Il Processo e la Condanna a Morte di Gesù: Un'Analisi Storico-Giuridica

Il processo e la condanna a morte di Gesù di Nazaret rappresentano uno degli eventi più studiati e discussi della storia umana, le cui ripercussioni si estendono ben oltre il contesto religioso. Molti studiosi, tra cui i gemelli Agostino e Giuseppe Lèmann, hanno cercato di rispondere a quesiti fondamentali riguardo la colpa, l'equità del processo e le violazioni legali. Samuel S. G. Brandon, nel suo "Processo a Gesù" (1968), lo definì "la più importante sentenza della storia dell'umanità", evidenziandone gli effetti incalcolabili sulla storia e sulla fede di milioni di persone.

La complessità di questi eventi rende difficile una ricostruzione neutrale, in quanto si intrecciano questioni storiche, problemi teologici, emozioni spirituali e persino degenerazioni secolari, come l'antisemitismo. Il Concilio Vaticano II, con la "Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane" (Nostra aetate, n. 4), ha cercato di affrontare questa storia spinosa, affermando che "quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo".

Le quattro relazioni evangeliche (Marco 14, 53-15, 20; Matteo 26, 57-27-31; Luca 22, 63-23, 25; Giovanni 18, 12-19, 16) costituiscono il testo-base per la ricostruzione, pur non essendo cronache giudiziarie o dossier documentari asettici, ma racconti interpretati e illuminati dalla fede.

Mappa dell'antica Gerusalemme con i luoghi chiave del processo a Gesù

L'Arresto e il Primo Interrogatorio Informale

Gesù venne arrestato la notte del martedì nel podere detto Getsemani ("frantoio per olive") ai piedi del monte degli Ulivi dagli uomini del Sinedrio, la più alta autorità giudicante-sacerdotale ebraica, guidati dal discepolo traditore Giuda Iscariota. Fu poi condotto sotto scorta dinanzi all'ex sommo sacerdote Anna per un primo interrogatorio informale.

Anna, sommo sacerdote dal 6 al 15 dell'era cristiana, esercitava un notevole strapotere, avendo piazzato ben cinque suoi figli e il genero Caifa in quella carica suprema dell'ebraismo. Caifa resse il Sinedrio dal 18 al 36, succedendo al primo figlio di Anna. In questa stessa notte, anche se i vangeli non sono in perfetto accordo tra loro, avvenne un primo interrogatorio nella casa privata di Caifa, effettuato da lui stesso o forse dall'ex sommo sacerdote Anna (suo suocero).

Incongruenze e Violazioni della Legge Ebraica

Questo primo interrogatorio notturno e informale presentava evidenti incongruenze rispetto alla legge ebraica, che prevedeva che ogni processo dovesse svolgersi al sole e sotto gli occhi di tutti, perché nulla doveva essere in ombra o nascosto. Inoltre, Anna non avrebbe dovuto avere più alcuna autorità, sebbene probabilmente esercitasse ancora un certo ascendente e prestigio sugli altri sacerdoti.

Durante l'interrogatorio, diverse persone testimoniarono, ma si trattava di testimonianze false o discordanti. "Non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni". La legge ebraica, infatti, non consentiva di condannare sulla base di testimonianze contrastanti e ne richiedeva almeno due a conferma dei punti cardine dell'accusa, che non ve ne furono. Non c'era una corte formale e Gesù venne maltrattato più volte.

Il Processo Davanti al Sinedrio

Il giorno seguente si svolse il vero e proprio processo davanti al Sinedrio, con tutti i sacerdoti ebraici e sotto la guida di Caifa. Anche in questa sede, secondo alcuni studiosi, si verificarono le stesse incongruenze e forzature della notte precedente. "Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla?»". "Ma egli taceva e non rispondeva nulla". "Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!»".

Il trattato sul Sinedrio della Mishnah, una grande collezione delle tradizioni rabbiniche, afferma che i processi capitali potevano essere celebrati solo di giorno e nella sede ufficiale del Sinedrio, la cosiddetta "aula della pietra squadrata" presso il tempio. Perciò, una seduta notturna o nella residenza privata del sommo sacerdote sarebbe stata illegale e la sentenza invalida. Il terzo evangelista, Luca, "più attento alla precisa sequenza storica della vicenda, pone l'interrogatorio vero e proprio di Gesù non nella notte, bensì 'appena fu giorno... davanti al Sinedrio'".

L'Accusa di Bestemmia e la Condanna

Il dibattimento iniziò con l'escussione dei testimoni, le cui deposizioni riguardavano dichiarazioni di Gesù sul tempio, interpretate come poco rispettose: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni". A queste accuse Gesù opponeva uno "strano silenzio". Per indirizzare l'interrogatorio, il sommo sacerdote formulò una domanda messianica: "Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?". Gesù rispose: "Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo!" (Marco 14, 61-62).

