Un trattamento d'onore, o semplicemente trattamento, è un appellativo onorifico utilizzato nella vita sociale nei riguardi di personaggi che presentano un titolo. I trattamenti erano stati distinti dai titoli nobiliari veri e propri nell'ultimo Ordinamento dello stato nobiliare italiano, al pari delle "qualifiche nobiliari". In tale ordinamento, la distinzione tra "titolo" e "trattamento" non è tuttavia specificata, ma sul piano storico-giuridico i due termini si possono distinguere facilmente: il titolo indica una funzione, mentre il trattamento è un appellativo utilizzato nella vita sociale.
Il titolo è riservato esclusivamente ai cardinali della Chiesa cattolica, in qualità di principi della Chiesa, ed è valido anche per quelli appartenenti alla Chiesa orientale. Derivato dal latino sanctitas, originariamente veniva utilizzato per tutti i vescovi ma dal VII secolo il titolo venne riservato al papa, ai patriarchi e ad altri ruoli particolari; dal XIV secolo, e ancora oggi, viene utilizzato esclusivamente per il papa e per il "romano pontefice emerito", ovvero il vescovo di Roma che ha rinunciato al ministero petrino. La Chiesa ortodossa copta in realtà utilizza la stessa definizione per il suo papa.
Oggi spetta ai vescovi della Chiesa cattolica, mentre per il diritto internazionale si usa per gli ambasciatori nei paesi in cui sono accreditati.
Il disconoscimento dei titoli nobiliari in Italia fa sì che, da un punto di vista protocollare, utilizzare il titolo nobiliare sia un faux-pas istituzionale. A titolo d'esempio, il deposto Costantino II di Grecia, legalmente divenuto Konstantinos Glücksburg, continuando ad utilizzare titoli nobiliari non poté ottenere documenti riconosciuti legalmente dalla Grecia.
Convenzione epistolare vuole che, in italiano, si prefiggano N.H. (nobil homo) e N.D. (nobil donna) davanti ai nomi dei nobili senza titolo specifico. Attualmente questo appellativo è usato generalmente solo in alcuni casi per le grandi famiglie e ordinariamente per le famiglie sarde, mentre molto più raramente per le famiglie lombarde; inoltre, si usa per legge per i chierici della chiesa cattolica. Viene anche utilizzato nei gradi massimi del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, nel Sovrano Militare Ordine di Malta, e per i cittadini spagnoli decorati degli ordini civili e militari del Regno di Spagna.
Nella lingua parlata dell'ex Regno delle Due Sicilie, "don" è l'appellativo generico che viene dato a tutti i notabili in mancanza di titoli più specifici. In particolare, viene usato per tutti coloro che detengono un titolo cavalleresco di qualsiasi ordine. Nella lingua parlata dell'ex Regno delle due Sicilie, viene usato tuttora come titolo d'onore per tutte le Dame d'Onore e più in generale per tutte le persone notabili femminili.
Il titolo veniva utilizzato durante il Medioevo genericamente per i principi e i signori locali (particolarmente usato nella nobiltà genovese). Per i nobili e i titolati, esiste convenzionalmente una titolazione di cortesia che viene perlopiù utilizzata nei documenti ufficiali, nei proclami, negli inviti e nelle lettere.
Il termine “onorevole” riferito a un eletto nelle assemblee rappresentative italiane non è mai stato istituito, e proviene da una consolidata prassi, iniziata nel 1848 alla Camera subalpina in analogia con la medesima prassi vigente alla Camera dei comuni inglese. Dopo un tentativo di abolizione durante il ventennio fascista, l’appellativo tornò a essere utilizzato nell'immediato dopoguerra, venendo poi esteso, dai deputati (“onorevole deputato” o, nell’uso comune, onorevole) e senatori (“onorevole senatore” o, nell’uso comune, senatore) cui storicamente si riferiva, anche ai consiglieri regionali. Il termine è usato anche nei confronti degli eletti dell'Europarlamento.
