Il nome Rosario Curcio è associato a diversi importanti procedimenti giudiziari in Italia, riguardanti in particolare due figure distinte ma omonime. Una di queste è legata al tragico omicidio di Lea Garofalo, testimone di giustizia, mentre l'altra figura è emersa nell'ambito dell'operazione "Eleo" contro una cosca di 'ndrangheta di Petilia Policastro.
Rosario Curcio, Killer di Lea Garofalo: Morte in Carcere e Ruolo nell'Omicidio
Rosario Curcio, uno dei killer della testimone di giustizia Lea Garofalo, è deceduto nel carcere di Opera a Milano. Aveva 46 anni ed era detenuto per aver partecipato all’omicidio di Garofalo e per averne distrutto il cadavere.
La Morte di Rosario Curcio
Il 46enne Rosario Curcio si è impiccato usando le lenzuola nella propria cella nel carcere di Opera (Milano) un mercoledì sera, ed è morto poche ore dopo al Policlinico di Milano a seguito delle ferite riportate. Del suicidio è stata informata la PM di turno di Milano, che coordinerà gli accertamenti sulla dinamica. Il PM Nicola Rossato, coordinato dal procuratore Marcello Viola, ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti per procedere agli esami scientifici e all'autopsia sul corpo del 46enne. Non ha lasciato biglietti o messaggi. Negli ultimi tempi Curcio si era sempre più distaccato dal gruppo guidato da Carlo Cosco, l’ex compagno di Lea, tanto da far pensare che stesse meditando di collaborare con gli inquirenti. Invece il suo era probabilmente il segno di un malessere interiore, non intercettato. In carcere Curcio aveva iniziato a collaborare alle iniziative del “Gruppo della trasgressione”.
Il Ruolo nell'Omicidio di Lea Garofalo
Rosario Curcio era stato arrestato nell'ottobre del 2010 su ordine del GIP Giuseppe Gennari, insieme all'ex compagno di Garofalo, Carlo Cosco, e ad altri complici. Curcio, incensurato fino al momento dell’arresto, ha fatto parte del gruppo criminale capeggiato da Carlo Cosco. Era stato condannato definitivamente all'ergastolo (insieme ad altri tre) per la morte e la distruzione del cadavere della 35enne Lea Garofalo. Le indagini del nucleo investigativo dei Carabinieri di Milano hanno accertato che la sera del 24 novembre 2009, giorno del delitto, Curcio era in un magazzino al quartiere San Fruttuoso di Monza dove, insieme a Vito Cosco detto Sergio (fratello di Carlo) e a Carmine Venturino (ex fidanzato della figlia di Lea Garofalo), bruciò in un bidone il corpo di Lea.

La Storia di Lea Garofalo
Lea Garofalo è riconosciuta e ricordata come un simbolo della lotta contro la criminalità organizzata. Nata nel 1974 a Petilia Policastro, in Calabria, rimase orfana a nove mesi di un padre ucciso in una faida tra cosche. Per Lea Garofalo, Milano rappresentò il luogo dell’amore, dell’illusione e della tragica fine. Qui, in viale Montello, si trasferì a soli 14 anni per unirsi al suo futuro carnefice, Carlo Cosco, che due anni dopo diventerà padre di Denise. La sua storia è una delle peggiori storie italiane di 'Ndrangheta e crudeltà mafiosa, che dimostrò quanto il capoluogo lombardo fosse diventato non solo epicentro degli interessi economici dei clan calabresi, ma anche terra di delitti sanguinari, sequestri e coperture.
La Collaborazione con la Giustizia e la Trappola
Lea Garofalo è stata uccisa il 24 novembre del 2009 a Milano. Dal 2002 era stata inserita nel programma di protezione testimoni, insieme a sua figlia Denise, perché aveva deciso di raccontare ai magistrati le attività di spaccio condotte dalla famiglia Cosco e la faida con la sua famiglia che aveva portato alla morte del fratello Floriano Garofalo nel 2005. Scappata da Petilia Policastro, Garofalo si era rifugiata a Campobasso dove nell'aprile del 2009, uscita dal programma di protezione, ha evitato un primo agguato nei suoi confronti. La sua decisione di collaborare con la giustizia e denunciare fu coraggiosa ma fatale. I segreti che Lea rivelò non si trasformarono in processi, la protezione dello Stato venne meno e le false identità furono ritirate. Lea e Denise rimasero sole, senza appoggi familiari, esposte alla sete inappagata di vendetta dei Cosco.
LEA FILM TV RACCONTA LA STORIA DI LEA GAROFALO
Le Ultime Ore e la Distruzione del Cadavere
La trappola venne tesa ancora una volta a Milano, dove Lea accompagnò la figlia per un incontro con il padre che avrebbe dovuto comprarle un regalo. In verità, era già tutto pianificato. Carlo Cosco riconquistò la fiducia dell’ex compagna, in quella “città che non è come la Calabria” come diceva la donna. Lea Garofalo incontrò l'ex fidanzato Cosco a Milano il 24 novembre dello stesso anno. Le telecamere l'hanno ripresa per l'ultima volta camminare con la figlia per le vie della città poche ore prima della sua morte. Lea venne uccisa il 24 novembre 2009 in un appartamento di piazza Prealpi, periferia ovest, mentre la figlia cenava con i parenti paterni. Aveva 35 anni. I suoi resti, dopo la distruzione del cadavere a San Fruttuoso, a Monza, furono trovati solo nel 2012.
La Memoria di Lea Garofalo
Il 19 ottobre 2013, tremila persone parteciparono ai funerali di Lea Garofalo in piazza Beccaria, nel cuore di una città che aveva capito troppo tardi. Lea riposa al Cimitero Monumentale insieme ai grandi di Milano. Oggi teatri, film, eventi e murales la ricordano e tutti i milanesi sanno chi è stata Lea Garofalo.

