Il noto giornalista Ettore Masina ha ricostruito la vicenda e la "conversione ai poveri" del prelato Monsignor Óscar Romero nella nuova edizione del suo libro, intitolato "L'arcivescovo deve morire". Questa opera, a distanza di 15 anni dalla sua prima pubblicazione con Gruppo Abele, ritorna riveduta e aggiornata con le ultime notizie sui retroscena del suo omicidio, configurandosi come uno dei libri più intensi pubblicati su un vescovo e sulla storia di un intero popolo vittima di una ultraventennale guerra civile alla fine del secolo scorso.
La "Colpa" di Romero: Un Impegno per la Giustizia
La "colpa" di Romero, secondo Masina, fu quella di essersi "lasciato convertire dai poveri". Da prete conservatore, divenne la voce più forte di denuncia delle violenze subìte dai campesinos, dagli operai, dagli stessi preti e dalle donne che stavano dalla parte del popolo. Queste figure, che lottavano per i diritti dei più deboli, venivano così trasformate in nemici da schiacciare per i padroni della terra, il governo appoggiato dagli USA, l'esercito e i carnefici delle bande paramilitari.
Il Processo di Canonizzazione e la Polarizzazione Politica
Nonostante l'impegno di Romero e il suo sacrificio, il processo di canonizzazione è rimasto a lungo bloccato. La vicenda di Monsignor Romero si inserisce in un cambiamento di tipologia ecclesiale: con Giovanni Paolo II è stata coniata l’espressione "martiri della carità", in riferimento a coloro che sono stati uccisi per l’impegno civile e a favore dei più deboli. Esempi di questa categoria includono Massimiliano Kolbe, sacrificatosi al posto di un padre di famiglia e proclamato santo, e molti altri. Monsignor Romero dovrebbe far parte di questa categoria, il che, in pratica, implicherebbe una causa di beatificazione più veloce. Tuttavia, l’ostacolo principale è la polarizzazione politica della vicenda, come se l’impegno per la giustizia avesse un colore politico prima che umano, civile e religioso.
Il Contesto Culturale e la Riflessione sull'Uomo Contemporaneo
All'interno di questo volume, si inserisce anche una profonda riflessione sulla condizione dell'uomo contemporaneo e sulla sua percezione della realtà, affrontata attraverso un saggio che può essere considerato un manifesto del crollo della mente, un evento quasi invisibile ma in corso negli ultimi dieci anni.
La Crisi della Percezione e il "Sentire Pensante"
I capitoli che compongono questo documento sono costituiti da articoli che sono stati pubblicati in vari convegni. La situazione attuale impone di abbandonare il vecchio "punto di vista" a favore di un nuovo "punto d’essere". L'uomo contemporaneo si trova di fronte a domande fondamentali: cosa prova in una folla? Dov’è situato il suo punto d’essere? Qual è la sua forma? È individuo o folla? La percezione della realtà è cambiata e in che modo? Esiste ancora una realtà o è terminata? Cosa è il "sentire pensante" e cosa significa che i sensi devono imparare a pensare la realtà?
I sensi diventano sempre più "estranei" perché coadiuvati da protesi tecnologiche che riproducono processi umani, rendendoli tuttavia irriconoscibili. I media dei sensi tecnologici tendono a interagire, generando effetti imprevisti e sorprendenti. Con l’avvento dei media elettrici, abbiamo la messa in scena del sistema nervoso, creando le premesse di un mutamento che coinvolge anche il corpo, che cambia il suo assetto divenendo il "corpo-scena", una "presenza definitiva", uno "spazio che sente".
Abbandonare ogni tipo di struttura simbolica che si articola in un processo deve essere considerato una tendenza irreversibile dell’uomo contemporaneo? È plausibile che la caratteristica a bassa definizione delle dinamiche sociali abbia innescato una realtà fredda la cui fruizione sollecita l’intervento del fruitore stesso? Per essere parte attiva di questa intensa consapevolezza, si avverte oscuramente che bisogna sparire come individui e divenire flusso che scorre senza ostacoli e senza opposizioni. Occorre evitare le ideologie e le rappresentazioni della realtà se si vogliono cogliere il divenire e il cambiamento.