Generale, tenente ed ufficiale sono, nella prassi, riconosciuti da tutti come trattamenti d'onore. Quando non ci sia nessun trattamento applicabile, si parla di signore al maschile e di signora al femminile.
Appellativi nel contesto religioso
Sui gusti non si discute, dice il proverbio, che sembra valere anche per quanto riguarda il modo in cui i fedeli si rivolgono ai preti. I differenti appellativi, comunque, non sono privi di senso - sia per chi li usa sia per chi ne viene chiamato.
«Non chiamate nessuno “padre” sulla terra» (Mt 23,9), dice Gesù ai suoi discepoli subito dopo il suo ingresso a Gerusalemme. Una frase il cui carattere ingiuntivo risuona tanto più dopo gli scandali sugli abusi - in particolare quelli di autorità - nella Chiesa. Come però ha ricordato mons. Perrier, il vescovo emerito di Tarbes e Lourdes, la paternità spirituale non dovrebbe contrapporsi a quella biologica. Anzi, ogni paternità umana - come dono della vita - riflette quella di Dio Padre.
Posta tale premessa, si capisce come il chiamare i preti “padre” - sicuramente la formula più adoperata dai cattolici praticanti - non contravvenga la parola del Salvatore. Eppure questa maniera di rivolgersi ai preti è relativamente recente, poiché si è diffusa dopo il concilio Vaticano II, con lo scopo di meglio esprimere il vincolo e la prossimità tra il prete e i fedeli, piuttosto che la funzione dei prelati o la dignità sacerdotale, meglio espresse da formule come “signor parroco” o “reverendo”.
L’espressione “padre” è un retaggio monastico. Tra i cenobiti, i preti vengono chiamati così, come si fa durante il sacramento della Riconciliazione: «Beneditemi, padre, perché ho peccato». Rivolgersi a un prete in questa maniera è dunque un riferimento alla parabola detta “del figliol prodigo” (cf. Lc 15,11-32): il prete è appunto il ministro della misericordia di Dio.
Per distinguere tra sacerdoti regolari e confratelli secolari, ci si potrebbe rivolgere ai secondi con espressioni centrate sull’ufficio ricoperto - è ad esempio il caso con “signor parroco” - oppure sulla dignità sacerdotale - quando si dice “reverendo”. È vero che questi appellativi possono suonare più pesanti o più formali, ma in fondo tutti significano la medesima cosa, poiché anche “parroco” si riferisce alla parrocchia, ossia (etimologicamente) alla comunità che compie in compagnia un tratto del pellegrinaggio terreno.
L’espressione che utilizziamo dice molto della maniera che abbiamo di considerare la relazione. “Padre” è forse meno reverenziale, e unita al nome del prete può esprimere una forte prossimità. Quanto all’uso del solo nome, è segno di una fraternità tra laici e preti - che sono entrambi battezzati -, ma non onora l’impegno del prete a servire la Chiesa per essere, in mezzo ai suoi fedeli, colui che dà la vita del Padre attraverso i sacramenti che celebra, l’esempio che offre, gli insegnamenti che dispensa.

Distinzione di luoghi e ruoli ecclesiastici
Spesso capita di leggere notizie o testi di argomento religioso dove si trovano appellativi insoliti, parole evocative di misteri e tempi lontani. In realtà sembrano tali perché non siamo “addetti ai mestieri” e la letteratura religiosa non è più una priorità e una pratica quotidiana.
Luoghi di vita religiosa
- Monastero: genericamente l’edificio dove vivono monaci o monache, sotto l’autorità di un abate o di una badessa.
- Abbazia: quel monastero che, retto da un abate, è una comunità autonoma di monaci o canonici che controlla direttamente il complesso di edifici abbaziali e territori circostanti, e l’insieme di altri beni e fabbricati di cui dispone.
