L'assedio della Basilica della Natività di Betlemme: Storia, Testimonianze e Controversie

Nel dicembre 2023, un filmato recuperato dall'esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza ha rivelato un momento toccante: sei ostaggi israeliani, tra cui Hersh Goldberg-Polin (23 anni), Eden Yerushalmi (24 anni), Ori Danino (25 anni), Alex Lobanov (32 anni), Carmel Gat (40 anni) e Almog Sarusi (27 anni), cercavano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno, evidenziando la disperazione e la resilienza in condizioni estreme.

Ostaggi israeliani che celebrano Hanukkah in un tunnel a Gaza

La storia dell'assedio della Basilica della Natività di Betlemme, avvenuto nell'aprile-maggio 2002 durante la Seconda Intifada, rappresenta un capitolo complesso e controverso del conflitto israelo-palestinese. Questa vicenda, che catturò l'attenzione dei media mondiali e di figure come Papa Giovanni Paolo II, viene analizzata in un agile libretto di Salvatore Lordi, la cui prefazione è firmata da un giornalista che rimase intrappolato nella storia per alcune ore.

La Vicenda Annunciata: Strategia e Imbarazzo

Dal punto di vista di chi visse quei giorni, l'assedio fu una "vicenda annunciata". Di fronte all'avanzata dei carri israeliani a Betlemme e all'incertezza su come i militanti palestinesi avrebbero reagito, si ipotizzò che questi ultimi avrebbero cercato riparo nei luoghi sacri per metterli in imbarazzo di fronte al mondo, evitando uno scontro diretto casa per casa che sarebbe stato troppo sanguinoso per la popolazione civile. Questa tattica, definita "sporca ma perfino legittima" se ammessa e raccontata, venne impiegata, trasformando i luoghi sacri in uno scudo umano.

Il giornalista stesso si trovò coinvolto, rifugiandosi nel convento di Santa Caterina, dove i palestinesi fecero irruzione. Egli notò come il loro abbraccio non fosse di sollievo per un riparo improvviso, ma di celebrazione per un obiettivo raggiunto. Dalla Basilica si udirono spari indirizzati verso gli israeliani, in uno schema già visto a Beit Jalla, dove i miliziani si appostavano nelle case delle famiglie cristiane per poi sperare che una reazione israeliana potesse far fremere l'opinione pubblica mondiale.

Basilica della Natività di Betlemme

Le Due Versioni: Testimonianze e Contraddizioni

La narrazione dell'assedio è caratterizzata da profonde discrepanze, in particolare riguardo alla disponibilità di cibo e acqua all'interno della Basilica. Mentre le fonti israeliane insistevano sulla necessità di costringere alla resa per fame i miliziani asserragliati, i frati francescani, attraverso il loro portavoce padre David Jaeger, denunciavano la scarsità di viveri, acqua e luce, definendo la situazione "disumana" e "acutissima". Dichiarazioni ripetute dall'agenzia vaticana "Fides" negli aprile 2002 riportavano appelli accorati per il ripristino di luce e acqua, e l'impossibilità di rifornimento di generi alimentari, con il rischio di punire anche i religiosi.

Tuttavia, resoconti giornalistici successivi, come quello di Lorenzo Cremonesi sul "Corriere della Sera" dell'11 maggio 2002, dipingono un quadro differente. Entrato nella Basilica tre ore dopo la fine dell'assedio, Cremonesi constatò l'assenza di una "dissacrazione metodica" e smentì la presunta mancanza di cibo. Descrisse "resti di cibo ovunque", "tracce di bivacchi improvvisati sin sotto l'altare", letti di fortuna, scorte di riso, spaghetti, conserve e persino formaggio e salame nelle cucine del convento. L'acqua era attinta dalle cisterne del complesso.

Queste contraddizioni sollevano interrogativi sull'attendibilità delle informazioni fornite dai francescani durante l'occupazione. Le possibili interpretazioni oscillano tra l'essere ostaggi costretti a dire determinate cose e il complice ruolo nella messinscena. La vera storia dell'occupazione rimane sfuggente, incastonata nella definizione di comodo "assedio della Natività".