Il Processo e le Condanne
Nell'ottobre del 2010 arrivarono i mandati di arresto per Carlo Cosco, Massimo Sabatino, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Carmine Venturino e Rosario Curcio. Il processo a loro carico si è concluso il 30 marzo 2012. Carlo Cosco e suo cugino Vito sono stati condannati all'ergastolo e hanno dovuto scontare l'isolamento diurno per due anni. Ergastolo, ma con isolamento di un anno, anche per Massimo Sabatino e Rosario Curcio. Per Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise (figlia di Lea), la pena è stata ridotta a 25 anni perché collaborò con la giustizia, e la cui testimonianza era stata fondamentale per ritrovare i resti del corpo della vittima. Giuseppe Cosco, fratello di Carlo, fu assolto "per non aver commesso il fatto". Curcio era stato condannato in primo grado nel 2012, al termine di un lungo processo e con una sentenza poi confermata in appello nel 2013 e in Cassazione nel dicembre del 2014.
Un Altro Rosario Curcio: L'Operazione "Eleo" e i Procedimenti Giudiziari
Il nome Rosario Curcio è anche associato a un'altra figura di spicco della 'ndrangheta, originaria della frazione Camellino di Petilia Policastro (Crotonese), soprannominato "Pilurussu". Questo Rosario Curcio, all'epoca dei fatti tra i 62 e i 63 anni, è stato al centro dell'operazione "Eleo", che ha fatto luce sulle attività criminali della cosca di Petilia che farebbe capo a lui.
L'Operazione "Eleo" e le Accuse
L'operazione "Eleo", scaturita dall'indagine "Tisifone", ha portato a galla vari episodi di estorsione, usura, detenzione di armi e danneggiamenti. A Rosario Curcio "Pilurussu" veniva contestato anche di essere il mandante dell'omicidio di Massimo Vona, allevatore di Petilia Policastro, scomparso nel nulla il 30 ottobre del 2018, detto "Malutiempu". Secondo il collaboratore di giustizia Domenico Iaquinta (ex esponente della cosca Bagnato di Roccabernarda), "un omicidio del genere non poteva avvenire sul territorio senza, quanto meno, il permesso del capo locale di Petilia che in quel periodo era Rosario Curcio". Iaquinta affermò che la vittima era dedita a commettere "piccoli reati sul territorio, in particolare in materia di armi e stupefacenti" senza il permesso "del capo di Petilia Policastro, che da ultimo era Rosario Curcio".

Le Sentenze e l'Appello
Il processo celebrato con rito abbreviato davanti al Giudice distrettuale dell’udienza preliminare di Catanzaro si è concluso con otto condanne e due assoluzioni. Da questa accusa specifica di essere il mandante dell'omicidio di Massimo Vona, Rosario Curcio è stato assolto dal GUP distrettuale, come peraltro aveva chiesto lo stesso pubblico ministero nella sua requisitoria. È stato assolto anche dall'accusa di associazione mafiosa, considerato che i fatti contestati erano gli stessi per i quali Curcio era già stato condannato nel processo "Tisifone".
A Curcio, per due episodi di estorsione e uno di furto aggravati dalle modalità mafiose, sono stati inflitti 8 anni e 8 mesi di reclusione. Assolti Salvatore Bruno e Salvatore Caria. Gli altri imputati sono stati condannati a pene tra gli 8 e i 10 anni di reclusione per associazione mafiosa e altri reati.
Le Dichiarazioni del Collaboratore Iaquinta
La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha sostanzialmente confermato la sentenza di primo grado. In seguito, il PM della DDA Pasquale Mandolfino, applicato quale sostituto procuratore generale, alla luce delle nuove dichiarazioni del collaboratore di giustizia Domenico Iaquinta, aveva chiesto l’ergastolo per Curcio per l'omicidio Vona. Nel corso del processo d’appello, la Corte ha rigettato la richiesta di ascoltare il collaboratore sull’omicidio di Vona. Secondo la difesa, rappresentata dall’avvocato Tiziano Saporito, le nuove dichiarazioni del collaboratore contraddicevano le precedenti rese nell’anno 2019. Oggi è stata confermata, per Curcio, l’assoluzione per il delitto di Massimo Vona. Il 63enne è stato condannato per due episodi di estorsione e uno di furto aggravati dalle modalità mafiose a 8 anni e 8 mesi di reclusione. La Corte ha, inoltre, rideterminato altre tre condanne: Antonio Grano, 5 anni (dagli 8 anni in abbreviato); Giacinto Castagnino, 8 anni (dagli 8 anni e 8 mesi in abbreviato); e Francesco Scalise (dagli 8 anni e 8 mesi in abbreviato). Per il resto sono state confermate le condanne nei confronti di Diego Garofalo, 10 anni; Mario Garofalo, 10 anni; Tommaso Rizzuti, 10 anni.