Francesco Castrignanò, la Dialettologia Salentina e il Patrimonio Storico-Religioso di Castrignano dei Greci

La ricerca storica e filologica nel Salento ha da sempre rappresentato un campo fertile per studiosi e appassionati, i cui contributi hanno permesso di delineare un quadro ricco e dettagliato del patrimonio culturale locale. Tra le figure di spicco e i luoghi di interesse, emergono il letterato neretino Francesco Castrignanò e la significativa Cripta Bizantina di Sant'Onofrio a Castrignano dei Greci, elementi fondamentali per comprendere la profondità della storia e della lingua salentina.

Francesco Castrignanò: Il Letterato Neretino e le Sue Opere

Francesco Castrignanò è una figura cardine nel panorama degli studi dialettologici salentini. Il suo lavoro fu riconosciuto e citato tra le fonti scritte da Gerhard Rohlfs nel suo celebre Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto). In particolare, Rohlfs si avvalse del suo testo Cose nosce e, in modo specifico, del vocabolarietto di voci dialettali posto in appendice.

La figura di Castrignanò è altresì legata a un episodio narrato da Nicola Vacca (1899-1977), storico salentino di Squinzano. Vacca, nelle sue innumerevoli pubblicazioni, trattò il Libro d’annali de’ successi accaduti nella città di Nardò, una cronaca dal 1632 al 1656, il cui manoscritto autografo sembra essere perduto, sebbene esistano alcune copie. Nel collazionare quelle a sua conoscenza, Vacca incontrò un inconveniente: una copia fatta su quella del De Michele, o essa stessa, fu vista da lui a Nardò presso il Sig. Francesco Castrignanò, il quale non volle affidargliela neanche con deposito cauzionale. Questo episodio sottolinea il valore inestimabile che il manoscritto, pur se copia, aveva per Castrignanò, evidenziando la passione e la gelosa custodia dei materiali storici e culturali da parte degli studiosi locali.

Ritratto d'epoca di Francesco Castrignanò

Una "tirata d'orecchi" postuma, se Castrignanò avesse potuto sentirla, sarebbe stata avvertita molto dolorosamente, non solo perché coinvolgeva il letterato ma anche per la statura mondiale del suo critico. Questa "tirata d’orecchi" non poté sentirla perché era morto quasi vent'anni prima che Gerhard Rohlfs pubblicasse la sua opera, ancora oggi fondamentale per chiunque si approcci seriamente, e con la dovuta competenza filologica, allo studio dei dialetti del nostro territorio. Due neritini ebbero l’onore di esservi citati tra le fonti scritte di cui lo studio, oltre quelle orali ricercate personalmente sul campo, si avvalse: Luigi Maria Personè per le sue Etimologie neritine, apparse a puntate sul quindicinale napoletana Giambattista Basile dal 1888 al 1889, e appunto Francesco Castrignanò.

Il Contesto Filologico Salentino: Dibattiti e Scoperte

Il campo della dialettologia salentina ha visto, nel corso dei decenni, numerosi confronti e approfondimenti. Quando ci si trova di fronte a una parola dialettale, è quasi automatico pensare all’esistenza o meno di un corrispondente italiano e controllare la congruenza fonetica e semantica tra le due voci, tenendo conto che la parziale differenza fonetica può essere il frutto di condizionamenti di varia natura, rendendo difficoltosa la ricostruzione della trafila. Ancor più complesso, poi, può essere il controllo della congruenza semantica, pensando ai molteplici, e in alcuni casi apparentemente contraddittori, slittamenti metaforici. In alcuni casi, la corrispondenza non appare immediatamente perché lo stesso etimo di base risulta perfettamente conservato nella voce dialettale e camuffato in quella italiana. Un esempio illuminante a tal proposito è rappresentato dal salentino crai = domani, che deriva dal latino cras: quest’ultimo in italiano sopravvive solo nel composto procrastinare.

