L'Urgenza della Profezia nel Mondo Contemporaneo
Parafrasando una nota espressione dei Martiri di Abitene, si potrebbe affermare: «Senza i profeti non possiamo vivere». Il mondo e la Chiesa, anche nel nostro tempo, hanno bisogno di profeti.
In un'epoca definita da alcuni come quella delle passioni tristi, in cui la crisi è diventata pervasiva e percepita come un inquietante buco nero, il profeta è l'unico capace di vedere oltre e al di là della decadenza. Egli squarcia la superficie per intravedere in profondità il germe di bene sepolto nelle macerie, fissa l'orizzonte più lontano per riconoscere avvenimenti sorprendenti, avverte un palpito di vita anche in luoghi deserti e presagisce luminose verità, anche se tutto sembra contraddirle.
La Chiesa, infatti, nasce come realtà profetica. In essa, tutti, avvertono il soffio dello Spirito (cfr. At 2,14ss), anche se solo ad alcuni viene donato un particolare carisma che li rende profeti non fuori o al di là, ma nel mondo (cfr. At 11,27; 13,1; 15,32; 21,9-10). Il Concilio Vaticano II ha insegnato a pensare la Chiesa nel mondo, senza opporla né identificarla con esso. Come avvertiva Paolo VI nel 1972, la Chiesa «ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo».
L'apostolo Paolo proclama: «Aspirate ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia» (1Cor 14,1), poiché la profezia è dono e potenza dello Spirito Santo. Quando lo Spirito mette sulle labbra una parola, l'araldo è preso da un fuoco divoratore e l'ascoltatore è raggiunto da una parola che trapassa le più intime fibre del cuore. Il profeta è posseduto da un Altro, la sua persona tende a scomparire per far posto alla presenza dell'Altro. Egli parla con la bocca, ma anche con gli occhi, le mani, la vita, ed è un messaggero indomito di annunci divini. La sua forza risiede nell'obbedienza alla Parola, nell'umiltà, nella preghiera incessante, nella semplicità e nella sobrietà dello stile di vita. Per tutti è un segno di contraddizione: parla opportunamente e importunamente, secondo i tempi e i disegni di Dio, senza seguire le mode degli uomini. Parla a tutti, ma non sempre è accettato, incontrando difficoltà soprattutto nella sua patria.

Don Tonino Bello e Papa Francesco: Profeti Contemporanei
Per fra’ Onofrio Farinola, profeti sono don Tonino Bello e Papa Francesco, coetanei e quasi «fratelli gemelli», anche se non si sono mai incontrati e conosciuti personalmente. Entrambi sono «figli del Concilio» e il loro messaggio è ispirato a quel magistero. Il linguaggio è lo stesso, una medesima ansia percorre il loro ministero, e anche i gesti sembrano una fotocopia dell'uno sull'altro.
Papa Francesco, nel Discorso ai partecipanti al giubileo della vita consacrata il 1° febbraio 2016, ha ricordato che profezia, prossimità e speranza sono le virtù distintive del consacrato. Ha chiesto: «quale profezia attendono da voi la Chiesa e il mondo? Siete anzitutto chiamati a proclamare, con la vostra vita prima ancora che con le parole, la realtà di Dio: dire Dio». Ha sottolineato che il volto di Dio è quello di un Padre «misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8).
Don Tonino avrebbe volentieri sottoscritto queste parole del Papa. Entrambi, infatti, considerano la profezia come un vaso traboccante di zelo misto a evangelica pazzia. Don Tonino sapeva che «è necessaria un po’ di follia nella Chiesa». Facendogli eco, Papa Francesco chiarisce che «lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia».
Un'Eredità Profetica Condivisa
Il libro di fra’ Onofrio Farinola approfondisce, da diverse angolature, le differenti prospettive della profezia cristiana, così come è possibile intravederla in don Tonino e in Papa Francesco, formando la grande sinfonia della profezia evangelica.
