Il tema dell'ascolto, dell'amore per Dio e per il prossimo, e l'attesa del Signore espressa nel "Maranatha", costituiscono pilastri fondamentali della fede ebraica e cristiana. Questi concetti, profondamente radicati nelle Scritture, guidano la vita morale e spirituale, delineando un cammino di relazione con Dio e con l'umanità.
"Ascolta, Israele!": Il Cuore della Legge (Shemà Israel)
Il tema dell'ascolto è un invito che Dio rivolge al suo popolo e che Gesù, a sua volta, rimanda a tutti noi attraverso lo "Shemà Israel". Non si tratta di un mero ordine, ma di un profondo invito all'amore verso Lui e verso il prossimo. La prima lettura biblica ci conduce al cuore della Legge d'Israele: Dio, colui che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell'Egitto, desidera essere amato sopra ogni cosa e posto al primo posto, invitando all'osservanza dei suoi comandamenti ogni giorno.
La preghiera dello «Shemà Israel», che significa «Ascolta Israele», è una delle più care alla pietà giudaica di ogni tempo, recitata dal pio Israelita al mattino e alla sera. La Liturgia cattolica l'ha collocata come lettura breve di Compieta del sabato. Essa è l'incipit del primo comandamento, rivelando che l'ascolto ha un primato assoluto, essendo la modalità di relazione decisiva dell'uomo nei confronti di Dio.
Il significato del verbo "ascoltare" (in ebraico shamá) è piuttosto ampio: include "sentire", "prestare attenzione", "prendere coscienza", "essere informato", e soprattutto "obbedire". "Ascoltare" e "obbedire" sono intimamente legati nel vocabolario biblico. Con le parole del Deuteronomio (Dt 6,3), il Signore invita il suo popolo a ricordare tutte le cose buone ricevute da Lui, in particolare il possesso di una terra: «Ascolta ora, o Israele, e sii diligente nel fare ciò che ti renderà felice e molto numeroso nella terra che scorre con latte e miele, come il Signore, il Dio dei tuoi padri, ti ha detto».
L'ascolto obbediente è il fondamento dell'amore. Le parole del Deuteronomio riprese da Gesù tracciano un movimento che dall'ascolto conduce alla fede ("Il Signore è il nostro Dio"), dalla fede alla conoscenza ("Il Signore è uno") e dalla conoscenza all'amore ("Amerai il Signore"). Ascoltare e ricordare la storia della salvezza permette di inviare un amore di corrispondenza. San Giovanni lo esprimerà con parole esplicite: «Noi amiamo, perché Egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19).

Il Comandamento Maggiore nel Vangelo
I vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) riportano la risposta di Gesù a uno scriba che gli chiede quale sia il primo comandamento. Questo dialogo, centrale nell'insegnamento evangelico, si svolge in un contesto di varie domande poste al Maestro.
Nel Vangelo di Marco (Mc 12,29-31), uno scriba, mosso da stupore e da rettitudine, si avvicina a Gesù e gli domanda: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Il secondo è questo: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba, riconoscendo la saggezza della risposta, affermò che amare Dio e il prossimo «vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici», e Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
Questa risposta di Gesù unisce due precetti che nell'Antico Testamento non compaiono insieme, rivelando che il comandamento dell'amore di Dio fa tutt'uno con quello dell'amore del prossimo (Lc 10,27). Amare veramente Dio significa non dimenticarsi degli uomini, cioè di coloro che ci sono prossimi: i vicini che incontriamo ogni giorno, ma anche coloro che ci importunano, i senza tetto, o chiunque sia diverso da noi. Tutti questi sono da amare come amiamo Dio e noi stessi.
L'Amore per il Prossimo e per Se Stessi
L'amore, dice Gesù, è il cuore della vita morale. Quando si ama, si sa cosa fare, non si ha bisogno del pungolo della legge. Amare gli altri come noi stessi significa affrontare i problemi della giustizia senza mettere sempre in primo piano i propri interessi. Affermare il primato dell'amore di Dio non significa fuga dall'impegno, ma comprendere che l'amore per l'uomo è un'esigenza irrinunciabile della nostra fede, parte delle intenzioni di Dio. Significa trovare nella fede le motivazioni per amare l'uomo, salvando l'amore per l'uomo dalle sue involuzioni, dai suoi limiti, dalla povertà e dalla fragilità del sentimento.
La vera comprensione dell'amore per se stessi, secondo il Vangelo, non coincide con il mettere il proprio benessere al centro in modo egoistico. La statura spirituale di un'esistenza umana è definita dall'amore, dalla capacità di amare ed essere amati, criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana.