Il Dibattito su "'Nnizzu"

A volte può succedere di non trovare immediatamente per la voce dialettale il corrispondente italiano, a causa delle trasformazioni fonetiche e semantiche. Il termine ‘nnizzu, con la sua storia etimologica, ne rappresenta una testimonianza concreta. Oggi sappiamo con certezza che la voce ha il suo perfetto corrispondente italiano in indizio, dal latino indiciu(m) = indicazione, segno, prova. Fino a un passato più o meno recente, però, nessuno si era chiesto quale fosse l’etimo di ‘nnizzu. Lo scontro su questo termine ebbe inizio esattamente il 15 giugno del 1889, quando sul Giambattista Basile, il Prof. Luigi Maria Personè di Nardò, collaboratore della rivista, avanzò la sua ipotesi etimologica. Alla stessa rivista collaborava pure un giovanissimo letterato di Avellino, Giulio Capone (1863-1892), che nello spazio a lui riservato, intitolato Noterelle filologiche, replicò al neritino Personè. Lo scontro si concluse con la "vittoria" del Capone sul Personè per 2-0, anche perché il Personè nulla poté ribattere alle osservazioni fatte dal Capone nello stesso contributo sull’etimo di sularinu, avanzato dal neretino in un numero precedente della rivista. Nonostante questi "abbagli" etimologici, il Rohlfs cita tra le fonti le Etimologie neritine del Personè, sebbene non poté servirsene a pieno per la difficoltà di reperimento di tutti i numeri del Giambattista Basile che ospitarono i contributi del neretino. Con la "toppa di ‘nnizzu", il Personè pagava un tributo a una "moda etimologica" in auge fin dal principio di quel secolo e ripresa in tempi più vicini da un altro salentino, Giovanni Semerano (Ostuni, 1911 - Avezzano, 2005).

I Contributi di Fernando Manno

Un altro importante studioso salentino è Fernando Manno (nato a S. Cesario di Lecce il 6/12/1906, morto a Roma il 31/5/1959). Digitando il suo nome in OPAC, emergono 52 schede, una delle quali riguarda Secoli tra gli ulivi, pubblicato per i tipi di Pajano a Galatina nel 1958. Questa è la pubblicazione per la quale Manno è solitamente citato, ma non è l'unica. Ad esempio, i suoi contributi etimologici pubblicati sul settimanale Voce del Sud non sono catalogati in OPAC, come normalmente avviene per questo tipo di pubblicazioni in assenza di estratti. Le altre 46 schede si riferiscono ad altrettante lettere inviate dal Manno a Giulio Bertoni, il famoso filologo di cui era stato allievo, prima e dopo la laurea. Esse consentono di ricostruire biografie e in particolare vicende che hanno scandito la gestazione di un’opera.

Vecchio manoscritto o documento storico salentino

Dai regesti delle lettere apprendiamo che già all'8/6/1930 erano iniziate la compilazione del dizionario e la raccolta delle canzoni popolari. Il lavoro sul dizionario non fu continuativo, con diverse interruzioni e riprese, e Manno si avvalse dei consigli di Bertoni, chiedendogli anche un elenco dei segni convenzionali per la trascrizione delle parole. Il lavoro procedeva molto bene nel 1934. Tutte queste lettere risultano spedite da S. Cesario di Lecce. Il Bertoni morirà nel 1942, e il vuoto epistolare dopo il 1938 è probabilmente legato a un raffreddamento del loro rapporto.

Una lettera inviata da Roma proprio dal Manno il 20/4/1959, poco più di un mese prima di morire, fa parte del lascito di carte che Oreste Macrì fece a favore dell’Archivio Bonsanti del Gabinetto G. P. Vieusseux di Firenze. In questa lettera, Manno scrive di aver saputo tramite l'amico Vittorio Bodini dell’interesse suscitato dai suoi contributi etimologici pubblicati sulla Voce del Sud. Ricorda poi la sua formazione di dialettologo sotto la guida del Bertoni, la sua aspirazione alla carriera universitaria e come invece avesse trascorso la maggior parte della sua vita all’estero presso vari istituti culturali, tornando in Italia durante la guerra. La stima di Macrì e di Bodini per Manno è documentata; Bodini in particolare fece la recensione di Secoli tra gli ulivi, dal titolo Bestiario salentìno, apparsa sulla rivista trimestrale La zagaglia.

I "materiali ricchissimi e il prezioso" usati dal Rohlfs nei riguardi di quello che si sa essere stato un dono e non un prestito da parte di Manno, acquisiscono maggior peso, pensando che molto probabilmente da quei più di 5600 vocaboli dei suoi undici quaderni il Manno aveva estratto i 674 lemmi pubblicati sulla Voce del Sud dal 16/7/1955 al 1/9/1956. Se Rohlfs non restituì il manoscritto, la sua attuale ubicazione (il grande filologo è morto nel 1986) resta oggetto di ricerca.

