascimento e l'epoca barocca l'attuale forma che lascia libere le braccia. Poiché ricopre gli altri paramenti, si vuole che indichi la carità che tutto copre, o il soave giogo di Nostro Signore. Diaconi e Suddiaconi la usano, piegata sul davanti, nelle Messe dei tempi di penitenza, in ricordo dei tempi antichissimi nei quali essa era usata da tutto il Clero; la depongono (ma il diacono la arrotola e la mette a tracolla), in ricordo dell'antica ampiezza, per essere più liberi nei movimenti in alcuni momenti della Messa.
Accenniamo qui alla dalmatica, abito dei diaconi con corte maniche, derivante da un abito appunto di origine dalmata ed entrato in voga nel Tardo Impero; e alla tunicella, abito del Suddiacono, oggi identico alla dalmatica (ma anticamente più lungo di maniche e di corpo).
I colori liturgici rivestono un significato simbolico. Il nero, insieme al bianco, è il colore più antico. Inoltre, la III domenica d'Avvento (detta Gaudete) e la IV di Quaresima (detta Laetare) si usa il colore rosa.
L'Altare: Simbolo di Cristo
L'altare sul quale si celebra la Messa è di pietra, consacrato dal Vescovo e contenente delle reliquie di Martiri (ed eventualmente anche di altri santi), in ricordo dell'epoca nella quale si celebrava sulla tomba dei cristiani uccisi nella persecuzione. L'altare è simbolo del Cristo glorioso, quindi dev'essere rivestito di tre candide tovaglie benedette di lino o canapa, una delle quali discende sui lati, e sul davanti da un prezioso drappo del colore dei paramenti, detto paliotto. Non per nulla infatti viene spogliato il Venerdì Santo, in ricordo del Cristo spogliato delle sue vesti. Ugualmente è obbligatorio che sia sormontato da un ciborio (copertura retta da quattro colonne) o da un baldacchino di legno o stoffa preziosa: questa antichissima usanza è un onore regale, una distinzione tipica dei Re che sedevano così sui loro troni. L'altare era anticamente rivolto generalmente ad Oriente, verso il sole che sorge, simbolo della luce del Cristo. Nulla importava né importa della posizione dei fedeli.
Vasi e Lini Sacri
- Vasi sacri: ricordiamo il Calice, nel quale si consacra il Sangue di Nostro Signore, di metallo prezioso e dorato almeno internamente, consacrato dal Vescovo insieme alla patena, di simile fattura, un disco sul quale posa l'ostia al momento dell'offerta e poi alla frazione. Il calice è coperto da un velo di seta del colore dei paramenti fino all'Offertorio, in segno di riverenza.
- Lini sacri: oltre alle tovaglie già menzionate, abbiamo il corporale, quadrato bianco di lino o canapa benedetto, sul quale posano il Calice e l'Ostia, che ricorda la sindone che avvolse il Corpo del Cristo morto; analoga origine e benedizione ha la palla, o animetta, piccolo quadrato di lino inamidato che serve a coprire il Calice per evitare che vi cadano impurità. Anticamente, e ancora oggi in alcuni riti monastici, il solo corporale, di più grandi dimensioni, avvolgeva e copriva anche il Calice.
Il Rito della Messa: Struttura e Significato
Il rito della Messa ha due parti principali: un'istruttiva e l'altra sacrificale. Nella prima, cui anticamente erano ammessi anche i catecumeni, cioè coloro che si preparavano al Battesimo, si dispongono le anime al Sacrificio con preghiere, letture e predicazione.
Parte I: Liturgia della Parola
Preghiere ai Piedi dell'Altare
La Messa comincia con delle preghiere recitate dal Sacerdote ai piedi dei gradini, per indicare che egli non si ritiene degno di salire all'altare. In particolare egli recita il Salmo 42, che esprime il suo desiderio di offrire il Sacrificio, e il Confiteor in cui riconosce i suoi peccati e si umilia chiedendo ai Santi e ai ministri di pregare perché Dio lo perdoni. Queste preghiere rappresentano la preparazione privata del Sacerdote e furono introdotte gradualmente circa mille anni fa. Nella Messa cantata, sono recitate a voce bassa mentre si esegue l'Introito.
Ascesa all'Altare e Incensazione
Il Sacerdote a questo punto sale all'altare. L'altare viene incensato dal Sacerdote. L'incenso benedetto ha innanzitutto funzione di purificazione (come l'Acqua Santa) e scaccia gli spiriti maligni; inoltre è un segno di onore e simbolo della preghiera che sale verso Dio. Dopo essere stato egli stesso incensato dal Diacono, il Sacerdote legge l'Introito.