Don Tonino Bello e Papa Francesco sono stati figure che hanno preferito la strada al palazzo, il popolo ai privilegi, la vicinanza concreta alla distanza formale. Pastori dal cuore pellegrino, hanno percorso le vie della storia con umiltà e instancabilità, cercando segni di speranza tra gli ultimi, proprio come i Magi: «I Magi dei nostri tempi - conferma Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione “don Tonino Bello” - che hanno attraversato le periferie dell’anima e della società».
Il loro viaggio non è stato privo di ostacoli, ma la loro fede li ha resi instancabili cercatori di Dio nelle pieghe della quotidianità. E, come i Magi, hanno offerto i loro doni: la profezia di una Chiesa povera e accogliente, l'incenso della preghiera che si fa azione, la mirra della vicinanza a chi soffre. Nel loro cammino brilla ancora quella stella che invita a uscire, a non fermarsi, a cercare Dio nelle strade del mondo, perché è lì, tra la gente, che Lui continua a farsi incontrare.

La Vita e il Magistero di Don Tonino Bello
Antonio Bello, conosciuto come don Tonino, nacque ad Alessano il 18 marzo 1935. Dopo gli studi in seminario a Ugento e Molfetta, fu inviato a Bologna per la formazione dei cappellani del lavoro e fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957. Completò la licenza e il dottorato in teologia pastorale.
Nel 1958 fu nominato dapprima insegnante e poi rettore del seminario di Ugento. Successivamente, divenne amministratore della parrocchia del Sacro Cuore della stessa città nel 1978 e, dal 1979 al 1982, fu parroco a Tricase. Svolse anche l’incarico di assistente dell’Azione cattolica diocesana e canonico della cattedrale.
Il 10 agosto 1982, san Giovanni Paolo II lo volle vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. Nel 1985 venne nominato presidente di Pax Christi, in cui si impegnò attivamente nella sensibilizzazione a favore dell’obiezione fiscale contro le spese militari e contro il piano di militarizzazione della Puglia, nonché per la pace a livello nazionale durante la prima Guerra del Golfo e il conflitto nell’ex-Jugoslavia.
Nel dicembre 1992, durante la guerra nei Balcani, benché già molto malato, si fece ispiratore e guida di persone credenti e non, di differenti nazionalità, unite dall’obiettivo di sperimentare “un’altra ONU”, mostrando la possibilità di vivere nella concordia. Per questo motivo, si recò come pellegrino di pace nella Sarajevo devastata dal conflitto in corso. Don Tonino è morto per tumore allo stomaco il 20 aprile 1993 a Molfetta, nella stessa diocesi che aveva guidato come vescovo.
Verso la Beatificazione: Il Riconoscimento delle Virtù Eroiche
Don Tonino Bello è a un passo dalla beatificazione. Papa Francesco ha, infatti, autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sulle virtù eroiche del vescovo. Ora, per la beatificazione, manca solo un miracolo.
Don Tonino Bello è stato un autentico profeta di pace, sempre vicino agli ultimi, in prima linea nelle battaglie più difficili e scomode per tutelare i diritti della sua gente. Il suo impegno incessante contro tutte le guerre lo ha reso un punto di riferimento, agendo localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia.
La notizia del riconoscimento delle virtù eroiche, anticipata da Francesco ai membri della Conferenza Episcopale Italiana, è stata accolta con scrosciante applauso. Grande soddisfazione è stata espressa dall’attuale successore di don Tonino Bello alla guida di Pax Christi, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, che ha sottolineato come la decisione del Papa incoraggi a continuare il cammino sui sentieri della giustizia e della pace.
Il Pontificato di Papa Francesco e il Riconoscimento di Don Tonino
Il 13 marzo 2013, Jorge Mario Bergoglio è stato eletto nuovo Pontefice della Chiesa cattolica, assumendo il nome di Francesco. Con un semplice ma significativo “buonasera” dalla loggia di San Pietro, Francesco ha conquistato immediatamente il cuore dei credenti, dando il via a un pontificato all’insegna dell’umiltà, della vicinanza ai poveri e della riforma della Chiesa.