La Cripta Bizantina di Sant'Onofrio a Castrignano dei Greci: Un Tesoro Nascosto

Nel cuore di Castrignano dei Greci, comune della Grecìa Salentina, si cela un patrimonio storico-religioso di inestimabile valore: la Cripta Bizantina di Sant'Onofrio. Questa cripta, risalente al VI secolo secondo l'accordo di vari studiosi ed esperti come l'architetto Mongiello e professori greci, rappresenta una testimonianza significativa della presenza bizantina nel Salento.

Storia e Descrizione della Cripta

Le prime notizie documentate relative a siti religiosi nell'area includono quelle della Visita Arcivescovile che l’Arcivescovo F. Da Capua effettuò nel 1522. Durante tale visita, si narrò di una chiesa di S. con annesso ospitale che sovrastava una cripta. La chiesetta, denominata anche S. Visitazione e talvolta S. Maria delle Gruttelle, Candelora o Purificazione, era un punto di riferimento per la comunità. I documenti del 1800 testimoniano che di essa si potevano vedere le sole muraglie con ruderi e macerie. L'antico ellenismo non lascia più nulla, e la stessa chiesa suburbana di S. fu sotterrata, coprendo anche gli affreschi che ricoprivano la cripta sottostante, di cui rimase solo una copia dell’iscrizione greca incisa sull’architrave della porta d’ingresso.

Disegno o ricostruzione della Cripta Bizantina di Sant'Onofrio

Fu solo il 25 agosto 1965, grazie all’opera del Prof. S., che iniziarono i lavori per riportare alla luce i resti della Cripta di S. Onofrio. Questa cripta era stata interrata molti anni prima perché stava diventando un deposito di rifiuti. Gli scavi rivelarono una struttura nella roccia, con gradinate che scendono a una profondità di buoni quattro metri, portando a tre ambienti iniziali. Furono rinvenuti anche resti di scheletri umani, alcune gallerie a forma di botte nel gergo locale e buche profonde, simili a pozzi. L'altare ai piedi dell'icona della Vergine con il Bambino Gesù, molto probabilmente, era un elemento centrale. Si ipotizza anche l'esistenza di un tunnel che arriverebbe fino al palazzo baronale del XVI secolo dei baroni Gualtieri.

La data incisa sull'architrave della cripta è oggetto di diverse interpretazioni. Alcuni la leggono come 6000 o 6013 in numeri arabi, datandola al 1504/1505 dell’era cristiana, mentre secondo l’interpretazione dell’architetto Mongiello e altri studiosi, essa risalirebbe al VI secolo d.C. In base alla datazione bizantina, il giorno della creazione era il 1° settembre del 5509 a.C.

Il Culto di Sant'Onofrio

Il culto di Sant'Onofrio, un eremita che condusse una vita ascetica nel deserto, all’ascesi, alla contemplazione e alla preghiera, sull’esempio di S. Giovanni Battista e del profeta Elia, è particolarmente sentito dagli ortodossi e dai copti. Le notizie relative a S. Onofrio, rappresentato con una lunga barba, narrano di un anfratto della caverna in cui viveva che poco dopo collassò su se stessa. Secondo Pafnuzio, S. Onofrio morì il 12 giugno.

Interno della Cripta Bizantina di Sant'Onofrio con affreschi

Eventi e Donazioni Recenti

Recentemente, si sono svolte importanti iniziative per la valorizzazione della Cripta di S. Onofrio. Nel 2000, in occasione della sistemazione di resti ossei ritrovati nelle adiacenze della Cripta, sono intervenuti il Sindaco di Castrignano dei Greci dott. Antonio Zacheo, la Prof.ssa Isabella Bernardini d’Arnesano e il dott. cultura Paolo Paticchio. Un altro evento significativo ha visto la consegna di una preziosa icona, ora in custodia del parroco della Chiesa di S., dando inizio alla celebrazione dell'evento. Tra gli intervenuti, il Sindaco dott. Antonio Zacheo, la Prof.ssa Isabella Bernardini d’Arnesano e il presidente dell’Ass. Roberto Fusco, avvocato di Grecia. Questi eventi sottolineano l'importanza continua della cripta non solo come sito archeologico ma anche come fulcro della spiritualità e della cultura locale.

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