Il Tempo di Pasqua trova il suo sigillo nella solennità di Pentecoste, e ogni anno le comunità sono invitate a vivere questa grande festa attraverso la celebrazione della Veglia di Pentecoste. Il Messale Romano propone per questa occasione la Messa vespertina nella vigilia di Pentecoste (MR pp. 239-240), con la possibilità di arricchirla attraverso i testi in appendice. Accanto a questa possibilità, viene messo a disposizione uno schema di celebrazione non eucaristica, realizzato dall’Ufficio Liturgico in sinergia con il Servizio per l’Ecumenismo. Questo sussidio può essere utilizzato così com’è oppure adattato liberamente secondo le esigenze delle comunità.
La Veglia diventa un tempo privilegiato per riscoprirsi Chiesa radunata, in ascolto e in preghiera, capace di invocare insieme: “Vieni, Spirito Santo”.
La Chiesa e l'Amore: L'Insegnamento di Papa Leone XIV
“Questa è l’ora dell’amore!”. Con questa espressione Papa Leone XIV ha dato inizio al suo ministero di Vescovo di Roma, raccomandando di costruire “una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia e che diventa lievito di concordia per l’umanità”. È una Chiesa chiamata non a parlare il linguaggio del mondo, ma impegnata a parlare al mondo, annunciando a tutti la gioia del Vangelo.
La Pentecoste è, per la Chiesa, “l’ora dell’amore”, quella in cui manifesta la sua vera grandezza, che “vive nella varietà delle sue membra unite all’unico Capo, Cristo, pastore e custode (1Pt 2,25) delle nostre anime”. Questo profilo della Chiesa, tracciato dal Santo Padre nel suo primo discorso tenuto al Collegio cardinalizio, ci ricorda che “tutti siamo costituiti pietre vive (cf. 1Pt 2,5), chiamati a costruire l’edificio di Dio nella comunione fraterna, nell’armonia dello Spirito, nella convivenza delle diversità”.
“Lo Spirito santo - assicura Leone XIV - sa accordare i diversi strumenti musicali, facendo vibrare le corde del cuore umano in un’unica melodia”. La comunione è un procedere al ritmo dello Spirito, la cui grazia, secondo Sant’Ambrogio, “non comporta lentezze”, così come non accompagna chiunque si muova in ordine sparso.
“La vera autorità della Chiesa, a partire da quella di Roma, è la carità di Cristo”: “si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù”. Incarico d’amore è, dunque, “pascere il gregge del Signore” (Officium amoris pascere dominicum gregem), amava dire San Paolo VI, facendo sua una nota espressione di Sant’Agostino. Si tratta di un servizio che, a giudizio di Leone XIV, impegna ciascuno di noi a “sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cf. Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.
La “conversione missionaria della pastorale” ha bisogno di un passo più agile e di uno sguardo più acuto; tale processo ha il suo criterio di verifica nelle “diaconie”, asse portante delle “unità pastorali”.
Il Dono dello Spirito Santo: Fonte di Pace e Perdono
Fratelli e sorelle carissimi, non facciamoci illusioni: lo Spirito non discende su di noi se non trova lo spazio della concordia. Se non ci fosse il vento, dicono i cinesi, il cielo sarebbe pieno di ragnatele; analogamente, se non ci fosse la brezza dello Spirito santo, la casa di Dio che è la Chiesa, “colonna e sostegno della verità” (1Tm 3,15), andrebbe in rovina. La Chiesa - sottolineava con forza San Paolo VI, il 9 maggio 1974, nel discorso tenuto al Consiglio di Presidenza della C.E.I. - è “una casa (…) di fratelli, un’officina d’intensa attività, un cenacolo di ardente spiritualità”.
Il Signore sostenga la nostra fede e accrediti la nostra missione con la testimonianza del suo Spirito che, indisciplinato come il vento, è il “polline” di Dio sparso sui “semi del Verbo”, disseminati ovunque. Il Signore conceda alla nostra Chiesa particolare di essere viva voce dello Spirito. Gesù accompagna questo dono con la prospettiva della pace: “La pace sia con voi”. Lo Spirito ci introduce nella pace che Gesù dona, quella pace che è il dono definitivo della sua opera e che gusteremo in modo definitivo quando questa opera si compirà.
Lo Spirito in questa prima Pentecoste porta anche il dono del perdono. Quel perdono scandaloso di cui Gesù è stato il primo portatore: “Come può costui perdonare i peccati”.