- Convento: differisce dal monastero per il tipo di ordine cui appartengono i religiosi che vi abitano: non si chiamano monaci ma frati e suore, sono mendicanti, cioè non vivono in solitudine ma in comunità e fraternità (es. i francescani).
Ruoli e titoli
- Abate: dall’aramaico “abba” cioè padre, è il superiore di una comunità monastica di dodici o più monaci. Nel medioevo il titolo non era riservato unicamente ai superiori di una casa religiosa, poteva infatti essere abate un religioso o un laico.
- Acheropita: non si riferisce a persona ma a immagine o oggetto sacro “non fatto da mano umana”, ma secondo la tradizione di origine miracolosa, come per esempio la Sindone, il Volto Santo di Lucca, il Mandylion di Edessa, il Volto Santo di Manoppello, e altri.
- Chierico: sono chierici della Chiesa i diaconi, i preti e i vescovi.
- Fondatore: chi fonda, dà origine a un ordine religioso che a volte prenderà il suo nome.
- Melchita: chiesa Cattolica greca di rito bizantino, guidata dal Patriarca di Antiochia dei melchiti. Da non confondere con la chiesa greco ortodossa di Antiochia.
- Oblato: laico o membro del clero che fa parte spiritualmente di una comunità monastica ma non necessariamente vi risiede in modo stabile, non vincolato cioè a voti o alla vita comune di quella comunità.
- Padri della Chiesa: sono quei Santi appartenuti alla chiesa primitiva, cioè prima del VIII secolo, che hanno lasciato scritti fondamentali sulla dottrina cristiana.
- Padri della Chiesa apostolici: secolo I, in rapporto diretto o indiretto con alcuni apostoli, le basi del cristianesimo e il distacco dalle origini giudaiche.
- Padri della Chiesa apologeti: secolo II, la difesa dei fondamenti cristiani dalle critiche dei pagani.
Nei testi citati ci imbattiamo in Adalberto, Bertilla, Blitmondo, Rigoberto, Genolfo, Richimiro, Ermenegilda, Gosberto, Gualfredo, Gertrude, Odilone, Vereburga… sono i nomi di alcuni dei tanti Santi dall’aria “tedeschizzante”, nomi di battesimo che fino a un secolo fa venivano usati anche da noi, dalla gente comune marchigiana, ormai tramandati solo da qualche nobile. La longa manus della Chiesa probabilmente avrà agito anche sui registri anagrafici, suggerendo al momento del battesimo i più sobri nomi di evangelisti e di qualche santo meno crucco, come Anna, Antonio, Maria, Giuseppe, Rosa.
Soluzioni per le parole crociate e definizioni
Appellativo per il prete
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Altre definizioni correlate
Altre definizioni che puoi trovare nei cruciverba e che contengono la parola appellativo:
- Appellativo per il prete
- Appellativo per un bambino che si vuole adulto
- Un appellativo spagnolo
- Appellativo per prelati
Parole crociate con il termine sacerdoti:
- Titolo per sacerdoti
- Lo leggono i sacerdoti
- Sacerdoti ebrei
- I paramenti che i sacerdoti incrociano sul petto
- Sacerdoti degli antichi popoli celtici
Parole crociate con il termine prete:
- La consacra il prete
- Precede il nome del prete
- L'andate del prete
- La immaginetta data dal prete
Il "Padrino" e l'importanza dei titoli
Nella memorabile scena iniziale del film “The Godfather”, un sontuoso Marlon Brando ricorda al suo interlocutore - il «beccamorto» di nome Buonasera - che pur avendone battezzato la figlia questi non lo ha mai apostrofato col titolo che gli spetta. La scena si chiude con Buonasera che finalmente chiede, esitante «Mi volete amico… Padrino?» e don Corleone che risponde soddisfatto con un secco “Good”.