La Fondazione “don Tonino Bello”, nel suo notiziario “Il Grembiule”, ha ricordato quel momento storico come «un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi è quello iniziato il 13 marzo di dodici anni fa, quando 115 membri del Collegio cardinalizio, in un conclave durato poco più di ventiquattro ore, hanno scelto “quasi dalla fine del mondo” il nuovo vescovo di Roma».
Otto mesi dopo l'elezione, il 14 novembre 2013, la Fondazione “don Tonino Bello” ha incontrato il Papa, donandogli la croce pettorale di don Tonino e alcuni suoi libri in spagnolo. Giancarlo Piccinni ha commentato: «Al nome di don Tonino il volto di Papa Francesco si è illuminato e il suo sorriso avvolgente ha sciolto ogni timore. Pochi minuti, ma densi di sentimento. Ogni parola e ogni pausa di silenzio erano significative». L’incontro ha evidenziato le numerose analogie tra Papa Francesco e don Tonino Bello: lo stile pastorale, i temi proposti, le scelte di campo, come la rinuncia alle insegne del pontificato, il viaggio a Lampedusa, il richiamo alla pace e alla povertà, la scelta della sua residenza.
Non si tratta solo di cercare analogie, ma di valorizzare anche le specificità e l’originalità delle esperienze di vita e di fede di don Tonino e Papa Francesco. L’eredità spirituale e storica di don Tonino è un patrimonio della Chiesa universale, importante per interpretare i segni dei tempi nella fase attuale della vita sociale ed ecclesiale.
Papa Francesco ad Alessano, in preghiera sulla tomba di don Tonino Bello
Il Pellegrinaggio di Papa Francesco ad Alessano
Il 20 aprile 2018, Papa Francesco ha compiuto un pellegrinaggio altamente simbolico presso Alessano e Molfetta, rendendo omaggio e pregando sulla tomba di don Tonino Bello nel suo paese natale. Questa data non è casuale: è la ricorrenza della dipartita di don Tonino, esattamente venticinque anni dopo la sua morte. Per la gente di Alessano, questo incontro è stato percepito come naturale, con alcuni che, sorridendo, hanno azzardato: “Se don Tonino fosse diventato Papa, oggi sarebbe Papa Francesco”.
Arrivato ad Alessano, prima tappa del viaggio, il Papa si è recato nel cimitero comunale, dove riposa don Tonino Bello. Qui si è fermato per lunghi minuti di preghiera silenziosa in piedi davanti alla lastra che ricopre la tomba, deponendo un mazzo di fiori bianchi e gialli. Successivamente, ha pregato anche davanti alla tomba della madre di don Tonino.
Ritornando verso l'ingresso del cimitero, il Papa ha salutato i familiari del vescovo di Molfetta, accarezzando e baciando i bambini, stringendo le mani ai fratelli Trifone e Marcello, e ricevendo in dono una stola appartenuta a don Tonino e un grembiule ricamato dalle donne del paese, simbolo della "Chiesa col grembiule" tanto cara a monsignor Bello.
Al suo arrivo, Papa Francesco ha commentato che la tomba di don Tonino «non si innalza verso l'alto, ma è tutta piantata nella terra: don Tonino seminato nella sua terra». Da questa terra, ha lanciato un nuovo appello per la pace nel Mediterraneo, che don Tonino «chiamava “terra-finestra”, perché dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti Sud del mondo, dove i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno. Siete una "finestra aperta, da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia", ma siete soprattutto una finestra di speranza perché il Mediterraneo - ha notato il Pontefice -, storico bacino di civiltà, non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente».