Nelle tradizioni ebraiche, l'antico precetto «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18) si intendeva originariamente riferito ai connazionali. Tuttavia, specialmente nel giudaismo sviluppatosi fuori dalla terra d'Israele, i confini si andarono ampliando. Il desiderio di imitare gli atteggiamenti divini condusse a superare la tendenza intimista e ad aprirsi a un amore più universale.

Il "Comandamento Nuovo": Amarsi Come Cristo ha Amato
Nel quarto vangelo, Gesù compie un ulteriore passo avanti, dando l'ultimo e definitivo comandamento, chiamato per questo “il comandamento nuovo”: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34; 15,12), ossia senza misura, «fino alla fine» (Gv 13,1). In questa ardita sintesi, Gesù non ha neppure esplicitato la richiesta di amare Dio, perché sapeva bene che quando gli uomini si amano in verità, quando si amano come lui li ha amati, nel fare questo vivono già l'amore di Dio.
L'apostolo Giovanni, nella sua Prima lettera, afferma: «Dio nessuno l'ha mai visto, ma se ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza» (1Gv 4,12). Amando gli altri, amiamo anche Dio e ne abbiamo una conoscenza autentica, mentre chi dice di credere in Dio senza amare i fratelli è un illuso e un bugiardo (1Gv 4,20-21). Gesù ha vissuto la sua intera esistenza come capolavoro d'amore, compiendo pienamente la volontà di Dio e tracciando una via precisa: il comandamento che deve orientare la vita del cristiano è quello dell'amore per tutti gli uomini, fino ai nemici (Mt 5,44).
Gesù Cristo Amore Universale (Motivazione Cristiana)
"Maranatha": L'Attesa Messianica e l'Invito
L'espressione "Maranatha" ha una grande importanza, essendo una delle poche formule aramaiche inserite nel greco del Nuovo Testamento e conservata anche nel culto immediatamente post-apostolico.
Significato e Origine
L'espressione aramaica "Maràn athà" può essere interpretata in due modi:
- "Maràn athà" significa "Il Signore nostro viene", indicando una proclamazione della venuta già in atto o imminente del Signore.
- "Marana tha" significa "Signore nostro, vieni!", rappresentando un'invocazione ardente per la sua venuta finale.
È possibile che entrambi i significati fossero intesi e compresi contestualmente, esprimendo sia la certezza della venuta del Signore che la supplica per il suo ritorno glorioso.
Presenza nel Nuovo Testamento e Uso Storico
Nel Nuovo Testamento, questa formula si trova (non tradotta) in 1 Cor 16,22 e (tradotta) in Ap 22,20.
Dalla Prima lettera ai Corinzi di San Paolo apostolo (1 Cor 16,22): «Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Maranatha: vieni, o Signore!»
Dall'Apocalisse di Giovanni evangelista (Ap 22,20): «Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù.»
La vicinanza di "Maranatha" con la parola "anathema" (maledizione) fece sì che la prima espressione si aggiungesse alla seconda per rinforzarla, dando luogo fin dal IV secolo a una solenne formula di anatema, come "Si quis Dominum Iesum, qui venit, non amat, abscindatur" (Se qualcuno non ama il Signore Gesù, che viene, sia allontanato). Questa formula compare anche in iscrizioni sepolcrali e in atti conciliari, come il III e IV Concilio di Toledo (rispettivamente del 589 e 633).
L'espressione è citata nella trattazione dell'articolo del Credo su Gesù Cristo e appare nella trattazione dell'invocazione del Padre Nostro "Venga il tuo Regno", sottolineando il desiderio ardente della comunità cristiana per l'avvento finale del Regno di Dio.
La Lingua Aramaica
L'aramaico è una lingua semitica nord-occidentale, strettamente imparentata con l'ebraico e il punico. Originariamente, era il dialetto semitico degli aramei. Dopo la caduta degli stati aramei, divenne lingua commerciale e diplomatica, e nel periodo neobabilonese la lingua franca dell'Oriente Anteriore. Fu la lingua del popolo in Palestina dal ritorno dall'esilio fino al periodo cristiano, ed è considerata la lingua madre di Gesù.
Parti dell'Antico Testamento sono scritte in aramaico (es. Daniele 2,4-7,28; Esdra 4,8-6.18; 7,12-26). Anche nel Nuovo Testamento si trovano espressioni aramaiche (es. Mc 5,41; 7,34; 14,36; 15,34; 1 Cor 16,22). Oggi è ancora parlato in alcuni villaggi dell'Iraq e della Siria.