Il "sentire pensante" "pensa" ciò che percepisce e quindi in qualche modo lo "inventa", lo crea. Questo "sentire pensante" mette in condizione di "creare" la realtà e dunque di essere "presenza definitiva", non nel senso di un raggiungimento di uno statuto ontologico definitivo, ma nel senso di provare una precisa corrispondenza tra le circostanze in cui avviene la propria azione e il nostro autostato.
Essere umani nell'era digitale | Massimo Migliorini | TEDxTorino Salon
L'Obsolescenza dell'Estetica Tradizionale e la "Presenza Definitiva"
L’estetica tradizionale non riesce più a spiegare cosa accade intorno a noi e cosa proviamo, perché ci siamo trovati in un luogo o in una configurazione di luoghi, nella quale siamo andati oltre la sensibilità. Questo "oltre" si configura come un ambiente cosciente in cui sembra invertito il rapporto tra conscio e inconscio. Forse la progressiva obsolescenza dell’estetica è dovuta al fatto che usa strumenti d’indagine ermeneutica inadeguati a descrivere un "sentire" che non sembra provenire più da un corpo percettore, ma che si situa, in maniera inquietante, in una esternità diffusa e dispersa.
In un regime in cui la percezione si satura a causa dell’accumulo di feedback, possono determinarsi effetti di straniamento simili a quelli che si determinano nelle dinamiche di turbolenza molecolare delle cosiddette strutture dissipative. Nelle reazioni non lineari, in condizioni lontano dall’equilibrio, si creano nuovi stati della materia. La relazione tra "corpo-scena" e immagini si sottrae nella presentazione in ciò che appare.
La configurazione tipica in cui il "corpo-scena" si attiva è quella del computer, in cui si instaura un circuito ricorsivo molto rapido tra le pulsioni elettriche della macchina e le pulsioni neurali, cosa che modifica l’organizzazione dei due insiemi simultaneamente. Vestito di nulla, purificato ed elettrico, il "corpo-scena" riveste l’immateriale della nuova naturalità elettronica. La "presenza definitiva" è un "sentire" nel quale trova realizzazione una paradossale commistione tra percezione sensibile e pensiero. Essa è autopoietica, ricorsiva, autoreferente, autostatica. Si presenta sospesa in una configurazione definitiva in cui il "corpo-scena" può apparire in un ruolo in cui si mimetizza usando le stesse circostanze di cui si riveste il corpo fisico. Per questo la "presenza definitiva" è anonima e distopica: essa non può dar conto del suo apparire là, nel luogo in cui appare, ovvero laddove "altri" ne registrano la presenza.
Il Superamento del Pensiero Discorsivo e la Riconfigurazione del Corpo
La conditio sine qua non per l’esperienza di questo sentire raggiante passa per l’abdicazione al pensiero discorsivo. Quest'ultimo è inteso come resistenza del cervello al flusso dell’informazione, che viene invece trattata per "noi" dai media elettronici, i quali si occupano anche della maggior parte delle operazioni cognitive. Per McLuhan, l’invenzione della parola scritta è "la membrana che ci separa, che ha diviso l’io da tutto quello che non è io". Con i media elettronici si delinea all’orizzonte la possibilità di "ritornare" nel corpo ricontestualizzato e sensorializzato a partire però dalla sua produzione in un ambito sintetico/virtuale.
Dal momento in cui, con l’elettricità, è emersa una qualità comune tra il principio di attività del nostro corpo e delle nostre macchine, queste non sono più esterne ma interne al corpo. Con la produzione tecnologica del corpo si attiva la possibilità di una utilizzazione in una dimensione pragmatica degli aspetti personali del sentire che si manifesta nelle percezioni e nelle affezioni che, insieme ai gesti e alle parole, vengono sottratte al corpo fisico, desoggettivate, rese impersonali e inglobate in immagini sintetiche che eccedono tanto il soggetto quanto l’oggetto.