Le "Quattro Parole" Rievocate da Papa Francesco
Nel suo discorso ad Alessano, Papa Francesco ha rievocato i cardini del pensiero di don Tonino Bello attraverso "quattro parole" che ne sintetizzano la spiritualità e l'impegno:
- La finestra: indica la prospettiva fondamentale della missione della Chiesa, che deve ripartire dagli ultimi, non dal centro, ma dalla periferia, dalla “fine del mondo”. Il Sud, da cui entrambi provengono, diventa una categoria simbolica, un «luogo paradigmatico dove si manifestano gli stessi meccanismi perversi che, certamente in modo più articolato, attanagliano tutti i Sud della terra». Rappresenta non un luogo di subalternità, ma di liberazione e riscatto.
- Il grembiule: indica lo stile pastorale che deve animare la Chiesa nell'incontro con il mondo. Don Tonino scorgeva nella costituzione pastorale Gaudium et spes la volontà della Chiesa di condividere le sorti del mondo senza creare «aneliti paralleli, ansie simmetriche, tensioni bilaterali, attese diverse: da una parte quelle del mondo, dall’altra quelle della Chiesa. No! Le speranza universali degli uomini sono le stesse coltivate dai credenti». Francesco ha richiamato al suo desiderio di privarsi di qualcosa per Gesù che si è spogliato di tutto, e al suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere per dare spazio al potere dei segni, per essere la «Chiesa del grembiule, unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo».
- La fragranza: richiama l'identità ecclesiale. Come esplicitato in Gaudete et exultate, pur rimanendo un cammino personale, l'identità cristiana ha sempre una «dinamica popolare» (n. 6). Occorre cioè “profumare di popolo”. Don Tonino ha sintetizzato il suo ministero episcopale con queste parole: «Ho sperimentato una grande passione per il popolo. Mi è sempre piaciuto stare in mezzo alla gente. Introdurre nel grande episcopio di Molfetta la gente che era diseredata, senza casa, povera, non per smania di esibizionismo [….] mi sentivo a mio agio, mi sentivo più in sintonia col mio ministero».
- Il tabernacolo: indica la via della santità. Papa Francesco ha insistito nel non separare la preghiera dall’azione, mettendo in guardia dall’immergersi nel vortice delle faccende senza piantarsi davanti al tabernacolo. Don Tonino aveva coniato il termine "contempl-attivi" unendo preghiera e azione, dimensione spirituale e impegno sociale, invitando a non essere imprigionati dal vortice delle faccende quotidiane e a partire dal cuore della fede per servire ogni uomo.
Don Tonino: Uomo di Pace e Vicino ai Poveri
Papa Bergoglio ha continuato a delineare il ritratto di monsignor Bello, sottolineando la sua vicinanza ai bisognosi: «Capire i poveri era per lui vera ricchezza - ha ricordato il Pontefice -. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro i potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda». E ha aggiunto: «Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio, non perde mai la frequenza del Vangelo e sente di dover tornare all’essenziale per professare con coerenza che il Signore è l’unico vero bene».
Francesco ha richiamato: «Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino, come ha fatto Gesù, che per noi, da ricco che era, si è fatto povero. Don Tonino sentiva il bisogno di imitarlo, coinvolgendosi in prima persona, fino a spossessarsi di sé. Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità».
L’arcivescovo Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, ha sottolineato la somiglianza tra i gesti del Santo Padre e gli esempi di vita lasciati da don Tonino, affermando: «Ogni volta che Lei appare alla finestra del Palazzo Apostolico, a noi viene in mente il titolo di un libro di don Tonino: Alla finestra la speranza. Sì, Padre Santo, le Sue parole, come quelle di don Tonino, ci aiutano a non farci rubare la speranza».