È un appellativo cui Vito Corleone sembra tenere molto. In realtà, come molti altri appellativi, benefica soprattutto chi lo dà, attestando il rispetto verso l’interlocutore, prima di chi lo riceve. Nel caso citato, apre a Buonasera le porte amicali della casa del Padrino; più frequentemente - e di solito molto meno pericolosamente - il titolo di cortesia attesta innanzitutto la cortesia, appunto, di chi lo utilizza.
Perciò, per quanto spesso li si confonda con un moto servile, i titoli e i corrispondenti appellativi del “trattamento d’onore” si possono utilizzare senza farne un dovere assoluto ma piuttosto una questione di buone maniere. Spesso poi mettono l’interlocutore, soprattutto in apertura delle lettere scritte, in una disposizione positiva e consentono di avvicinare meglio il discorso al corrispondente.
Gerarchia e appellativi ecclesiastici secondo il Vaticano
L’istruzione Ut sive sollicite della Segreteria di Stato Vaticana nel 1969 ne ha aboliti alcuni e ne ha reso altri facoltativi, ma resta il fatto che:
- un sacerdote, o un frate che sia anche presbitero regolare possiamo chiamarlo «Reverendo [padre]», e «Molto Reverendo» se è anche parroco, «Reverendissimo» se è un abate.
- una suora è, corrispondentemente, «Sorella» o «Reverenda madre» se badessa, priora o superiora di un ordine.
- un monsignore - titolo che può essere conferito anche a un prete diocesano, e non solo a un vescovo - è ugualmente «Reverendo», ma diviene «Reverendissimo» se fa parte di alcune categorie particolari, come gli ufficiali dei dicasteri della Curia romana o gli uditori della Sacra Rota.
- Lo stesso monsignore, se diviene vescovo va apostrofato con l’appellativo di «Eccellenza (Reverendissima)», e con quello di «Eminenza» (sempre «Reverendissima») se ascende alla porpora cardinalizia.
- Nella chiesa riformata, qualora servisse, i vescovi restano «monsignori».
Titoli nobiliari e onorificenze in Italia
I titoli nobiliari in Italia sono stati soppressi dalla XIV disposizione transitoria della Costituzione: non che siano stati vietati, ma più semplicemente non vengono più riconosciuti e sono indifferenti di fronte allo Stato. Oggi, per particolari benemerenze verso la Nazione, il Presidente della Repubblica può concedere onorificenze al merito a singoli cittadini, italiani e stranieri che possono così fregiarsi del titolo di Cavaliere, Ufficiale, Commendatore, Grande Ufficiale e Cavaliere di Gran Croce.
Il titolo «Onorevole», consueto nell’uso comune per riferirsi a deputati e senatori eletti nelle assemblee rappresentative italiane, in realtà non è mai stato formalizzato e proviene da una prassi della Camera subalpina istituita nel 1848.
Nei confronti dei Prefetti e dei membri della Corte di Cassazione viene utilizzato diffusamente l’appellativo di «Eccellenza».
Appellativi nel mondo accademico e militare
Università
- Un professore universitario (ordinario, straordinario, emerito e onorario) è «Chiarissimo», titolo derivante dall’attributo nobiliare di età romana; ma in molte Università l’appellativo viene sostituito con un più generico «Egregio» o «Gentile».
- Se non si conosce precisamente lo status del docente cui ci si rivolge, e fosse un ricercatore, più o meno confermato, il titolo giusto sarebbe quello di «Dottore».
- Il Preside di facoltà è invece «Amplissimo», ma questa forma è ancora più desueta della prima.
Militari
Tra i militari, abitualmente nel riferirsi o nel rivolgersi ad altro militare è necessario indicare il grado o la carica, seguita o meno dal cognome; nel rivolgersi ad un superiore, ufficiale o sottufficiale, si fa precedere l’indicazione del grado o della carica o del cognome dall’appellativo «signore».
Telmo Pievani | Imparo, dunque evolvo | festivalfilosofia 2025
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