Biotecnologie e Informatica: Scontro tra Natura e Ingegneria Genetica
Gli interventi che possono sconvolgere gli assetti biologici del corpo riguardano le biotecnologie da un lato e le tecnologie informatiche dall’altro. In questi due campi si registrano eventi la cui direzione va palesemente verso lo scontro tra gli equilibri naturali e le nuove visioni dell’ingegneria genetica. In questi campi, infatti, sono stati avviati processi di sfruttamento della dimensione "umana" con il pretesto di superare la grave crisi contemporanea circa l’identità e i problemi legati alla distribuzione delle risorse alimentari.
La "presenza definitiva" è un "sentire pensante" che accoppia la percezione sensibile con il pensiero per la produzione di un mondo. Essa è una metastruttura mentale caratterizzata dalla predittività non di un dato noumenico di una realtà oggettiva a cui sarebbe subordinata, bensì del ritorno degli input nel sistema nervoso di cui hanno modificato gli stati interni. Il "sentire" che pensa l’oggetto del suo stesso sentire conduce l’uomo a decidersi in favore dell’esistenza di un universo che si modifica continuamente e la sua modificazione è funzione dei suoi stati interiori. Il nostro "sentire" ci rende continuamente liberi in un universo, letteralmente plasmato da noi e che non ha altro scopo che essere ciò che è.
Il sistema nervoso, sappiamo oggi dalle teorie della scuola di Santiago, è una rete chiusa di neuroni interagenti. L’importante non è capire se queste immagini estetico/sintetiche siano vere o false, ovvero naturali o non (una simile distinzione non ha più alcun senso), quanto quella di scegliere esplicitamente una cornice di riferimento per il nostro sistema di valori. Se la virtualità della macchina, emergente dalla "presenza definitiva", si pone da un lato come ostacolo/gioco/spazio di differenza tra il progetto e la sua realizzazione, nello stesso tempo ci protegge dal pericolo di essere recuperati dalla macchina prima di averla assorbita nel nostro universo psicologico personale, e prima di essere riapparsi sull’orizzonte della nostra libertà.
La Trasformazione del Sistema Nervoso e l'Esteriorizzazione dell'Interiorità
Dalla messa in scena abbiamo compreso che il sistema nervoso è chiuso in un dominio continuamente mutante di descrizioni che egli genera attraverso interazioni ricorsive entro quel dominio, e che non ha nessun altro elemento costante nella trasformazione storica all’infuori della sua mantenuta identità di sistema interagente. Siamo sul punto di mettere fine alle nostre specificità biopsicologiche attraverso interazioni con ambiti che possono metterne in crisi i presupposti di base. È un "corpo" nuovo che si effonde dal suo stesso cuore configurandosi come una "nuova" scena del "corpo-scena" e come "presenza definitiva" (ritornante): sarà quella che doveva venire?
In ogni modo, gli annunci di questa nascita riguardano forse solo noi occidentali: gli orientali sanno già dai Veda dell’esistenza di un "corpo come scena universale" in cui non abbiamo mai cessato di essere, dal quale non abbiamo mai cominciato ad allontanarci. Nelle Upanishad esiste la descrizione di uno spazio che viene chiamato la "Città del Brahman", per molti versi vicino a quello che è stato chiamato il "corpo-scena": "In questa città del Brahman - che è il corpo - un sottile loto forma una dimora, dentro la quale vi è un piccolo spazio (...) Questo spazio che si trova all’interno del cuore è altrettanto vasto quanto lo spazio che abbraccia il nostro sguardo. L’uno e l’altro, il cielo e la terra, vi sono riuniti; il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la folgore e le costellazioni, e tutto ciò che appartiene a ciascuno di loro in questo mondo e ciò che loro non appartiene, tutto ciò vi è riunito (...) tutti i desideri (kamah = esseri in potenza) in lei sono riuniti."