Introito, Kyrie e Gloria
- L'Introito anticamente veniva cantato durante la processione verso l'altare. Oggi la Schola lo canta mentre il celebrante recita le preghiere ai piedi dell'altare. L'Introito è un'antifona, il cui testo è tratto generalmente dai Salmi, ripetuta dopo un versetto.
- Poi il coro canta il Kyrie eleison (che significa "Signore abbi pietà"), antica supplica in greco rivolta al Cristo, che il Sacerdote legge. San Gregorio Magno (fine del VI secolo) fissò a nove il numero delle invocazioni: tre Kyrie, tre Christe e tre Kyrie.
- Anticamente il Gloria non era cantato nel corso della Messa ma all'aurora. Il suo testo comincia con le parole degli angeli nella notte di Natale, ed è una lode alle tre persone divine (ecco perché si fa il segno di croce alla fine). Papa san Telesforo (+ 136) avrebbe ordinato di recitarlo durante la Messa di Natale; nel 514 Papa Simmaco permise ai Vescovi soli di dirlo la Domenica e nelle feste. Verso la fine dell'XI secolo il canto del Gloria si estese ad altre feste e anche ai semplici Sacerdoti.
Saluto e Colletta
A questo punto il Sacerdote bacia l'altare per salutare il Cristo prima di salutare i fedeli: egli riceve dal Cristo la grazia che comunica ai fedeli dicendo: "Dominus vobiscum" ("Il Signore sia con voi"). I fedeli rispondono ricambiando quest'augurio. Poi il Sacerdote invita tutti alla preghiera dicendo: "Oremus" ("Preghiamo"). Allora recita la Colletta, così chiamata perché raccoglie le suppliche di tutti i presenti in una sola preghiera. Una buona parte delle Collette ha origini molto antiche e ci è tramandata dai Sacramentari (antichi Messali).
Letture: Epistola e Vangelo
Dai tempi degli Apostoli è d'uso in tutti i riti d'Oriente e d'Occidente leggere dei brani della Santa Scrittura per istruire i fedeli e disporre gli animi a ricevere bene la Comunione.
- L'Epistola viene letta al lato destro dell'altare; colui che legge è rivolto verso l'altare stesso. L'Epistola è scelta in relazione al giorno o alla festa che si sta celebrando.
- Per separare l'Epistola dal Vangelo si cantano dei brani generalmente tratti dai Salmi. Nei tempi normali, il coro canta il Graduale (così detto perché si cantava sui gradini dell'altare) e l'Alleluia (termine ebraico che significa "Lodate Dio"). L'Alleluia si sviluppa in lunghi melismi, segno di gioia. Durante la Settuagesima e la Quaresima, l'Alleluia è sostituito dal Tratto, un salmo che era cantato in tono lamentoso da un solista. Nel tempo Pasquale si omette il Graduale e si cantano due Alleluia. Nel Medioevo si introdussero le Sequenze, testi di composizione ecclesiastica in versi poetici.
- A questo punto si canta la più importante delle letture che ci riferisce le parole stesse di Nostro Signore Gesù Cristo: il Vangelo. Viene cantato con solennità dal Diacono dal lato sinistro dell'altare. Questa posizione simbolizza il Vangelo che illumina gli uomini seduti "nell'ombra della morte", dato che il Nord era considerato il lato delle tenebre. Il Diacono saluta i fedeli e legge il titolo segnandosi sulla fronte, sulle labbra e sul petto, poi incensa il libro in segno di onore per le parole del Vangelo.
Omelia
Al Vangelo può far seguito la predica o omelia, durante la quale il celebrante o altro predicatore commenta le letture, o tratta di articoli di fede o morale, o tesse l'elogio di un Santo.
Preparazione del Fedele alla Santa Messa
La Santa Messa richiede al fedele la migliore disposizione di spirito. È buona prassi prepararsi, fare un esame di coscienza e recitare l'Atto di Dolore; se necessario, è opportuno confessarsi prima. Durante la celebrazione, il fedele è chiamato a tenere gli atteggiamenti e gli abiti consoni alla sacralità del momento. Quando c'è il Santissimo Sacramento, i fedeli fanno la genuflessione doppia (entrambe le ginocchia a terra). All'ingresso e all'uscita dalla chiesa, se c'è il Santissimo, i fedeli si segnano con la croce.