L'Umità e la Semplice Nomina di "Don Tonino"
Il nome "don Tonino" ci dice anche la sua salutare allergia verso i titoli e gli onori, il suo desiderio di privarsi di qualcosa per Gesù che si è spogliato di tutto, il suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere per dare spazio al potere dei segni. Don Tonino non lo faceva certo per convenienza o per ricerca di consensi, ma mosso dall’esempio del Signore. Nell’amore per Lui troviamo la forza di dismettere le vesti che intralciano il passo per rivestirci di servizio, per essere "Chiesa del grembiule, unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo". Una Chiesa, ha rimarcato il Pontefice, «non mondana ma per il mondo», una Chiesa «monda di autoreferenzialità» ed «estroversa, protesa, non avviluppata dentro di sé; non in attesa di ricevere, ma di prestare pronto soccorso; mai assopita nelle nostalgie del passato, ma accesa d’amore per l’oggi, sull’esempio di Dio, che ha tanto amato il mondo».
Il cardiologo Giancarlo, che è anche presidente della Fondazione “don Tonino Bello”, ricorda che don Tonino «non è stato un profeta di sventura»: «Ci diceva che dal cielo non ci arriva nulla: anche la speranza la dobbiamo organizzare». La dimensione orizzontale della fede, per il prete salentino, «incrocia sentieri scomodi, ma che vanno percorsi rispondendo in primo luogo alla domanda su cosa stia succedendo nel mondo».
Monsignor Angiuli ha salutato il Papa, ringraziandolo per la sua visita e affermando: «Speriamo di vedere presto don Tonino Beato. Don Tonino è vivo esempio per i nostri pastori. È stato per tutti, don Tonino, prima che Vescovo, papà del suo popolo, mostrando una forte paternità». Ha citato il cardinale Martini, secondo cui in monsignor Bello «brillava la centralità assoluta del mistero di Gesù crocifisso e risorto». Ha fatto riferimento alla convivialità delle differenze, che è stato il programma di vita perseguito instancabilmente dal Servo di Dio.

L'Eredità Duratura e l'Invito all'Imitazione
A distanza di anni dalla sua morte, il messaggio di don Tonino continua a risuonare forte e chiaro, ancor più oggi, nell’era del pontificato di Papa Francesco. Il vescovo di Molfetta, noto per la sua vicinanza agli ultimi, la sua lotta per la pace e la sua predicazione di una Chiesa povera e per i poveri, rappresenta un anticipatore coraggioso del messaggio del Pontefice.
La sua eredità non è solo un ricordo, ma una sfida quotidiana per ciascuno di noi: «E noi ci potremmo chiedere - ha concluso Papa Francesco - se partiamo dal tabernacolo o da noi stessi. Potremmo domandarci anche se, una volta partiti, camminiamo; se, come Maria, Donna del cammino, ci alziamo per raggiungere e servire l’uomo, ogni uomo. Se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra alta vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo».
Il Papa ha invitato a imitare monsignor Bello, affinché «la sua profezia sia attuata». «Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti. È un invito forte rivolto a ciascuno di noi e a noi come Chiesa. Ci aiuterà a spandere oggi la fragrante gioia del Vangelo».
L'incontro tra i sentieri di don Tonino Bello e Papa Francesco, come ha osservato il marito di una partecipante, rivela un Papa "sorprendente" che mette al centro della Chiesa i poveri e le periferie, un approccio che la comunità ecclesiale deve raggiungere «non con l’automobile della falsa compassione, limitandosi a guardare da lontano le lacerazioni - o al massimo a toccarle con i guanti sterilizzati - ma commuovendosi fino alle viscere, ribellandosi a tutte le ingiustizie che creano ghetti, disuguaglianze, sacche di miseria, insorgendo dinanzi ad un’economia che scarta e uccide di fame».
Con i calzari consumati da pescatore e la sua inseparabile valigetta nera, il Papa attraversa i sobborghi del mondo per scuotere chi non vuole sentire parlare dei poveri. Gesti sorprendenti ed eloquenti che confermano come Francesco sia il Papa della prossimità, pronto a smantellare quel noioso diaframma che spesso separa la Chiesa dalla vita reale. Questa eredità spirituale e storica di don Tonino è un patrimonio della Chiesa universale, importante per interpretare i segni dei tempi nella fase attuale della vita sociale ed ecclesiale.