Questa risposta, che fondeva testi messianici di diverso valore (dal Salmo 110 e dal capitolo 7 di Daniele), fu interpretata da Caifa come blasfema, poiché Gesù non si arrogava solo il titolo messianico davidico, ma anche una misteriosa qualità trascendente, partecipando dell'orizzonte stesso di Dio. "Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni?»". "Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". L'assemblea ratificò: "È reo di morte!". In virtù dell'affermazione di Gesù di essere "Figlio di Dio", l'assemblea lo condannò a morte all'unanimità. "Quei giudici non hanno votato", scrivono i Lèmann.

43 Gesù di Nazaret - Gesù davanti al Sinedrio

I Processi Davanti a Pilato ed Erode

Dopo aver deciso per la condanna a morte, Gesù venne inviato da Pilato, poiché all'epoca l'autorità romana era l'unica che poteva esercitare lo ius gladii, il diritto di infliggere pene capitali. "Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio". Il capo d'imputazione avanzato dal Sinedrio fu di tipo politico, per poter essere accolto dal tribunale romano: "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" (Luca 23, 2).

Il Primo Interrogatorio di Pilato

Pilato, procuratore di Giudea dal 26 al 36, interrogò l'imputato con distacco: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose con reticenza: "Tu lo dici". "Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?»". "Pilato non era visibilmente allarmato dall’accusa mossa a Gesù. Perché? A quanto pare, a prima vista vide che l’uomo davanti a lui non era assolutamente un pretendente alla regalità di cui dovesse preoccuparsi". "Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla?»".

Pilato "non trovò nessuna colpa in quest'uomo" e cercò di dirottare il processo verso uno sbocco sgradito al Sinedrio, anche perché "non brillava per tatto e abilità diplomatica nei confronti di un popolo così indomito e duro".

Gesù Davanti a Erode Antipa

Luca informa che Pilato ricorse anche a un diversivo, demandando l'imputato a Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, che aveva giurisdizione sulla Galilea, la regione dove Gesù aveva svolto la maggior parte del suo ministero. "Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui". Egli gli rivolse "molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla".

Erode, con i suoi soldati, dopo averlo oltraggiato e schernito, lo rivestì di una veste splendida e lo rimandò da Pilato. Il suo disinteresse per la vicenda fu evidente. "In quel giorno Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro". Questo fallito espediente riportò il caso a Pilato.

Pilato che presenta Gesù alla folla

Il Secondo Processo Davanti a Pilato e il Privilegio Pasquale

Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, dichiarò nuovamente l'innocenza di Gesù: "Voi mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo... non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui lo accusate, e neppure Erode... egli non ha fatto nulla che meriti la morte".

Nel tentativo di liberare Gesù, Pilato ricorse all'applicazione del "privilegio pasquale", un atto di clemenza che prevedeva il rilascio di un prigioniero a scelta del popolo. "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Pilato disse loro: Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?". "Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!»". Barabba era "stato incarcerato per una sedizione fatta in città e per omicidio". La folla, che solo pochi giorni prima aveva gridato "Osanna" a Gesù, ora lo condannò.

Pilato, pur dichiarando per la terza volta di non trovare "nulla in lui che meriti la morte", e proponendo di "severamente castigarlo" e poi rilasciarlo, si trovò di fronte alle "grandi grida" del popolo che insisteva: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". "E le loro grida e quelle dei capi dei sacerdoti finirono per prevalere. Pilato allora decise che fosse fatto ciò che chiedevano". Questo era il modo in cui Pilato percepiva le proprie azioni, e in parte era vero, abbandonando Gesù alla loro volontà.

La Via del Calvario e la Crocifissione

Le condizioni fisiche di Gesù erano già molto deboli prima ancora della flagellazione. Egli "soffrì un grande stress emotivo nel Giardino del Getsemani, come mostrato dal Suo sudore che divenne simile a grumi di sangue (Luca 22:44)". La flagellazione romana era una fustigazione brutale, con fruste dotate di pezzi di osso o metallo taglienti, che laceravano la pelle e i tessuti sottostanti, causando gravi perdite di sangue e portando la vittima a uno stato di pre-shock.

"Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù". Questo fu necessario a causa della debolezza di Gesù. "Era consuetudine che una grande moltitudine seguisse un criminale condannato sulla via della crocifissione". "Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli»", profetizzando il destino imminente di Gerusalemme.

"Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra". La crocifissione era una pratica estremamente brutale, che combinava flagellazione e sofferenza fisica atroce. Il peso del corpo rendeva difficile la respirazione, causando forti crampi muscolari. La morte poteva sopraggiungere per shock acuto, soffocamento, disidratazione o attacco cardiaco. "La parola italiana 'escruciare' viene dal latino 'excrucio' e significa 'torturare'".

Nonostante l'atrocità della sofferenza, "la cosa più significativa della sofferenza di Gesù è che Egli non era in alcun modo vittima delle circostanze. Egli aveva il controllo. Gesù ha detto della Sua vita in Giovanni 10:18: «Nessuno me la toglie, ma la depongo da me stesso»".

Illustrazione della crocifissione di Gesù e dei due ladroni

La Morte e la Sepoltura di Gesù

"Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò".

Dopo la morte di Gesù, "uno dei soldati, vedendo che era già morto, non gli spezzò le gambe, ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscirono sangue e acqua".

"C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto". Le donne che lo avevano seguito dalla Galilea "osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento".

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