Orientamento dell'Altare e Celebrazione "Versus Populum" o "Versus Deum"
18 - Arredi e spazi liturgici: Altare [Fine]
La questione dell'orientamento dell'altare durante la celebrazione della Messa, se "versus populum" (rivolto al popolo) o "versus Deum" (rivolto alla Croce, cioè con le spalle al popolo), è stata oggetto di molte discussioni e fraintendimenti nel periodo post-conciliare.
La Reale Indicazione Conciliare
È una convinzione diffusa che l'unico modo legittimo di celebrare l'Eucaristia sia quello in cui il sacerdote è rivolto verso il popolo. Tuttavia, questa interpretazione non trova un fondamento esclusivo né nel Concilio Vaticano II né nella sua Riforma liturgica.
La Congregazione per il Culto Divino prevede e non proibisce la possibilità di celebrare "versus Deum", modalità mai vietata o impedita. Anche l'attuale prassi liturgica del Santo Padre ne suffraga la legittimità. Il Concilio Vaticano II non ha mai affermato che il latino fosse eliminato, o che si dovessero abbattere le balaustre, o che l'orientamento della celebrazione della Messa dovesse essere esclusivamente verso il popolo (cf. SC 31-58).
La Nota Pastorale CEI [1] ha posto tra i "primi problemi da dover affrontare" per l'attuarsi della Riforma liturgica l'adeguamento degli spazi per la celebrazione dell'Eucaristia, spesso risolto con la rimozione delle balaustre e la collocazione di nuovi altari per celebrare rivolti al popolo. Tuttavia, i decreti conciliari non fanno alcun cenno all'altare rivolto al popolo.
L'idea che solo la celebrazione "versus populum" corrisponda all'autentica liturgia cristiana, favorendo la partecipazione attiva dei fedeli e richiamando l'immagine dell'Ultima Cena, si è imposta dopo il Concilio, portando alla costruzione di altari "nuovi" e all'abbandono di quelli "vecchi".
Il n. 128 della Costituzione sulla Sacra Liturgia (SC) si riferiva alla liceità di una celebrazione "versus populum" laddove ci fosse stato un altare adatto a tale possibilità ("Liceat sacrificium Missae celebrare versus populum in altari apto…"), ma non intendeva dichiarare che fosse l'unica forma possibile o che quella antica "versus Deum" fosse esclusa.
Richiami alla Prudenza e il Principio dell'Unico Altare
Il Card. G. Lercaro, presidente del Consilium per l'applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia, già nel 1966, richiamò fortemente alla prudenza riguardo al rinnovamento degli altari, sottolineando che una liturgia vera e partecipe non rende indispensabile l'altare rivolto "versus populum".
Il principio teologico/liturgico dell'unico altare è stato continuamente disatteso, nonostante i richiami della Congregazione per il Culto Divino. L'usanza di edificare altari nuovi davanti a quelli antichi divenne prassi comune. Il Consilium stesso chiarì, già nel 1964, che un altare portatile di fronte al fisso era "consentito, ma non consigliato… anche se l'altare è collocato in modo che il celebrante deve dare le spalle al popolo."
La Congregazione ha condannato la prassi indiscriminata di costruire nuovi altari dappertutto e ha richiamato al principio dell'unico altare. Nel 1986, la Congregazione per il Culto Divino, in merito all'Introduzione Generale al Messale, ha ribadito che, in una chiesa di nuova fondazione, l'altare fisso può essere rivolto al popolo o con le spalle ad esso, in quanto "non ha alcun significato teologico, ma solo in un certo senso di forma esteriore."
Nel gennaio del 1996, la Congregazione ha chiarito la questione anche con le chiese orientali unite a Roma di rito Greco-Bizantino, sottolineando che la pratica di celebrare "versus orientem" deve essere preservata, in quanto "ha un valore notevole ed è in pieno accordo con la spiritualità liturgica orientale, quindi è assolutamente da preservare".
Interpretazione della Norma 299 del Messale Romano
Le rubriche dell'Institutio Generalis del rinnovato Missale Romanum (dalle edizioni di Paolo VI a quelle di Giovanni Paolo II) presuppongono un orientamento comune del sacerdote e del popolo per il momento centrale della liturgia eucaristica. Tuttavia, la Nota Pastorale CEI sembra non aver recepito questa possibilità.
La Norma 299 del Messale Romano (299. Altare exstruatur a parete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit. Altare eum autem occupet locum, ut revera centrum sit ad quod totius congregationis fidelium attentio sponte convertatur.), nella sua formulazione latina, usa il congiuntivo "possit" ("sia possibile") per indicare che la celebrazione "versus populum" è una possibilità, non un obbligo assoluto. Quindi, la traduzione e l'interpretazione di questa norma dovrebbero riflettere tale possibilità, non una prescrizione.