Il Diario di Padre Ibrahim Faltas: Un Ruolo di Mediatore

Padre Ibrahim Faltas, frate francescano di origine egiziana, svolse un ruolo cruciale come mediatore tra le parti palestinese e israeliana durante i 39 giorni dell'assedio. Il suo diario, pubblicato successivamente, offre una prospettiva interna degli eventi. Faltas descrive la convivenza forzata tra militanti palestinesi e religiosi cristiani, sottolineando l'importanza del dialogo e della comunicazione per evitare una strage. Egli racconta episodi di preghiera ecumenica tra frati francescani e monaci ortodossi, e la condivisione delle poche risorse disponibili.

Nonostante le pressioni, padre Ibrahim e gli altri frati rimasero fedeli al loro ruolo di custodi del Luogo Santo, cercando di mantenere la calma e di proteggere sia i rifugiati che i soldati israeliani da un'escalation di violenza. La sua testimonianza evidenzia la complessità della situazione, dove la politica si intrecciava con la fede e la sopravvivenza.

LE GROTTE SOTTO LA BASILICA DELLA NATIVITA'

La Testimonianza di Suor Faisa Ayad: La Vita Sotto Assedio

Suor Faisa Ayad, delle Francescane minime del Sacro Cuore, testimonia la durezza della vita a Betlemme durante e dopo l'assedio. Essendo presente all'interno della Natività quando oltre 240 miliziani palestinesi armati vi si introdussero per sfuggire all'esercito israeliano, descrive quaranta giorni vissuti da "occupati" dall'interno e "assediati" dall'esterno. La sua esperienza è segnata dalla paura, dalla precarietà e dalla devastazione economica che ha colpito la città, con turisti assenti, negozi chiusi e un collasso dell'economia.

Suor Faisa sottolinea la crescente paura tra la popolazione, alimentata dall'eco dei bombardamenti di Gaza e degli scontri in Cisgiordania. Nonostante le difficoltà, lei e le sue consorelle continuano a pregare per la pace e a offrire supporto materiale alle famiglie bisognose, con una particolare attenzione ai bambini. La sua fede le permette di trovare speranza nella resurrezione, anche nei momenti più bui.

Conseguenze e Riflessioni

La liberazione del complesso della Natività risolse un problema immediato, ma ne aprì altri, tra cui la questione dell'attendibilità delle informazioni fornite. La storia dell'assedio rimase incastonata nella definizione semplificata di "assedio della Natività", oscurando la complessità degli eventi e le responsabilità di tutte le parti coinvolte. La pigrizia mentale, l'adattamento della realtà ai pregiudizi e i diversi punti di vista contribuirono a creare una narrazione distorta.

Il giornalista che ha redatto la prefazione del libro di Lordi sottolinea come nessun "dietrologo" abbia cercato di smontare le versioni ufficiali o la vulgata mediatica, né di analizzare dettagliatamente la piantina del convento e della chiesa, o i rifiuti ritrovati il giorno dopo la fine dell'assedio. Questo evidenzia la difficoltà nel ricostruire una "Verità" completa e imparziale in contesti di conflitto.

L'episodio dell'assedio ha lasciato cicatrici profonde, non solo nella Basilica stessa, ma anche nella memoria collettiva e nelle relazioni tra le comunità. La visita di figure politiche come Condoleezza Rice e le discussioni, talvolta accese, tra i frati delle diverse confessioni testimoniano la persistente risonanza di quegli eventi.

Il campanaro della Natività, Samir Ibrahim Salman, un cristiano ortodosso di Betlemme, fu ucciso da un cecchino israeliano durante l'assedio, diventando una delle vittime dirette del conflitto. La sua morte, come quella di altri, ricorda il costo umano di queste vicende.

L'assedio della Basilica della Natività di Betlemme rimane un monito sulla complessità della guerra, sulla manipolazione dell'informazione e sulla necessità di una ricerca approfondita della verità, al di là delle narrazioni semplificate e dei pregiudizi.

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