Colpisce la sorprendente analogia esistente con la "presenza definitiva" come sovrapposizione/giustapposizione di luoghi diversi la cui simultanea apprensione avviene nell’induismo attraverso l’esperienza del nirvikalpa samadhi, che può essere raggiunta secondo i Veda dai Brahamacharya (rinuncianti) con un alto grado di autorealizzazione spirituale, ma che è potenzialmente aperta a tutti gli uomini.
Ma cosa accade o può accadere alla nostra organizzazione neurobiopsicologica allorquando, come affermano Maturana e Varela, i sistemi viventi entrano in interazioni che non sono specificate dalla loro organizzazione circolare? Abbiamo generato un corpo più forte per poter sopportare la rivelazione elettronico/sintetica di un dispositivo tecnologico che dispiega sotto i nostri occhi tutta la superficie interna di noi stessi sotto la forma di tutte le immagini del mondo, mentre ci avverte che quello è il nostro stesso corpo?
Naturalmente, di tutta la gente che passa buona parte del suo tempo nel cyberspazio, ben pochi conoscono le Upanishad, la filosofia di Nietzsche e le esperienze nel campo della spiritualità. In questo universo il soggetto non ha più una sua posizione relativamente a un sapere, un potere o alla "storia" e la sua esistenza appare "vaporizzata". In effetti non c'è più una memoria, poiché gli eventi accadono nel tempo reale che è il tempo tecnico dell’operazione e non più quello della dimensione storica. Ci stiamo estendendo e il nostro corpo ci è diventato sconosciuto; ciononostante, in mancanza di punti di riferimento, esso diventa l’unica macchina possibile per riorganizzare la percezione. Queste considerazioni ci inducono a pensare che l’epoca che si apre sarà sempre più quella dell’esteriorizzazione dell’interiorità con la nascita di un nuovo concetto di spazio.
La vecchia estetica, che nasce nel Settecento come un sapere legato all’esperienza e all’immanenza, come un sapere essenzialmente terrestre e mondano, non riesce a fornire alcuna interpretazione teorica del sentire contemporaneo legato alle esperienze insolite e perturbanti, irriducibili all’identità, ambivalenti ed eccessive. Non è un caso che questo tipo di sensibilità intrattenga rapporti di vicinanza con gli stati psicopatologici, le estasi mistiche, con le tossicomanie e le perversioni, con gli handicap e le minorazioni, con i "primitivi" e le culture "altre". La posta in gioco è, insomma, la riconfigurazione generale dell’estetico, del suo impiego e del suo destino negli anni a venire. Il sentire contemporaneo si configura come un ambiente cosciente in cui sembra invertito il rapporto tra conscio e inconscio.
La Messa in Discussione di Materia e Memoria
L’opposizione pressoché irriducibile tra materia e memoria propugnata da Bergson, e tra spirito e durata, è stata messa in discussione "dall’avvento delle nuove tecnologie elettroniche della ripresentazione, della simulazione e della comunicazione a distanza". La memoria, infatti, non è più il fondamento dell’interiorità, anzi, assume sempre più i modi di esistenza della materia (pubblica, esteriore, immutabile, nella ripetizione); mentre la materia cessa di essere veramente "materiale". Questa unità simbiotica di materia e memoria si rivela in grado di annullare ogni assolutezza tra l’interiorità e l’esteriorità. "Questa nuova situazione in cui le nozioni di interno ed esterno perdono la loro assolutezza e materia e memoria sfumano i loro contorni dissolvendosi l’un l’altra, era stata avvertita anche negli anni ’20 da molti artisti e teorici, tra cui Moholy-Nagy che aveva aderito alle teorie sulla sinestesia costitutive al Bauhaus e propugnate da Kandinsky ed Itten."
Dal concetto di "sinestesia", Kandinsky e Itten ricavano suggestioni ed implicazioni mistiche di varia natura, e sulla presunta oggettività delle corrispondenze spirituali tra suoni e colori, si fondava una numerosa serie di sperimentazioni estetiche. Ciò che comunque era in gioco era il passaggio dalla sinestesia come fenomeno interiore a delle nuove forme di espressione artistica e percettiva.
tags: #arcivescovo #deve #morire #ebook