In queste domeniche molti sacerdoti sono felicemente impegnati a celebrare il sacramento della cresima, della confermazione per tanti ragazzi e ragazze delle comunità parrocchiali. È un momento in cui non ci si stanca mai di annunciare il dono dello Spirito, di comunicarlo per il dono che si è ricevuto. È veramente il dono più grande.
Il Vangelo rimarrebbe una parola sublime, ma soltanto quella. L’Eucaristia sarebbe un gesto evocativo, coinvolgente, ma resterebbe solo quello. E la nostra stessa vita potrebbe essere nobilmente ispirata e convintamente coerente al Vangelo, ma sarebbe solo quello. Lo Spirito è l’inizio di un mondo nuovo, di una vita nuova, in cui veramente questa unione di Dio con la nostra umanità, con la nostra stessa storia, diventa un’unione indissolubile. Tutto nell’esperienza cristiana avviene per opera dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo non è un di più, non è alla fine, non è un ornamento.
Abbiamo sentito parole di grande intensità, mescolate alla parola del Signore: “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito di sabato entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia.”
Lo Spirito è la sorgente del Giubileo della Misericordia.

La Giustizia di Dio e la Dignità dell'Uomo
Siamo partiti dal luogo della comunità cittadina, dalla casa comunale. L’impegno per la giustizia è un impegno per l’uomo. Senza giustizia come può esserci umanità? Ma, cari fratelli e sorelle, stasera siamo riuniti aprendo il cuore allo Spirito che ci introduce ad una giustizia più grande, alla giustizia di Dio. La giustizia di Dio salva l’uomo. La giustizia degli uomini può ristabilire l’ordine delle cose, faticosamente si avvicina alla verità delle cose ma non può salvare.
C’è un’espressione evangelica che a volte noi interpretiamo in maniera un po’ deformata: “Se uno vuol essere mio discepolo prenda la sua croce, rinneghi se stesso”. Che cosa significa questa espressione? L’espressione “rinneghi se stesso” nel Vangelo, così come è letteralmente nella lingua in cui è scritto il Vangelo, significa “rinunci alla propria difesa, rinunci alla propria giustificazione”.
Qual è il tribunale di questa giustizia? Qual è lo scranno di questo giudice? È la croce. La croce è il supremo tribunale del giudizio di Dio. Noi abbiamo costruito una giustizia che paradossalmente rischia di aumentare il male, non di diminuirlo. Soltanto una giustizia liberante, soltanto una giustizia nella quale al male non si risponde con il male, ma con la forza di un bene più grande è capace di dare vita. Altrimenti ristabilirà l’ordine o più radicalmente moltiplicherà il male. Alla luce di questa giustizia di Dio, la vera risposta al male, la vera risposta della giustizia è il bene.
Oggi si discute con i ragazzi che hanno ricevuto la cresima di ciò che è giusto, cioè di ciò che necessariamente deve corrispondere alla dignità dell’uomo e quindi ai suoi diritti. Che cosa è diritto dell’uomo? Facciamo fatica a rispondere perché ci sembra che continuamente si moltiplichino questi diritti. D’altra parte che cosa è veramente necessario?
Tra le necessità fondamentali dell'uomo, si identificano: la casa e il lavoro. Senza la casa, modesta o addirittura povera, si è perduti. Senza lavoro si è senza il pane e quindi non c’è neppure la dignità. Attorno a questo si possono mettere tutti quei beni che ci sono realmente necessari, ma riconducendoli a questi due.
Ci sono altre due cose necessarie: la salute e l’istruzione. La salute è assolutamente necessaria, come pure tutto ciò che la garantisce e nel momento della debolezza la sua cura. È necessaria anche l’istruzione: sanità e scuola sono due delle grandi risposte che ogni convivenza umana si è data per essere una società dignitosa. Quanta povertà sotto questo profilo!
Ma tutto questo necessario ci basta? No, perché noi abbiamo bisogno, anzi ci è proprio necessario, ciò che è totalmente gratuito.
Come ci aveva consegnato Papa Benedetto nello scritto che ha inaugurato il suo Pontificato, “Dio è carità, Deus caritas est”: “L’amore, caritas, sarà sempre necessario anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento che possa rendere superfluo il servizio dell’amore.”
3MC 51 - Cos'è lo Spirito Santo?
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